Misunderstanding Comics #10

Nuova puntata di Misunderstanding Comics, rubrica che si occupa di letture varie senza necessariamente parlarne con dovizia di particolari. Dato che siamo stanchi di novità, colgo l’occasione per recuperare qualche fumetto non proprio recentissimo.

I Never Promised You a Rose Garden è una serie a firma Annie Murphy di cui al momento sono stati pubblicati due soli numeri. La Murphy, classe 1978, è attivista queer, diplomata del Center for Cartoon Studies, autrice di una biografia di Achsa Sprague, curatrice dell’antologia Gay Genius e molto altro ancora. A vederli on line gli altri suoi fumetti sembrano più ordinari rispetto a questo, una cronaca politica e culturale incentrata sulla sua città, Portland. E anzi, I Never Promised non è nemmeno un fumetto nel senso più tradizionale del termine, dato che si tratta in realtà di un saggio illustrato, un quaderno in cui immagini sporche di inchiostro e dalle linee tremolanti si uniscono a lunghi testi trascritti a mano nella più idiosincratica tradizione del do-it-yourself.

Il primo numero, intitolato My Own Private Portland, si apre con la morte di River Phoenix e si sofferma inizialmente sulla carriera dell’attore, per arrivare ben presto alla genesi e all’analisi di My Own Private Idaho, ricca di interessanti retroscena. La Murphy descrive con abilità il clima culturale di quegli anni, la fine degli ’80, le storie di ragazzi di strada, prostituti, tossicomani che in alcuni casi avevano frequentato lo stesso liceo dell’autrice e da cui Van Sant rimase affascinato al punto da mescolarsi a loro nel quotidiano. L’eroina ha una parte importante in queste pagine, ed è solo uno dei tanti aspetti che ci fanno capire, come suggerisce il titolo, che almeno all’epoca la cosiddetta “City of the Roses” non era quella terra promessa che noi europei siamo soliti immaginare. Il primo numero si conclude con un parallelismo tra Phoenix e Kurt Cobain, ripreso senza soluzione di continuità nel secondo, in cui viene approfondita la biografia personale dell’attore e in particolare la sua educazione nella setta Children of God, dove gli abusi sessuali sui minori erano all’ordine del giorno. Murphy non risparmia nessuno, sviscera temi, fa domande, mettendo in dubbio anche l’operato di Van Sant, tacciato di “hispter racism”. Da lì si passa alla parte più politica del racconto, una rappresentazione critica del Pacific Northwest che si sofferma stavolta sui rigurgiti razzisti di una zona per tradizione tutt’altro che multietnica, come testimonia l’assassinio di Mulugeta Serraw, membro della comunità etiope di Portland ucciso nel 1988 da tre skinhead. Tra questi Kenneth “Ken Death” Mieske, personaggio noto nell’underground di strada della città dell’Oregon e fonte di ispirazione per Drugstore Cowboy. L’eco di quel fatto portò anche al processo contro Tom Metzger, militante razzista fondatore della White Aryan Resistance, documentato nell’ultima parte dello spillato.

Avrete capito a questo punto la densità dei fatti raccontati dall’autrice con scrittura piena, consapevole, dettagliata, appassionante ma mai eccessiva. La messa in scena trasuda spontaneità e ben si adatta a disegni che descrivono e a volte commentano con tono sardonico, come cartoline di un artista di strada disegnate sul momento, senza ripensamenti o rifiniture di troppo. Purtroppo non si hanno notizie se mai si vedrà un terzo numero, dato che l’ultimo risale al 2016 e che il blog dell’autrice è fermo allo stesso anno. Magari se mi decido a mandarle una mail scoprirò se questo piccolo gioiello nascosto avrà prima o poi un seguito.

Cambiamo totalmente mondo e passiamo a un autore che ha fatto del disegno – e che disegno – la sua peculiarità, dando forma a fumetti che difficilmente possono essere tradotti in soggetto, trama o semplicemente parole. Sto parlando di Walker Tate, cartoonist di Los Angeles abile nello scomporre pagine e vignette, a tracciare inusuali prospettive, ad accanirsi sui corpi con piglio cubista seppur con una linea pulita e tondeggiante. C’è qualcosa nelle sue creazioni, finora tutti comic-book autoprodotti autoconclusivi e di poche pagine, che ricorda Ruppert & Mulot, anche se non saprei dire se si tratta di un’influenza o di affinità elettiva. Del 2015 sono Waiting Room, rappresentazione di una sala d’attesa e degli oggetti che la abitano, ed Extract, storia paradossale di un uomo che decide di dividere il suo appartamento in tante porzioni diverse in modo da poterle affittare. Channel, del 2016, seguiva invece le evoluzioni di una pallina da golf. In tutti e tre i casi la trama – se così vogliamo chiamarla – era una scusa per dar vita a virtuosismi stilistici di ogni tipo, come le prospettive in movimento di Waiting Room e le scomposizioni di Extract, che interessavano prima l’appartamento (e di conseguenza la pagina) e poi il corpo del protagonista.

Ma è il più recente Procedural, uscito lo scorso anno, a cambiare le carte in tavola. I dialoghi stavolta hanno una parte importante nello sviluppo del racconto, le vignette sono regolari, il paradosso che prima ero per lo più visivo viene sviluppato in chiave narrativa. Un idraulico viene chiamato a fermare una perdita d’acqua proveniente dal soffitto, che ha costretto il proprietario di casa a portare il suo divano in un deposito. Lasciato a lavorare da solo, l’idraulico si accanisce contro la perdita senza successo, mentre il suo cliente non riesce più a trovare il divano, spostato di luogo in luogo per motivi sempre più assurdi. Nel frattempo un corriere deve consegnare delle confezioni di trota sott’olio… Lo so che detto così sembra puro nonsense, o un film di Alain Resnais, ma vi assicuro che Procedural funziona e lascia la curiosità di vedere che cosa si inventerà Tate la prossima volta.

Altra autrice che prosegue indefessa la sua ricerca stilistica è Lale Westvind, di cui avevo parlato brevemente qui in occasione del suo Hax uscito per Breakdown Press. I suoi fumetti meriterebbero ben altra attenzione di quella che gli sto dedicando io su Just Indie Comics e prima o poi sono convinto che riuscirò a parlarne meglio, magari insieme a lei. Qui mi limito a segnalare l’uscita del quarto numero di Hot Dog Beach, che trovo particolarmente interessante per una serie di motivi. Se infatti negli albi autoconclusivi e nelle storie per le antologie la Westvind adotta uno stile letterario denso e complesso, in cui il testo è spesso avvicinato all’immagine come descrizione, delirio, puro lirismo, in questa serie aperiodica autoprodotta troviamo invece uno stile più cartoon e dei dialoghi che spesso scelgono le vie della commedia.

Sia chiaro che le tematiche ricorrenti della Westvind – velocità, dinamismo, interazioni tra uomo e macchina, visioni lisergiche – rimangono costanti ma questa volta più che dalle parti di un futurismo cyberpunk siamo in un mondo alla Mad Max, con personaggi che si rincorrono senza ben sapere il perché verso la spiaggia del titolo. Ma la cosa che a me più interessa in questi quattro numeri qui è il modo in cui sono realizzati, ossia con un approccio spontaneo che non ha alle spalle una precisa pianificazione, una trama liquida che si può prendere da qualsiasi punto senza aver necessariamente letto il resto, i disegni che cambiano di volta in volta stile (e non potrebbe essere altrimenti, dato che il primo numero è datato 2010 e l’ultimo è dell’anno scorso). Anche la storia si evolve, inizia in un modo e prosegue in un altro, accelera, rallenta, riparte, prende deviazioni, tanto che probabilmente potrebbe durare all’infinito, soprattutto se l’autrice continuerà a costellarla di momenti visionari come le due spettacolari sequenze onirico-psichedeliche di questa quarta uscita. Hot Dog Beach ci riporta ai tempi in cui i fumetti non erano una cosa così seria e si poteva anche decidere di pubblicare qualcosa a puntate senza preoccuparsi della futura raccolta in volume. Ed è per questo una vera boccata di ossigeno.

Concludiamo con un’altra donna, se così si può dire, dato che Laura Pallmall è in realtà lo pseudonimo di Jason Lee, cartoonist (e non solo) trasferitosi di recente da Los Angeles – che rimane comunque lo scenario di riferimento dei suoi fumetti – a Pittsburgh. Lee pubblica da qualche tempo la serie di fanzine Nothing Left to Learn, caratterizzate dall’approccio do-it-yourself e dalla libertà con cui vengono messi insieme saggi, fiction, illustrazioni, poesie e ovviamente fumetti, come testimonia l’omonimo Tumblr. Nell’ambito del progetto ha trovato spazio anche una sotto-serie chiamata Sporgo e attribuita a tale Laura Pallmall, di cui sono usciti due numeri “rilegati” con l’elastico e caratterizzati da un tratto crudo, a volte sin troppo elementare nella sua semplicità, e da una divisione della tavola regolare.

Sporgo #1 si apre con Picaresque, realizzato per la Comics Workbook Composition Competition del 2015 e scelto tra i migliori fumetti dell’anno nell’ultima edizione di The Best American Comics, 16 pagine che rappresentano al momento il vertice dell’ancora limitata produzione dell’autore/autrice. L’apertura è un sogno dai contorni horror, che ci cala subito in un’atmosfera plumbea, oppressiva, angosciante. A pagina 2 un uomo viene svegliato dal suono del campanello, è un suo amico che è andato a trovarlo. Dal dialogo tra i due capiamo che il protagonista riempie le sue giornate di nulla, impegnato più che altro a comprare il cibo e a preparare i pasti per i vicini, che hanno deciso di passare la luna di miele chiusi in casa per smettere di fumare. Fuori le strade sono deserte, c’è solo un opossum sdraiato sul marciapiede che si dà per morto, oppure che è morto davvero. Doveva piovere quel giorno ma il sole continua a splendere. Forse prima o poi succederà qualcosa ma intanto si sta buttati sul divano o in strada, mentre si avvicina la notte. Non vi racconto tutto tutto anche perché c’è poco da raccontare ma il nulla di cui è fatta questa piccola riuscitissima storia risuona nella mente del lettore e lo avvolge in una spirale di inchiostro sempre più nera fino al suo notturno finale. E un’ombra nera, stavolta in senso non metaforico, è protagonista di From Eden to Hill, secondo racconto dell’albo, una ghost story meno efficace della precedente e che per trasmettere inquietudine sceglie strade non così originali. Eppure l’assonanza di temi e situazioni dà unità al tutto creando un corpus unico. Sporgo #2, pubblicato nel 2017 a due anni di distanza dal precedente, non si allontana molto da queste coordinate e segna l’inizio di una storia lunga intitolata Pyramid Inch, incentrata su un giovane filmmaker impegnato a scrivere sceneggiature puntualmente lasciate a metà. Anche qui mare, palme e grattacieli costituiscono lo sfondo di una vicenda che dal reale scivola nell’onirico, con sequenze simili a quelle già viste in From Eden to Hill. In più qui troviamo riflessioni sull’industria culturale che nei dialoghi finali dell’albo assumono quasi i contorni del saggio. Pur con qualche approssimazione nel disegno, Pyramid Inch si fa leggere con curiosità e lascia un senso di inquietudine e paranoia che è vera cifra stilistica.

“Twilight of the Bat” di Simmons & Keck

La rilettura del fumetto di supereroi in chiave underground e spesso satirica è un filone che ha sempre trovato spazio nella scena alternativa statunitense, cosa piuttosto scontata vista la rilevanza culturale, simbolica ed economica delle produzioni Marvel e Dc Comics oltreoceano. Al tempo stesso, soprattutto dalla metà degli anni ’80, si è sviluppata la tendenza a rielaborare con un approccio problematico e spesso sin troppo drammatico la figura del supereroe, a partire da due pietre miliari che ovviamente non vi devo ricordare io ma che cito giusto per chi è capitato su questo sito mentre cercava informazioni sui comici indiani, ossia The Dark Knight Returns di Frank Miller e il Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons. Proprio all’incrocio di queste due tendenze, una satirica l’altra iperrealistica, si pone Twilight of the Bat, un albetto di 20 pagine realizzato dal Josh Simmons di Black River, che qui pensa alla storia, e da Patrick Keck, autore invece dei disegni, e pubblicato alla fine dello scorso anno dalla casa editrice e tipografia di Seattle Cold Cube Press. E che ho ingiustamente omesso dalla mia classifica di fine anno, ma solo perché mi è arrivato troppo tardi, quando il 2017 era già bello che finito.

Per essere più specifici Twilight of the Bat si posiziona esattamente all’incrocio tra esperimenti come Coober Skeber #2, albo del 1997 targato Highwater Books in cui autori come Mat Brinkman, Brian Chippendale e Ron Regè Jr. rileggevano in un bianco e nero lontanissimo dai colori sparati dei comic-book i supereroi (Marvel in quel caso), e l’approccio problematico alla figura dell’uomo pipistrello che è stato ben sviscerato nel già citato Dark Knight di Miller, in The Killing Joke di Moore e Bolland e nell’Arkham Asylum di Grant Morrison e Dave McKean. Proprio questo sincretismo è la forza dell’albo, in sostanza un Elseworld non autorizzato capace in 20 pagine di suggestionare il lettore come capita davvero raramente, soprattutto se si tratta di un lettore come me, cresciuto con i fumetti di supereroi classici per poi passare a quelli più maturi e quindi spostarsi progressivamente verso territori completamente diversi. In un albo come Twilight of the Bat c’è tutto quello che mi è sempre piaciuto di più e soprattutto ciò che mi piace trovare oggi nei fumetti di genere, ossia un approccio alla materia consapevole, maturo, che pone delle domande ma che è anche divertente, satirico, dissacratorio e mai troppo serioso o drammatico.

Ma veniamo all’albo vero e proprio, partendo innanzitutto dal titolo, che sembra rimandare vagamente a Twilight of the Superheroes, la sceneggiatura di Alan Moore mai realizzata, e più direttamente allo stesso Mark of the Bat, un altro bootleg di Simmons (lì sia ai testi che ai disegni) sulla figura dell’uomo pipistrello. L’ambientazione è post-apocalittica, quasi un’autocitazione dell’autore al suo Black River, con un Batman ancor più vecchio di quello di The Dark Knight, ridotto a un barbone che passa le notti al freddo senza sapere cosa fare della sua vita. Suo solo compagno è il nemico per eccellenza, qui ribattezzato Joke Man, forse l’unica altra persona rimasta viva sulla terra. Batman gli dice di aver girato per mesi dopo le non meglio definite esplosioni che hanno ridotto G—— City e dintorni (o il mondo intero?) a brandelli e di non aver incontrato nessuno, e a un certo punto realizza “Everyone’s dead… Everyone except you and me”, con il Joker che gli mette una mano sulla guancia e lo bacia chiosando “We’re the luckiest boys in the world”. Ma il vecchio Bruce non si arrende e cerca disperatamente altri segni di vita, soprattutto quando una mattina trova vicino al suo giaciglio dei cupcake lasciati da non si sa bene chi, evento che accoglie con un entusiasmo persino eccessivo. Da lì in poi si sviluppano una serie di situazioni paradossali tra i due protagonisti, che includono sarcasmo, balletti, botte, amputazioni e merda. Ovviamente non vi anticipo il finale, perché vale la pena leggerlo, come vale la pena godersi i disegni di Keck, in un bianco e nero denso e a tratti suggestivo nella rappresentazione della Gotham apocalittica, mentre la padronanza delle espressioni facciali aggiunge verve satirica e assicura grosse risate. E tuttavia alla fine rimane una sensazione di amarezza, forse perché, pur nell’irrealtà dei personaggi, dei luoghi e delle situazioni, non è poi così difficile identificarsi con la disperazione esistenziale di quel Batman lì.

“M” e “N” di Andrew White

Andrew White è un cartoonist statunitense che da qualche anno continua a pubblicare con costanza e dedizione i suoi fumetti in autonomia o per piccole case editrici. Allievo della scuola di Frank Santoro nonché uno delle firme “critiche” dietro il magazine Comics Workbook, il giovane fumettista classe ’90 lavora spesso dietro costrizioni formali mai fini a se stesse ma utili per fare emergere i temi preferiti, creando una poetica intimista e riflessiva che guarda alla teoria della “griglia” fissa di Santoro e ai comics-as-poetry. Tra i suoi progetti ricordiamo per esempio While a Soft Fog Wanders, fumetto totalmente muto che lavora per associazioni di idee tra immagini di indiscutibile suggestione, il duetto letterario For Lives e Read and Erase incentrato sulla vita di Gertrude Stein, il recente All There Is ossia una fanzine che con testi, diagrammi e disegni esamina il Ganges di Kevin Huizenga. Diverse cose le trovate anche online sul suo sito internet, sul suo Tumblr e sulla piattaforma zco.mx, dove si può leggere per esempio il recente Reflections, ulteriore conferma di quanto White si interroghi come pochi altri su cosa significa fare fumetti.

Tra il 2016 e il 2017 White si è autoprodotto il dittico M e N, che ho trovato interessante tanto da decidere di portarlo in Italia distribuendolo attraverso il webshop di Just Indie Comics. Iniziamo dal primo albo del 2016, uno spillato di 44 pagine che contiene tre racconti brevi. Il primo è Clogged Drains, Forgotten Words, una storia della breve relazione tra due uomini, M appunto e Leo, i cui punti di vista vengono proposti a pagine alterne, seguendo una griglia di 12 vignette che lascia spazio ad alcune aperture rompendosi completamente nel finale. L’autore è qui bravissimo nel giustapporre le due prospettive, lasciando libero il lettore di identificarsi con la freddezza di M o con i sentimenti di Leo, prendendosi poi la responsabilità di non lasciare il finale aperto ma scegliendo nelle due tavole conclusive il punto di vista del personaggio più debole. Tutto funziona in questo breve ma intenso fumetto, a partire dai colori tenui pastello, che contribuiscono a rendere indefiniti i contorni di una vicenda ormai lontana nel tempo, fino al testo che spesso riempie intere vignette e che è denso delle suggestioni poetiche tipiche dei fumetti di White, dotato di una prosa secca e senza fronzoli capace di trasmettere emozioni.

La successiva Timeline cambia registro raccontando la vita di un uomo “che galleggia attraverso gli anni, evitando le emozioni per alleggerire il suo peso” in sole 15 tavole caratterizzate da un approccio stilistico del tutto diverso, la pagina utilizzata per disporvi liberamente finestre colorate e linee bianche, una scelta formale ancora mirata ma stavolta lontana da regole troppo stringenti.

Terzo racconto, A Long List of Good Reasons Why Not, e nuovo diverso approccio, una tendenza al caos e a volte allo scarabocchio che non ci si preoccupa di tenere a bada, utile per esprimere sentimenti contrastanti e soprattutto la difficoltà e la goffaggine nell’affrontare situazioni reali come ambientarsi in un nuovo contesto, cambiare lavoro, far accettare la propria omosessualità ai familiari. Nonostante le diverse scelte grafiche e stilistiche alla fine M è un lavoro coeso, anche grazie ai collegamenti tra i diversi episodi, con Leo che sembra quantomeno assomigliare al protagonista del secondo racconto e lo stesso M al centro del terzo insieme al collega e poi compagno Bernard.

La coppia M-Bernard è protagonista assoluta delle prime tre storie di N, gemello dell’albo precedente per pagine e formato. Difficile analizzare separatamente questo trittico, che approfondisce i temi del ritorno a casa, della famiglia, di quanto sia difficile rapportarsi e raccontarsi agli altri, a volte in maniera più metaforica – come nell’iniziale Nowhere – altre in modo più diretto, come accade in Not For Long, in cui l’incompiuto protagonista raggiunge finalmente una sorta di maturazione. Il cuore è ancor di più l’incapacità di parlare della propria omosessualità ai familiari, il tono è sempre sommesso, mai drammatico. La centrale Nightly è invece un intermezzo domestico che poco aggiunge al resto. Lo stile di queste tre storie è del tutto omogeneo, con vignette dallo sfondo monocolore che alternano verde, blu scuro e arancio con qualche variazione di tonalità.

La conclusiva Nine Billion Grains of Sand si discosta invece dal resto dell’albo utilizzando di nuovo colori pastello, linee sfocate e una griglia fissa di 2 x 3 vignette, proponendosi come gemella della prima storia di M anche nella tematica del confronto fra due personaggi e chiudendo dunque il cerchio. White sceglie di chiosare sui temi più che sulla semplice narrazione, facendoci assistere a un tentativo di ideale riscatto del personaggio deluso di Clogged Drains, Forgotten Words ma in uno scenario post-bellico, quasi astratto.

Nel complesso meno riuscito dell’albo precedente, anche per qualche passaggio a vuoto nella rappresentazione della figura umana (al momento un punto debole dell’autore, soprattutto quando decide di utilizzare un tratto più definito), N conferma comunque White come una delle voci più interessanti della scena nordamericana contemporanea, sia per contenuti che per la tenace volontà di perseguire la propria poetica al di fuori di ogni corrente e moda.

Il meglio del 2017 (forse)

Si sa che le liste di fine anno sono un esercizio stupido e i motivi sono molteplici e talmente scontati che non vale nemmeno la pena elencarli. Quest’anno avevo giurato di risparmiarmi questa simpatica tradizione ma, complice la febbre che mi ha preso a cavallo tra Natale e Capodanno, alla fine ho deciso che no, non potevo farne proprio a meno. Il mio principale rammarico è di non essere riuscito a leggere veramente tutto quello che avrei potuto e quindi ho probabilmente in libreria (o negli scatoloni, o nei cassetti della biancheria ma vabbè, questa è un’altra storia) albi o volumi ancora intonsi che avrebbero meritato di entrare in questa lista. Ma alla fine la vita va anche vissuta, non solo letta.

Dopo questa pillola di saggezza, e dopo aver ribadito come sempre che ogni lista di questo genere è innanzitutto condizionata dai pregiudizi di chi la fa (e nel mio caso dal fatto che l’86% dei fumetti che leggo sono americani), rompo il ghiaccio con due titoli decisamente fuori dal comune di due mostri sacri dei comics (e non solo), entrambi pubblicati da Fantagraphics Books. Gary Panter ha dato fine alla sua trilogia dantesca con un libro sul Paradiso che non vede però più protagonista Jimbo ma un hillbilly di nome Songy. Songy of Paradise è come i precedenti Jimbo’s Inferno e Jimbo in Purgatory un volume di grande formato ma poche pagine (si tratta di sole 32 tavole) che con illustrazioni ariose e quasi pulite per lo standard dell’autore coverizza il poema di John Milton Paradiso riconquistato. Un fumetto pazzo, apparentemente esile ma fortemente politico, che fa piazza pulita di ogni distinzione tra arte alta e bassa e dentro cui ci si perde con estrema facilità.

Altro libro che guarda oltre i confini del medium è Whatsa Paintoonist di Jerry Moriarty, sin dal titolo una fusione tra “painter” e “cartoonist”, come conferma l’alternanza tra pagine con grezzi disegni a inchiostro e splendidi dipinti a colori nella tradizione di Hopper e del realismo americano. Il volume è una sorta di testamento artistico e spirituale in cui il quasi 80enne Moriarty guarda ancora una volta alla sua storia personale e all’evento che più di tutti l’ha segnata, la morte del padre avvenuta quando il Nostro aveva soltanto 13 anni. Riletto insieme al volume del 2009 The Complete Jack Survives (raccolta delle strisce ironiche e al tempo stesso amare pubblicate su Raw negli anni ’80, purtroppo di difficile reperibilità), Whatsa Paintoonist risulta ancor più potente e fondamentale.

In un anno in cui le classifiche d’oltreoceano sono dominate da My Favorite Thing is Monsters di Emil Ferris, che personalmente mi ha lasciato più di qualche perplessità, scelgo piuttosto un’altra fumettista tra i primissimi nomi di questa lista: Everything is Flammable di Gabrielle Bell (Uncivilized Books) è uno dei suoi lavori migliori di sempre e racconta, con una maturità e una consapevolezza mai viste prima, il recente periodo in cui la protagonista-autrice si è dovuta relazionare costantemente alla madre. Una gradita conferma è Fante Bukowski Two di Noah Van Sciver (ancora Fantagraphics), molto più divertente del primo, a tratti esilarante, a volte anche profondo (ne avevo parlato brevemente qui).

Tra i tanti bei libri pubblicati da Koyama Press, ne spiccano a mio parere due: Anti-Gone di Connor Willumsen e Old Ground di Noel Freibert, che avevo letto in anteprima in pdf e di cui già vi dicevo qualcosa parlando dei 10 fumetti della Small Press Expo 2017. Se vi siete stufati di leggere sempre la stessa roba e cercate un po’ di cartooning originale qui lo troverete, con il primo dei due che in particolare riesce a sintetizzare le tendenze di tanto fumetto post-fantascientifico contemporaneo (quello, per capirci, di antologie come Mould Map #3, Dôme, Berserker o di etichette come Decadence Comics).

Oppure potreste rivolgervi all’olandese Michiel Budel e al suo Francine, di cui parlavo sempre in occasione della SPX. La raccolta delle sue “franzine” data alle stampe dall’americana Secret Acres è già un cult con la sua monella protagonista e le altrettanto dinoccolate amiche, intente a riempire le serratissime vignette di scherzi al di sopra ogni decenza, trovate assurde, stramberie metanarrative. Qualcosa di simile fa anche August Lipp nel suo Roopert, albetto uscito verso la fine dell’anno per Revival House Press, uno di quei fumetti pazzi che piacciono tanto a me, con personaggi cartoon apparentemente innocui che ne combinano di tutti i colori finendo per allagare la scuola in un fiume (letteralmente) di merda.

Altra novità di fine anno è Sunday #1, il nuovo comic-book di Olivier Schrauwen, primo capitolo del nuovo progetto del fumettista belga, che si propone questa volta di raccontare l’intera giornata del fantomatico cugino Thibault Schrauwen. Qui leggiamo soltanto cosa succede dalle 8.15 alle 10.15 quindi la strada è ancora lunga, ma già il livello è altissimo, con la solita incredibile abilità nel mettere in pagina i ghirigori mentali dei personaggi.

Mi rendo conto dalle mie scelte che preferisco sempre più i fumetti con una logica tutta loro, autoreferenziali, chiusi in se stessi. E allora come posso non citare Iceland di Yuichi Yokoyama, che Retrofit Comics ha meritevolmente proposto al pubblico americano? L’enigmatica storia ambientata tra i ghiacci crea suspense, costruisce mistero e regala un paio di sequenze cinematiche da ascrivere agli annali. Ah, per chiudere, dopo un giapponese, ecco un messicano, ossia Abraham Diaz, che quest’anno ha fatto anche una puntata in Italia. Tempo fa avevo parlato del suo Suicida, ora alcuni di quei fumetti, insieme ad altro materiale, sono stati pubblicati dalla spagnola Ediciones Valientes in Tonto, un volume bilingue pirotecnico per scelte grafiche e tipografiche, che rende giustizia agli sberleffi underground e alle linee impazzite dell’autore.

Veniamo adesso alle antologie. La migliore dell’anno viene ancora dai francesi di Lagon, che se all’inizio del 2016 ci avevano deliziato con Dôme, nel gennaio scorso hanno fatto uscire Gouffre, 300 pagine di roba talmente bella che fate prima a vederla qui. Il 2017 ha segnato anche il debutto della nuova antologia della Fantagraphics, Now, il cui #1 ha mantenuto le promesse grazie a nomi noti e meno noti (per la cronaca i due lavori più significativi all’interno mi sembrano quelli di J.C. Menu e Noah Van Sciver). E speriamo che il livello qualitativo continui a crescere nei prossimi numeri, dato che nel 2018 dovremmo vederne ben tre.

Non so se possa essere considerato giusto mettere una raccolta di materiale pubblicato tra il 2015 e il 2016 in questa lista, ma The Best American Comics 2017 è per larghi tratti una vera bomba e il perché l’ho spiegato in questo post. A proposito di raccolte di materiale già pubblicato, la citazione è d’obbligo per l’operazione da vero archeologo del self-publishing messa in piedi da John Porcellino, che ha ristampato gli oscuri e ormai introvabili primi numeri della fanzine di Jenny Zervakis nel volume The Complete Strange Growths 1991-1997. Anche di questo avevo già parlato in un’apposita recensione. Archeologia transcontinentale è invece quella della New York Review Comics che ha recuperato i fumetti risalenti agli anni ’70 della francese Nicole Claveloux dandogli meritata pubblicazione oltreoceano. The Green Hand and Other Stories, con grafica e introduzione di Daniel Clowes, è particolarmente rilevante per la storia che gli dà il titolo, scritta dalla fumettista insieme a Edith Zha e pietra miliare del fumetto onirico/psichedelico/introspettivo.

Infine, come non citare Monograph di Chris Ware? Il volume formato gigante (ma davvero gigante, dato che pesa più di 3 kg ed è alto quasi 50 cm) è più un libro sui fumetti che un’antologia vera e propria ma va da sé che non può mancare nella collezione di qualsiasi appassionato di Ware con i suoi dietro le quinte, le riflessioni, gli inediti, gli sketch, le foto, gli estratti e addirittura gli inserti in formato mini-comic.

Siamo dunque arrivati a 17 fumetti e qui mi fermo, perchè 17 per il 2017 è perfetto per me che sono un amante della simmetria. Ma non è finita qui, perché il dovere mi impone di dare un’occhiata anche a quanto successo in Italia. Non sono un patriota né l’esperto numero uno dell’editoria nostrana quindi se dimentico qualcosa, cari amici in ascolto, abbiate pietà. E se c’è un’altra cosa di cui non sono esperto è il fumetto giapponese, ma su internet ognuno può dire la sua e quindi ne approfitto per dichiarare che l’evento editoriale dell’anno è stata la pubblicazione da parte di Canicola de L’uomo senza talento di Yoshiharu Tsuge, semplicemente un capolavoro del fumetto di sempre. Punto. Altre due operazioni editoriali degne di nota sono state poi le traduzioni di due fumetti che erano nei miei Best Of degli anni passati (rispettivamente 2014 e 2015) e a cui ho dedicato più di qualche riflessione da queste parti, ossia I dilettanti di Conor Stechschulte portato in Italia da 001 Edizioni e Colville di Steven Gilbert pubblicato da Coconino Press. Già dovreste sapere tutto ma ai più disattenti segnalo l’intervista a Stechschulte pubblicata in occasione della sua mostra al BilBOlbul di quest’anno, la recensione di Colville scritta a suo tempo da Ratigher su queste pagine e l’intervista a Gilbert che di recente ho tradotto in italiano. Se non li avete ancora letti, prima pentitevi e poi correte in edicola. E a proposito di BilBOlbul, a Bologna quest’anno c’era anche una ricchissima mostra dedicata al belga Eric Lambé, autore insieme a Philippe de Pierpont di Paesaggio dopo la battaglia, libro che sembra nelle premesse eccessivamente melodrammatico (cosa che spesso mi tiene a debita distanza) ma che invece traduce la tensione in un paesaggio interiore di indiscutibile bellezza, profondità e simbolico mistero, risultando tutt’altro che scontato e consolatorio. Da non perdere, sperando che sia il primo di tanti libri Frémok ad arrivare qui da noi, perché se c’è un editore che ha spinto il fumetto europeo oltre i suoi limiti è senz’altro questo (va detto a onor di cronaca che Paysage era una coproduzione con Actes Sud).

Sempre Coconino, che difficilmente poteva iniziare meglio il suo nuovo corso editoriale, ha dato luogo a un paio di operazioni di recupero davvero notevoli, prima ristampando, con l’aggiunta di inediti mai visti in Italia, le Storie di David Mazzucchelli risalenti ai tempi di Rubber Blanket (e una raccolta del genere non ce l’hanno nemmeno negli USA), poi portando finalmente da noi Patrice Killoffer con 676 apparizioni di Killoffer, che qui definivo “un viaggio dentro la paranoia, la misoginia e le ossessioni del protagonista rappresentato con un susseguirsi di trovate grafiche geniali”.

Visto che siamo in tema di recuperi, come non citare anche il primo volume dell’American Flagg! di Howard Chaykin, che torna in Italia dopo la prima pubblicazione sulla storica All American Comics della Comic Art? Se pensate che Frank Miller con The Dark Knight Returns si sia inventato tutto ma proprio tutto tutto, guardate e leggete questa roba qui e poi ne riparliamo. Ah, certo, la carta scelta da Editoriale Cosmo per l’edizione non è il massimo e il volume dopo un po’ sembra il mare della California ma vabbè, devo dire che si è visto di peggio. E’ invece un’edizione identica all’originale quella di Oblomov per Quimby The Mouse di Chris Ware, che raccoglie materiale dei primi anni ’90 tratto da Acme Novelty Library e da altre pubblicazioni in cui l’autore unisce la solita passione per introduzioni magniloquenti, colophon interminabili e false pubblicità con memorie di infanzia e riletture di genere, utilizzando uno stile ripreso per lo più dalle strip alla Krazy Kat ed elevato a pura ingegneria a fumetti. Peccato per qualche refuso di troppo, che non compromette la lettura ma che comunque sarebbe stato meglio evitare in un’edizione di tale pregio.

Ok, mi rendo conto di non aver scelto nemmeno un titolo di autori italiani ma non è stato a mio parere un grande anno per le opere made in Italy, o forse sono io che in quasi tutte quelle che ho letto ho trovato motivi di insoddisfazione. Due per me sono nettamente una spanna sopra le altre, e si distinguono per aver scelto modi altri per raccontare una storia, al di fuori di ogni tentazione di linearità (e a volte banalità). The Rust Kingdom di Spugna, edito da Hollow Press e già segnalato tra i 10 fumetti di Lucca Comics, è una potente mazzata in stile cartoon underground in cui l’autore si fa strada tra pezzi di carne maciullata per costruire un’avvincente trama post-fantasy con tanto di colpo di scena finale.

Cry Me a River di Alice Socal, edito da Coconino, è a sua volta un libro chiuso in se stesso, che si concentra però non sui corpi ma sulle emozioni dei protagonisti, una coppia colta nel momento della fine dell’amore. La sofferenza e le lacrime si trasformano in splendidi e visionari disegni, in un’opera che ci ricorda quello che si può fare con il fumetto. E a questo punto è tutto, buon 2018 e saluti a casa.

“The Best American Comics 2017”

Saltata la recensione del volume dello scorso anno, torno a occuparmi su queste pagine di The Best American Comics, la serie edita da Houghton Mifflin Harcourt di cui ho già parlato in questo post a proposito dell’edizione 2015. Se non sapete di cosa si tratta, vi rimando appunto all’articolo di due anni fa per una spiegazione dettagliata del progetto. Qui mi limito a dirvi brevemente che la collana è sempre coordinata da Bill Kartalopoulos, che l’editor di quest’anno è Ben Katchor e che questo sostanzioso hardcover di quasi 400 pagine riunisce, secondo la visione dei curatori, i migliori fumetti di cartoonist americani che hanno visto la luce – in forme e modi differenti – tra il primo settembre 2015 e il 31 agosto 2016. Sì, perché non si tratta solo di fumetti cartacei, dato che The Best American Comics guarda anche al mondo del web e, soprattutto, a quello dell’arte, sviluppando ancor più che in passato – a quanto sembra per precisa volontà di Katchor – quel filone dei paracomics di cui fanno parte opere con la sembianza di fumetti ma destinate ad altro tipo di fruizione. Se aggiungiamo che i lavori selezionati snobbano in toto le major dell’editoria (non c’è nemmeno una pagina di un prodotto Marvel, Dc, Image ecc.) e sono spesso tratti da riviste, mini di difficile reperibilità o fanzine autoprodotte, viene fuori che il volume non è solo l’occasione per fare i conti con lo stato del fumetto americano oggi, ma anche un modo per conoscere nuovo materiale per chi quel tipo di fumetto lì lo segue abitualmente. Ed è apprezzabile che un prodotto del genere arrivi in pompa magna sugli scaffali delle librerie generaliste, portando agli occhi del grande pubblico contenuti particolari, sperimentali, bizzarri che diventano nella loro alterità un inno alla libertà di espressione e di pensiero, come ricordano l’introduzione di Kartalopoulos e l’amaramente post-orwelliana copertina di Matthew Thurber.

Tra i nomi di questo The Best American Comics 2017 ci sono mostri sacri del fumetto americano (Gary Panter, Kim Deitch, Joe Sacco, Bill Griffith), autori più giovani dei precedenti ma ormai ben noti al grande pubblico (Ed Piskor, Michael DeForge, Gabrielle Bell, Patrick Kyle, Matthew Thurber), fumettisti di nicchia ma con una storia editoriale già alle spalle (Sam Alden, Conor Stechschulte, Josh Bayer), cartoonist che vengono dal mondo dell’autoproduzione (Mike Taylor, Lale Westvind, John Hankiewicz), nuove promesse (Sienna Cittadino, Sami Alwani, Laura Pallmall), artisti che hanno esposto in gallerie o spazi culturali (Gerone Spruill, Oscar Azmitia, William Tyler). Difficili citarli tutti, perché i nomi coinvolti sono veramente tanti, così mi limito a fare una veloce rassegna dei miei lavori preferiti tra quelli pubblicati.

Gary Panter, The Future of Art 25 Years Hence – Un fumetto di Gary Panter che sarà sfuggito ai più, otto pagine a colori tratte dal #181 dell’antologia frieze. Una riflessione sull’arte, il reale, il virtuale, l’analogico, il digitale e molto altro ancora, resa sotto forma di dialogo tra tre personaggi “storti”.

Deb Sokolow, Willem de Kooning. – Ispirata da una serie di aneddoti su De Kooning, quest’opera pubblicata dall’artista chicagoana in un’edizione limitata di sole tre copie unisce didascalie e diagrammi dando vita a un interessante esempio di fumetto astratto.

Lale Westvind, The Kanibul Ball – Pur non rappresentando la migliore uscita della serie, Kramers Ergot #9 conteneva materiale di ottima fattura ed è qui presente con ben tre estratti. Tra questi è doveroso segnalare The Kanibul Ball, un rituale rappresentato da Lale Westvind con colori caldi e sequenze psichedeliche.

Oscar Azmitia, Good Haven High – Azmitia ha la sindrome di Asperger, è cresciuto in un contesto fortemente religioso e realizza questi gustosi quadri naif con episodi tratti dalla vita scolastica.

Mike Taylor, Ranchero – Da anni autore della fanzine Late Era Clash, Mike Taylor disegna con le sue linee generose ed elaborate le vicissitudini di due ragazze adolescenti in una piccola cittadina della Florida, tra magliette dei Metallica, centri commerciali, le attenzioni dei ragazzi più grandi e quelle – non richieste – dei genitori.

Matthew Thurber, Kill Thurber – Altra storia dall’ultimo Kramers Ergot. Thurber divide la pagina alternando due diversi piani temporali ma solo alla fine si capisce ciò che sta succedendo… Geniale, prende spunto dall’omonimia tra l’autore di 1-800-MICE e James Grover Thurber.

Sam Alden, Test of Loyalty – Da prolificissimo autore di fumetti on line e cartacei, Alden ha negli ultimi anni centellinato le sue produzioni a causa dell’esperienza ad Adventure Time. Vista sul sito Hazlitt ma con le matite – stavolta colorate – sempre al loro posto, Test of Loyalty è una storia futuristica ma non troppo su un’operatrice cinematografica rimasta senza permesso di soggiorno.

Conor Stechschulte, Generous Bosom #2 (Excerpt) – In ogni volume di The Best American Comics è immancabile qualche estratto da opere lunghe, soluzione che poco lascia al lettore ma che è a conti fatti inevitabile. Questo brano di Stechschulte, un flashback tratto dal secondo (e al momento ancora ultimo) numero della sua serie Breakdown Press, fa il suo effetto anche fuori dal contesto originale.

Sami Alwani, The Dead Father – Tredici pagine in cui uno stile da illustrazione per bambini diventa inquietante fino a sintonizzarsi con un testo denso, complesso e sfaccettato, capace di raccontare un rapporto padre-figlio e una vita intera. Un “grande romanzo americano” da leggere e rileggere.

Laura Pallmall, Picaresque – Realizzato per la Comics Workbook Composition Competition 2015, Picaresque mette in scena le squallide vicissitudini di un balordo qualsiasi in un sobborgo come tanti altri. La rigida griglia di nove vignette per pagina non riesce a contenere né la grezza spontaneità delle matite né il male di vivere dei personaggi.

The Complete Strange Growths 1991-1997

Tra la pubblicazione dei primi numeri di Eightball, il debutto dell’Hate di Peter Bagge, la nascita della Drawn and Quarterly con il lancio di serie regolari a firma di autori come Seth, Chester Brown e Joe Matt, il periodo a cavallo degli anni ’80 e ’90 ha segnato una notevole rivoluzione per il fumetto nord-americano, trasformando definitivamente il concetto di fumetto “underground” e “indipendente” come era concepito fino a quel momento. Innanzitutto le storie di questi cartoonist si proponevano con un linguaggio nuovo e meno autoreferenziale rispetto al passato a un pubblico più vasto, e in secondo luogo alcuni di questi autori uscivano dagli schemi abituali del fumetto “alternativo” come veicolo di contenuti esclusivamente anticonvenzionali, sarcastici, iconoclasti, provocatori. Se la qualità di quel materiale rimane uno dei vertici raggiunti dal fumetto nei suoi tanti anni di storia (almeno dal limitato punto di vista di uno che quella “roba” ha cominciato a leggerla in piena adolescenza, rimanendone irrimediabilmente colpito), è doveroso dire che gli autori citati in precedenza non erano gli unici a portare nuova linfa nel panorama del fumetto a stelle e strisce. Sotto, nel più profondo dei mondi della micro-editoria di cui in Italia poco si sapeva nell’epoca pre-internet – a meno di non incappare in una pubblicità o addirittura in una recensione su The Comics Journal – si muovevano una serie di autori misconosciuti che consapevoli della rivoluzione del do it yourself applicavano i principi produttivi del punk alle loro esigenze, dando vita alla cosiddetta “zine revolution”. Tra questi una delle prime fu Jenny Zervakis, chicagoana di origini greche che nel 1991 cominciò a autoprodursi la fanzine Strange Growths, “strana” come il titolo suggerisce per il modo in cui mette in pagina senza mediazioni racconti autobiografici, aneddoti raccolti sull’autobus, poesie scritte a macchina, ritratti degli abitanti del quartiere, dettagliate descrizioni di sogni, diari di viaggio, riflessioni, saggi in forma di fumetto, disegni di animali, piante, giardini. Il tutto rappresentato con uno stile che definire scarno è poco, dato che la bozza, l’approssimazione, la semplicità erano conseguenze dirette dell’urgenza espressiva, e la ricerca della perfezione formale o della bellezza semplicemente non interessava.

Dei primi 13 numeri di Strange Growths è uscita da poco una raccolta assemblata da John Porcellino e pubblicata dalla sua Spit and a Half, prima opera di un altro autore che esce per l’etichetta (e distribuzione) dell’autore di King-Cat Comics. La scelta non è casuale, perché la Zervakis è stata una fonte di ispirazione per Porcellino e per tutto il movimento dei comics as poetry. “I suoi fumetti sembravano come una trasmissione da un altro pianeta – scrive l’editore nella sua introduzione al volume – un mondo di ironica compostezza, suggestione poetica, raffinata capacità di osservazione, a volte caldi e altre freddi, oppure tutte e due le cose insieme. Forse non c’è bisogno di dirlo, ma per chi non conosce i fumetti che venivano pubblicati in quegli anni, non c’era niente di simile. Mentre la gran parte dei fumetti “alternativi” dell’epoca erano chiassosi e sarcastici, quelli di Jenny erano calorosi, emozionanti, sinceri e sorprendentemente complessi”. “Jenny Zervakis – aggiunge Rob Clough nell’intervista all’autrice che chiude la raccolta – è nata nel 1967 nel West Side di Chicago, e fa parte di una generazione di artisti che reagì alla prima ondata di cartoonist alternativi dell’inizio degli anni ’80, oltre che di una cultura legata al punk, alle fanzine e al do it yourself che è esplosa con la nascita del desktop publishing. Le sue attente riflessioni e la propensione a rappresentare l’immobilità sulla pagina furono tra i primi esempi di comics-as-poetry”.

Come accennato, nel volume troviamo tutto il ventaglio dell’offerta della Zervakis, che alla molteplicità degli argomenti e dei toni unisce varietà nella composizione della pagina e nella costruzione dei diversi pezzi. Le storie non sono mai banali né ripetitive, anzi esprimono voglia di sperimentare e curiosità nelle mille possibilità del medium. I testi ricchi di passaggi poetici e di consapevolezza letteraria fanno capire chiaramente che la Zervakis è più scrittrice che disegnatrice, ma sua è anche una notevole capacità di mettere in scena inquadrature e soluzioni stilistiche “sorprendentemente complesse”, come scriveva Porcellino nell’introduzione, oltreché di regalarci alcune tavole più dettagliate e intense delle altre, soprattutto quando la natura diventa la vera protagonista della rappresentazione. I risultati migliori sono raggiunti quando il particolare, apparentemente insignificante, diventa occasione di riflettere sull’universale, catturando la poesia e anche la complessità delle piccole cose con una scrittura lirica, pregnante, emozionante: Passing Time è il ritratto di una donna anziana intenta a lavorare a maglia (She sits knitting as if she is done living her life and instead pours herself out, stitch by stitch, into some future generation / She has grown her hair, plaited on her head, past any usefulness, past admiration of its beauty to the sheer oddity of persistence), in Silent Passenger una coppia torna a casa di notte mentre la donna (con tutta probabilità la Zervakis stessa) viene colta contemporaneamente da meraviglia e insicurezza (Coming home it was 2 AM beautiful / Someone’s singing / It’s only humans that make music for the sheer joy, the need of it, maybe so / I wish I could seduce you, all over again), Chuparrosa guarda al mondo animale per riflettere sulla vita umana (Sometimes I feel there is a world beyond our petty concerns / While I sit, consumed with my thoughts and worries, birds fly overhead through the rows of backyards). The Complete Strange Growths non è soltanto un pezzo di storia del fumetto autoprodotto statunitense ma anche una lettura appassionante, uno sguardo su un mondo intimo e personale capace di trascende la cronaca del quotidiano per emozionare ancora, a distanza di oltre vent’anni.

Misunderstanding Comics #9

Iniziamo questa nuova puntata dell’usuale ma aperiodica rubrica di segnalazioni varie con Steam Clean, un volumetto brossurato di 84 pagine a firma Laura Ķeniņš, cartoonist metà lettone e metà canadese di cui avevo già segnalato l’ottimo mini-kuš! #42 Alien Beings. Con questa nuova uscita, stavolta targata Retrofit Comics, la Ķeniņš conferma quanto di buono fatto vedere in precedenza, trasformando una situazione apparentemente ordinaria come una sauna tra donne in una meditazione sull’identità di genere, la sessualità, i rapporti interpersonali, il conflitto tra tradizione e modernità.

La rappresentazione tutta colori pastello dell’ambiente nordico e la regolarità quasi schematica delle vignette restituiscono un’atmosfera rilassata, in cui sembra di percepire con le nostre orecchie il silenzio di sottofondo. E neanche i dialoghi fitti rompono questa sensazione di pace, inalterata persino quando si esplicitano tensioni nascoste ed emerge un’aura di sovrannaturale mistero, con un’apparizione divina e spiriti dai contorni naif che aleggiano tra i fumi del vapore. La Ķeniņš propone ancora una volta un cartooning consapevole, rigoroso e maturo, capace come pochi di raccontare personaggi in una fase di transizione. E anche di farci sentire lassù, in quella sauna tra i boschi.

Se il volumetto della Ķeniņš sembra ricordare i film del norvegese Bent Hamer, il secondo numero dell’antologia-libro Mirror Mirror edita da 2d Cloud guarda a tutt’altro immaginario cinematografico, come la presenza di alcuni contributi a firma Clive Barker lascia intuire. Sotto la cura congiunta di Sean T. Collins e Julia Gfrorer, il volume mette in fila 230 pagine di fumetti e illustrazioni incentrate su un’idea di orrore legata al quotidiano, al corpo e infine alla pornografia. Eccellenti premesse dunque anche se l’antologia è appunto… un’antologia, con i suoi alti e i suoi bassi, e una buona metà dei lavori che risultano piuttosto ordinari, per niente disturbanti né trasgressivi come lascerebbe intendere il progetto, nel complesso troppo pretenzioso rispetto a quanto proposto. Nonostante ciò, di cose buone qui dentro ce ne sono eccome, per esempio il solito subdolo horror delle meschinità umane a firma Josh Simmons – particolarmente a suo agio con i campi lunghi, quasi a sottolineare anche graficamente l’abituale distanza emotiva – oppure Black Flame, un racconto in cui ritroviamo la Megg di Simon Hanselmann alle prese con il suo “lato oscuro” e che è l’occasione per vedere l’autore australiano confrontarsi al tempo stesso con testi altrui (Sean T. Collins) e con un bianco e nero massimalista fatto di pennellate ben più corpose del solito. Al Columbia (con i suoi Pim & Francie), Uno Moralez, Noel Freibert e Dame Darcy danno a loro volta un notevole contributo, pur attingendo ispirazione al loro rispettivo e usuale canone.

E veniamo a una nostra vecchia conoscenza, cioè Noah Van Sciver, che è tornato di recente al suo personaggio Fante Bukowski pubblicando per Fantagraphics il secondo capitolo delle sue avventure, séguito del debutto del 2015 tradotto in Italia da Coconino. Come lascia intendere lo pseudonimo che si è scelto, il protagonista è uno “scrittore” che vive nelle camere di hotel e usa ancora la matita o al massimo la macchina da scrivere, va con le prostitute e beve solo per darsi un tono. Fante non ha nessuna voglia di scrivere e soprattutto non ha talento: la sua missione è raggiungere lo status di artista, essere amato e invidiato dagli altri come lui invidia i “colleghi” che ce l’hanno fatta. Se la prima uscita originale ricalcava il formato romanzo tascabile, la seconda amplia i centimetri e sceglie una grafica retrò in odore di anni ’60, mutuata dall’edizione Black Sparrow Press di Factotum.

Ma soprattutto se nella prima parte si sorrideva, in questa si ride di gusto, e a me è sembrato di non divertirmi così tanto dai tempi dell’Hate di Peter Bagge, pietra miliare dei comics anni ’90 uscita sempre per Fantagraphics. Vi anticipo solo qualche gag iniziale per non rovinarvi troppo la lettura, come quella in cui Fante rompe una matita in due perché è “troppo gialla” e non riesce a concentrarsi sulla scrittura. E il capitolo in cui decide di pubblicarsi una fanzine di poesia (“Sì, sarò l’editor! Sarò il boss! Accetterò tutte le mie proposte!”) è esilarante. Il trasferimento del protagonista da Denver a Columbus sembra anche autobiografico, ma poi a un certo punto ecco spuntare l’autore in carne e ossa, vittima di una divertentissima auto-parodia, nonché rivale in amore di Fante. Sullo sfondo, e neanche troppo, si muovono riflessioni sulla scrittura, il successo, l’ambizione e la vanità che non lasciano affatto il tempo che trovano, rendendo questo Fante Bukowski Two una delle migliori prove a firma Van Sciver.

Quando viveva a Denver, Van Sciver lavorava da Kilgore Books, negozio di libri e fumetti che è anche una small press dedita alla stampa di mini-comics e non solo. Prodotto di punta è il Kilgore Quarterly, antologia tutt’altro che quadrimestrale uscita di recente con un settimo numero molto più ricco del solito, nascosto dietro a una bella copertina di Jason (rilettura di Le Mal du Pays di Magritte) e come sempre a cura del padrone di casa Dan Stafford.

Il volumetto, che propone in parte storie già pubblicate altrove o di prossima pubblicazione, si apre con Dappled Light di Summer Pierre, una storia di 5 pagine leggera e al tempo stesso malinconica, ritratto autobiografico di una bambina che grazie al fumetto può finalmente rifugiarsi, in senso letterale, nel mondo dei vecchi telefilm. Si prosegue con la solita intervista scritta a mano (vezzo di Stafford da sempre, come testimonia la raccolta I Hope This Finds You Well con interviste a Crumb, Tomine, Bagge ma anche a Ian MacKaye, Doug Martsch, Dan Fante e altri) al cover artist Jason e si raggiunge l’apice con Steve McQueen Has Vanished, storia “vera” della sparizione dell’attore raccontata con il solito dettagliatissimo stile da Tim Lane, anticipazione del prossimo lavoro dell’autore di Happy Hour in America e The Lonesome Go. Dopo una inaspettata quanto sintetica chiacchierata con Grace Slick, si passa a un più canonico ma validissimo pezzo underground di Joseph Remnant, tra sfighe quotidiane e ricerca dell’amor perduto, dunque ecco Sam Spina con quattro divertentissime pagine metanarrative che vedono il suo alter-ego pesce alle prese con app e sesso occasionale, e infine la riproposizione di un fumetto di Leslie Stein, The Desk, già uscito in formato mini per Oily Comics e forse il contributo meno significativo del lotto. La terza di copertina è dedicata a qualche nota autobiografica nel solco della più piacevole tradizione del self-publishing a stelle e strisce, a ricordarci che di antologie così curate e con un feeling do it yourself ne vorremmo ancora e ancora.

Misunderstanding Comics #8

In questo nuovo appuntamento con la solita rubrica di segnalazioni varie recupero un po’ di albi usciti tra fine 2016 e inizio 2017 di cui non sono riuscito ancora a parlare.

NOTA: Alcuni di questi fumetti potrebbero essere in vendita nel negozio on line di Just Indie Comics. In questo caso il link sul titolo vi porterà direttamente alla relativa pagina del negozio. I miei giudizi cercheranno di essere comunque obiettivi, ammesso che ciò sia possibile. Buona lettura. 

Parto a razzo con la prima uscita della linea All Time Comics della Fantagraphics, in cui cartoonist contemporanei come Josh Bayer (curatore del progetto), Benjamin Marra e Noah Van Sciver si uniscono a colonne della Marvel anni ’70-’80 come il compianto HCrime Destroyererb Trimpe e Al Milgrom per creare una serie di albi ambientati in un fantomatico universo fumettistico. Qui avevo già detto qualcosa a proposito. Nel frattempo mi è finalmente arrivato questo Crime Destroyer, un albo storico se si pensa che è l’ultimo fumetto realizzato da Trimpe (inchiostrato da Marra) prima della sua scomparsa. La storia, a firma Josh Bayer, racconta di un reduce di guerra che decide di combattere il crimine mettendosi un costume con due pugni giganti sulle spalle e che beve tè mentre si informa sul rapimento di una giovane ragazza da parte di deformi abitanti dei tunnel della metropolitana. Tutte facezie che erano all’ordine del giorno nei fumetti Marvel di quarant’anni fa e che ritroviamo in quello che vuole deliberatamente essere un qualsiasi numero di una qualsiasi serie di supereroi dell’epoca. L’aderenza al modello è totale e se vi aspettavate trasgressione o un po’ di violenza in più perché siamo nel 2017 e pubblica Fantagraphics no, non c’è neanche quella. Persino la carta, i colori e il lettering (a opera dello storico letterista Marvel Rick Parker) riprendono lo stile degli anni che furono. Vi piacerà o no? Dipende se siete o siete stati fan del genere. Io ovviamente sì e per me è una goduria assoluta avere tra le mani la riproduzione esatta dei fumetti che mi hanno fatto veramente innamorare di questa forma d’arte. Per il resto la storia di Crime Destroyer è piuttosto esile e pretestuosa ma magari dalle prossime uscite (in programma più o meno mensilmente) si vedrà anche qualcosa di più. E il sottotesto politico, a sua volta in tono con certe produzioni supereroistiche anni ’70, lascia ben sperare.

Proseguiamo questa rassegna con un paio di albi targati Retrofit Comics, a partire da Our Mother di Luke Howard, per me una delle più belle sorprese degli ultimi tempi, una storia su una madre con disturbi our mother luke howardd’ansia e attacchi di panico declinata in modo metaforico e tutt’altro che diretto. Non c’è un vero e proprio dramma in queste pagine né dettagli autobiografici ma piuttosto una serie di storie che raccontano, si interrompono e riprendono, a volte omettendo passaggi ed episodi. Si inizia con due genitori che assoldano un losco figuro dandogli l’incarico di procurare qualche tipo di disordine alla figlia in nome di un’oscura tradizione di famiglia e si prosegue con sconosciuti che si materializzano nel salotto di casa, avventure fantasy, robot, lovers in the garden anya davidsonanimali da laboratorio e altro ancora. Howard, già visto all’opera con Talk Dirty to Me pubblicato da Adhouse Books, si conferma come una delle migliori voci uscite dal Center for Cartoon Studies e non solo, consegnandoci un albo perfetto per narrazione e anche ricerca stilistica, molto vario nel segno e nell’utilizzo delle tecniche narrative. Peccato averlo letto soltanto a 2017 iniziato da un pezzo perché sarebbe entrato di diritto nella mia lista dei migliori fumetti del 2016. Ma tanto chissenefrega delle maledette liste. Sempre da Retrofit arriva la più recente fatica di Anya Davidson, cartoonist chicagoana già nota per School Spirit uscito per PictureBox e per il più recente Band for Life pubblicato da Fantagraphics. Albetto brossurato di dimensioni anche importanti (64 pagine), Lovers in the Garden è ambientato a New York nel 1975 e sviluppa a ritmo incalzante una trama che potrebbe essere uscita da un film di quegli anni o anche di Tarantino, Jackie Brown in primis. Traffici di droga, reduci del Vietnam, giornalisti, doppi giochi e sparatorie sono gli ingredienti di quella che potrebbe sembrare una classica gangster story e che invece è innanzitutto il racconto dell’amicizia tra due uomini. Lo stile della Davidson fa il resto e unendo l’uso delle matite colorate a una linea rigida e legnosa rende alla perfezione il passaggio dalla psichedelia al punk che stava avvenendo in quegli anni.

Pubblicato da un’altra casa editrice statunitense, la Hic & HocFoggy Notions è un albo di 36 pagine in bianco e nero in cui l’autrice November Garcia utilizza una linea scarna, pagine costruite in modo banale e un lettering goffo e ingombrante per raccontare vicende poco significative e neanche troppo divertenti, tra lavori sfigati, vita di quartiere, malintesi con le forze dell’ordine.foggy notions november garcia Insomma, Foggy Notions è un fumetto fantastico, di quelli che leggerei e rileggerei senza mai stancarmi, soprattutto grazie alla capacità dell’autrice di raccontare con scorrevolezza, acume e disincanto il suo quotidiano. Ciò che lo differenzia da produzioni simili ma meno riuscite è la capacità di creare uno stile proprio e ben definito, in cui tutto è al proprio posto, e di portarlo avanti fino alla fine con la convinzione che solo i testardi sono in grado di avere. E poi la faccia sempre perplessa e disorientata della protagonista, con quegli occhi grandi e la bocca segnata dalle smorfie, valgono da soli il prezzo del biglietto. Altra recente uscita di Hic & Hoc è Dad’s Weekend di Pete Toms, cartoonist californiano che unisce la sua linea pulita e dad's weekend pete tomsordinata a colori piatti e tenui. Ne viene fuori uno stile algido, perfetto accompagnamento per il clima di costante paranoia che si respira nei suoi fumetti. Whitney è un’adolescente che deve passare un fine settimana con il padre, fissato con le sette e le teorie della cospirazione. Quando un suo amico scompare misteriosamente, l’uomo coinvolge la figlia in una ricerca che ben presto diventa un viaggio nella sua malattia mentale, in un’escalation di disagio e imbarazzo. O forse ci sono davvero di mezzo Venusiani e Rettiliani? Coeso e lucido come capita di vedere poche volte, Dad’s Weekend fa categoria a parte in un mondo dei fumetti in cui spesso storie di questo genere si risolvono con una strizzata d’occhio e un sorrisetto furbo al lettore. Lo sguardo di Toms è invece serio e deciso, fino al punto da risultare drammatico. Peccato per i troppi e inflazionati riferimenti al mondo dei social network, ma forse il problema è mio che mi piacciono le cose in cui si vedono ancora i telefoni a disco.

Realizzato per il corso Comics, Emotional Directness and Self-Doubt tenutosi nella primavera del 2016 presso la School of the Art Institute of Chicago, The Fence è l’ultimo mini-comic di Conor Stechschulte, autore di The Amateurs, Generous Bosom e Christmas in Prison, di cui gli affezionati lettori di Just Indithe fence conor stechschultee Comics dovrebbero sapere abbastanza. Si tratta di sole 8 pagine realizzate con l’acquerello che non si discostano da quanto visto finora, sia per contenuti (ancora il controllo, un futuro indefinito, la natura e l’acqua) che per scelte stilistiche (e in questo senso l’opera più vicina è senz’altro Glancing, di cui avevo detto brevemente in questo Best of 2014). Ma non c’è da stupirsi, perché ogni opera di Stechschulte richiama le altre, in un gioco di riferimenti e autocitazioni che non è mai noioso ma va a costruire un mondo e una poetica. Non vi rivelo altro perché la storia è brevissima e se vi capiterà di leggerla è bene che lo facciate senza avere preconcetti, per cui mi limito a dirvi che ci sono degli uomini costretti a lavorare tutto il giorno, paesaggi incontaminati, un recinto che è impossibile superare e… apparizioni. Stechschulte continua a parlare un linguaggio misterioso, irrazionale e intuitivo, in cui non tutto è perfettamente intellegibile ma in cui niente è fine a se stesso.

Chiudo segnalandovi due nuove uscite di Steven Gilbert, cartoonist canadese a cui ho dedicato quasi un anno fa una lunga intervista e che ora dopo anni di autoproduzione sotterranea sta per pubblicare il suo primo fumetto ufficiale con l’edizione italiana di Colville, in uscita per Coconino. E proprio a Colville guarda Riverdale, mini di sole otto pagine in cui Gilbert rilegge la sua opera principale come se fosse un fumetto della Archie Comics, cambiandone ambientazione e personaggi. Ne viene fuori una divertente auto-parodia che decostruisce le vicende del modello originale con sintesi a dir poco estrema. Port Stanley segna invece il ritorno del nostro allo stile e ai personaggi dei suoi primi rarissimi fuport stanleymetti come I Had a Dream e Gardenback. Mini-comic di 40 pagine in bianco e nero quasi completamente muto (c’è un solo balloon con la domanda “Up?”), segue gli spostamenti nello spazio di una figura spesso indefinita, intenta a saltare, correre, guardarsi intorno. Sembra un fumetto sperimentale degli anni Zero ma in realtà Gilbert queste cose le faceva già da prima, infischiandosene di trama, coerenza narrativa, contenuto. Ed è bello vederlo tornare a quelle atmosfere e farci così assistere a un ritorno a casa del suo protagonista, come se fosse finalmente l’ora della liberazione dopo anni di vagabondaggi, di torture e infine di limbo dovuto alla lunga inattività del suo demiurgo. Che ci sia tra le righe qualche riferimento autobiografico, vista la lunga pausa di Gilbert e il suo ritorno in pianta stabile alla produzione fumettistica? Difficile rispondere, ma a confermare il nuovo slancio creativo del cartoonist canadese c’è anche l’uscita del secondo volume di The Journal of Main Street Secret Lodge, che unisce illustrazioni, testi e storie a fumetti a tema Newmarket, la cittadina dell’Ontario in cui Gilbert vive e gestisce il suo comic shop. Niente male per uno che sembrava aver messo definitivamente la matita nel cassetto.

Misunderstanding Comics #7

Riprendo questa rubrica di recensioni brevissime per lettori che non devono chiedere mai recuperando con estrema velocità tre fumetti italiani usciti negli ultimi mesi e di cui non sono ancora riuscito a parlare.

NOTA: Alcuni di questi fumetti potrebbero essere in vendita nel negozio on line di Just Indie Comics. In questo caso il link sul titolo vi porterà direttamente alla relativa pagina del negozio. I miei giudizi cercheranno di essere comunque obiettivi, ammesso che ciò sia possibile. Buona lettura. 

Inizio senza troppe esitazioni con Shhh!, terzo volume della serie B Comics edita da Ifix per la cura di Maurizio Ceccato. Come i precedenti Crack! e Gnam!, di cui probabilmente saprete già tutto, raccoglie storie brevi di autori esordienti o quasi, che in alcuni casi si cimentano con il fumetto pur provenendo da altri ambiti. Al di là dell’estetica, che mescola stili e tendenze offrendosi come uno zibaldone del disegno narrativo contemporaneo, a stupire è la facilità di lettura di contributi che, come suggerisce il titolo, sono interamente muti. Raccontare una storia senza l’uso di parole è una delle sfide più complicate per un fumettista e non è facile riuscirci per chi è ancora alle prime armi. E invece la gran parte degli autori centrano il bersaglio, con i vertici raggiunti, almeno per quanto riguarda il mio gusto personale, dal realismo fotografico di Alessandra Romagnoli e dall’incubo burnsiano di Francesco Panatta (foto in basso). Il grande formato, la confezione e la cura editoriale fanno il resto, dando vita a un volume che non sfigurerà nei migliori scaffali della Penisola.

Tra le altre cose che mi sono sfuggite è doveroso citare I segni addosso, volume sul tema della tortura realizzato da Andrea Antonazzo ed Elena Guidolin a partire da un’idea di Renato Sasdelli. Dico doveroso perché la Guidolin è una delle artiste italiane contemporanee che più mi piacciono, pur alle prese con un libro di comics journalism (o graphic journalism che dir si voglia) edito da Becco Giallo, non propriamente la mia merenda quotidiana. Lo scopo è però nobile, dato che I segni addosso va ad occuparsi non solo di noti episodi di tortura tra l’Italia fascista, la scuola Diaz e la prigione di Abu Ghraib ma anche delle carenze dell’attuale legislazione in materia, grazie ai saggi dello stesso Sasdelli e del portavoce di Amnesty International Italia Riccardo Noury.

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Le pennellate della Guidolin sono perfette per evitare la semplice cronaca e dare alle vicende un respiro assoluto, quasi astratto nel rappresentare ingiustizie e violenze. Le pagine migliori sono quelle in cui i corpi umani, ridotti a ombre, scompaiono in grandi spazi riempiti da schizzi di inchiostro di una potenza rara a vedersi, che risultava ancora più efficace negli originali visti in mostra allo Studio RAM nel corso dell’ultimo BilBOlbul.

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Chiudiamo questa breve rassegna con un altro libretto edito verso la fine dello scorso anno, con cui Martoz racconta un finale alternativo del suo Remi Tot in Stunt. La forchetta vibrante è di nuovo pubblicato da MalEdizioni ed è una degna appendice al volume precedente. Il protagonista, un geniale matematico alla ricerca di immani catastrofi a cui sopravvivere, si trova questa volta in Puglia e nello specifico nel castello di Otranto, trasformato in un hotel, dove è così fortunato da vincere un viaggio aereo da Otranto… a Otranto.

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Insomma verrebbe da esclamare OTRANTO! e bersi un Negroni ma in realtà tutto (o quasi) ha un senso e a conti fatti le 48 pagine dell’albo risultano le più ordinate e strutturate con Remi Tot come protagonista, dato che il racconto sulla breve distanza porta l’autore a sviluppare un plot più rigido e serrato del solito, scandito da una serie di vignette per lo più di piccole dimensioni che scorrono alla velocità della luce. Come sempre in questi casi una lettura superficiale non basta e bisogna tornare indietro o semplicemente rallentare per farsi strada tra le trovate estemporanee e i momenti di nonsense (uno shogun alle prese con il check-in all’aeroporto, il cane che beve l’acqua di Lourdes per controllare se contiene liquido esplosivo, i piloti che giocano a Subbuteo e così via), trovando quell’ordine che emerge dal caos e che dà senso al tutto. E quell’ordine c’è sempre, perché come ho già scritto altre volte Martoz è un autore che ama sperimentare con le tecniche di narrazione, il segno, i colori ma che non perde mai il piacere di raccontare.

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“Impatience” di Inés Estrada

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Nonostante i suoi 26 anni, la cartoonist messicana Inés Estrada ha già all’attivo un gran numero di storie a fumetti, di cui è difficile tener traccia dato che sono state pubblicate con vorticosa continuità tra comic book, zine, siti internet e antologie. Ad aiutarci a mettere ordine in questa vasta e variegata produzione ci pensa Impatience, volume di 200 e più pagine che sulle orme del precedente Ojitos Borrosos mette insieme una serie di episodi più o meno brevi realizzati tra il 2012 e il 2016 con l’aggiunta di qualche inedito.

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Il volume dà conto della poliedricità della proposta della Estrada, con variazioni sensibili di tono e contenuto tra un fumetto e l’altro, che tuttavia sono sempre facce diverse della stessa medaglia, dato che la poetica dell’autrice è nel complesso già matura e sufficientemente focalizzata. Tra la divertente serie Ghost Girl vista on line su Vice, gli haiku in forma di striscia a fumetti destinati al magazine letterario The Believer e la polifonia di Sindicalismo #89, emergono episodi che si collegano l’uno all’altro e riconducono a temi preponderanti, su tutti il corpo femminile, che l’autrice esplora nel suo rapporto con se stesso, con l’altro sesso, con lo spazio circostante e soprattutto con la natura. Ne sono ottimo esempio il panteismo dell’introduttiva (e splendida) The Multiverse is inside of you e l’altrettanto riuscita Beeing, tratta dal mini kuš! Borrowed Tails, in cui assistiamo a un’autentica palingenesi.

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Anche CS, originariamente pubblicata negli Stati Uniti da Sacred Prism, torna sul tema di corpo e natura mostrando un piccolo essere femminile – probabilmente un virus – innamorato del corpo umano che si trova ad abitare, mentre Cenote è un’esplorazione della sessualità che diventa ricerca di se stessi, avventura, visione.

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Come detto non è questo l’unico tema di una raccolta variegata e ricca di stimoli contenutistici e anche visivi, basata su un approccio estetico che non ricerca la perfezione ma descrive con piglio underground, e spesso con ironia, il caos emotivo e materiale dei personaggi rappresentati. E infatti tra le immagini ricorrenti del libro ci sono le case e le stanze dei protagonisti, in cui i corpi si confondono tra cibo, bottiglie e oggetti della quotidianità.

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Impatience è un volume di 206 pagine con testi in inglese e spagnolo (con sottotitoli). Autoprodotto, formato 15×20 cm, è stampato con inchiostro viola su carta opaca e copertina rossa con dettagli metallici. Qualche copia è ancora disponibile nel negozio on line di Just Indie Comics.