Il meglio del 2015 dall’estero – Prima parte

(English text)

Proseguo la mia rassegna dei migliori fumetti del 2015 con dieci titoli provenienti dall’estero. Si tratta in realtà di una prima parte, dato che qui ho selezionato i migliori comic-book, serie e uscite di antologie regolari tra quelli che sono riuscito a leggere. In un prossimo post elencherò invece i migliori libri. L’ordine è sempre alfabetico e non di preferenza.

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Blammo #8 1/2 di Noah Van Sciver (Kilgore Books) – Summa del Vansciverismo più poliedrico e a tratti bizzarro, l’ottavo numero e mezzo dell’antologico Blammo è l’ideale complemento al Saint Cole uscito in Italia per Coconino. Ne ho parlato qui.

 

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Crickets #4 di Sammy Harkham (autoprodotto) – Ancora non ho ricevuto il quinto numero di Crickets, pubblicato di recente, e sono molto curioso di vedere se Sammy Harkham è riuscito a rimanere ai livelli di questa quarta uscita, che lo vede ai vertici della sua produzione e anche del fumetto contemporaneo. Per ulteriori dettagli vi rimando alla mia recensione.

 

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Generous Bosom #2 di Conor Stechschulte (Breakdown Press) – Conor Stechschulte è uno dei più grandi autori di comics dei nostri giorni ma in pochi se ne sono accorti. Sicuramente la notizia è arrivata agli inglesi della Breakdown Press, che hanno fatto uscire di recente il secondo capitolo del suo Generous Bosom. Cercherò di parlarvi dei fumetti di Stechschulte al più presto, ce n’è bisogno.

 

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Habit #2 di Josh Simmons e altri (Oily Comics) – Josh Simmons riunisce attorno a sé un interessante team composto da Tom Van Deusen, Eric Reynolds e Ben Horak per raccontare una serie di situazioni ripugnanti ma anche divertenti e paradossali. Un saggio sul tema del buongusto, con l’iniziale The Incident at Owl’s Head, interamente a firma Simmons, a rappresentare il vertice della raccolta.

 

 

lose7Lose #7 di Michael DeForge (Koyama Press) – Ne ho parlato nella prima e finora unica puntata della rubrica Misunderstanding Comics. DeForge riserva alla serie Lose il meglio di sé, questa volta con una storia di un padre, una figlia e un gemello ritrovato. E a febbraio occhio a Big Kids, in uscita per Drawn and Quarterly.

 

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Missy #3 di Daryl Seitchik (autoprodotto) – Il finale catastrofico e visionario del precedente Middle School Missy, di cui dicevo in questo post sui fumetti della SPX 2014, trova degno sviluppo nel nuovo diario a fumetti di Daryl Seitchik. Le storie si fanno sempre più labili per lasciare spazio a un approccio quasi astratto, in cui il tema della solitudine è sviscerato in poche linee e parole. Bello come solo i fumetti apparentemente semplici sanno essere.

 

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A Mysterious Process di GG (autoprodotto) – Già qui lo avevo definito come uno dei migliori fumetti del 2015, dato che è stato serializzato sul Tumblr Comics Workbook di Frank Santoro a cavallo del 2014 e del 2015, per poi uscire in formato cartaceo nel corso di quest’anno. I fumetti dell’artista conosciuto solo come GG mi fanno uno strano effetto, perché c’è qualcosa di incredibilmente affascinante nelle sue storie ma al tempo stesso un nonsoché di fastidioso (almeno per me). Su A Mysterious Process però non ho dubbi: una storia in cinemascope con tanto di sottotitoli, scura, enigmatica, metaforica, potente. Leggetela on line se non l’avete ancora fatto.

 

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š! #23 (kuš! komikši) – Cambiare a volte fa bene e questo è senz’altro confermato dal numero 23 dell’antologia lettone, che abbandona il formato della storia breve per offrire nelle sue 188 pagine soltanto cinque fumetti, tutti incentrati sulle vittime del nazismo e tutti di autori europei. In più un approfondimento a cura di Ole Frahm, che spiega genesi e sviluppo del progetto, basato su ricerche storiche e workshop con gli artisti. Un particolare plauso va a Paula Bulling e Vuk Palibrk, autori dei due migliori episodi della raccolta.

 

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Windowpane #3 di Joe Kessler (Breakdown Press) – In mostra a BilBOlbul, dove la Breakdown Press era ospite d’onore nei panni di Richard Short e dello stesso Joe Kessler, le tavole di Windowpane #3 mostravano i diversi livelli di lavorazione che hanno portato a questa bella stampa in risograph. La storia è la prima parte di una narrazione più lunga ed è straniante sullo stile dei fumetti di Conor Stechschulte.

 

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Worst Behavior di Simon Hanselmann (Pigeon Press) – Come sempre senza troppo clamore, la Pigeon Press di Alvin Buenaventura ha fatto uscire questo albetto brossurato contenente la storia più lunga finora di Megg, Mogg e Owl. Le 52 pagine in bianco e blu seguono le solite dinamiche dei fumetti di Hanselmann ma il crescendo di assurdità e nefandezze varie assicura il divertimento.

Il meglio del 2015 in Italia

Inizio con questo post il tradizionale Best Of dell’anno, che ho deciso di pubblicare a puntate suddividendolo in tre categorie. La prima è quella dedicata ai fumetti in italiano, in cui ho incluso sia le opere di autori nostrani che di artisti stranieri. Sono rimasti fuori titoli pubblicati in Italia ma in lingua inglese e libri di autori italiani usciti all’estero, che eventualmente troveranno posto nei due Best Of internazionali. Inoltre ho tenuto conto soltanto delle nuove uscite, escludendo le ristampe.

Se si eccettua l’antologia Under Dark Weird Fantasy Grounds, pubblicata in Italia ma in lingua inglese e con una diffusione internazionale, l’unico vero libro italiano da me considerato nel Best Of dello scorso anno è stato Le ragazzine stanno perdendo il controllo di Ratigher. Non so se è stata colpa della mia scarsa attenzione durante il 2014, ma mi sembra che quest’anno ormai agli sgoccioli sia stato di gran lunga migliore per il nostro fumetto, dato che in questa Top Ten ben sei titoli sono di autori italiani.

Un’ultima cosa. Manca da questa lista una delle cose migliori del fumetto indie recente, cioè il Megahex di Simon Hanselmann tradotto da Coconino, ma non ho l’edizione italiana e il fatto che essa includa soltanto una parte dell’originale mi impedisce di darne una valutazione, oltre a urtare il mio spirito di completista.

I fumetti sono riportati in ordine alfabetico.

 

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Anubi di Marco Taddei e Simone Angelini (Grrrz Comic Art Books) – Un dio egizio finisce nella provincia malata dei giorni nostri, tra tossici, scoppiati, suore, satanisti, assistenti sociali e… William Burroughs. Il duo Taddei-Angelini scrive una sorta di Sandman in chiave grottesca, dando forma a una storia dalla struttura originale e per niente scontata. Lo sciacallo ultraterreno è descritto qui come una “mosca da bar” ed è più simile a noi di quanto possa sembrare. Senza rinunciare alla satira sociale che era l’ingrediente principale di Altre storie brevi e senza pietà, gli autori riportano tutto dentro la narrazione e raggiungono così uno stile maturo e personale.

 

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L’estate scorsa di Paolo Cattaneo (Canicola Edizioni) – Il 1997, cinque ragazzi, i loro quindici anni, un’avventura estiva. Rischiava di essere l’ennesimo amarcord a base di zainetti e merendine, il miliardesimo fumetto italiano neorealista o una canzone dei Baustelle, e invece l’esordio sulla lunga distanza di Paolo Cattaneo è molto molto di più. Ed è quasi incredibile che si tratti di un’opera prima per la capacità con cui l’autore descrive i personaggi e per come ci guida verso il colpo di scena finale. Con i loro faccioni grossi, i denti storti, i brufoli sul petto, i personaggi di Cattaneo ci fanno dimenticare per un po’ le carinerie che abbondano nei fumetti “alternativi” di oggigiorno.

 

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Il ladro di libri di Alessandro Tota e Pierre Von Hove (Coconino Press/Fandango) – Italiano per metà, il nuovo libro di Alessandro Tota vede il nostro “soltanto” nelle vesti di sceneggiatore, mentre i disegni sono lasciati al concittadino parigino Pierre Von Hove. Gli autori si immergono completamente nel contesto, la Parigi degli anni ’50, per un fumetto che sembra un film del miglior Truffaut. Dimenticate la metropoli di Tardi con i suoi dettagliatissimi palazzi, perché il tratto di Von Hove è scarno e essenziale, comunque perfetto per un libro divertente e colto, in grado di regalare una lettura piacevolissima e mai banale.

 

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Largemouths di Gabriel Delmas (Hollow Press) – La Hollow Press pubblica abitualmente in inglese, ma questo libro è completamente muto e pertanto finisce di diritto in questa categoria. Edizione italiana del volume uscito esattamente dieci anni fa in Francia, Largemouths è un viaggio di 688 pagine in un mondo preistorico, in cui gli elementi fantasy passano in secondo piano di fronte alla ricerca dell’immediatezza, raggiunta grazie all’uso di un segno spontaneo, libero, quasi violento nel modo in cui è vergato sulla pagina. Non vi spaventi l’assenza di parole, perché non siamo davanti a un esercizio di stile ma a una storia che durante una prima lettura vi porterà via almeno un’ora e mezza. E vi lascerà anche voglia di rientrarci dentro ogni tanto, per apprezzare nuovi dettagli. Per vedere qualche tavola vi rimando alla mia anteprima.

 

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Il porto delle anime di Stefano Alghisi (MalEdizioni) – Ne ho già parlato brevemente qui, ma questo libro con un’estetica rock’n’roll tutta americana merita di nuovo una citazione tra i migliori fumetti dell’anno. Non un’opera compiuta né una narrazione classica, ma una pièce sghemba e trasversale, di quelle che a volte servono per varcare il solito recinto e andare altrove. Le vicissitudini e le musiche di Cramps, Gun Club e Birthday Party si uniscono a quella del cantastorie nostrano Sigfrido Mantovani in un bianco e nero caratterizzato dal tratto spesso e carnoso di Alghisi.

 

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Qui di Richard McGuire (Rizzoli Lizard). “Capita raramente di trovare delle opere formalmente innovative che siano in grado al tempo stesso di parlare al cuore del lettore. Here è una di queste e l’effetto ottenuto da McGuire è ancora più straordinario se pensiamo che riesce a pungolare, a emozionare, a stupire senza fare uso di trame né di protagonisti, ma semplicemente raccontando la Storia e le storie, il grande e il piccolo, il grave e l’irrilevante, il serio e il faceto”. Scusate l’autocitazione ma c’è poco da aggiungere a proposito di un libro che rimarrà un’opera fondamentale del fumetto di tutti i tempi. Per approfondire vi rimando alla mia recensione, a questa cartolina da Lucca e al mio reportage da BilBOlbul.

 

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Remi Tot in STUNT di Martoz (MalEdizioni) – Altro titolo pubblicato da MalEdizioni, quello di Martoz è uno stupefacente tomo di 320 pagine che vede protagonista un motociclista acrobatico a caccia di catastrofi. Mirabolanti formule matematiche generano ibridi avanguardistici e architetture devianti. Come andare al museo sotto l’effetto di anfetamine. E il dualismo Remi/poliziotti ricorda addirittura Diabolik, mettendo l’accento definitivo su un oggetto difficilmente classificabile. Qui trovate l’anteprima pubblicata qualche settimana fa.

 

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Safari Honeymoon di Jesse Jacobs (Eris Edizioni) – Artista di punta dell’eccellente Koyama Press, Jesse Jacobs è un artista canadese che insieme a Michael DeForge e Patrick Kyle tiene alta la bandiera di un fumetto bizzarro e ironico, capace di nascondere subdolamente inquietudini e minacce tra le pieghe di un tratto cartoon. Eris Edizioni lo porta in Italia con la sua opera più recente, storia di una luna di miele in una natura selvaggia, piena di idee, forme, mutazioni, come solo il fumetto può fare. Altro che letteratura disegnata.

 

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Saint Cole di Noah Van Sciver (Coconino Press/Fandango) – Forse non il miglior Van Sciver in assoluto (quello si trova finora nella raccolta Youth Is Wasted) ma comunque un’opera importante di un autore che Coconino ha coraggiosamente portato in Italia. Saint Cole fa parte di un filone nutritissimo della produzione dell’autore, in cui si susseguono le vicende ai limiti del paradosso di personaggi piegati dalla vita, scorati, spesso umiliati da qualche donna più furba di loro. Van Sciver vanta tra i suoi fan più accaniti niente meno che Robert Crumb, e come lui ama raccontare storie, senza perdersi in troppi fronzoli. E ci riesce alla grande, come solo i grandi sanno fare.

 

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Viaggio a Tokyo di Vincenzo Filosa (Canicola Edizioni) – “E’ come camminare per le strade di Crotone durante la festa della Madonna”… Meravigliato, disorientato, impasticcato, l’alter ego di Vincenzo Filosa gira per le strade di Tokyo alla ricerca dei maestri del gekiga e di se stesso. Un fumetto italo-giapponese pieno di bianchi e neri netti, squisitamente non lineare e per niente didascalico, ricco di impennate d’autore, di vuoti, di ironia e sì, anche di poesia.

Colville, un diamante di ruggine

Una storia da tempo incompiuta che ora viene finalmente pubblicata in una nuova e definitiva versione, un fumettista italiano che sicuramente tutti voi conoscete. Ratigher ci parla di Colville, capolavoro misconosciuto di Steven Gilbert, di cui sono diventato il maggiore importatore italiano (e forse europeo). Ne trovate alcune copie nel negozio di Just Indie Comics. Intanto leggete cosa ne scrive l’autore di Trama e Le ragazzine stanno perdendo il controllo. Buon divertimento.

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Di Colville, e del suo autore Steven Gilbert, ne avevo letto su internet. Seguo molto il fumetto americano indie e avevo visto citare questo fumetto da persone interessanti, anche Frank Santoro (autentico radar del fumetto meritevole) ne faceva accenno sul sito Comics Comics, riprendendo la rubrica Good Cartoonists Gone inaugurata da Sammy Harkham sulle pagine della sua rivista, Crickets. Da questi accenni sparsi veniva fuori il racconto di un libro maledetto. Un libro ormai difficile da recuperare (pubblicato originariamente nel 1997), scritto e disegnato da un tipo schivo e irrintracciabile, che contiene una storia cattiva e spiazzante. Per me questi sono gli ingredienti perfetti per accendere curiosità e desiderio. Queste suggestioni mi hanno portato quasi a farmi un Colville fatto in casa, me lo stavo per disegnare io un Colville, come me lo ero immaginato, e molte delle suggestioni di questa piccola leggenda finiranno anche in una storia che realmente pubblicherò in un prossimo futuro. Quest’anno però, la svolta, Colville torna disponibile ristampato autoprodotto dal suo autore, che fonda la Fourth Dimension Books con cui pubblica anche il suo nuovo libro, The Journal of Main Street Secret Lodge. Non solo viene ristampato, ma con l’aggiunta di più di 100 pagine! Mando immediatamente una mail per sapere come comprare entrambi i libri e Gilbert mi risponde 10 minuti dopo, gentile, impeccabile e senza fronzoli. Mi è arrivato il pacco dal Canada, mi sono messo in un cantuccio isolato e mi sono finalmente letto Colville. Un fumetto di genere, centripeto, che costruisce tutto intorno a sé uno steccato che impedisce ad elementi altri dal racconto di entrare.

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Siamo nella provincia nord americana, quei sobborghi visti mille volte, nei film ma soprattutto nei fumetti, dove la gente o vive tranquilla o vive disperata. Tutti gli elementi necessari al racconto sono in questo sobborgo chiamato Colville, non esiste altro, non esiste la Cina o l’Europa, ma non esiste nemmeno Toronto o New York. Lo ripeto, è un racconto chiuso, e che per questo non prevede vie di fuga ed è chiaro fin da subito. È vero che è un libro maledetto, finisce peggio di come ci immaginiamo. I personaggi sono sprovveduti che provano a reagire ad un destino incolore o stupidi che reagiscono a tutto con la violenza. È un thriller di quelli dove un piccolo crimine ti si rivolta contro, decuplicato. Della storia non vi dico altro, vi dico qualcosa di come è montata tutta intorno ad una scena topica che ci viene raccontata varie volte (a partire dalla copertina) e che solo alla fine sarà svelata nella sua interezza. Un meccanismo che tocca il suo vertice ne La Conversazione di Coppola (lo cito perché l’ho visto due giorni prima di leggere Colville; che bomba di weekend è stato!) e che proprio come nel film di Coppola non ha nella scoperta della verità il climax, ma nella reiterazione e nella raffinazione della visione, come se sparissero tutti i sensi tranne la vista. Colville non ha odore e non ha suoni. Gli occhi del lettore si trovano davanti un segno sintetico classico dell’underground americano, non cito roba strana, immaginatevi Daniel Clowes ma senza linee curve e con molto tratteggio in più. Un bianco e nero molto equilibrato che non vuole mai stupire.

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Colville è un monolite, non potrebbe che essere un libro a partire dalla forma. È perfetto come i lampi di genio di una mente autistica. È l’opera di un autore solitario (intendo nella direzione artistica, dalle poche parole che ci ho scambiato via mail mi sembra proprio simpatico) che nel secondo libro, come è normale, cerca di ampliare il suo spettro ma lo fa costruendo un ibrido tra fumetto, illustrazione e racconto scritto, in una via insolita di cui vi parlerò un’altra volta. Compratevi Colville, è uno dei pochissimi libri veramente maledetti che avrete in libreria. Compratevi Colville o vi spezzo un braccio, con un martello arrugginito.

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Inizio con questo post una nuova rubrica di recensioni “collettive”, che spero possa permettermi di aumentare il numero di fumetti segnalati su Just Indie Comics. Sin dagli inizi del blog non sono mai riuscito a occuparmi di tutti i fumetti di cui avrei voluto, spesso trovandomi a tralasciare proprio quelli più interessanti, con la speranza di riuscire a scrivere prima o poi una recensione più approfondita. Speranza che puntualmente veniva vanificata dalle varie situazioni contingenti che ci riserva la folle vita quotidiana nel terzo millennio sul pianeta Terra. Per questo ho deciso di riservare d’ora in poi la maggior parte delle recensioni a questa rubrica, anche per una questione di sopravvivenza personale, nel senso di riduzione del tempo passato al computer. Non abituatevi troppo al format di questo primo episodio, in cui sono riuscito a entrare sin troppo nei dettagli di ogni singolo fumetto, perché come suggerisce il titolo Misunderstanding Comics sarà caratterizzata da giudizi lapidari, lodi sperticate e incomprensibili stroncature.

NOTA: Alcuni dei fumetti di cui scrivo potrebbero essere in vendita presso il negozio on line di Just Indie Comics che gestisco personalmente. In questo caso il link sul nome del fumetto vi porterà direttamente alla relativa pagina del negozio. Potrei dirvi che nonostante ciò il mio giudizio rimane obiettivo, se non fosse che non credo nel concetto di obiettività. Comunque vi assicuro che non sono qui per farmi pubblicità o arricchirmi, anzi… Buona lettura. 

Inauguriamo questa rubrica con tre fumetti di Michael DeForgeDressing è una raccolta sullo stile di Very Casual del 2013, pubblicata sempre da Koyama Press e che mette insieme una serie di fumetti disomogenei dal punto di vista stilistico e in alcuni casi apparentemente estemporanei. Tuttavia lette una dopo l’altra le storie di Dressing restituiscono l’idea di un corpus compatto, con tematiche ricorrenti della poetica di DeForge, come i mutamenti di identità e di sesso, la satira del mondo delle corporation, l’impossibilità di definire la realtà contemporanea attraverso il linguaggio, l’orrore che si nasconde dietro la patina della normalità. Il tutto con il solito approccio astratto, che rifiuta il realismo per ricondurre le vicende narrate alla loro essenza pura e semplice. Quello di DeForge non è tanto un lavoro sui personaggi – spesso semplici comparse disorientate e rassegnate – ma sui temi, in cui ogni tentazione didascalica è abilmente stemperata dall’uso di una ironia cruda ma che in episodi come Wet Animals diventa anche irresistibilmente divertente. C’è poi ovviamente il lavoro stilistico, che si segnala in episodi come Elves e My Interesting Mother, One Billion Times per l’ardita costruzione della pagina, oltreché per la rinuncia al digitale e il ritorno al tavolo da disegno in un paio di episodi.

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Gli stessi argomenti e lo stesso approccio delle short stories di Dressing tornano in Lose #7, pubblicato sempre da Koyama, e in On Topics, che invece segna l’esordio di DeForge per l’inglese Breakdown Press. In particolare Movie Star, la storia principale del settimo numero di Lose, sembra sviluppare l’idea della Redundancies contenuta in Dressing, indagando la strana relazione tra due fratelli. L’eco di un altro canadese, David Cronenberg, aleggia nel progressivo sviluppo di una relazione simbiotica alla Inseparabili, ma l’atmosfera algida e il gusto per il paradosso ricordano piuttosto alcuni narratori contemporanei (mi viene in mente George Saunders). Forse non è al livello della Me As A Baby contenuta nel numero precedente di Lose, ma Movie Star è una prova comunque di altissimo livello. On Topics raccoglie invece due brevi fumetti realizzati per la piattaforma Patreon e inviati dall’autore canadese ai suoi sostenitori. Riuscitissimo il primo, About Kissing, una sorta di Genesi in versione anale, dato che secondo la teoria di DeForge in principio c’erano i culi, poi nacquero le bocche, che in realtà erano soltanto dei culi deformi in cerca di altri culi per inghiottire i colpi altrui. Dal conflitto tra bocche, culi e quant’altro ecco che si originarono i baci. Chiaro, no? Vabbè, in realtà sono io che non riesco a rendere l’idea, vi assicuro che la storia, per quanto assurda, è di una logica disarmante. Più debole invece il secondo fumetto dell’albo, Regarding Quicksand, a proposito di un uomo sottoposto a ogni genere di tortura mentre affonda nelle sabbie mobili.

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Infinite Bowman è la raccolta definitiva della saga dell’astronauta David Bowman, celeberrimo protagonista di 2001 Odissea nello Spazio scelto dallo statunitense Pat Aulisio come eroe di una serie di mini-comics, qui ristampati da Hic & Hoc con l’aggiunta di 75 pagine inedite. Aulisio è uno degli animatori su quel social network chiamato Facebook (non so se avete presente) di un gruppo chiamato Fort Kirby, che associa i fan del Re con quelli di Fort Thunder. Ebbene, Infinite Bowman potrebbe essere il manifesto programmatico di questa fantasmagorica ibridazione, dato che le vicissitudini kirbyane del protagonista – tra macchine spaziali e divinità celestiali – sono rese con uno stile selvaggio ma che non rinuncia mai all’amore per il dettaglio e soprattutto per lo storytelling. Insomma, per chi la conosce siamo dalle parti di Mickey Zacchilli, altra cartoonist statunitense bravissima nel restituire l’impressione di caos controllato. Impossibile poi non accennare alle trovate ironiche e a tratti trash dell’autore. Per farvi un’idea oltre all’immancabile Monolite di 2001 qui trovate anche cavalli con la testa di Garfield, Bart Simpson, l’origine dell’air-guitar e per finire un incontro di wrestling che deciderà le sorti dello sconto tra il Nostro e Satana in persona. Se avessi un bollino “Consigliato da Just Indie Comics” lo appiccicherei sulla copertina di questo libro.

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Discorso diverso per il nuovo Optic Nerve, che ormai tanto nuovo non è, dato che è uscita proprio in questi giorni per Drawn & Quarterly Killing and Dying, raccolta degli ultimi tre numeri della serie di Adrian Tomine, che prende il nome proprio dalla storia principale di questo quattordicesimo numero. Il comic book segue la struttura dei precedenti, di cui ho già parlato in questo articolo per Fumettologica: un fumetto più lungo in apertura, in cui l’autore cerca nuove modalità espressive rispetto al passato, uno più breve che ricorda i racconti degli esordi, una tavola autobiografica in cui si parla di processo creativo, idiosincrasia per la tecnologia e vicende familiari. A mio parere Tomine sta sempre più mostrando la corda e questo numero di Optic Nerve è il più debole di sempre. La descrizione di personaggi mediocri e spesso disprezzabili aveva già raggiunto il culmine nella storyline Shortcomings e non capisco sinceramente che senso abbia continuare su questa linea, soprattutto se racconti come il precedente Go Owls e questo Killing and Dying manifestano una fastidiosa sensazione di superiorità dell’autore nei confronti delle persone e delle vicende narrate. Tanto più che questa totale mancanza di empatia tra autore e personaggi non è compensata né dalle situazioni ironiche (malriuscite) né da particolari innovazioni stilistiche (il tratto tende infatti a un preoccupante manierismo). Anche la storiella autobiografica suona trita e già letta. Alla fine si salva soltanto Intruders, storia di 8 pagine dedicata a Yoshihiro Tatsumi che ci riporta ai tempi in cui Tomine scriveva e disegnava bei fumetti. Oggi si trova nel bel mezzo di un preoccupante processo di involuzione, e per me che l’ho sempre apprezzato è davvero un peccato.

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Rimaniamo al formato comic book e arriviamo così al terzo numero di Felony Comics, antologia “criminale” pubblicata dalla Negative Pleasure e il cui primo numero era finito tra i miei fumetti preferiti del 2014. L’editor Harris Smith si sta facendo sempre più strada all’interno della sua creatura, dato che scrive ben due dei fumetti qui presenti. Particolarmente riuscita la collaborazione di The Flash Flight of the Red Swan con Pete Toms, ospite fisso della serie, di cui Smith riprende gli stilemi espressivi, realizzando un processo di immedesimazione che riflette le tematiche delle storie. Le vicende di un ladro trasformista diventano l’occasione per trattare il tema dell’identità in maniera gustosamente straniante, grazie anche a un tratto pulito e alla griglia rigida scelta per la composizione delle tavole. In questo numero troviamo anche la prosecuzione di Poor Little Dum Dum, scritta da Smith con disegni di Thomas Slattery, il punk color neon di Mrsa & Billy di Ben Passmore (immagine in alto) e soprattutto Resistance & Existence di Brigid Deacon, artista inglese che sviluppa il tema del crimine in chiave politica e filosofica, dando forma a quattro pagine di alto livello. Felony Comics è un’antologia mai banale, che merita sempre attenzione. Mentre scrivo queste righe è già alle stampe il quarto numero, che potete preordinare qui. E se non volete sobbarcarvi i costi di spedizione dagli USA ma siete curiosi di dare un’occhiata a questo bel progetto, l’antologia è disponibile anche in digitale e a un prezzo ragionevolissimo su Comixology.

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Chiudo questa ampia rassegna sulle frontiere del fumetto contemporaneo con la segnalazione di un albo italiano uscito qualche mese fa. Si tratta de Il porto delle anime di Stefano Alghisi, pubblicato dall’ottima casa editrice bresciana Mal Edizioni, il cui catalogo si distingue per scelte mai banali. Cito per esempio i titoli dedicati all’interessantissima scena portoghese (Airbag e altre storie di Pedro Burgos e Tu sei la donna della mia vita, lei la donna dei miei sogni del duo Pedro Brito-João Fazenda) ma anche Emilia, una bella raccolta di storie brevi del modenese Fabio Bonetti. Il porto delle anime è un libro biografico in cui Alghisi racconta a modo suo le storie di tre famose band rock’n’roll degli anni ’80, i Cramps di Lux Interior e Poison Ivy, i Gun Club di Jeffrey Lee Pierce, i Birthday Party del primo Nick Cave. La bella introduzione dell’esperto Luca Frazzi ci ricorda come Alghisi illustrasse il rock’n’roll più sporco e disturbante sin dai tempi della gloriosa rivista Bassa Fedeltà, che dovrei avere ancora da qualche parte nella soffitta di casa dei miei. Le pagine seguenti ci fanno invece vedere il tratto di un artista talentuoso e maturo, dotato di un tratto corposo che non sfigurerebbe accanto a qualche grande maestro dell’underground americano. In appendice al volume c’è anche la storia di un outsider, Sigfrido Mantovani, venditore di lamette da barba e cantastorie. Da recuperare.

“Pantera Nera” di McGregor, Buckler, Graham

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Dopo aver gettato le basi del suo universo negli anni ’60, la Marvel esplorò nel decennio successivo nuovi territori, affidando le proprie testate ad autori che facevano della creatività e dell’innovazione i loro punti di forza. E’ stato probabilmente Jim Steranko alla fine dei ’60 a mostrare cosa si potesse fare con un fumetto di “supereroi” o simili, raccontando le avventure della superspia Nick Fury sospesa in una realtà incredibilmente sexy, fatta di film di James Bond, pop-art e sfondi optical. Da quel momento l’universo Marvel non è stato più lo stesso e ha cominciato a descrivere foreste dai colori irreali, trip cosmici, santuari buddisti, fughe on the road, paperi fuori di testa. Serie come Jungle Action di McGregor, Captain Marvel e Warlock di Jim Starlin, Shang-Chi del duo Moench-Gulacy, Howard The Duck di Steve Gerber hanno fatto la storia dei comics e oggi sono fonte di ispirazione più per fumettisti di provenienza indie che per i nuovi scrittori di casa Marvel. Per questo ho deciso di occuparmi di tanto in tanto di questo materiale, ampliando il mio usuale raggio d’azione. La mia opinione è che in certi fumetti di 40 o più anni fa si trovino elementi molto più rivoluzionari di quelli che si vedono oggi in tanti prodotti apparentemente alternativi ma in realtà pieni di stereotipi e manierismi. Quindi non storcete il naso se leggete su un sito che si chiama “Just Indie Comics” recensioni di fumetti Marvel d’annata. Anche perché il pallone è mio e decido io.

Dopo questa doverosa premessa, veniamo dunque al volume Pantera Nera (352 pagg. a colori, 29.90 euro) uscito di recente per Panini Comics e che ristampa le storie scritte da Don McGregor per la serie Jungle Action, dal numero 6 (settembre 1973) fino al 24 (novembre 1976), con disegni prima di Rich Buckler e poi di Billy Graham, con una breve parentesi a firma Gil Kane. Piatto forte del volume è la maxi-saga Panther’s Rage (La rabbia della pantera), 13 episodi in cui McGregor rompe più di un tabù dei fumetti Marvel dell’epoca. Come racconta Sean Howe in Marvel Comics – The Untold Story (in Italia sempre per Panini con il titolo Marvel Comics – Una storia di eroi e supereroi), in quel periodo parecchi scrittori erano anche correttori di bozze. Lo stesso McGregor era entrato alla Marvel come redattore e poteva avvalersi di un tacito accordo con altri colleghi: tu non tocchi le mie storie, io non tocco le tue. In più Jungle Action era un titolo poco considerato, che prima dell’avvento di McGregor ristampava brevi storie degli anni ’50 ambientate nella giungla e anche piuttosto razziste. Ecco dunque che prendendone le redini, il nuovo scrittore poteva farne più o meno ciò che voleva. E ciò significava ambientare tutta l’azione nello stato africano ma tecnologicamente avanzato del Wakanda, scrivere interminabili didascalie in cui non mancavano contenuti politici, avvalersi di un cast di soli neri (ad eccezione di Venomm, uno dei nemici con cui se la deve vedere il protagonista), creare una velata gay story interraziale, raccontare la crisi del suo matrimonio attraverso i problemi familiari di W’Kabi – uno dei consiglieri del re – e la moglie Chandra.

La serie si presenta rivoluzionaria sin dall’incipit, in cui  il re/eroe è messo duramente in discussione dai suoi sudditi, che lo accusano di averli abbandonati per trasferirsi a New York e unirsi ai Vendicatori. Anche la donna che T’Challa porta con sé come sua compagna, la cantante Monica Lynne, è osteggiata dagli abitanti del Wakanda come esponente di una cultura diversa e nemica. Le matite dinamiche di Rich Buckler, impreziosite dal sempre efficace lavoro di Klaus Janson alle chine, portano subito Pantera Nera al centro dell’azione, impegnato a combattere Killmonger, l’arcinemico che costituirà la nemesi del protagonista per tutti e tredici gli episodi della saga. Ma prima dello scontro definitivo con lo stesso Killmonger, T’Challa dovrà vedersela con i suoi tirapiedi, oltre che con una natura selvaggia e ribelle che gli causerà più di un problema. E per fare questo, non potrà contare sull’aiuto di altri eroi, ma soltanto su quello dei suoi sudditi e compagni, neri e africani come lui.

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Nonostante le pressioni di alcuni influenti membri del Marvel Bullpen, McGregor si rifiutò infatti di coinvolgere altri personaggi dell’universo Marvel. “In sostanza – scrive l’autore nella lunga postfazione al volume – volendo ambientare le storie nel Wakanda, tutti i personaggi principali avrebbero dovuto essere wakandiani. E questo significava che tutti i personaggi, tranne uno, sarebbero stati neri. Fu una decisione sofferta, durante la stesura di La rabbia della pantera. Un cast interamente nero in un fumetto di un’importante società, proprio in quel periodo? Impossibile. Credetemi: nessuno, nelle sacre sale della redazione, approvava quell’approccio. Anzi, non ricordo nemmeno una parola di incoraggiamento da parte della redazione durante tutto il ciclo. (…) Numero dopo numero, la redazione voleva sapere dove fossero i bianchi in quelle storie. Mi chiedevano sempre: “Dove sono i bianchi?”. E la mia risposta era: “Questa è una nazione africana segreta e tecnologicamente avanzata. Cosa c’entrano i bianchi?”. Volevano dei Vendicatori. Volevano che i bianchi aiutassero i neri. Di sicuro pensavano che, con degli ospiti d’onore bianchi, le vendite sarebbero schizzate in alto. Non so se fosse vero o meno. Forse sì. Forse no. Ma il punto è che stavamo facendo qualcosa senza precedenti nei fumetti e quelle testate tiravano avanti anziché chiudere come era stato previsto. E forse, soltanto forse, a qualcuno, da qualche parte, stavamo dando qualcosa in più. Avevo la sensazione che quello che facevamo fosse importante. Era una mia decisione. Non volevo che l’eroe nero dovesse affidarsi agli eroi bianchi per salvarsi. Restai saldo sulla mia posizione allora, e lo resto tuttora”.

Al di là dell’assenza di altri eroi Marvel e del cast “all black”, la struttura di queste storie risulta fortemente innovativa. Più che ricalcare le impostazioni dei fumetti dell’epoca, McGregor inscena un viaggio catartico della Pantera Nera nel Wakanda e dentro se stesso, che ricorda non tanto i fumetti di supereroi quanto le più classiche saghe fantasy. Al tempo stesso, con il susseguirsi di pittoreschi nemici con cui il protagonista deve confrontarsi prima di arrivare alla resa dei conti finale con Killmonger, McGregor anticipa i meccanismi dei giochi di ruolo e dei videogame, linguaggi incorporati vent’anni più tardi dal fumetto statunitense grazie alla scuola underground di Fort Thunder. Episodio dopo episodio T’Challa si trova di fronte il viscido Venomm, la sensuale Malice, lo scheletrico Barone Macabro, il mostruoso Re Cadavere (“E’ una vista spaventosa, un ammasso di carne rigonfio, un volto osceno, con ghiandole simili a sacche!”), il minaccioso Lord Karnaj, l’ultraterreno Sombre, il deforme Salamander K’Ruel, oltre a una vasta schiera di lupi, gorilla bianchi, coccodrilli, dinosauri, pterodattili. Superate queste prove potrà finalmente regolare i conti con Killmonger, colui che vuole spodestarlo dal trono per instaurare un regime del terrore su tutto il Wakanda. Ci si aspetterebbe una gloriosa vittoria del protagonista, una distruzione totale del nemico, ma nelle ultime pagine della saga la Pantera è messo a dura prova e sembra sul punto di soccombere. Sarà un bambino, il piccolo Kantu, a salvarlo dalla morte e a sancire la fine di Killmonger, determinando in questo modo il trionfo di tutta una nazione e non dell’unico “superuomo”. La rabbia della pantera è la storia di un uomo alla ricerca di se stesso e delle prove che deve superare per ritrovare la sua identità pubblica e privata, ma senza tutto il cast di comprimari, senza i suoi sudditi, Re T’Challa non sarebbe niente.

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La prosa di McGregor è densa di raffinati aggettivi, dettagliate descrizioni, momenti poetici. Prendiamo ad esempio And All Our Past Decades Have Seen Revolutions! (Tutti i decenni del passato hanno conosciuto rivoluzioni!), disegnato da Billy Graham. Le prime cinque pagine sono tutte dedicate all’idillio tra T’Challa e Monica. L’eroe è tornato a pezzi da un viaggio al centro del Wakanda, in cui ha dovuto affrontare nemici e prove di ogni tipo. Ora si può concedere un momento di relax insieme all’amata Monica. Lei è in un costume color giallo, lui nella divisa nera d’ordinanza. Nella prima pagina il titolo scolpito sui monti del Wakanda va a cadere in acqua, mentre i due cavalcano tartarughe marine. In alto un sole rosso infuocato, in basso il mare blu e poi verde smeraldo. “Certi amanti abbisognano di rivoluzioni! Certi amanti forgiano il proprio impegno reciproco con lo stesso fervore compulsivo che mettono nel raggiungimento dei propri obiettivi. I cori e gli slogan sono le loro canzoni d’amore. La Pantera Nera e Monica Lynne sentono l’acqua calda chiudersi sopra le loro teste, mentre le maestose tartarughe scendono in profondità, ignare della presenza di quei bizzarri cavalieri. La corrente vortica in allettanti tesori turchesi dalle striature scarlatte. E’ una scena da cartolina, di idilliaca purezza, combinata alla realizzazione di fantasie romantiche”. A pag. 2 Graham realizza una tavola unica che raffigura i due protagonisti tornare in superficie trainati dalle tartarughe marine, mentre bolle d’acqua mostrano i particolari dei loro corpi e dei loro volti. Usciti dall’acqua, a pag. 3, T’Challa e Monica iniziano a parlare, seduti su uno scoglio, mentre si asciugano al sole. E’ il prologo del bacio che occupa le pagg. 4 e 5, su uno sfondo bianco in cui sono mostrate prima le silhouette dei due, poi in alternanza i particolari dei loro volti e una natura sconosciuta all’uomo occidentale. “Il Wakanda diventa uno sfondo palpabile – scrive McGregor – una tela che segna il percorso di un sole color rame, una mappa per uno zaffiro di mezzogiorno che flirta con gli alberi. Si tengono per mano, come a confermare l’esistenza concreta dell’altro”. Seguono pulsioni sessuali neanche troppo nascoste, corpi umidi, desiderio.

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Graficamente la coppia Buckler-Janson unisce a una grande resa delle scene d’azione e delle anatomie dei personaggi soluzioni grafiche di grande impatto, come il titolo a doppia pagina dell’episodio Malice by Crimson Moonlight (Crudeltà sotto una luna cremisi), ispirato chiaramente alle trovate di Steranko su Nick Fury (e ovviamente anche ai titoli dello Spirit di Will Eisner). Ma anche Billy Graham è autore di pagine mai banali, dal tratteggio più sporco ma spesso costruite su layout fantasiosi e di grande impatto visivo, che raggiungono il culmine in Of Shadows and Rages (Ombre e furie). Sui colori il lavoro di Glynis Wein è eccezionale, perché riesce sia a rappresentare le meraviglie selvagge del Wakanda che a creare delle atmosfere irreali, spesso con l’uso di toni sul rosso/rosa/cremisi che costituiscono il contraltare del verde di alberi e foreste. Un plauso anche alla Marvel che ristampando queste storie in volume non ha manipolato i colori con effetti che ne avrebbero fatto perdere il fascino retrò.

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Non ho ancora parlato della seconda storyline inclusa nel volume, in cui la Pantera se la deve vedere direttamente con il Ku Klux Klan, finendo addirittura crocifisso. Ambientata in Virginia, La Pantera contro il Klan vede T’Challa tornare negli Stati Uniti per indagare sulla morte della sorella di Monica, il cui apparente suicidio nasconde in realtà un legame con lo stesso Klan e con un’altra misteriosa setta di incappucciati, il Cerchio del Drago. Gli scenari naturali del Wakanda lasciano spazio a un’ambientazione urbana ma comunque lontana dalla Manhattan degli altri supereroi Marvel. Ora Pantera Nera non deve più affrontare esseri mutanti e deformi da cartoon ma le vere minacce dell’America del tempo. Come sottolinea Grant Morrison nel suo per molti versi discutibile Supergods, il realismo di questa nuova saga raggiunge il suo culmine nella scena del supermarket di Jungle Action 20 (intitolato They Told Me a Myth I Wanted to Believe), nella quale Pantera Nera viene ferito alla testa con una scatoletta di cibo per gatti da una vecchietta bianca. “Era una sequenza impressionante – scrive Morrison – dopo anni trascorsi ad assistere a scontri tra pianeti, il realistico e terribile taglio di cinque centimetri sul cranio di Pantera aveva un impatto così viscerale che i fragorosi e fin troppo familiari pugni spaccamontagne di Kirby non potevano più reggere il confronto”.

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McGregor non ebbe però la possibilità di andare oltre il quinto episodio di La Pantera contro il Klan, lasciando la storia incompiuta. Jungle Action fu infatti cancellato per lasciare spazio a una nuova testata di Pantera Nera realizzata da Jack Kirby e in cui veniva spazzato via tutto il lavoro di McGregor sul personaggio. Poco incline a scendere a compromessi e tormentato dai tanti problemi personali (in primis la crisi del suo matrimonio), lo scrittore non ebbe la possibilità di opporsi a questa decisione, motivata sia dalle scarse vendite che dalle pieghe che stavano prendendo le storie: alla Marvel non vedevano di buon occhio l’introduzione del Ku Klux Klan in un loro fumetto, che andava a toccare temi considerati delicati e inopportuni. A poco servirono i disperati appelli alla libertà di espressione del giornalista Kevin Trublood, personaggio introdotto proprio in queste pagine come alter ego dello stesso McGregor: Jungle Action chiuse con il numero 24 del novembre 1976. Più di dieci anni dopo, McGregor tornò a lavorare sul personaggio per altre due saghe, Panther’s Quest e Panther’s Prey, in cui poté sviluppare con maggiore libertà alcune delle idee che era stato costretto a mettere da parte in precedenza. Ma questa, appunto, è un’altra storia.

“The Best American Comics 2015”

(English text)

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In un mercato ormai dominato dal formato graphic novel, da volumi a fumetti di almeno 200 pagine “altrimenti non te li pubblico”, un libro di quasi 400 pagine come l’edizione 2015 di The Best American Comics è al tempo stesso una conferma di come il mercato librario abbia inglobato il mondo del fumetto e un oggetto alieno, capace di portare una ventata di aria fresca. La serie probabilmente la conoscete già, dato che fa parte di una disparata schiera di antologie pubblicata da Houghton Mifflin Harcourt che ha preso il via esattamente cento anni fa con The Best American Short Stories. Il best dedicato al fumetto esiste dal 2006 ed è stato curato nel corso degli anni da Anne Elizabeth Moore, dalla coppia Matt Madden & Jessica Abel e infine da Bill Kartalopoulos, che ne ha preso le redini a partire dall’edizione 2014. Ogni anno l’editor della serie sceglie i migliori fumetti di cartoonist americani pubblicati nel periodo 1 settembre – 31 agosto (in questo caso si tratta del periodo 1 settembre 2013 – 31 agosto 2014) e sottopone una lista degli stessi al guest editor di turno (stavolta lo scrittore Jonathan Lethem), che decide quali pubblicare e quali relegare a una semplice menzione in chiusura nella sezione Notable Comics.

Ma veniamo appunto al volume di quest’anno, che esce martedì 6 ottobre ma che ho già potuto leggere in anteprima. Pur sotto il digeribile formato di corposo hardcover, necessario per renderlo appetibile al mondo delle librerie, The Best American Comics 2015 è in realtà una celebrazione del linguaggio del fumetto nelle sue forme più naturali e spontanee. “I fumetti non combinano solamente il testo e l’immagine – scrive Kartalopoulos nell’introduzione – ma sono il prodotto dell’interazione tra le procedure formali che stanno alla base del testo e dell’immagine: una reazione chimica che attiva e consuma i suoi elementi sostanziali per produrre una terza cosa, del tutto differente. Per questo non è giusto aspettarsi che i fumetti entrino con naturalezza nel mondo dell’editoria letteraria. Spesso i fumetti sono libri, ma lo sono anche Depero Futurista o Une semaine de bonté di Max Ernst. I fumetti sono in grado di mettere insieme la lezione della narrativa e delle arti visive. Come tali, i fumetti devono continuare ad avere la capacità di sembrare alieni e difficili da assimilare all’interno dell’editoria libraria. Questa è un’espressione di ciò che sono. Aspettarsi che i fumetti siano semplicemente dei parenti stretti della narrativa letteraria è soltanto un modo per negarne le vere potenzialità”.

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R. Sikoryak, “Sadistic Comics”

Il sommario dell’antologia è una diretta diramazione del concetto espresso qui sopra. Ed è un piacere trovare sotto la dicitura The Best American Comics lavori di cartoonist che vengono dal mondo della micro-editoria o addirittura dell’autoproduzione. C’è così Josh Bayer con un estratto da Theth pubblicato da Retrofit Comics, R. Sikoryak con le copertine seriali di Sadistic Comics edite da Rotland Press, Julia Gfrörer con l’autoprodotto Palm Ash, Andy Burkholder di cui ho già parlato da queste parti a proposito di Qviet (qui con una storia breve tratta dal magazine Believed Behavior), Mat Brinkman con la prima parte di Cretin Keep On Creep’n Creek uscito sull’antologia Under Dark Weird Fantasy Grounds dell’italiana Hollow Press, Alabaster con Mimi and the Wolves (prima autoprodotto e poi ristampato da Hic & Hoc), A. Degen con Crime Chime Noir visto sul primo numero dell’antologia Felony Comics della Negative Pleasure, Kevin Hooyman con estratti dalla serie Conditions on the Ground (recentemente ristampata in volume da Floating World). E la lista degli autori che vengono dal mondo dell’underground non è finita qui, perché potrei citarne molti altri.

A. Degen, "Crime Chime Noir"

A. Degen, “Crime Chime Noir”

Senz’altro la sensibilità di Lethem ha contribuito a selezionare dei fumetti formalmente innovativi, fantasiosi, volutamente irregolari e fuori dagli schemi, non necessariamente e tradizionalmente narrativi. Fumetti che non sono romanzi illustrati ma che guardano più al mondo dell’arte che a quello della letteratura. Non a caso l’autore della copertina è Raymond Pettibon, artista che troviamo anche all’interno del volume e che si inserisce in una preciso modus operandi dell’arte contemporanea, volto a utilizzare il fumetto come linguaggio non da plagiare (come faceva Lichtenstein) ma da inglobare e magari violentare. Kartalopoulos si riferisce alle opere di questa pseudo-corrente nota come paracomics e cita a tale proposito artisti come Sol Lewitt, Ida Applebroog, Jennifer Bartlett, Keith Haring, Duane Michals, Joe Brainard. Io aggiungerei anche il collettivo The Hairy Who, a cui Dan Nadel ha dedicato di recente l’antologia The Collected Hairy Who Publications 1966-1969, di cui spero di riuscire a parlarvi un giorno o l’altro.

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Raymond Pettibon, no title (The credits rolled…)

Per completezza di informazione bisogna dire che tra i vari Best American Comics ce ne sono alcuni tratti da lavori più noti e convenzionali, spesso sotto forma di estratti. Come per le edizioni passate di questa antologia, non è certo il massimo leggere solamente il capitolo 8 di una voluminosa graphic novel, ma d’altronde non credo ci siano altre soluzioni per includere fumetti “lunghi”. E anche nella lista dei Notable Comics ce ne sono parecchi che avrei visto meglio rispetto ad altri qui pubblicati, ma si sa che il gioco del dentro o fuori è valido per ogni “best of” che si rispetti, quindi inutile soffermarsi più di tanto su questo. Oltre agli autori già citati, gli altri sono Roz Chast, Jules Feiffer, Diane Obomsawin, Ben Duncan, Farel Dalrymple, Anders Nilsen, Megan Kelso, Eleanor Davis, Gabrielle Bell, Henriette Valium, Ron Regé Jr., David Sandlin, Rosaire Appel, Ed Piskor, Peter Bagge, Joe Sacco, Jim Woodring, Cole Closser, Jesse Jacobs, Adam Buttrick, Anya Ulinich, Gina Wynbrandt, Esther Pearl Watson, Matthew Thurber, Noel Freibert, Blaise Larmee, Anya Davidson, Erik Nebel. Ah, Lethem dopo essersi già cimentato con la scrittura di un fumetto (con Omega The Unknown per la Marvel), qui si lancia anche nel disegno realizzando le brillanti introduzioni a ogni capitolo del libro. Elemento che aggiunge ulteriore valore a un volume caldamente consigliato, soprattutto se poco conoscete gli autori coinvolti.

Anders Nilsen, "Prometheus"

Anders Nilsen, “Prometheus”

“Blammo” #8 1/2 di Noah Van Sciver

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Dimenticate i tipici racconti alla Van Sciver, quelli che vedono protagonisti i suoi loser brutti, sfigati e rovinati dalla vita e che erano la principale attrattiva dei precedenti numeri di Blammo, nonché il cuore dell’antologia Youth Is Wasted (ne ho parlato qui). Come la numerazione lascia intendere, questo ottavo numero e mezzo dell’antologia è un albo atipico, che mette insieme in un bella confezione impreziosita dall’uso del colore una serie di contenuti eterogenei, già pubblicati altrove oppure realizzati per l’occasione.

Il “cuore” di questo albetto, come al solito pubblicato da Kilgore Books, è costituito dai contenuti autobiografici, a partire dai diary comics già visti on line e che, riprendendo la struttura del comic book I Don’t Hate Your Guts uscito per 2d Cloud, ne proseguono anche la storia. Se in quell’occasione il sarcasmo spietato e l’ironia affilata di Van Sciver lasciavano spazio al romanticismo, qui assistiamo all’epilogo di quella relazione amorosa, in una serie di pagine dai colori pastello in cui a prevalere è la malinconia. Van Sciver non si mette completamente a nudo, non rivela particolari intimi come farebbero altri autori, ma raccontando piccoli fatti della quotidianità riesce a raggiungere il lettore, a stabilire un’empatia. Disegnati in fretta sul suo sketchbook, questi diari sono per me una delle cose preferite della produzione di Van Sciver e in un’ipotetica classifica dei molteplici “generi” affrontati dall’autore statunitense li metterei al secondo posto, subito dopo le storie dei perdenti di cui dicevo sopra. La tematica della rottura con la sua ex è ripresa in un paio di fumetti che fanno da cornice alle sei pagine di diario, in cui si passa da una malinconia ancora più toccante (in una spendida tavola in cui l’autore ritrova a casa le forcine per capelli della ragazza), alla saggezza dell’amico e collega John Porcellino (nel resoconto di una conversazione telefonica) fino alla disperazione (in una tavola che ritrae l’autore a letto).

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Se tutto questo vi sembra troppo intimista siete fuori strada, perché in questo numero di Blammo c’è molto altro, come un’apparizione speciale di Fante Bukowski (protagonista dell’omonimo libro fatto uscire qualche mese fa da Fantagraphics), un divertente fumetto con protagonista un killer di comunisti – che uccide demoni con la falce e martello stampata sul petto al grido di “better dead than red” – una storia marinara (o presunta tale) piena di mostri, due pagine biografiche (una dedicata addirittura ai Limp Bizkit, chissà perché) e una doppia tavola che ci riporta alle atmosfere del graphic novel The Hypo. Citazione a parte merita la ristampa di alcune strisce uscite per il giornale di Denver Westword, in cui possiamo notare l’abilità di Van Sciver anche come autore di newspaper strip, qui incentrate su temi di volta in volta diversi come la solitudine, i dischi preferiti, la depressione, le sbornie e via dicendo. Tra tutte la mia preferita è quella dedicata all’inverno, con l’inizio cult “I hope this winter is the coldest and darkest on record. I hope the sun goes down at noon and everybody stays indoors and reads”. Come non essere d’accordo?

Ah, se qualcuno ancora non lo sapesse Van Sciver sta per debuttare in Italia con il volume Saint Cole, in uscita in questi giorni per Coconino Press.

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“Drawn Onward” di Matt Madden

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Drawn Onward è un comic book di Matt Madden pubblicato inizialmente come 182esimo numero della rivista One Story nel novembre 2013 e ristampato qualche mese fa da Retrofit Comics. Una donna incontra nei sotterranei della metropolitana uno sconosciuto, che ogni volta sembra riconoscerla tanto da implorare la sua attenzione e da dirle che non può vivere senza di lei. Detta così la storia potrebbe sembrare un mystery, costruito sul misterioso legame tra i due personaggi. In realtà Drawn Onward non è un fumetto incentrato sul plot ma sulla forma. Madden, che ai lettori italiani sarà familiare soprattutto per Esercizi di stile. 99 modi di raccontare una storia pubblicato da Black Velvet, realizza qui il suo ennesimo saggio in forma di fiction. D’altronde le sue opere sono spesso esperimenti che analizzano le strutture del fumetto e questo suo approccio alla narrativa disegnata ha trovato ancora più sfogo da quando il cartoonist statunitense si è trasferito ad Angoulême con la moglie Jessica Abel. Così, quando la protagonista comincia a ricambiare le attenzioni dello sconosciuto, il loro interesse diventa reciproco e sfocia nel bacio che occupa le pagine centrali dell’albo. Subito dopo, la prospettiva si ribalta. Ora è la donna a cercare l’uomo, che dal canto suo inizia a ignorarla e pian piano a respingerla. Ogni tavola della seconda metà del comic book diventa così speculare alla tavola corrispondente della prima parte, in un gioco di rimandi che ribalta i ruoli e trasforma quello che sembrava inizialmente un thriller in un sottile gioco da Settimana Enigmistica. L’alternarsi studiato di tavole disegnate con uno stile pulito e leggero e di altre caratterizzate da linee corpose fa il resto, rendendo a tutti gli effetti Drawn Onward un fumetto incentrato sulla struttura più che sulla narrazione.

Drawn_Onward_09-copy_originalNella versione originale la storia usciva con il sottotitolo di “star-crossed comic”, evidenziando il rapporto maledetto dal destino che lega i due protagonisti, mentre la nuova edizione è stata presentata come un fumetto palindromo. Tra le due definizioni la seconda è vera soltanto in parte, perché le pagine di apertura e chiusura contestualizzano la lettura e la rendono pienamente comprensibile soltanto se fatta “in avanti”, come suggerisce il titolo. Risulta invece azzeccatissima la definizione originale, dato che Drawn Onward si fa apprezzare più che per la dimensione formale – sinceramente un po’ fine a se stessa e neanche troppo originale – per il suo significato di parabola sui rapporti sentimentali, mostrando come a volte la sintonia duri soltanto per lo spazio di un bacio, dato tra le pagine centrali di un fumetto.

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Drawn Onward è disponibile qui nel negozio di Just Indie Comics.

Definire uno stile: One Percent Press

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Ci sono, e ancor più c’erano, etichette discografiche che definivano uno stile, accompagnando contenuti musicali classificabili in un genere specifico con una precisa estetica delle copertine e degli LP: un paio di esempi a me cari sono la Factory e la Sarah Records, ma se ne potrebbero citare tanti altri. Nel campo del fumetto, questo fenomeno non può certo esistere secondo gli stessi canoni, perché se nella musica è già difficile demarcare le linee tra un genere e l’altro, figuriamoci in una forma d’arte così articolata e complessa come la nostra. La distinzione classica che viene fatta nel fumetto statunitense è molto più generica e riguarda la suddivisione tra prodotti mainstream, legati economicamente al mondo delle corporation ed esteticamente a contenuti apprezzati dal grande pubblico, e quelli “indie”, che invece nascono fuori dalla produzione di massa. Va da sè che il mondo indie dovrebbe anche veicolare contenuti alternativi a quelli mainstream, cosa che ormai non è più vera perché etichette indipendenti come l’Image sono dei colossi che producono sì materiale diverso dai fumetti di supereroi della Marvel o della Dc, ma tutt’altro che rivoluzionario o anticonvenzionale. Ecco dunque che “indie” e “alternative” non sono più sinonimi, tanto che per cercare prodotti fuori dagli schemi bisogna per forza esplorare l’underground, intenso non più come genere nato negli anni ’60 e caratterizzato dalla satira dello status quo, dalla presenza di sesso, droghe e oscenità varie, ma letteralmente come un sottobosco di micro-produzioni che nella realtà nord-americana è sempre più florido e interessante.

Tra le tante piccole case editrici di cui ho parlato su Just Indie Comics, ce n’è una, la One Percent Press, che non solo pubblica fumetti senza preoccuparsi dell’eventuale riuscita commerciale, ma che ha anche il merito di fare le proprie cose secondo il modus operandi di un’etichetta discografica di altri tempi. E non a caso oltre a pubblicare e distribuire fumetti il marchio fondato nel 2004 da Stephen Floyd e JP Coovert pubblica e distribuisce anche LP e CD di band come Wooden Waves e Tin Armor, in uno spirito che prende pieno spunto dalla filosofia Do It Yourself. E questo con una certa continuità, dato che in questi dieci e passa anni i due hanno fatto uscire oltre 50 fumetti e 25 dischi.

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A definire il sound dei fumetti made in One Percent Press non è né la confezione, diversa a seconda dei casi, né la linea pulita dei disegni, che eppure costituisce una costante. Il punto di contatto tra un’uscita e l’altra riguarda piuttosto la tematica, dato che la gran parte degli albi si propone come una rilettura del genere “romanzo di formazione”, esplorando le inquietudini di bambini e adolescenti oppure mostrandoci dei venti-trentenni che cercano ancora la loro strada nel mondo. In questo senso l’albo migliore per capire l’idea dietro a questo progetto editoriale è Salad Days di JP Coovert. Brandon arriva a Minneapolis per incontrare un vecchio amico e passare un weekend di “movies, videogames, and pizza”. Uno è costretto a indossare la cravatta per il lavoro di designer in una corporation,  l’altro ancora non sa bene che tipo di carriera intraprendere, ma entrambi hanno ormai famiglia e non riescono più a dedicarsi alle loro passioni.  Il ricordo dei tempi passati li spinge a uscire dalla solita routine, a fare qualcosa di diverso, tanto che si ritrovano inseguiti da una macchina della polizia.

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Non so quanto di autobiografico ci sia dietro le linee spigolose e il tratto essenziale di Coovert, ma uno dei due personaggi potrebbe essere proprio l’autore, ansioso di rimanere fedele ai sogni dell’adolescenza, di coltivare le proprie passioni e di non diventare una persona come tante. D’altronde la storia della One Percent Press è più o meno questa, cioè quella di due ragazzi che si sono conosciuti a vent’anni e che vivendo sempre in città diverse (la sede dell’etichetta è attualmente tra Minneapolis e Buffalo) hanno creato questa micro-realtà per rimanere in contatto e fare qualcosa insieme. Per quanto riguarda il nome, One Percent Press si riferisce al fatto che soltanto l’1% della vita è veramente eccezionale, soltanto l’1% del cibo è buonissimo e solo l’1% dei fumetti e della musica è realmente degno di nota: un concetto che per ammissione dello stesso Stephen Floyd è da ventenni, da giovani che cercano la propria affermazione non tanto nel mondo, ma contro il mondo.

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L’opera più rilevante uscita finora è la versione inglese de L’Âge Dur di Max de Radiguès, tradotta con il titolo Rough Age che purtroppo perde il bel gioco di parole dell’originale. Il contenuto però non cambia e così anche i lettori americani hanno potuto godersi in questo volumetto datato 2014 il materiale pubblicato dal cartoonist belga tra il 2009 e il 2010. Lo stile è apparentemente pulito ma sotto sotto nervoso, mostra delle deviazioni dai contorni rassicuranti della ligne claire, come se i tremolii del pennino riflettessero le inquietudini dei protagonisti, ragazzi in età scolastica che pensano soprattutto ai rapporti con l’altro sesso e che litigano, fanno a botte, copiano i compiti, sparlano gli uni degli altri. Una serie di storie si intrecciano tra loro con un susseguirsi continuo di personaggi, come Roman, che è preso di mira da un compagno e inventa una fidanzata immaginaria, oppure Gary, che sta con Louise ma è segretamente innamorato di Marc, o anche Ron, che viene lasciato dalla ragazza ma mostra un’aria da duro pur soffrendo in segreto. Con leggerezza ci si avvicina al finale, quando i ragazzi arrivano a posare per la fotografia di classe con i nasi rotti, i musi imbronciati, gli occhi neri dopo tutto quello che è successo nelle pagine del volume. Rough Age è per molti versi un classico fumetto franco-belga ma per l’aspetto minimalista si avvicina alle produzioni “indie” statunitensi: alla fine ne viene fuori una storia universale, che potrebbe raccontare le vicende dei bambini della gran parte del mondo occidentale.

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L’albo della One Percent Press che più rappresenta il genere “romanzo di formazione” è però Immovable Objects di James Hindle, autore che finora conoscevo per la breve Yellow Plastic pubblicata sul quarto numero dell’antologia Irene (qui la mia recensione). E i punti in comune tra le due storie non mancano, dato che entrambe fanno ampio uso di didascalie a mò di voce fuori campo per raccontare un rapporto tra un ragazzo impacciato e una ragazza ben più sveglia di lui, sicura nei modi di fare ma comunque tormentata. Qui in particolare seguiamo le ordinarie avventure di Steven Price, un tipo “anonimo”, “cresciuto dalla madre in una casa perfettamente normale in una città di medie dimensioni nel New England”. Steven “ha ricevuto voti decenti a scuola ed è stato ammesso in un accettabile college privato soltanto a un’ora da dove è cresciuto”, un college che era “adeguatamente piccolo e senza pretese”. Isolato dai compagni di scuola, solitario e meditabondo nonché con il pensiero ricorrente rivolto a un padre che non ha mai conosciuto, Steven è inizialmente raffigurato seduto sulla panchina di un parco, da solo, mentre le foglie degli alberi gli si poggiano sulla spalla. Le cose cambiano quando incontra Caroline, una compagna di scuola con cui costruisce un rapporto confidenziale ma privo di ogni risvolto sessuale. Come succede spesso in questi casi, l’amicizia si sfalda quando entra in gioco una terza persona, un professore di disegno da cui Caroline è sempre più attratta. Le battute e i cenni di intesa lasciano spazio a gelosie e desideri repressi, così che Steven è costretto a superare il facile appiglio della relazione con la ragazza per guardare dentro se stesso, acquisire sicurezza e forse maturare.

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Anche Hindle come i già citati Coovert e de Radiguès ha un tratto semplice e pulito, anche se più rotondo rispetto a quello dei colleghi. Al di là del disegno in se stesso, ciò che colpiscono in Immovable Objects sono le soluzioni grafiche, spesso ottenute con la contrapposizione del bianco, del nero e del verde chiaro. La madre di Steven è raffigurata attraverso una sagoma bianca con contorni neri, ma non è definita come i protagonisti, rimane un personaggio sullo sfondo. Anche la figura del padre è indefinita, ma questa volta è nera, ancora più misteriosa. E quando la vicenda arriva alla sua conclusione anche la figura di Steven è diventata indefinita, del verde chiaro che costituisce l’altro colore dell’albo. Il cerchio si è chiuso e anche il protagonista non è più nulla per noi. Eppure Hindle è riuscito a farcelo diventare familiare in 36 pagine, regalandoci una storia profonda e piena di sfumature.

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Altri titoli recenti pubblicati dalla One Percent Press sono Hollow In The Hollows del canadese Dakota McFadzean, un racconto che vede protagonisti due bambini alle prese con oscuri presagi (ne avevo parlato l’anno scorso), e Present Tense dell’illustratrice e fotografa di Buffalo Emily Churco, che raccoglie storie di una pagina autobiografiche, tra momenti di riflessione e gag estemporanee. Le prossime novità sono attese per la Small Press Expo di Bethesda del 19-20 settembre, quando debutteranno la raccolta del Jeremiah di Cathy G. Johnson (tra l’altro vincitrice dell’Ignatz come miglior talento emergente proprio all’ultima SPX) e il ventesimo numero della serie Simple Routines di JP Coovert, oltre alla ristampa dell’esaurito The Aeronaut di Alexis Frederick-Frost, autore visto in Italia con il libro Avventure tra le nuvolette pubblicato da Proglo.

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“mini kuš!” #34-37

(English text)

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Nuova serie di mini kuš!, tutti in uscita il 22 agosto insieme al 22esimo numero della più massiccia antologia, che questa volta ha scelto il “fashion” come tema. In attesa di vedere come i vari cartoonist hanno esaltato, deriso, reinventato il mondo della moda, vediamo adesso cosa ci riservano questi nuovi quattro albetti, tutti di 28 pagine a colori, spillati in formato A6 e stampati su una bella carta spessa e opaca.

Il 33esimo mini kuš! è appannaggio di Mikkel Sommer, artista danese classe ’87 che si è già fatto notare pubblicando in Francia per Casterman e in Inghilterra per Nobrow. Al debutto assoluto per l’editore lettone, Sommer tira fuori in Limonchik una storia quasi del tutto muta (ci sono solo 2 pagine su 24 con un accenno di testo) che immagina il ritorno sulla terra della cagnetta “lost in space” Laika, altrimenti nota proprio come Limonchik. I fulmini che escono dagli occhi dell’animale, già mostrati in copertina, preludono a una seconda parte dell’albetto piena di tempeste e distruzioni, in uno scenario apocalittico che alterna tavole su sfondo rosa ad altre blu scuro, in una giustapposizione tra giorno e notte, terra e spazio profondo. L’uomo è qui totalmente assente, ci sono solo un cane e una civiltà prima addormentata, poi devastata.

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Se l’idea di Sommer è efficace ma al tempo stesso piuttosto semplice, lo statunitense Theo Ellsworth viaggia su coordinate più complesse e persino psichedeliche. Sarà che quando ho scoperto il mondo dei comics e dell’arte underground le sue cose erano un po’ dappertutto, ma io in questi giochi visionari che rimandano a riti di rinascita mentale e corporea rivedo sempre l’eco del nostro Matteo Guarnaccia, in questo caso mixato con l’altro americano Jim Woodring. Paragoni a parte, Ellsworth crea in queste pagine una storia totalmente muta ma che riesce al tempo stesso a essere divertente, inquietante e alla fine liberatoria.

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Ma non fatevi incantare soltanto dalle atmosfere oniriche e dalle linee intrecciate di questo Birthday, perché l’autore di Capacity e di The Understanding Monster è un maestro anche nel disegnare volti umani ed espressioni, come la faccia disperata del protagonista nella prima pagina, il suo timore mentre accetta di sottoporsi al rito iniziatico a pag.4, l’incredulità quando capisce cosa gli sta succedendo nella sequenza finale.

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Dato che non c’è due senza tre, anche Lai Tat Tat Wing non fa uso di parole nel suo mini-albo. L’artista di Hong Kong è presenza quasi fissa nelle antologie lettoni e non poteva mancare prima o poi un mini kuš! a lui interamente dedicato. Pages to Pages vede i due protagonisti senza volto ridere, litigare e poi infine inseguirsi, in un crescendo di situazioni degne di un cartone animato ma in cui non mancano elementi surrealisti. Sembro scemo se dico di vedere qua e là l’eco della Doom Patrol di Grant Morrison? Beh, forse sì, ma i libri che si aprono impazziti e le mani che piovono dal cielo possono suggerire questa improbabile analogia. Presente anche il tema metanarrativo del conflitto fra pagina disegnata e tecnologia, che trova degno compimento nella scena finale. A mio parere visto il tono della storia dei colori più incisivi non avrebbero guastato, ma probabilmente è solo una questione di gusti.

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Chi sicuramente non ha fatto economia di colori sgargianti è il veterano del fumetto underground europeo Tommi Musturi, per cui il 2015 è un anno particolarmente importante, dato che a novembre uscirà la raccolta del suo The Book of Hope per Fantagraphics. L’albo si apre con una bionda signora intenta a bere un cocktail e fumare, fino a che qualcosa non le cade in testa… Non vi dirò di che si tratta, ma vi assicuro che è una scena che ben rappresenta l’astio del protagonista nei confronti del mondo intero, degno di un personaggio di Ivan Brunetti. Ma alla fine quest’uomo non è poi così terribile come sembra se sogna arcobaleni e unicorni e se si trova a ballare tutto nudo sulle note di Like a Virgin di Madonna… Al di là della trama, comunque divertente, il lavoro del cartoonist finlandese si esalta in alcune tavole geniali che uniscono inventiva e storytelling: si veda per esempio quella in cui inscena una serie di possibili suicidi per il suo protagonista o tutta la coloratissima sequenza onirica. Insieme a quello di Ellsworth, Snake in the Nose è il mini kuš! più riuscito di questa infornata estiva.

Tommi_Musturi_Snake-1_600I quattro albetti sono già disponibili qui al prezzo di $6 l’uno incluse spese di spedizione.