“2120” di George Wylesol

La collana Brick curata da Ratigher per Coconino si arricchisce di un nuovo volume che oltrepassa i confini del fumetto propriamente detto. Già il titolo d’esordio, Eldorado di Tobias Tycho Schalken, aveva sfidato le convenzioni proponendosi come un insolito mix tra una raccolta di storie brevi e un catalogo d’arte. 2120 di George Wylesol va anche oltre, dato che è una sorta di “avventura grafica” che ricorda da una parte i videogiochi punta e clicca alla Doom (l’uso della soggettiva e il movimento nello spazio) e dall’altra  le produzioni Lucasfilm come Maniac Mansion, Zak McKracken o Monkey Island. Non un semplice librogame a fumetti dunque, dove il lettore interpreta il protagonista limitandosi a decidere se andare alla pagina X o alla pagina Y, ma piuttosto una narrazione interattiva in cui tra una miriade di corridoi, porte e stanze ci sono indizi da raccogliere e rompicapi da risolvere: pena rimanere bloccati o ritrovarsi a girare in tondo senza riuscire a uscire né a tornare indietro. Il lettore si troverà davanti diverse tipologie di scelte o enigmi: dovrà quindi decidere se andare a destra o a sinistra, se aprire una porta o l’altra, se guardare un dettaglio in fondo a una stanza o tornare indietro e, nei casi più complessi, dovrà inserire una sorta di codice per aprire un lucchetto o fare login su un computer. I codici sono nascosti nelle pagine precedenti, o a volte in quelle successive, e non sono sempre facili da estrapolare. Comunque coincidono con il numero di pagina in cui prosegue l’avventura: per esempio se un lucchetto si apre con il codice 123, si dovrà andare a pagina 123. Non tutti gli enigmi sono di facile soluzione: se a volte basta trovare un numero da inserire poco dopo, altre bisogna dedurre il codice da una serie di indizi. Per questo vi consiglio di prendere appunti, utilizzare segnalibri o persino fotografare qualche pagina di particolare importanza. Io l’ho capito dopo la prima lettura, che si è risolta in un nulla di fatto. E anche con le dovute accortezze al tentativo successivo mi sono bloccato e ho dovuto barare per andare avanti. Ma io non faccio testo: sono una schiappa con gli enigmi, gli indovinelli e i giochi in genere e se provate a regalarmi una copia della Settimana Enigmistica scappo a gambe levate.

Ma torniamo al fumetto in questione. Perché 2120 innanzitutto? Il titolo, per quanto evocativo e capace di farci pensare a un futuro o a una sorta di distopia del nostro presente (come un anagramma di 2021), si riferisce in realtà al civico di McMillan Drive dove il tecnico 46enne Wade Duffy è stato chiamato per riparare un computer. Apparentemente si tratta della sede della DAC, un’azienda dove Wade era già passato una settimana prima senza che nessuno si degnasse di aprirgli la porta. E anche stavolta le cose non vanno diversamente, anzi, fuori c’è ancora l’avviso lasciato in precedenza da Wade. Ma il nostro alter ego non si arrende e trova il modo di entrare nell’edificio. Peccato che, appena varcata la soglia, la porta si chiuda dietro di lui. Dentro lo stabile è enorme, sporco, evidentemente in disuso ma soprattutto vuoto. Ed è proprio il vuoto l’altro protagonista di 2120, o meglio ancora l’antagonista nostro e di Wade: il vuoto di un edificio deserto, dall’aspetto ordinario ma non per questo meno angosciante, che assume prima i colori di un giallo tenue per poi passare agli spazi bui e neri del sotterraneo. In questo vuoto totale una qualsiasi ombra, o persino un foglio accartocciato in un angolo, possono essere al tempo stesso una possibilità di salvezza – una via d’uscita – o una minaccia, un presagio di qualcosa di brutto che ci sta per accadere. Nostro compito è quello di avere la meglio sul vuoto trovandovi una spiegazione o al limite tornando indietro al momento fatale, quello in cui abbiamo varcato la soglia del 2120 di McMillan Drive. Il nostro Wade è come un astronauta nello spazio, alla ricerca di forme di vita o, se le cose si mettono male, semplicemente alla ricerca del modo più rapido e indolore di tornare alla propria astronave.

2120 è un fumetto potentissimo, con un’idea forte sviluppata fino in fondo e in cui tutto trova una spiegazione: basta non scoraggiarsi e leggerlo per intero, perché, nonostante abbia la struttura di un librogame, 2120 va letto tutto, senza lasciarsi sfuggire una sola delle sue quasi 500 pagine. I temi e le soluzioni formali già adottate da Wylesol in Ghosts, Etc. e Internet Crusader trovano qui il loro compimento, creando un unicum inscindibile tra forma e contenuto, come solo i grandi fumetti riescono a fare. I disegni, evidentemente tutti in digitale, sono realizzati con uno stile geometrico, asettico, in bassa fedeltà, finalizzato sia a restituire la sensazione di giocare con un videogioco vintage che a inquietare il lettore. E sulla forma aggiungerei qualcos’altro, visto che ci sono. A prima vista 2120 mi lasciava un po’ perplesso, perché non mi sembrava una grande idea unire la soggettiva – già una scelta azzardata – all’uso quasi totalizzante della splash page (le vignette sono presenti soltanto nelle ultime pagine). Ora, io non sono un tradizionalista ovviamente, anzi direi che amo la sperimentazione, ma quando la splash page viene utilizzata insieme alle didascalie annullando la stessa idea di sequenzialità che dovrebbe essere alla base di ogni fumetto che si rispetti, beh, lì storco un po’ il naso. E’ in questi casi che mi sembra di stare davanti a un graphic novel, cioè a un “romanzo grafico” appunto, che potrebbe essere una definizione perfetta per definire qualcosa che non è del tutto fumetto, o forse un particolare tipo di fumetto (e non una qualsiasi storia autoconclusiva in volume). Ma Wylesol utilizza un processo ben diverso: la sequenzialità è infatti data dal movimento a cui assistiamo pagina dopo pagina, tanto che alcuni blocchi potrebbero sembrare degli insoliti flip book in soggettiva. Le splash di 2120 non sono immagini statiche catturate in un attimo fermo nel tempo ma per lo più “maxi-vignette” collegate l’una all’altra secondo una precisa idea di sequenzialità, in modo da mostrare gli spostamenti nello spazio del lettore/protagonista e da creare movimento. L’autore dimostra così una grande conoscenza e padronanza del medium e del suo linguaggio, perché lo piega alle sue esigenze – creare un fumetto diverso – mantenendone viva l’essenza. E creando così un’opera per tutti ma che i “grandi lettori” (di fumetti) ameranno e apprezzeranno ancora di più.

Just Indie Comics a Lucca

Per la prima volta Just Indie Comics approda a Lucca Comics & Games. Ci troverete allo stand di Rulez, al Padiglione Napoleone, con una selezione di fumetti dalla distribuzione e nuovi arrivi freschi freschi per l’occasione. Potrei iniziare qui un discorso sul perché saremo a Lucca ma in realtà non lo so nemmeno io, quindi figuratevi se riesco a spiegarlo a voi. Vi dico invece cosa avremo, ossia solo libri in lingua inglese, sia di editori americani come Fantagraphics, Drawn & Quarterly, Floating World, Uncivilized Books che di piccole realtà come Domino Books, Deadcrow, Bubbles. Inoltre ci saranno diverse produzioni europee, come i fumetti di The Mansion Press, Kuš!, Lystring Förlag, Ion. Volete qualche titolo? Ok, allora pesco dal mucchio Time Zone J di Julie Doucet, Parallel Lives di Oliver Schrauwen, Free Shit di Charles Burns, City Crime Comics di Teddy Goldenberg, i nuovissimi Dream of the Bat di Josh Simmons e Wet Market #1 di Johnny Ryan, i più recenti numeri dell’antologia lettone š! e gli ultimi mini kuš, l’antologia horror Vacuum Decay, un po’ di Frontier della Youth in Decline, svariati numeri della fanzine Bubbles, altre antologie come TinfoilCowlickJaywalk Reptile HouseSwag di Cameron Arthur, Nash di Johan Nørgaard Pedersen, Måsvarrelsen di Joe Kessler e tanto tanto altro. Cercateci dunque da Rulez, ci saremo tutti i giorni dal 28 ottobre all’1 novembre ma chi primo arriva i migliori fumetti trova.

“Swag” di Cameron Arthur

In attesa dell’ultimo invio del Buyers Club 2022, previsto a ottobre, ritorno sul protagonista della spedizione di luglio, ossia Cameron Arthur, fumettista texano 22enne che da qualche anno si autoproduce la serie Swag. Ci torno su anche perché nel Big Cartel di Just Indie Comics sono disponibili alcune copie del #3 e del #4 di Swag, che rappresentano – a mio modesto parere – tra le migliori autoproduzioni uscite di recente dall’underground statunitense.

Cameron Arthur si è formato alla scuola di Frank Santoro, prima per corrispondenza (uno dei fumetti contenuti su Swag #2 era stato creato per la Comics Workbook Composition Competition del 2016) e poi di persona, dato che è andato a Pittsburgh per studiare dall’autore di Storeyville e Pompei. L’influenza delle teorie di Santoro è evidente in Swag #3, che usa elementari soluzioni formali per sviluppare due narrazioni parallele alternate a blocchi di due pagine. Da una parte abbiamo la vicenda di Donald, che si sveglia una mattina senza un alluce, e dall’altra quella dello stesso dito antropomorfo che cerca di cavarsela per conto proprio, finendo coinvolto in un fattaccio di cronaca nera. La prima è raccontata con una griglia fissa di 6 vignette interamente in rosso, la seconda con una griglia a 9 colorata di blu. Il risultato è paradossale ma anche straniante e a tratti disturbante. L’abilità di Arthur è quella di cercare l’assurdo non per strizzare l’occhio al lettore, come è abitudine dei fumettisti “alternativi” contemporanei, ma per generare stupore, confusione, turbamento. Peraltro con una buona dose di ironia, che non guasta mai.

Anche nel secondo fumetto di Swag #3 succede lo stesso. La griglia stavolta è di 4 vignette e i colori usati sono il bianco, il nero e il rosso. Old Dog è incentrato su un gruppo di amici con il vizio della droga: uno di loro si è appena suicidato, l’altro spaccia ma spesso si tiene la coca per sé, un altro ancora vuole sempre sniffare e fare festa. Sono solo 17 pagine con una trama appena abbozzata e un finale che non può veramente definirsi tale, ma alla fine l’effetto è lo stesso che in Big Toe, tanto che non possiamo annoverare l’albo in un genere specifico né definirlo ironico o drammatico. E il superamento dei concetti di “genere” e “tono” del racconto non sono cosa da poco per un autore che, quando ha creato questi fumetti, era a cavallo dei suoi vent’anni.

Swag #4, scritto e disegnato tra febbraio e dicembre 2021 e pubblicato nel 2022, alza ulteriormente l’asticella. E’ questo l’albo che ho scelto per il Buyers Club, uno dei fumetti che mi è piaciuto di più negli ultimi tempi. L’albo, sempre formato magazine e su carta patinata come il precedente, è stavolta in un bianco e nero nettissimo, che non lascia spazio nemmeno a un accenno di grigio. All’interno troviamo una sola storia, intitolata Night. La griglia è più stretta ma anche meno rigida, perché di tanto in tanto Arthur si prende la libertà di rompere la struttura a 12 con qualche soluzione sviluppata in orizzontale. I disegni essenziali, che ritraggono i personaggi per lo più su sfondo bianco, sono totalmente funzionali al racconto e ricordano quelli di Paper Rad, la cui sensibilità pop viene però azzerata dalla totale assenza di colore. Per quanto riguarda i contenuti, l’ironia si asciuga rispetto alle storie precedenti per favorire l’analisi dei rapporti interpersonali e l’introspezione. La storia è incentrata sulla riunione di una famiglia texana, con i tre figli che vanno a trovare i genitori. In più ci sono i partner di due di loro, oltre a un vicino di casa il cui sguardo da esterno è inevitabilmente simile a quello del lettore. Come nella più classica delle situazioni, segreti vengono svelati, vecchie ruggini tornano a galla e il dramma viene sfiorato. I dialoghi sono ricchi e autentici, salvo poi arrivare a un punto in cui – in vignette memorabili – i personaggi se ne escono con frasi fatte degne di una soap opera. Ma le pronunciano sempre con sguardo vuoto, stralunato e smarrito, tanto da risultare più ridicoli che drammatici.

E’ incredibile come in 48 pagine questo giovane fumettista riesca a delineare in modo così preciso i diversi caratteri e soprattutto ad affrontare temi di non poco conto che fanno parte della storia di qualsiasi famiglia occidentale, con i figli che se ne vanno di casa, i genitori che diventano vecchi, nuove coppie che si formano, bambini che nascono, tradimenti, incomprensioni, l’alcolismo che diventa l’unico modo per affrontare tutto ciò. Lo ripeto, sono solo 48 pagine ma dentro c’è molto di più di quello che siamo abituati a trovare nella gran parte dei voluminosi graphic novel contemporanei. Night è una storia avvincente e raccontata egregiamente, contenuta in un albo spillato che ti puoi comodamente portare in bagno, senza prenderti un giorno di ferie per riuscire a leggerlo. Che volere di più da un fumetto?

Trovate i due numeri di Swag di cui ho parlato nel negozio online di Just Indie Comics: qui c’è Swag #3 e qui Swag #4. Vi segnalo inoltre: a) che nel #3 della newsletter cartacea di Just Indie Comics trovate un’intervista a Cameron Arthur; b) che se fate un ordine dal sito vi dovrebbe arrivare anche la newsletter (fino a esaurimento scorte); c) che se non volete perdere neanche un numero potete andare qui e abbonarvi alla newsletter a soli 10€ all’anno.

Crack! + Newsletter #3 + Storie zitte

Dopo due anni di stop causa pandemia torna il Crack!, il festival di fumetti dirompenti che porta l’arte stampata e disegnata al Forte Prenestino di Roma. Da giovedì 23 a domenica 26 giugno mi troverete lì con il mio tavolo pieno di fumetti americani, italiani e non solo. Cosa avrò di preciso non ve lo dico, anche se per farvi un’idea potete dare un’occhiata alla foto qui sotto.

Per il resto vi lascio la sorpresa di venirmi a trovare. E ovviamente guardatevi anche in giro, al Crack! c’è sempre una grande offerta di fumetto italiano e internazionale, spesso sotterraneo e misconosciuto, quindi troverete sicuramente pane per i vostri denti. Per esempio ho saputo che da San Francisco arriveranno due autori del collettivo Deadcrow, di cui ho parlato più volte da queste parti a proposito dell’antologia Tinfoil e di cui potrete acquistare le nuove pubblicazioni. Il resto lo trovate sul sito del Crack!, che è nella sua incarnazione Vudu quest’anno.

Chi viene al festival avrà anche la possibilità di avere in omaggio il #3 della newsletter di Just Indie Comics, in uscita per il festival in ben 400 copie invece delle solite 100. In questo numero della newsletter troverete una presentazione del progetto Just Indie Comics (per i malcapitati che ancora non ne sanno niente), una riflessione sull’eterno tema serial vs. libro a fumetti che parte da due volumi letti di recente (Crash Site di Nathan Cowdry e Nessun altro di R. Kikuo Johnson) passando per Love and Rockets e Crickets di Sammy Harkham, un articolo sul Crack! appunto, un focus sul nuovo fumetto del Just Indie Comics Buyers Club ossia Swag #4 di Cameron Arthur (autore della vignetta in copertina) e le ormai classiche sezioni dedicate alle novità della distribuzione e ai consigli per gli acquisti. Per chi non sarà al Crack non disperate: è possibile abbonarsi alla newsletter proprio a partire da questo #3 cliccando su questo link: https://justindiecomics.bigcartel.com/product/abbonamento-just-indie-comics-newsletter. L’abbonamento costa 10€ spedizione inclusa, dura un anno e dà diritto a ricevere 4 numeri con cadenza trimestrale.

Chiudo con un aggiornamento dell’ultima ora, visto che le copie sono arrivate tra le mie mani poco fa. Tra i fumetti disponibili al Crack! al tavolo di Just Indie Comics ci sarà anche Storie zitte di Simone Angelini edito da Ifix, elegante volumone che raccoglie 22 narrazioni mute (ma si capiva già dal titolo, no?) realizzate dal fumettista pescarese noto ai più per Anubi, Malloy, 4 vecchi di merda e altri titoli su testi di Marco Taddei. Qui Angelini si mette in proprio, non scrive nel senso più stretto del termine ma dirige con sapienza cinematografica queste brevi storie che sembrano estemporanee ma che in realtà nascondono temi e personaggi in comune… Io me lo sono già gustato e vi posso dire che vale assolutamente la pena mettere le mani su questo autentico UFO del fumetto italiano.

“Time Zone J” di Julie Doucet

Giusto qualche riga per segnalarvi un nuovo fumetto di Julie Doucet: si chiama Time Zone J ed è uscito da qualche settimana per Drawn & Quarterly. Presentato come il “ritorno al fumetto” dell’autrice di Dirty Plotte, questo bel paperback di 144 pagine è in realtà un’opera sperimentale e unica nel suo genere come lo erano già stati 365 Days (2008) e Carpet Sweeper Tales (2016). Ma si sa, il marketing oggi è tutto e così via, diciamo pure che “Time Zone J is Julie Doucet’s first inked comic since she famously quit in the nineties after an exhausting career in an industry that, at the time, made little room for women”. Così ci mettiamo dentro pure un po’ di tematica di genere che di questi tempi non guasta mai, anche se in realtà c’entra poco e niente sia con la decisione della Doucet di lasciare i fumetti sia con questo libro qui.

Ma vabbè, lasciamo stare queste inutili beghe. E diciamo piuttosto che Time Zone J è un’altra geniale opera di un’artista a tutto tondo a cui il titolo di fumettista sta sin troppo stretto. Si tratta di un autentico flusso di coscienza disegnato, un memoir raccontato con una sola lunghissima tavola, con le pagine che vanno a confluire l’una nell’altra senza soluzione di continuità. Per rafforzare questa idea il volume è rilegato con le pagine doppie, in modo da lasciare bianco il retro di ognuna, tanto che verrebbe quasi voglia di distruggere la rilegatura e aprire il tutto a mo’ di leporello. Non ci sono vignette ma solo una splash page dopo l’altra, alimentate nella loro densità da quell’horror vacui a cui la Doucet già ci aveva abituati da un certo punto in poi su Dirty Plotte.

La trama attinge dai diari della fumettista da giovane, raccontando la storia a distanza con un soldato francese sul finire degli anni ’80. A interfacciarsi con il lettore è la Doucet di oggi, disegnata in primo piano o di profilo, ossessivamente onnipresente sulla pagina in molteplici e ripetute incarnazioni, perché a contare è più l’atto del ricordo e della creazione artistica nel presente che le vicende ormai appartenenti a un lontano passato. Intorno all’autrice/protagonista si concentrano personaggi famosi, animali, testi di canzoni, gli immancabili resoconti dei sogni, come se stessimo sbirciando in un diario o in uno sketchbook. Nelle prime pagine appare anche un primo piano delle parti basse della Doucet, con tanto di flusso mestruale che innaffia la pagina di inchiostro, a ricordare uno dei suoi primi fumetti, la celebre Heavy Flow.

La trama è solo un pretesto e poco importa rispetto all’oggetto inclassificabile che la Doucet riesce mettere nelle mani del lettore. Il suo percorso mi ricorda quello di un altro grandissimo, Gary Panter, perché come lui la Doucet è un’autrice che di fumetti ne ha fatti (e di bellissimi) ma che non è più riuscita a stare ferma, a rispettare le regole e i ritmi di un’arte e di un’industria spesso troppo autoreferenziali e fossilizzate su se stesse. Ed è proprio il fatto di essere ai margini di quest’industria, o addirittura totalmente fuori, da permettere a questi artisti di creare opere uniche e memorabili. Come Time Zone J, appunto.

 

Just Indie Comics all’ARF!

Se la memoria non mi inganna risale addirittura al dicembre del 2019 l’ultima volta che Just Indie Comics ha avuto uno spazio tutto suo a un festival di fumetto. Ebbene, dopo quasi 2 anni e mezzo torno finalmente in pista all’ARF!, ovviamente a Roma, da venerdì 13 a domenica 15 maggio. Mi troverete alla Città dell’Altra Economia a Testaccio tutti e tre i giorni dalle 10 alle 20, con una ricco assortimento di fumetti internazionali e non. In prima linea ci saranno tutte le recenti novità del negozio on line, finora mai viste dal vivo. Cito per esempio Måsvarrelsen di Joe Kessler, edito da Lystring Förlag, di cui ho parlato di recente in questo post. Sempre dalla casa editrice svedese arriva Det Grymma Svärdet #40, un bel volumone che raccoglie alcune gemme del fumetto alternativo contemporaneo. E dell’antologia troverete anche alcuni numeri arretrati, come il #39 racchiuso in una bella copertina di Lale Westvind. Dagli USA ci sarà il debutto italiano della nuova antologia di Domino Books, Jaywalk, curata da Floyd Tangeman di Tinfoil Comix. E i più veloci potranno mettere mano sugli ultimi numeri disponibili della stessa Tinfoil, rivista made in San Francisco più volte celebrata da queste parti. E a proposito di antologie, se amate l’horror ecco la pirotecnica Vacuum Decay, curata da Harry Nordlinger e che nei vari numeri ha ospitato fumettisti come Mike Diana, David Enos, Jasper Jubenvill e tanti altri. Ah, a proposito di horror come non citare il bellissimo Le Manoir di Josh Simmons, ristampa dell’esauritissimo House fatta uscire da Mansion Press? E sempre dall’accoppiata Simmons-Mansion Press arriva Birth of Bat, nuova rivisitazione del mito di Batman da parte dell’autore statunitense. Ancora da Mansion Press ecco la ristampa di The Comic Book Holocaust di Johnny Ryan, di cui troverete all’ARF! alcune copie firmate dall’autore. In cerca di approfondimenti, interviste, recensioni ecc. ecc.? Beh, allora potete mettere le mani su tutti i numeri della fanzine USA Bubbles, il cui recente #13 contiene una ricca intervista a Noah Van Sciver, con tanto di inserto disegnato.

Oltre al materiale internazionale, all’ARF! porterò parecchi titoli di piccole case editrici o autoproduzioni distribuite da Just Indie Comics. Ecco dunque una ricca selezione Hollow Press, che vedrà il debutto romano delle novità presentate al Comicon di Napoli, in primis Stitched Up e Rusted Tales di Spugna. Non mancherà poi il catalogo di Muscles Edizioni Underground, con il secondo numero di Muscoli Magazine e le due uscite della rivista di approfondimento Assaggi dedicati a Pazienza e Mattioli. Potrei continuare a lungo ma preferisco finirla qui, se siete a Roma o dintorni venite a trovarmi all’ARF!, che così vi regalo anche – salvo esaurimento scorte – una copia dell’ultima Just Indie Comics Newsletter. A presto!

“Måsvarrelsen” di Joe Kessler

Quello dell’inglese Joe Kessler è un nome ormai ben noto agli amanti del bel fumetto – sì, il bel fumetto, perché è questo ciò che ci interessa veramente: IL BEL FUMETTO – e anche a chi segue questo sito. Certo, non sarà noto come le celebri gemelle che portano il suo stesso cognome – e con cui sembra non avere legami di parentela – ma ci sono comunque diverse buone ragioni per cui dovreste conoscere Joe. Innanzitutto è una delle menti dietro a Breakdown Press, editore che negli ultimi anni di bei fumetti ne ha pubblicati davvero tanti. In seconda battuta dovreste conoscerlo per la sua serie Windowpane, edita ovviamente da Breakdown, che ne ha poi raccolto alcuni numeri nell’omonimo e fondamentale volume. Qualcuno di voi avrà poi visto le sue tavole al BilBOlbul o al Treviso Comic Book Festival, dove è stato ospite rispettivamente nel 2015 e nel 2021. E, per finire, qualcun altro avrà notato di recente il suo nome finire nel catalogo del seminale editore francese L’Association, con un’opera inedita intitolata Le Gull Yettin. Ebbene, proprio questa nuova fatica di Kessler arriva ora nelle grinfie di Just Indie Comics nella bella edizione svedese pubblicata dagli amici di Lystring Förlag con il titolo di Måsvarrelsen, un gioco di parole che descrive grosso modo “uno yeti dalle sembianze di gabbiano”. Svedese direte voi?!? E che ci capisco io?!? Beh, state calmi innanzitutto, anche perché se non sapete lo svedese il problema è vostro, non certo degli svedesi. E poi perché il fumetto è totalmente muto, quindi un’edizione vale l’altra e anche per i più comuni (e banali) anglofoni non c’è affatto bisogno di aspettare la versione a stelle e strisce che verrà stampata tra qualche mese da New York Review Comics. Fate dunque un salto sul webshop di Just Indie Comics e accaparratevi questa lucente versione scandinava di un fumetto semplicemente incredibile, in cui Kessler porta avanti la sua ricerca sul colore e sul segno in una maniera talmente profonda da non aver bisogno delle parole.

La vicenda di un bambino e di uno strano gabbiano antropomorfo viene raccontata in un mix di violenza e dolcezza che propone più livelli di lettura, dando vita a un fumetto profondo e universale come pochi sanno essere. Un libro stupefacente in tutti i suoi aspetti, sia per ciò che racconta che per come lo racconta, con le situazioni che salgono di intensità non attraverso la parola scritta ma grazie all’utilizzo di tecniche differenti, che staccano rispetto al canone: si vedano le due pagine centrali in bianco e blu con screzi di rosso o le diverse sequenze in cui il dinamismo è espresso con linee spesse e un disegno grezzo, abbozzato, quasi fanciullesco. In pochi casi si vede un utilizzo così completo dei mezzi del fumetto e una tale capacità di riuscire a emozionare il lettore senza ricorrere a dialoghi o facili descrizioni. Già uno dei libri dell’anno: non perdetelo, in qualsiasi edizione vogliate comprarlo.

Baba Jaga Fest a Roma

Inaugura a Roma un nuovo festival, dedicato ai fumetti e alle illustrazioni dell’Europa dell’Est e con tanti ospiti internazionali. Il Baba Jaga Fest si terrà a Roma presso la sede di Industrie Fluviali (in via del Porto Fluviale 35) dall’8 al 10 aprile prossimo e ha in cartellone mostre, presentazioni, workshop, proiezioni e molto altro ancora, per un programma ricchissimo che non lascerà spazio alla noia. Cerco di elencare (quasi) tutto anche se per il programma veramente completo vi rimando al sito del Baba Jaga.

Le mostre, innanzitutto. Il piatto forte della rassegna è Baltics Gone Wild, a cura di kuš! e che offre una panoramica sul fumetto di Lettonia, Estonia e Lituania. Gli artisti in mostra sono Akvile Magicdust, Gvidas Pakarklis, Mark Antonius Puhkan, Jana Ribkina e Pauls Rietums, che saranno tutti ospiti della rassegna romana insieme a David Schilter, curatore della mostra e fondatore di kuš!. Qualcuno di voi avrà già familiarità con questi autori, dato che delle antologie di kuš! e dei mini kuš! ho parlato più volte da queste parti, distribuendole anche nel negozio online di Just Indie Comics. Ultimamente mi sono perso un bel po’ di uscite e così anche per voi affezionati lettori di Just Indie Comics ci sarà la possibilità di recuperare i più recenti libretti lettoni al ricco bookshop del Baba Jaga, curato da Risma e a cui troverete il sottoscritto. Passate a salutarmi, se siete da quelle parti, e magari compratevi anche una copia del ricco catalogo del festival, 100 pagine piene di testi, illustrazioni e soprattutto fumetti. Ma ok, sto divagando, quindi torniamo alle mostre e in particolare a quelle di due fumettisti italiani che hanno saputo guardare a Est: sto parlando di Eliana Albertini con Hotel Jugoslavia, rivisitazione di cartoline e immagini dalle località turistiche della Jugoslavia (un esempio nell’immagine qui sotto), e di Maurizio Lacavalla con Le ricostruzioni del padre partito, in cui si racconta la migrazione del padre dell’artista dalla Puglia alla Bulgaria. I due autori saranno protagonisti di un incontro congiunto sabato 9 aprile alle 16, moderato da Alessio Trabacchini e Serena Dovì, direttori artistici del festival.

A proposito di incontri vi dico anche che al Baba Jaga ci sarà Aleksandar Zograf, autore ben noto in Italia (l’ultimo suo libro è Il quaderno di Radoslav e altri racconti della II guerra mondiale edito da 001 Edizioni), che nella serata di venerdì 8 introdurrà insieme al regista Djordje Markovic The Final Adventure of Kaktus Kid. Il documentario, in programma alle 21.30, è incentrato sulla ricerca di un misconosciuto fumettista serbo, Veljko Kockar, giustiziato durante la seconda guerra mondiale: la proiezione era già prevista ma il tema è quanto mai attuale, se si pensa a quello che sta succedendo oggi in Ucraina. Altra ospite internazionale è Daria Bogdanska, autrice del volume Nero Vita pubblicato in Italia da Mesogea: a presentarlo ci sarà, domenica 10 alle 16, la giornalista di Internazionale Annalisa Camilli. Subito dopo, alle 17, toccherà ad Alex Bodea, di cui Becco Giallo ha pubblicato The Fact Finder: ne parlerà con Alice Milani e Alessio Trabacchini, per poi lanciarsi in un “cinematic reading” del suo libro. Mi sembra di aver detto tanto a questo punto, ma spulciando il programma mi accorgo di non aver detto tutto. Per esempio ho omesso che venerdì sera ci sarà il dj set Blast From the East a cura di una vecchia conoscenza di Just Indie Comics, Andrea De Franco. O che sabato alle 18.30 prenderà il via la visual performance Jugosfera a cura di Francesca Battaglia, Daniele Imani Nobar, Sara Fabretti e Rosalia Giuliano. E non ho parlato nemmeno dei workshop o del fatto che le mostre di Lacavalla e Albertini si sposteranno, a partire dal 21 aprile, alla Galleria Cosmo, unendosi ai lavori di Kalina Muhova e Aleksandar Zograf nella mostra Balkans XX. Un’occasione in più per andare sul sito del Baba Jaga e vedervi il programma per bene e in maniera ordinata, perché sicuramente da questo articolo non ci avrete capito niente.

Just Indie Comics Newsletter #2

E’ uscito il #2 della newsletter cartacea di Just Indie Comics, tutto dedicato a Tinfoil Comix, di cui ho già parlato più volte su queste pagine e che accompagna – per gli abbonati al Buyers Club – il quinto e conclusivo numero dell’antologia statunitense. Ribadisco che chi non fa parte del Buyers Club può abbonarsi alla sola newsletter, per il ridicolo prezzo di 10€ spedizione inclusa: l’abbonamento dura 4 numeri e per chi lo sottoscrive entro il prossimo 30 aprile parte proprio da questo #2, che riceverete subito (poste permettendo) nella vostra cassetta delle lettere. Come ben sapete chi si ferma è perduto, quindi non esitate ulteriormente e cliccate qui per abbonarvi.

Vi presento Joe Matt/2

Questa è la seconda parte dello Speciale Joe Matt. Qui trovate la prima parte.

La serie regolare di Peepshow debutta all’inizio del 1992 per Drawn & Quarterly, con il #1 che porta la data di febbraio. Già dalla prima tavola il cambiamento è evidente rispetto ai fumetti pubblicati sulle antologie e poi raccolti in volume da Kitchen Sink. Se The Cartoon Diary of Joe Matt si chiudeva infatti con una fittissima tavola di 20 vignette, la pagina iniziale di Peepshow #1 presenta una geometrica e ordinata struttura a 6 vignette, che sarà costante per tutto il primo arco narrativo. La pagina è divisa verticalmente in due e il taglio è sempre al centro esatto. L’unica eccezione è rappresentata da qualche sporadica apertura, come a pagina 2 del #1, occupata per ⅔ da una grande illustrazione di Joe e Trish che mangiano nel loro appartamento di Toronto mentre leggono, lui del tutto indifferente alle sollecitazioni di lei. A una struttura ariosa e meno asfissiante che in passato si accompagna un disegno curato e rifinito, con una maggiore cura del dettaglio. D’altronde è logico che, trovandosi a realizzare meno vignette, Matt possa dedicare una quantità di tempo maggiore a ognuna di esse. Le linee sono così spesse e sicure, i contorni dei personaggi marcati, tanto da fargli assumere una nuova solidità, come se ci trovassimo in una sorta di iper-realtà che in qualche modo contribuisce a rendere le vicende più autentiche. Volendo prendere un esempio di questo nuovo approccio di Matt, possiamo guardare al modo in cui disegna le labbra: soprattutto quelle del protagonista non sono la solita linea sottile ma si presentano spesse e pronunciate, a volte esagerate come nella copertina del #2, che gli procurerà un bel po’ di critiche da parte dei lettori. Per quanto riguarda il tono del racconto, il paradosso e la risata sono sempre dietro l’angolo, ma stavolta è come se Matt ci volesse far capire che non siamo davanti a una barzelletta ma ai fatti veri (o quasi) della sua vita. Non ci sono più i pezzetti di realtà sporadici e isolati delle storie precedenti, pensati per essere autoconclusivi e pubblicati su antologie. La serialità porta un approccio tutto nuovo, perché in un serial qual è adesso Peepshow ciò che accade in un numero ha inevitabilmente i suoi effetti sull’uscita successiva.

La copertina del #1 ci mostra Matt da solo in mare, appoggiato su una ciambella, sorridente e con un cocktail in mano. In alto, sotto al titolo della testata, la dicitura Greetings from Ipanema! Ma siamo a Rio de Janeiro dunque? Non di certo, il riferimento è alla nuova fissazione di Joe, con una trama che si riallaccia a quanto raccontato in precedenza. Dopo l’orientale massaggiatrice shiatsu Matt prende di mira un’altra ragazza dai tratti esotici, soprannominata “the girl from Ipanema” perché incontrata in una copisteria mentre in sottofondo suonava il celebre pezzo di bossa nova. Intanto Joe e Trish non fanno altro che litigare, su qualsiasi argomento possibile. Il piantagrane della situazione è ovviamente Matt, sempre nervoso e intrattabile quando sta con la fidanzata, per poi farsi prendere dalla paranoia di essere lasciato quando parla con Seth e Chester Brown. Al culmine di un litigio particolarmente intenso, Matt sbotta e picchia Trish facendole un occhio nero. Il fattaccio non viene mostrato ai lettori, che si limitano ad assistere alla litigata e poi al dialogo con Seth in cui Matt confessa di aver picchiato Trish. E infine nella scena seguente la ragazza mostra i chiari segni del colpo.

Pur raccontata in modo indiretto, la scena contribuisce ancora oggi alla fama di Matt, che oltre a essere ricordato come “il fumettista che si è fatto mollare per aver raccontato tutto di sé nei fumetti” (come vedremo in seguito) è anche “il fumettista misogino e segaiolo che ha fatto un occhio nero alla fidanzata”. Probabilmente oggi un editore come Drawn & Quarterly – lo stesso del caso Berliac, se ricordate – non pubblicherebbe mai un fumetto come Peepshow #1. Ma all’epoca la situazione non si discostava molto da altre già viste nei comix del passato o negli alternative comics contemporanei, basti pensare – senza andare troppo lontano – a Crumb che salta addosso alle donne e a Buddy Bradley che praticamente stupra Lisa o che approfitta della sua posizione di tour manager per andare a letto con una disinteressata fan. E comunque, pur lontani da ciò che sarebbe successo oggi, anche all’epoca Matt non godé certo di ottima fama. Un buon esempio è questo paragrafo che Eric Reynolds dedicava a Matt sul #162 di The Comics Journal. “Un sacco di gente ama i fumetti di Joe Matt, ma nessuno sembra amare Joe Matt (tranne Chester Brown e Seth, forse). Matt sembra determinato a ritrarre ogni riprovevole aspetto della sua personalità, dalle tecniche di masturbazione al suo comportamento anale/ritentivo fino a quando arriva a picchiare la fidanzata. Purtroppo Matt continua a cadere sempre più in basso, per nessun’altra ragione apparente che il sensazionalismo. E arriva al paradosso di far passare l’inferno alle sue fidanzate nei fumetti, per poi lamentarsi quando loro non lo vogliono più (chissà perché). Matt è un eccellente cartoonist, che riesce spesso nell’impresa di far entrare una grandissima quantità di vignette in una sola pagina, ma la sua completa mancanza di autoconsapevolezza e di sensibilità rendono la lettura dei suoi fumetti un’esperienza davvero frustrante”. Che Matt manchi di sensibilità è abbastanza evidente, ma non credo che ciò sia altrettanto vero per l’autoconsapevolezza, perché questi fumetti sono in qualche modo una lunga seduta di analisi in cui l’autore sembra al tempo stesso condannare se stesso e compiacersi. In ogni caso ci pensarono i lettori a metterlo di fronte alla realtà. La pagina delle lettere di Peepshow è una delle più divertenti di sempre, con i fan – se così vogliamo chiamarli – che non si fanno problemi a criticare brutalmente il personaggio Joe Matt, senza paura di risultare troppo franchi. Si usava così all’epoca d’altronde, e basta dare un’occhiata alle missive pubblicate sul #2 per averne conferma, con l’apertura riservata a Mark Daly da Amherst, Massachussets, che osservava con semplicità: “Dear Joe, Peepshow #1 really disturbed me”. Poche righe sotto articolava meglio il concetto Barton Deiters da Williamston, Michigan: “Caro Joe, dopo aver visto che razza di bastardo egoista e sconsiderato sei in Peepshow #1, la mia ragazza pensa  che io sia un principe! Grazie per far sembrare tutti noi altri delle persone in gamba. P.S. Trish ti ha già mollato?”. Non mancano le lettere dei colleghi, tra cui lo stesso Peter Bagge da Seattle: “Joe, ti scrivo per farti sapere che Peepshow #1 mi è piaciuto un sacco. Però devo dirti un’altra cosa: tra questa storia e quel fumetto che Seth ha fatto su di te in D&Q, hai sviluppato un personaggio davvero negativo agli occhi del pubblico. Ma hey, è un problema tuo! Per quanto mi riguarda è divertente da leggere. Buona fortuna”. Da San Francisco arriva invece il parere di Ed Brubaker, all’epoca ancora un fumettista emergente e lontano dal successo di pubblico. “Hey Joe, ti volevo far sapere che Peepshow #1 è il miglior esordio di un fumetto che io ricordi di aver letto. Non ho mai visto una storia in cui il protagonista è così clamorosamente antipatico. E’ una storia molto onesta, non si può leggerla e non pensare ‘che stronzo!’. Ma al tempo stesso ci si può identificare con te. Davvero inquietante. Sei il Robert Crumb degli anni ’90!”. 

Ma torniamo alle vicende del personaggio Joe Matt, che continua a essere insopportabile con la fidanzata e ad evitare persino le avance sessuali di lei. Ormai è concentrato su Frankie, la “ragazza di Ipanema” entrata stabilmente nella sua cerchia di amici dopo essere diventata collega di lavoro di Trish. Matt ne è infatuato al punto che, quando lei gli appare sotto forma di immagine mentale mentre si masturba, lui ne allontana la visione perché troppo “perfetta” per essere degradata a materiale dei suoi solitari orgasmi. A un pranzo in cui sono presenti sia Trish che Frankie – oltre a Seth, Brown e altri amici – ignora la fidanzata e si rivolge all’altra tutto entusiasta parlandole dei suoi View-Master. Tutto ciò è raccontato con dovizia di particolari nelle sue tavole, che Matt realizza quando riesce a vincere la pigrizia e a mettersi a lavoro. Va da sé che quando Trish – e siamo a questo punto a Peepshow #2 – trova in casa le tavole realizzate da Matt va su tutte le furie. L’episodio rimarrà leggendario, tanto che Matt viene  ricordato ancora oggi – lo dicevo poco fa – come il fumettista che si è fatto mollare dalla ragazza per aver raccontato le sue perversioni nei fumetti. Difficile davvero fare più di lui, in questo senso. Ma potremmo anche vedere questi fumetti da un altro punto di vista, ossia come una confessione, o addirittura come il tentativo più o meno inconscio di farsi mollare, non avendo il coraggio di prendere l’iniziativa e mettere fine a una relazione ormai in piena crisi. D’altronde come poteva sperare che Trish rimanesse con lui dopo aver letto le storie pubblicate in questi primi numeri di Peepshow? E infatti la crisi è ormai alle porte: i due nel frattempo sono andati a vivere in case separate (su iniziativa di Joe…) e si allontanano materialmente ed emotivamente l’uno dall’altra ogni giorno che passa. Si vedono poco, e quando si vedono non fanno altro che litigare. Fino al giorno in cui Trish, ormai stufa di stare con un uomo che l’ha picchiata, ha descritto nei fumetti le fantasie erotiche su una sua amica, se n’è andato a vivere per conto suo e non ha fatto altro che criticarla e urlarle contro per mesi, decide di prendere la decisione di lasciarlo. E a quel punto cosa fa Joe “Poor Bastard” Matt? Passa le giornate a disperarsi e ad autocommiserarsi, arrivando persino a implorare Trish di tornare insieme. Peepshow #2 si conclude con un flashback di una sola amarissima pagina in cui vediamo Joe dire per la prima volta “ti amo” a Trish.

Peepshow #3, terzo numero della serie pubblicato durante il 1992, mostra in copertina il protagonista desolato, seduto a guardare il telefono. E’ il Joe Matt single che conosceremo di qui in poi, ancora intento a struggersi per Trish e a ricordare i bei momenti passati insieme, anche se fino a qualche tavola fa non faceva altro che disprezzare l’ormai ex fidanzata e il loro rapporto. Il titolo del comic book, History Lesson, fa riferimento ai continui sfottò rifilati al protagonista da Seth e Chester Brown a causa delle sue scarse conoscenze di cultura generale, ma anche alla “lezione” che Joe ha subito dalla vita. Eppure non se la passa così male, dato che in una delle periodiche puntate al negozio di fumetti The Beguiling conosce Andy, musicista e soprattutto grande fan dei suoi fumetti. Andy si accompagna con Kim, una tipa dal look alternativo e dai capelli corti e neri di cui Joe si invaghisce. E’ lei a fargli dimenticare che intanto la “sua” Trish sta uscendo con un altro, e che la sua vita è misera e disgraziata. Ma potrà provarci o no, visto che di mezzo c’è Andy, che stravede per lui ed è sempre gentilissimo? Forse sì, perché i due sembrano avere un rapporto aperto… Peepshow #4 è invece il primo capitolo di una storyline in tre parti intitolata Binswhacker e concepita per la prima volta da Matt come un unicum, a differenza dei numeri precedenti incentrati rispettivamente sulla cotta per Frankie, l’addio a Trish e la confusione post-rottura. Il tema centrale di questa storyline è uno: Joe Matt è infelice ma non si arrende. Passa le giornate a guardare i porno ma vuole fare di nuovo centro, se capite cosa intendo, e le chance non gli mancano. Oltre alla già citata Kim, c’è la minuta Mary, che gli è stata presentata proprio dalla coppia di amici, e con cui inizia ad uscire. Oppure una nuova coinquilina, l’asiatica Jill, che gli permetterebbe di soddisfare la sua curiosità per le ragazze orientali. E poi c’è Laura, una sua ex di Philadelphia con cui ha riallacciato i rapporti. Non vi dico chi di queste sarà la “fortunata”: la risposta potete trovarla in The Poor Bastard, volume unico pubblicato per la prima volta nel 1997 e contente proprio questa prima sestina di Peepshow. In italiano è uscito come Poor Bastard, senza l’articolo, per Coconino nel 2008 ed è ancora disponibile nelle migliori librerie.

Tra un flirt e l’altro, in Binswhacker seguiamo le vicende quotidiane del nostro in quel di Toronto, tra le periodiche puntate a The Beguiling, con l’allora proprietario Steve Solomos, i monologhi senza sosta a cui lo sottopone Charles, il suo coinquilino sovrappeso, e le sessioni di masturbazione accompagnate da fantasie erotiche che trovano massima espressione nella copertina del #6, con Matt attorniato da un nugolo di avvenenti ragazze. Se è vero che il cardine del lavoro di Matt è l’autobiografia – spesso spietata, come nell’episodio che l’ha portato alla separazione con Trish – bisogna anche dire che in queste pagine le situazioni sono spesso esagerate per dar loro coerenza e per divertire il lettore. Anzi, da quel che ha detto Matt in seguito mi sembra evidente che, se i primi due numeri di Peepshow sono in gran parte autobiografici, nei numeri dal 3 al 6 c’è più di qualche elemento di fiction. Matt non è né Harvey Pekar né Gabrielle Bell, non cerca l’insignificante ma plasma la sua autobiografia per fini narrativi, esagerando le situazioni fino a portarle al grottesco. Spiega l’autore in un’intervista del 1993 pubblicata nel #162 di The Comics Journal: “Non credo che il mio lavoro rispecchi la realtà in tutto e per tutto. I miei fumetti hanno una componente fittizia, nel senso che è normale mettere insieme degli eventi distanti nel tempo o inventarsi qualche particolare per dare un po’ di pepe alla storia. E poi io tendo a drammatizzare le cose (…). E’ normale esagerare per far ridere i lettori”. E di sicuro qui si ride di gusto, anzi, questi primi sei numeri di Peepshow sono a mio parere uno dei fumetti più divertenti di sempre, oltreché un esempio di cartooning d’alta scuola, con una narrazione fluidissima e leggera, dei tempi comici perfetti, dei disegni che nel loro tendere al grottesco – date un’occhiata alla miriade di espressioni facciali che Matt tira fuori mentre si fa le seghe, gioisce e soprattutto si dispera – riescono a far sbellicare il lettore quanto i testi. 

L’intervista appena citata è collocata in un numero speciale del Comics Journal, tutto dedicato al fumetto autobiografico, e in cui Matt viene intervistato insieme a Chester Brown e Seth. I tre formano un trio indivisibile, e questi primi sei numeri di Peepshow ne sono testimonianza evidente, con pagine e pagine di conversazione che alla fine più che commentare i fatti a mo’ di coro greco diventano il vero cuore del racconto. Lo stesso titolo del volume che raccoglierà queste storie è tratto da una frase che Seth rivolge al protagonista, intento – tanto per cambiare – a sbavare mentre guarda una ragazza a un tavolo vicino al loro: “You poor bastard. You really suffer, don’t you?”. Seth da una parte ridicolizza di continuo Matt, deridendolo per le sue scarse conoscenze di cultura generale, per i suoi vizi, le sue ossessioni, i suoi ragionamenti che si accartocciano su se stessi, tanto da paragonare una chiacchierata con l’amico a una corsa su un  tapis roulant che non può essere spento (“I’m on a treadmill!” urla facendo finta di cadere spaventato quando Matt si perde nei suoi ragionamenti paradossali). Dall’altra l’autore di Palookaville ha anche il ruolo di consigliere, di “voce della ragione”. Nel #183 di The Comics Journal Chris Brayshaw dopo aver lungamente conversato con Matt pone qualche domanda proprio a Seth, in un’intervista di quattro pagine che ha come unico argomento l’amico e collega. E Seth a un certo punto dice: “Abbiamo un rapporto davvero strano, soprattutto perché quando sono con lui divento più bacchettone di quanto sono di solito. All’improvviso mi ritrovo a difendere delle idee in cui non credo veramente, e a diventare molto più duro su alcuni argomenti, come il sessismo e la pornografia, su cui in realtà non sono poi così rigido”. Succede per esempio in Peepshow #5, quando Seth perde la pazienza urlando a Matt: “Questa tua stupida fissazione per le asiatiche è la classica fantasia del giovane maschio bianco. Ma non riesci a vedere che è offensivo? Nessuna donna vuole essere vista come un oggetto erotico prima che come una persona! Non riesci a capirlo?”. Diverso è invece il ruolo di Chester Brown, che quando partecipa agli incontri con gli altri due è di poche parole riservando a Joe soprattutto sorrisi sarcastici, tanto da sembrare quasi un cliché. Ma quando un lettore, nella posta di Peepshow #4, chiede se Chester è davvero così tranquillo o se è Matt a tagliare le sue battute, Joe risponde semplicemente: “Yes, he’s that quiet”. E a proposito di questo unitissimo trio di fumettisti, da segnalare che queste dinamiche tornano nei fumetti dei colleghi, in particolare in It’s a Good Life If You Don’t Weaken di Seth (dove però è soltanto Chester Brown a fare da spalla al protagonista) e in Paying for It dello stesso Brown, che riunisce il trio. Oltre a influenzarsi a vicenda (in particolare Matt ammetterà l’impatto che ha avuto su di lui il lavoro di Brown), i tre realizzeranno qualche striscia insieme – per lo più inedite, anche se una traccia la troviamo nel volume Drawn & Quarterly: Twenty-Five Years of Contemporary Cartooning, Comics, and Graphic Novels – e si daranno allo sfottò reciproco, come testimoniano Some Things I Think You Should Know About Joe Matt, la storia di Seth pubblicata sul settimo numero della prima serie dell’antologia Drawn & Quarterly, e Paid for It di Joe Matt, di cui dirò nella prossima e ultima puntata di questo speciale.