Speciale “Hate” / Da Fantagraphics a MTV

Già dopo un paio di anni dal debutto di Hate, Bagge aveva ricevuto segnali di interessamento da parte di alcuni produttori cinematografici, desiderosi di sfruttare il boom non tanto del fumetto quanto di Seattle e del grunge. In realtà Bagge non si immaginava la sua serie trasposta in un film alla Singles. Per il suo creatore Buddy e soci dovevano diventare i dissacranti personaggi di un cartone animato per adulti, come i Simpson o Beavis and Butt-Head. Ma quando qualche anno dopo il suo amico Aaron Lee, tra l’altro curatore della rubrica Kickin’ Ass pubblicata negli ultimi numeri di Hate, gli propose un’idea per un trattamento cinematografico, Bagge la trovò azzeccata e si convinse finalmente a lavorarci sopra. Costituito un team composto anche dal regista Terry Zwigoff (quello di Crumb e di Ghost World) e da due suoi collaboratori, i cinque prepararono una sceneggiatura per un lungometraggio che – dopo diversi tentativi – arrivò sulle scrivanie di MTV. Peccato che i creativi di MTV videro subito Hate come… una serie animata! Aveva dunque ragione Bagge, che d’altronde conosceva meglio di tutti la sua creatura. O forse no, visto che il progetto si inabissò dopo sei mesi di intenso lavoro che videro l’autore fare la spola tra Seattle e New York, tra lussuose camere d’albergo e interminabili riunioni.

Erano i tempi degli ultimi numeri di Hate, che Bagge disegnava alacremente mentre era a casa preparandosi all’ennesimo viaggio con destinazione MTV. Che alla fine, appunto, si tirò indietro. Decisivo fu il giudizio del focus group a cui venne fatto vedere uno storyboard animato di otto minuti (il cosiddetto animatic) che riproduceva grosso modo la storia del primo numero del comic book. Molti partecipanti al gruppo trovarono il personaggio di Buddy Bradley noioso o addirittura antipatico, tanto da rendere inevitabili alcune modifiche. Tutta invidia, forse, come suggerì Bagge in “Focus” This!, una vendicativa strip a tema uscita poco dopo su Entertainment Weekly? Chi lo sa, fatto sta che il nostro preparò una nuova sceneggiatura che non venne prese neanche in considerazione, perché nel frattempo a MTV erano cambiate alcune figure dirigenziali e l’attenzione si era ormai spostata su nuovi progetti. Come per esempio Daria, che fu sviluppata proprio nello stesso periodo. Ma se la nerd snob e occhialuta riuscì a ritagliarsi il suo spazio trovando la via del debutto nel 1997, Buddy Bradley non ebbe la stessa fortuna. Bagge fu rispedito definitivamente a Seattle e addio cartone animato di Hate

Un nuovo tentativo fu fatto con HBO qualche anno dopo, ma anche in quel caso il cartone rimase solo un progetto. Nel 2007 MTV tornò alla carica per realizzare The Bradleys, una serie animata incentrata su tutta la famiglia di Buddy, riprendendo alcune situazioni di Neat Stuff. Il progetto non ebbe un seguito e passò poco dopo in casa Fox, come riportarono alcuni siti internet nel 2009. Ma anche in quel caso l’idea non sfociò in niente di concreto, con buona pace di Bagge, che comunque nel corso degli anni ha potuto almeno beneficiare delle opzioni sulle sue creature, pagate a caro prezzo dagli studios.

 

Speciale “Hate” / Doofus, Alan Moore e gli altri

Il primo autore ospitato da Bagge sulle pagine di Hate fu Rick Altergott, che arrivò dal #21 con Doofus, personaggio di culto dalle fattezze del tipico messicano e che all’epoca – memori anche le letture di gioventù – associavo mentalmente al Cico di Zagor. Le sue avventure, spesso al fianco del fido Henry Hotchkiss, tendono spesso all’assurdo e al nonsense, sfoggiando quello che gli americani chiamano – in un’espressione secondo me intraducibile – un irresistibile deadpan humor. Ma bisognerebbe parlarne a parte, e magari prima o poi lo farò. Per ora basti dire che considero Doofus uno dei fumetti più divertenti di sempre, in cui il protagonista e il suo fido compare fanno i lavori più assurdi, sognano impossibili storie d’amore, cercano di odorare indumenti intimi femminili e si confrontano con la realtà quotidiana della cittadina in cui tutto ciò è ambientato, ossia Flowertown, U.S.A. 

Dal #26, pur mantenendo il formato comic book, Hate si trasformò in una sorta di magazine e a Doofus si unirono altri fumetti e persino rubriche a cura dei fanzinari recensiti da Bagge nel corso degli anni, rafforzando il legame tra la testata e il mondo dell’autoproduzione e della controcultura anni ’90. Negli ultimi cinque numeri troviamo così le fumettiste Dame Darcy e Ariel Bordeaux, Lisa Carver della fanzine Rollerderby, un giovane Ivan Brunetti, altri columnist come Arron Lee e Selwyn Harris e via dicendo. Ma il piatto forte sono le collaborazioni di Bagge con altri autori, delle vere chicche come la storia breve Me splendidamente disegnata da Gilbert Hernandez (Hate #26, 3 pagine), la parodia della strip Cathy ribattezzata Caffy e realizzata a quattro mani con Robert Crumb in persona (#27, 7 pagine), le avventure di una piovra fumettista raccontate da Bagge e disegnate da Adrian Tomine in Shamrock Squid: Autobiographical Cartoonist! (#28, 7 pagine), The Hasty Smear of My Smile con Bagge alle matite e addirittura Alan Moore ai testi, che si diverte a ripercorrere le improbabili vicissitudini di una mascotte in stile Kool-Aid, dalla pubblicazione di una raccolta di poesie in stile beat generation all’incontro con il reverendo Jim Jones (#30, 4 pagine). Nello stesso numero chiude definitivamente le danze What’s in a Name?, in cui Bagge ricorda – con i disegni di Danny Hellman – il suo incontro a New York nel 1983 con Harvey Kurtzman. Se non avete i comic book originali, potete ripescare il tutto nell’antologia Other Stuff, pubblicata nel 2013 da Fantagraphics e in cui trovano spazio anche altri fumetti “minori” di Bagge. Nel frattempo godetevi qui di seguito una galleria di immagini.

Speciale “Hate” / “I’m no right-winger”

“Nonostante sia stato parte integrante della scena punk di New York e sia ora un cronista dello stile di vita della controcultura, nella vita reale Peter Bagge si è lentamente allontanato dalle sue radici bohémien, tanto da non avere ormai problemi a definirsi una persona di destra”. Questa la premessa dell’intervista a Bagge pubblicata sul numero 159 di The Comics Journal del maggio 1993. Una frase che all’epoca fece strabuzzare gli occhi ai lettori del Journal e allo stesso Bagge, che fu costretto a inviare una secca smentita al magazine pubblicato dalla sua stessa casa editrice. Ma andiamo con ordine. In appendice al #11 di Hate (dicembre 1992) appariva un’auto-parodia di tre pagine intitolata Let’s Give Fascism a Chance, in cui Bagge si raffigurava terrorizzato da barboni e gang giovanili mentre portava a spasso la figlia Hannah.

Al di là delle situazioni paradossali e del titolo provocatorio, la storia era una breve riflessione su quanto si può essere paranoici, conservatori, e a volte appunto reazionari, una volta diventati genitori. “Non credo realmente nel fascismo! E quando esco di casa per portare mia figlia a fare una passeggiata, non sono pieno di odio per il prossimo. Ma diventare un genitore ti dà una prospettiva molto diversa. Ti rende automaticamente una persona più conservatrice e meno tollerante. Ed è così che deve essere. E’ una cosa biologica. Cerchi semplicemente di creare l’ambiente più sicuro per la tua progenie. E’ quello che devi fare, no? Chiunque non lo faccia, non fa il suo lavoro come genitore”. Se queste frasi lasciavano qualche sospetto sul pensiero di Bagge, un paio di pagine dopo arrivava la stoccata. Mentre parlava del personaggio di Studs Kirby in Neat Stuff, Bagge affermava di essere stato “un progressista sfrenato” ai tempi del liceo. “Le cose sono cambiate adesso? – incalzava Carole Sobocinski, autrice dell’intervista – Non sei più quella persona progressista di una volta?”. E Bagge: “Sono diventato più equilibrato e realistico, ma mi definirei un right-winger”. Ecco qua dunque il virgolettato ripreso nell’introduzione, e poi smentito da Bagge nel numero successivo della rivista. The Comics Journal #160 apriva infatti la tradizionale pagina delle lettere Blood & Thunder con una lettera di Peter Bagge da Seattle, Washington intitolata senza troppe smancerie I’m No Right Winger. Secondo Bagge la frase da lui pronunciata era infatti “sono diventato più equilibrato e realistico, ma non mi definirei un right-winger”. “Sono preoccupato dall’aura di negatività che questa frase sbagliata ha dato a tutta l’intervista – aggiungeva – e probabilmente a tutto ciò che ho mai detto e scritto”. 

Nella sua lettera Bagge criticava anche un’altra parte dell’introduzione, quella in cui veniva definito “parte integrante della scena punk di New York”. “I was quite simply a nobody in my New York days” chiariva anche qui l’autore. Insomma, la Sobocinski non aveva esattamente centrato il punto, per usare un eufemismo. E non fu quella l’unica pecca della sua gestione del Journal come managing editor, tanto che fu brutalmente allontanata dal ruolo con il #161 per aver interferito nell’acquisizione della casa editrice Tundra da parte della Kitchen Sink… Ma questa è un’altra storia. Tornando a Bagge, il cartoonist usò toni ancora più duri nel 2014, sollecitato da Kent Worcester. “Non sono stato semplicemente mal interpretato – dice nell’intervista inedita che chiude il volume Peter Bagge: Conversations – penso di essere stato diffamato. La Sobocinksi mi chiese se fossi una persona di destra. E io risposi di no. Ma mi ricordo che ripeté la stessa domanda diverse volte – come se a forza di insistere io sarei potuto crollare dicendole ‘la verità’. E a sentire lei riuscì a farmi confessare alla fine, visto che quando l’intervista fu pubblicata non solo il mio ‘no’ si trasformò in un ‘sì’, ma fu anche utilizzato come una citazione in bella vista e ripetuto nell’introduzione. (…) Sono sempre stato al 100% pro-choice. Mi sono opposto praticamente a tutti gli interventi militari statunitensi a cui ho assistito nel corso della mia vita. Sono sempre stato per la legalizzazione delle droghe e della prostituzione, e per i diritti degli omosessuali. Sono per l’apertura delle frontiere. Evito la chiesa come la peste. Odio il giuramento alla bandiera e ‘In God We Trust’ scritto sulle nostre banconote, e detesto stare in piedi durante il nostro orrendo inno nazionale agli eventi sportivi. Ti sembrano cose da ‘right-winger’ queste?”.

E infatti è ormai noto che l’autore di Hate non è un repubblicano o qualcosa di simile ma piuttosto un dichiarato sostenitore del Libertarian Party, partito statunitense che sostiene la totale limitazione dell’intervento statale in qualsiasi campo, unendo sfrenato liberismo economico e anarchismo, possesso di armi da fuoco e liberalizzazione delle droghe. Se vi interessa approfondire il suo punto di vista, il libro giusto è Everybody is Stupid Except for Me: And Other Astute Observations, raccolta delle sue strisce per Reason, la principale rivista “libertaria” statunitense.

Speciale “Hate” / La musica

Hate è stato spesso associato a Seattle e alla sua musica, tanto che Bagge era considerato all’epoca il cantore a fumetti della grunge generation. Niente di più sbagliato, perché del grunge a Bagge non gliene poteva fregare di meno, e se si era trasferito a Seattle in tempi non sospetti era soltanto per seguire la moglie Joanne, che aveva avuto l’opportunità di aprire un ristorante insieme alla sorella sulla costa Ovest. Fino al 1991, dopo 7 anni circa tra i sobborghi di Seattle e la città, Bagge non era mai andato a vedere un concerto, semplicemente perché – come ammette candidamente in Hate Jamboree – “I don’t care for rock clubs or live music”. A dire il vero un po’ di concerti a New York li aveva visti, più che altro di gruppi new wave, che preferiva di gran lunga alle band punk. E a quelle esperienze si ispirò in parte per le vicende raccontate nel suo comic book. Dopo di allora la sua attività “live” fu praticamente inesistente, almeno fino a quando fu costretto a tornare in un club alla ricerca dell’ispirazione per Follow That Dream!, la storyline pubblicata in Hate #8 e #9 in cui Buddy e Stinky diventavano rispettivamente manager e cantante di una band. Bagge si fece così invitare dal boss della Sub Pop Bruce Pavitt a un live di The Dwarves e Supersuckers, in una serata che gli fu molto utile per l’ambientazione e i particolari della sua storia. E’ dunque totalmente infondato il legame tra Bagge e il grunge? In realtà non del tutto, perché il nostro era buon amico di Pavitt e conobbe anche Tad Doyle dei TAD, tanto da fargli fare una comparsata in Hate #17.

Bagge si trovò in quegli anni a disegnare anche numerose copertine e manifesti per dischi, radio, locali e riviste come The Rocket, definendo in qualche modo l’estetica cittadina. Ma certo, se pensiamo all’autore di Hate come uno della “scena” siamo proprio sulla strada sbagliata, perché in quegli anni Bagge era diventato un genitore che se ne stava tranquillamente a casa a disegnare e a cui poco interessavano il grunge, il rock e la vita mondana. E Buddy stesso, che del suo demiurgo è il più delle volte l’alter ego, in Follow That Dream! decide di diventare il manager dei Leonard and the Love Gods solamente quando percepisce le potenzialità economiche della vicenda, e non certo per amore del rock’n’roll. Mi immagino dunque Bagge che si guarda attorno con aria perplessa al concerto dei Supersuckers, quasi tappandosi le orecchie e sperando di poter tornare presto a casa per ascoltare la musica che ama, ossia i Beatles, i Beach Boys, The Hollies e persino le girl e boy band trash alla Spice Girls, di cui è un convinto sostenitore. O anche Perry Como, Frank Sinatra e le McGuire Sisters, che erano la sua playlist quotidiana alla fine degli anni ‘80, come ammise in un’intervista del 1988 pubblicata sul #8 della fanzine Chemical Imbalance.

La preferenza di Bagge per il pop si sente chiaramente – in versione bubblegum e un po’ sgangherata – nella musica degli Action Suits, la band in cui sostituì Al Columbia diventandone il batterista e disegnando le copertine dei quattro 7’’ usciti tutti nel 1996. Con lui c’era anche Eric Reynolds, di tanto in tanto suo inchiostratore nonché colonna portante di Fantagraphics (oggi è uno degli editori nonché curatore dell’antologia Now). Gli Action Suits si sono sciolti e riuniti più volte nel corso degli anni e nel 2008 Bagge ha formato anche un’altra band, i Can You Imagine?, per cui suona la chitarra e occasionalmente canta motivetti di pop cristallino. Su YouTube si trova un video in cui il nostro ammicca in modo piuttosto imbarazzante. Insomma, Bagge si è sempre dato da fare con la musica, ma il grunge non è mai stato la sua cup of tea.

Speciale “Hate” / I concorsi

Dicevo nel post precedente della pagina delle lettere di Hate. A proposito di interazione tra autore e pubblico, un discorso a parte meritano i concorsi lanciati da Bagge sul suo comic book. Già su Neat Stuff #5 l’autore aveva chiesto ai lettori di dare un nome a due personaggi ancora senza identità, ossia i due protagonisti della storia Life’s a Bitch and Then You Die!, che saranno poi battezzati Chet e Bunny Leeway da un certo Kev Monko da Philadelphia. E anche i primi numeri di Hate furono caratterizzati da un paio di concorsi, a partire da Win A Date with Stinky, la cui vincitrice sarebbe stata disegnata nel fumetto come occasionale partner dell’improbabile latin lover della serie.

Annunciato nel #3 con tanto di strillo in copertina, il concorso registrò la partecipazioni anche di una fumettista cult come Mary Fleener (con lo pseudonimo di Flair Meener) e delle allora emergenti Jessica Abel e Dame Darcy, come documenta lo speciale pubblicato in appendice al #5. E tutte e tre si ritroveranno di lì a poco a tu per tu con Stinky, la Abel nella quarta di copertina del #10, la Darcy in una storiella di una pagina nel #11 e la Fleener in Stinky Brown, Super Star pubblicata sul #12. La vera trionfatrice fu però una certa Linda Sue Murphy di San Francisco, che a suon di foto in pose e abiti vintage degni di una star si guadagnò in carne e ossa il retro fotografico del #5. Non pago di quanto già fatto, nel numero successivo Bagge lanciò un’altra sfida, in questo caso rivolta ai lettori uomini. Si cercava il sosia di Buddy Bradley e a vincere fu un tale Jon Horne, commesso della Tower Records di New York che sbaragliò la concorrenza guadagnandosi la copertina di Hate #10.

Speciale “Hate” / La pagina delle lettere

Ci siamo lasciati nel post precedente parlando di Prisoners of Hate Island!. Ebbene, quando nel #3 di Hate debutta la pagina delle lettere, ad aprire le danze è un certo Broos Campbell di San Jose, California, che definisce quella storia pubblicata in appendice al #1 “self-indulgent shit”. L’intervento di Mr. Campbell è rappresentativo delle lettere che verranno via via pubblicate sul comic book, dato che tra tanti inevitabili complimenti ci saranno anche un bel po’ di insulti, critiche e offese vere e proprie. E Bagge si diverte a dare spazio soprattutto alle lettere più ingiuriose, trovando quelle di complimenti assai noiose. L’atmosfera si scalda soprattutto dal #17, quando parecchi lettori cominciano a dare all’autore del “venduto” a causa del passaggio al colore avvenuto nel numero precedente. D’altronde in quegli anni le pagine delle lettere erano il territorio in cui gli appassionati si sfogavano senza mezzi termini, scrivendo agli autori tutto quello che pensavano e dandogli spesso degli sfigati, dei depressi e via dicendo, come ricorderanno i lettori di serie come Peepshow e Optic Nerve.

In tal senso è doveroso citare un certo Anton Hemus da Utrecht, che in Hate #12 si traveste da critico lanciandosi in un’approfondita analisi. “Mr Baggy, almeno le tue storie sono profonde e fanno pensare. Sfortunatamente non si può dire lo stesso per i disegni, che fanno schifo. Sì, sono caricaturali e strani, ma non sono splendidamente ripugnanti come quelli di Roy Tompkins, o non hanno la stranezza di Lloyd Dangle per esempio. Fanno schifo e basta. Non riesci proprio a disegnare un balloon a mani nude, o una cazzo di linea dritta senza un righello, eh? EH? Inoltre i tuoi disegni, che mi ricordano un incrocio tra VIP e un Burne Hogarth in acido, sono davvero statici e insignificanti – mancano di profondità. A parte la capacità di esagerare sentimenti come rabbia, ubriachezza o dissolutezza, per il resto sono mosci, senz’anima. E poi non capisco proprio cosa abbia a che fare il tuo eccessivo tratteggio incrociato con il tentativo di fare bei fumetti. Forse serve a catturare realisticamente la magia di luci e ombre? Stai frustando un cavallo morto, perché sei completamente incompetente in materia. La maggior parte delle volte il risultato finale è una vignetta illeggibile. Ma forse vuoi nascondere la tua incapacità di disegnare decentemente, eh? Va’ a studiare la ‘linea chiara’ della scuola di Tintin e cerca di cambiare. Oppure vaffanculo. O meglio ancora: scrivi e basta. La commedia, a mio parere, è il tuo vero campo”. Lapidaria la risposta di Bagge dopo questa tirata: “Anton, stai cercando di farmi piangere? – P.B.”. 

Ma questo olandese senza peli sulla lingua è niente rispetto a B.N. Duncan, “personaggio” che sicuramente i lettori di Hate non potranno aver dimenticato. Le sue lettere sono talmente assidue che nel #26 Bagge finisce per dedicargli una pagina intera, con tanto di suoi disegni originali a illustrarne i contenuti. Tra i temi trattati analisi approfondite delle storie, raffinate opinioni sul rapporto tra Buddy e Lisa (“Mi sembra che Lisa abbia davvero bisogno di essere presa a cinghiate, e anche di essere scopata con violenza…”), suggerimenti di sceneggiatura per i numeri successivi (“Jay potrebbe cacciarsi nei guai con una minorenne…”), citazioni da Le porte della percezione di Aldous Huxley e così via. Tutte cose che spesso facevano ridere ancor più dei fumetti e che ci ricordano la bellezza dei cari vecchi comic book. 

Speciale “Hate” / Il titolo

Nel 1989 Bagge decide di chiudere l’avventura di Neat Stuff per dedicarsi a qualcosa di nuovo. E proprio Neat Stuff #15 fa capire dove sta andando a parare, dato che l’albo è interamente occupato da Buddy the Weasel, una lunga storia con protagonisti Buddy Bradley e Stinky. “Nel 1990 avevo finito di lavorare a Neat Stuff – scrive Bagge qualche anno dopo nello speciale Hate Jamboree – e volevo fare qualcosa nel classico formato comic book: una serie che si incentrasse su un personaggio principale ma che avesse l’aspetto e l’atmosfera dei fumetti underground della fine degli anni ‘60. Nel corso di Neat Stuff mi stavo interessando sempre di più alle storie dei Bradley, che erano basate in gran parte sulla mia famiglia, e a Buddy Bradley in particolare. Buddy era senz’altro il personaggio più autobiografico che avessi mai creato e, mentre pian piano ‘invecchiava’ nel corso di Neat Stuff, vedevo sempre più potenziale in lui come una fonte di idee per le mie storie. E quindi sceglierlo come protagonista della mia prossima serie fu una decisione facile da prendere”.

Ma come chiamare questa nuova serie, dunque? La prima idea di Bagge fu Love & Hate, ma il fatto che Fantagraphics pubblicasse già Love & Rockets dei fratelli Hernandez poteva creare un po’ di confusione. E fu così Kim Thompson, allora editore dell’etichetta di Seattle insieme a Gary Groth, a suggerire di chiamare il comic book semplicemente Hate: un titolo che piacque subito a tutti, anche se Bagge non si arrese a trovarne un altro. “L’unico problema – racconta ancora in Hate Jamboree – è che non riusciva a venirmi in mente niente di meglio, e infatti più pensavo al fatto di chiamarlo soltanto Hate più mi piaceva! E’ breve, è accattivante, è facile da ricordare… E sì, è il titolo più negativo che ti possa venire in mente – ha persino delle connotazioni neo-nazi, dato che il linguaggio della stampa mainstream lasciava sempre più intendere che soltanto la gente di estrema destra fosse capace di odiare qualcosa, come se il resto di noi non fosse in grado di nutrire sentimenti o emozioni d’odio. Mi ricordo anche di aver ascoltato un talk show in cui un ipocrita ‘leader spirituale’ new age sosteneva che gli anni ‘90 sarebbero stati una decade di ‘amore e comprensione’, rispetto agli anni ‘80 che erano stati caratterizzati da divisione, avidità, ecc. ecc. e che questo avrebbe portato a un’unione di tutti i popoli e di tutte le idee, così che saremmo potuti entrare nel nuovo millennio come una cosa sola e blah blah blah… Ovviamente, questo concetto di ‘pace e amore’ – ossia che tutti dovremmo essere d’accordo su tutto, e che quindi dovremmo essere d’accordo con questo tizio sdolcinato alla radio – era il concetto più spaventosamente fascista che io avessi mai sentito (e il tipo sarebbe poi diventato una sorta di ‘consulente spirituale’ dei Clinton), così capii proprio in quel momento che dovevo chiamare il mio fumetto Hate, in modo da dare il mio contributo affinché gli anni ‘90 non passassero alla storia come una ‘decade dell’amore’ molle e senza cervello”.

Qualche retroscena sulla nascita di Hate, e di conseguenza sul titolo della testata, è riportato in una storiella di sette pagine intitolata Prisoners of Hate Island! e pubblicata in appendice a Hate #1, in cui lo stesso Bagge pianifica insieme a Groth e Thompson la sua nuova avventura editoriale. E ovviamente prende in giro tutti, compreso se stesso.

A History of “Hate”

Era il 1990 quando Fantagraphics dava alle stampe il primo numero di Hate, l’allora nuova serie a fumetti di Peter Bagge. Trent’anni sono passati da quello storico #1, e per celebrare la ricorrenza la casa editrice di Seattle sta per riproporre tutti i 30 numeri del comic book e i successivi Annual in un elegante cofanetto in uscita il 24 novembre. Personalmente non ricordo quale fu il primo numero di Hate che comprai. Ciò che ricordo è che durante una vacanza-studio a Londra nell’estate del 1994 scappai dal British Museum dove il mio gruppo tornava per la seconda volta in pochi giorni e me ne andai da Gosh!, storico negozio di fumetti situato nelle vicinanze. Lì recuperai gli albi che mi mancavano delle mie serie preferite di allora, ossia Hate di Peter Bagge ed Eightball di Daniel Clowes, tornando dal Regno Unito con due collezioni finalmente complete. All’epoca, insieme al mio amico Giuseppe Marano, facevo una fanzine che si chiamava Underground e proprio a questi due autori avevamo dedicato il nostro #2 (in realtà era il terzo, perché c’era stato un numero zero secondo l’usanza di quegli anni). I due Comics Journal che utilizzammo come principali fonti per i nostri articoli, ossia il #154 (novembre 1992, dedicato a Clowes) e il #159 (maggio 1993, dedicato a Bagge), sono due delle pubblicazioni che ho letto e sfogliato più volte in vita mia. L’articolo su Peter Bagge portava la mia firma, e così devo constatare che a quasi trent’anni di distanza mi trovo di nuovo davanti a un computer a scrivere sugli stessi argomenti, non solo perché sono una persona monotona e noiosa ma anche perché Hate è una di quelle cose che non mi ha mai stancato e che mi sono sempre portato dietro nella vita. Ancora oggi questo fumetto mi fa ridere, mi intrattiene, mi appassiona e in una sola parola mi esalta per come racconta vicende così autentiche che nella mia testa sono diventate quasi vere: l’ho riletto di recente – tutti i 30 numeri, più gli speciali, più gli Annual – e non è invecchiato di un secondo, anzi, l’ho trovato più intelligente, ben fatto e divertente della gran parte dei fumetti che si pubblicano oggigiorno. E quindi non potevo non dedicargli un lungo tributo a trent’anni dalla nascita, perché se è vero che ci piace stare sempre sul pezzo, è anche vero che a volte siamo stanchi di novità. E allora è meglio concentrarci sulle nostre passioni più profonde. Sulle cose che restano.

Quello che leggerete di seguito è un lungo excursus sull’Hate di Peter Bagge, che ho cercato di rendere interessante sia per chi l’ha letto che per chi non ne ha mai sentito parlare prima. I lettori di vecchia data si divertiranno – spero – a ripercorre le gesta di Buddy Bradley e soci trovando lo spunto per riprendere in mano i vecchi comic book. Chi ha conosciuto Hate attraverso i vari tentativi di traduzione italiana (prima su Il Mensile del Fumetto, poi da parte di Phoenix e quindi Magic Press), avrà forse lo stimolo di andare a caccia delle storie inedite in Italia completando ciò che la traduzione non è riuscita a portare a termine. I neofiti, che magari avranno la tentazione di recuperare il pur costoso ($119.99) cofanetto, potranno comunque leggere l’articolo che segue: pur parlando dei personaggi e delle loro vicende, ho cercato infatti di non scendere troppo nel dettaglio delle trame, soprattutto quando mi sono avvicinato alla conclusione. Mi scuso dunque se gli “esperti” troveranno alcuni passaggi sbrigativi e superficiali, ma era l’unica soluzione per far sì che quest’articolo potesse essere letto da tutti e non solo da pochi appassionati.

I contenuti dedicati a Bagge non finiscono qui. Nelle prossime settimane troverete infatti altri post su Hate e dintorni che approfondiranno dettagli e curiosità su questa serie cult. Quindi bando alle ciance e vi lascio… ad altre ciance. Buona lettura.


Peter Bagge nasce nel 1957 a Peekskill, nello stato di New York, da genitori cattolici che si convertiranno presto all’alcool. Quattro fratelli, brutti voti a scuola, comincia a disegnare sin da bambino ispirato dal fratello maggiore Doug. Dopo il diploma passa da un lavoro a un altro e a metà degli anni ‘70 si trasferisce nella Grande Mela. Lì tenta la strada accademica, iscrivendosi alla School of Visual Arts. Il tentativo fallisce dopo soli tre trimestri, anche se quell’esperienza gli permette di conoscere la futura moglie Joanne Connelly. Intanto tenta la strada dell’illustrazione commerciale ma capisce ben presto che non fa per lui. E’ la fine degli anni ‘70 e a New York il punk domina su tutto il resto, tanto che l’arte, il fumetto e la moda ruotano spesso intorno a esso. Bagge inizia a pubblicare su riviste come High Times, The East Village Eye, WW3 Illustrated, Video Games, Stop e Screw: sono fumetti brevi, spesso pagine singole, a volte semplici strisce fatte per strappare una veloce risata al lettore. Nel frattempo entra in contatto con John Holmstrom, editor della rivista Punk nonché fumettista. Con lui, e insieme a J.D. King, Bruce Carleton e Ken Weiner, fonda la rivista Comical Funnies, di cui usciranno tre numeri tra il 1980 e il 1981. Con Weiner si autoproduce, nel 1982, l’albo The Wacky World of Peter Bagge and Ken Weiner. A quel punto l’estetica di Bagge è già definita, e se lo stile è ancora sporco e ben più underground di quanto apparirà verso la fine del decennio, i tratti distintivi sono già lì, su tutti le grandi bocche aperte e le espressioni caricaturali, sgraziate e costantemente incazzate dei personaggi – così esagerate che sembrano uscite da un cartoon di Tex Avery o della Warner Bros.

Innamorato dei fumetti di Robert Crumb, cerca e ottiene la pubblicazione su Weirdo, debuttando nel terzo numero con una storia realizzata insieme a Holmstrom, King e il fratello Doug. Crumb apprezza molto il lavoro di Bagge, in particolar modo su Martini Baton, una striscia nata in collaborazione con Dave Carrino. Gli propone così di diventare editor di Weirdo, ruolo che Bagge ricoprirà per due anni, dal #10 (estate 1984) al #17 (estate 1986), cercando di far coesistere nella sua gestione due generazioni di autori underground, quella di Zap Comix e la nuova scena che stava nascendo a New York. O meglio, una delle scene di New York, dato che Bagge aveva un occhio di riguardo per gli artisti come lui, più punk, satirici, sporchi e meno raffinati rispetto a quelli che negli stessi anni gravitavano intorno a Raw di Art Spiegelman. Crumb non è l’unico a vedere qualcosa in Bagge. Anche Kim Thompson e Gary Groth di Fantagraphics intuiscono le potenzialità del ragazzo e si fanno avanti proponendogli di dar vita a una testata tutta sua. Neat Stuff è uno spillato formato rivista che esordisce nel 1985 ed è il terreno in cui Bagge sviluppa tutti i suoi personaggi più riusciti, oltre che – almeno per me – una delle serie a fumetti più divertenti della storia. Ecco dunque Junior, Studs Kirby, Girly Girl & Chuckie-Boy, The Goon on the Moon, Chet and Bunny Leeway e soprattutto The Bradleys, una famiglia disfunzionale del New Jersey dai chiari riferimenti autobiografici che si era già vista su Comical Funnies, Stop e Weirdo. Tra i diversi componenti della famiglia Bradley, e cioè il padre Brad, la madre Betty e i figli Buddy, Babs e Butch, Bagge dedica pian piano più spazio a Harold detto Buddy, tanto che già alcune storie scritte in tempi non sospetti (si pensi a Rock’n’Roll Refugee pubblicato su Neat Stuff #3 del 1986) potrebbero essere a tutti gli effetti degli episodi della testata che sarà.

Da “Studs Kirby Gets Drunk by Himself”, Neat Stuff #2

L’esperienza di Neat Stuff si conclude dopo 15 numeri e 5 anni densissimi, in cui Bagge continua a collaborare a riviste e antologie varie, facendo un’apparizione anche nella prima pubblicazione di sempre della Drawn & Quarterly, ossia il primo numero dell’omonima antologia. Nel 1990 Bagge, nonostante le vendite discrete, decide di cambiare aria. Neat Stuff chiude i battenti e nasce così Hate, una delle serie di maggior successo di sempre in casa Fantagraphics, che permetterà a Bagge di allargare il suo seguito al di fuori della ristretta cerchia del fumetto alternativo. Hate sviluppa proprio il personaggio di Buddy Bradley – un Andy Capp poco più che ventenne ma che ce l’ha già con il mondo intero – e ne segue il trasloco dalla costa Est alla costa Ovest degli Stati Uniti. La stessa traiettoria era stata percorsa qualche anno prima da Bagge – trasferitosi nei sobborghi di Seattle insieme alla moglie nel 1984 – e dalla stessa Fantagraphics, che sul finire del decennio abbandonò la sede di Los Angeles per spostarsi all’ombra dello Space Needle.

Insomma, è l’aprile del 1990 quando nei negozi di fumetti arriva Hate #1. La copertina raffigura Buddy su un gigantesco hot rod e mette subito in chiaro in che mondo ci troviamo, citando Ed “Big Daddy” Roth e tutta un’estetica americana che parte da Harvey Kurtzman e altri autori di Mad passando per Basil Wolverton e i weirdos alla Roth, fino ad approdare all’underground di Crumb e Gilbert Shelton. My Pad and Welcome to It riprende le vicende di Buddy da dove le avevamo lasciate in Buddy The Weasel, la lunga storia che occupava per intero Neat Stuff #15. Se lì Buddy se n’era andato a dormire in spiaggia pur di non stare con tutta la sua pazza famiglia, qui ci mostra il suo nuovo appartamento dall’altra parte degli Stati Uniti, raccontando come ci è arrivato. Dopo aver vissuto in case condivise – spesso con tanta, troppa gente dentro – a Brooklyn, Hoboken e Minneapolis, eccolo dunque a Seattle, anche se la vera destinazione sembrava essere la California. Vabbè, meglio di niente, anche perché in quel periodo tutti parlano della “wonderful” Seattle. Ma per Buddy, che proprio come suo padre è sempre incazzato e vede il lato negativo di ogni cosa (non a caso il fumetto si chiama Hate), Seattle “non è fantastica come dicono”, visto che “le persone si comportano in maniera così gentile ed educata che ti viene da chiederti cosa hanno da nascondere” ed “è diventata troppo affollata e inquinata”. Il rapporto con i coinquilini non migliora certo l’umore del protagonista. Leonard “Stinky” Brown, compagno d’avventure già apparso in Neat Stuff e che l’ha seguito sin dal New Jersey, è un dongiovanni fancazzista menefreghista e casinista, sempre con qualche affare “incredibile” tra le mani e pieno di idee campate in aria che raramente arrivano a realizzarsi. Se Stinky è estroverso al punto da andarsene spesso in giro per casa tutto nudo, anche in presenza di estranei e nonostante le verruche genitali, il suo esatto opposto è George Hamilton, ultimo componente del terzetto. Riservato, paranoico, intellettualoide ma quasi sempre intento a guardare programmi trash in tv, George è il classico nerd che non ha amici né fidanzate, anche perché è troppo impegnato a scrivere sproloqui su questioni come morte, disperazione esistenziale e purezza spirituale che pubblica sulle sue fanzine fotocopiate, come meglio apprenderemo in una storia dedicata tutta a lui su Hate #3. E oltretutto è nero, finalmente a dare un po’ di colore al mondo dannatamente white trash di Bagge.

Il centro di tutto è però, ovviamente, Buddy: un personaggio ispirato inizialmente al fratello più piccolo dell’autore, ma che con il passare del tempo diventa sempre più autobiografico, con qualche aspetto caratteriale preso in prestito da amici e conoscenti. Bagge, ormai ultratrentenne, sposato e con una figlia, si ispira per Hate alle esperienze personali vissute ai tempi di New York ma le colloca a Seattle, in modo da avere sempre a portata di mano una realistica scenografia. La scelta si rivelerà ancor più fortunata del previsto, perché di lì a poco – con il boom di Nirvana e Pearl Jam ad arricchire una scena musicale già animata da band come Soundgarden e Mudhoney – Seattle diventerà il centro del mondo e Bagge attirerà molti lettori proprio grazie all’ambientazione delle sue storie. 

Con il secondo numero il cast si arricchisce dell’immancabile componente femminile, grazie all’arrivo di due personaggi chiave. La prima è Valerie, incontrata in una sala biliardo e che dimostra subito un certo interesse per il protagonista. Affascinante e determinata, è la classica tipa che Buddy sembra non meritarsi, anche perché – per quanto sia irritabile e astiosa – è evidentemente meno incasinata di tutti gli altri. E ha davvero un bel culo, come fa notare Bagge disegnandola con forme esageratamente sinuose mentre si china sul tavolo da biliardo in Hate #2.

Questo secondo numero è uno dei migliori – se non il migliore in assoluto – della serie e ha la struttura della tipica commedia romantica di Hollywood. Dopo aver litigato con un reduce dal Vietnam per aver chiamato lui e i suoi commilitoni “losers”, Buddy strappa un appuntamento a Valerie. Quando i due si rivedono le cose sembrano mettersi subito bene, dato che dopo una breve passeggiata la ragazza lo invita a casa rivolgendogli promettenti allusioni. Peccato che la coinquilina di Valerie sia Lisa, vecchia conoscenza del protagonista e in un certo senso anche dei lettori, dato che è la rielaborazione del personaggio femminile di Sometimes I Think I’m Going Crazy, storia breve apparsa sul #1 di Neat Stuff. Lisa aveva raccontato all’amica un’esperienza non proprio felice con un certo Buddy, reo di averle ficcato a forza la testa nella tazza del cesso durante un rapporto sessuale. E sì, si trattava proprio del nostro Buddy. Valerie, a cui non manca il carattere per farsi rispettare dagli uomini, va su tutte le furie e caccia via in malo modo l’aspirante spasimante. Ma in realtà si tratta solo di un rinvio, perché già alla fine di questo stesso episodio i due fanno pace spassandosela su un letto d’ospedale. Da qui inizia una tormentata relazione, caratterizzata da selvaggi litigi e passionali riappacificazioni, come Bagge ci racconta in Hate #3. Sempre nel #3 debuttano le rubriche, ciliegina sulla torta del comic book. Per ora ci sono soltanto gli editoriali e la pagina delle lettere, ma sono più che sufficienti. Se la pagina delle lettere è un divertentissimo ritrovo di fan e detrattori fuori di testa (ma di questo parlerò dettagliatamente in un prossimo post), gli editoriali diventano lo spazio in cui Bagge spara una raffica di segnalazioni di fumetti, fanzine e riviste, con i lettori che lo inondano di materiale cartaceo per farsi dedicare qualche riga. Rileggere tutto ciò diventa un modo per ripercorrere la storia dell’underground anni ‘90 USA come neanche la rete ci permette di fare, dato che molte delle pubblicazioni di cui si parla risalgono all’era pre-internet e non si trovano nemmeno con una ricerca Google. 

Buddy è ormai stabilmente fidanzato con Valerie e fa il commesso in una libreria dell’usato, un mestiere che Bagge conosce bene dato che prima di diventare un cartoonist a tempo pieno aveva lavorato per più di tre anni alla Barnes & Noble della Penn Station a New York. Ma per lui la vita è tutt’altro che tranquilla e monotona, anzi, a volte è animata anche dai fantasmi del passato. Nel #4 torna infatti – direttamente dalle pagine di Neat Stuff – il fratello Butch, già militarista e patriottico da ragazzino e ora diventato un reazionario tout court, tanto da portare una maglietta recante bandiera americana e scritta “Try burning this, asshole!”. Come già nell’incontro con il veterano del #2, torna il tema politico: il protagonista, che in storie come Buddy the Weasel (Neat Stuff #15) aveva mostrato qualche accenno di razzismo, sembra diventato ormai aperto e progressista. E’ chiaro che l’emancipazione dal contesto familiare e suburbano gli ha giovato, come invece non è successo a Butch, che è andato via di casa soltanto per arruolarsi nell’esercito. Certo, non si può nemmeno dire che Buddy sia diventato questo grande pensatore né tantomeno un attivista, visto che il suo menefreghismo e un certo nichilismo di fondo hanno sempre il sopravvento su pensieri potenzialmente più elevati. E’ un numero tutto a tema familiare questo, con una breve storia di chiusura in cui scopriamo il destino della sorella Babs, una “versione molto più stupida” della sorella dell’autore. Ciò che ne viene fuori è che, se Buddy sembra incasinato, i suoi consanguinei non se la passano certo meglio tra gli umani orrori del New Jersey. 

A questo punto Bagge ha presentato i personaggi e i temi ricorrenti della sua underground opera a fumetti. E per lui è davvero un gioco da ragazzi sviluppare il tutto nel suo tratteggiato e caricaturale bianco e nero, con i personaggi dalle grandi teste e dagli arti sottilissimi che inanellano espressioni e posture sempre più esagerate strappando sonore risate ai lettori. Le creature di Bagge spalancano la bocca, digrignano i denti, sudano, inorridiscono e si incazzano al punto che gli occhi gli escono fuori dalle orbite, il tutto senza soluzione di continuità, anzi spesso in un crescendo di situazioni comiche paradossali. I numeri che vanno dal 2 al 15 sono i migliori della serie per come uniscono realismo, dialoghi al fulmicotone, autentica antropologia culturale e uno spietato sense of humor che rende irresistibili storie di divertente quanto disperata quotidianità. Oltre a quelli già accennati, i momenti fondamentali sono la nuova appariscente capigliatura di Lisa (#5), la visita di Buddy e Valerie ai genitori di lei (#6) e l’improbabile appuntamento tra George e Lisa (#7). Discorso a parte meritano i numeri 8 e 9, che contengono Follow That Dream!, la storia di maggior successo di Hate, che spingerà la testata a quota 25.000 copie vendute. E non sono cifre da poco per un comic book del genere, che comincia a registrare un certo successo non tanto nelle fumetterie tradizionali quanto nelle librerie alternative e nei negozi di dischi, come Fallout Records, storico negozio di Seattle aperto tra il 1984 e il 2003, dove Hate vendeva centinaia di copie. Follow That Dream! è ambientata proprio nel mondo della musica ed è la storia che rappresenta il legame più concreto tra Hate e Seattle, perché se in altri frangenti la città del grunge è più che altro uno sfondo, qui è davvero la protagonista. Il motore della vicenda è l’ennesima idea balorda di Stinky, che in questo caso non si rivela così campata in aria. Sollecitato dall’amico, Buddy abbandona i panni del pigro e passivo slacker della Generazione X per prendere sotto la sua ala protettiva un gruppo di giovani musicisti capelloni e alcolizzati. Se il protagonista si trasforma così in un gretto manager discografico, il suo socio non è da meno, dato che scende direttamente sul palco con la band ribattezzata in suo onore Leonard and the Love Gods.

Il neo-manager si rimorchia anche una tipa in un negozio di dischi, portandosela a letto con la promessa di darle dei biglietti per il backstage. La scena – in cui la partner occasionale di Buddy si sdraia sul letto completamente disinteressata – testimonia la schiettezza di Bagge e un approccio ai temi sessuali diretto e senza fronzoli, tanto da venire duramente criticata dal pubblico, soprattutto femminile. Ma i detrattori forse non si erano ancora resi conto che, sin dai tempi di Neat Stuff, Bagge utilizza i suoi personaggi per mostrare, commentare e a volte criticare comportamenti e luoghi comuni. Se Crumb – e con lui Joe Matt, tanto per fare un altro esempio – mette in mostra se stesso e la sua fascinazione maniacale per il corpo femminile (e se c’è autocritica, compiacimento o un inscindibile mix di entrambi è questione complessa che merita altra sede), Bagge non fa fumetti esplicitamente autobiografici ma racconta le vicende di personaggi di fiction. I suoi fumetti diventano dunque un luogo dove – attraverso le gag, i paradossi, il disegno ipercaricaturale – si svolge un’analisi di temi sociali, relazionali e sessuali. Insomma, Buddy Bradley non si comporta come farebbe Peter Bagge, Buddy non è un personaggio positivo a tutto tondo né tantomeno il classico “eroe” dei fumetti, e Bagge non considera necessariamente “giusto” e “fico” tutto ciò che Buddy fa o dice. “Quando scrivo le mie storie – dirà Bagge qualche anno più tardi in un’intervista a Heidi MacDonald ristampata nel volume Peter Bagge: Conversations edito dalla University Press of Mississippi – non penso mai ‘Mi piace questo personaggio e voglio che a tutti piaccia questo personaggio e poi lo farò scontrare con un altro personaggio che rappresenta tutto ciò che non mi piace’. I personaggi non rappresentano idee o ideali. Sono solo persone. E tra le persone con cui ho a che fare non c’è nessuno che trovo assolutamente perfetto o del tutto insopportabile”. E anche Buddy è tutt’altro che perfetto, anzi, oltre ad approfittarsi delle fan della “sua” band tra un concerto e l’altro riesce anche a farsi sfuggire Valerie, mandando all’aria la relazione. D’altronde non gliene frega niente di niente, figuriamoci se si dà da fare per tenersi stretta la fidanzata. 

Si aprono così le porte al prevedibile ritorno di fiamma tra Buddy e una Lisa oltre i limiti della disperazione esistenziale e dell’autocommiserazione, tanto da arrivare a indossare un sacco di patate (#10) e a farsi praticamente violentare da un Buddy di nuovo politicamente scorretto dopo essersi rimessa in sesto e in tiro (#11). Altra scena, questa, più crumbiana di Crumb stesso: facile pensare che se fosse stata concepita e pubblicata oggi, l’autore si sarebbe beccato critiche a non finire e l’editore sarebbe stato costretto a chiedere scusa a tutti per aver dato alle stampe il fumetto. Per Lisa i patimenti non finiscono qui tra l’altro, dato che sul finale dello stesso numero Buddy, sempre più incontenibilmente ed egoisticamente arrapato, finisce quasi per affogarla nella vasca da bagno durante un rapporto sessuale.

Nei numeri seguenti assistiamo al tentativo del protagonista di lanciarsi nel mercato del collezionismo partecipando a una fiera del settore (#12), alla misteriosa scomparsa di George, che ha descritto Buddy come esempio negativo della gioventù contemporanea in un numero della sua rivista Zygote stampato in migliaia di copie e distribuito in tutta Seattle (#13), al ritorno di Valerie (#14) e alla rivisitazione della storia che aveva aperto la serie (#15). Questa volta però nell’appartamento c’è decisamente troppa gente, dato che vi si ritrovano tutti insieme Buddy, Stinky, Lisa e anche i redivivi Valerie e George. Forse per il nostro è il momento giusto per cambiare un po’ aria e magari andare a trovare la famiglia nel New Jersey…

Ed eccoci ad Hate #16, numero storico che segna l’inizio della seconda metà della serie e l’inaspettato passaggio al colore, una svolta che Bagge aveva pensato da tempo e che è diventata economicamente possibile grazie alle ottime vendite. Inoltre scegliere il colore significa sveltire i tempi di lavorazione, rinunciando all’elaborato tratteggio in bianco e nero e al lavoro sulle chine, ora affidate a Jim Blanchard. Si passa così da tre a cinque uscite all’anno, e Bagge può finalmente vincere la frustrazione di dover rallentare i suoi plot per star dietro a tutti gli aspetti della produzione artistica. Ma inevitabilmente la scelta divide i lettori: a partire dal numero seguente si susseguono lettere su lettere che danno a Bagge del venduto, accusandolo di aver perso lo spirito underground degli esordi e di realizzare un fumetto ormai commerciale che non fa nemmeno più ridere come una volta. Se è vero che all’epoca Bagge si divertiva a pubblicare soprattutto le lettere di critica e insulti, tralasciando quelle di complimenti che riteneva spesso troppo noiose, c’è da dire che il nuovo Hate non convince tutti, e una frangia del pubblico – soprattutto quella più giovane – rimane delusa non solo per l’adozione di uno stile decisamente più pop ma anche per il cambiamento di temi e ambientazione. Una volta Hate era la serie underground in cui il pupillo di Robert Crumb raccontava in modo caustico l’altra faccia della Seattle del grunge, ora è invece diventata una colorata situation comedy ambientata nel New Jersey il cui protagonista si è stabilmente sistemato nel seminterrato dei genitori insieme alla fidanzata. Ed è anche il personaggio di Lisa a suscitare le inferocite reazioni del pubblico maschile, a cui bruciava vedere in Buddy il cagnetto al guinzaglio della partner rappresentato da Bagge nella copertina del #21, introdotta dallo strillo The Official Voice of “Sellout Nation”. Sì, perché nel frattempo su Hate è arrivato anche il codice a barre e, soprattutto, la pubblicità, inaugurata dalla quarta di copertina del #19 con la locandina del film Crumb di Terry Zwigoff e poi deflagrata definitivamente dal numero successivo con dischi, orologi, negozi, accendini e via dicendo. Bagge si giustifica nell’editoriale del #20 definendo questa soluzione come l’unica possibile per mantenere inalterato il prezzo di copertina a causa dell’aumento del costo della carta, ma ovviamente un buon numero di lettori si scaglia contro di lui, la Fantagraphics e chissà chi altro… Da segnalare che da Hate #20 le pagine da 24 diventano 32, anche se si passa da una lussuosa carta bianca a un’altra ben più economica.

Ma torniamo alla cosa che ci interessa di più, ossia storie & disegni. E’ vero che il nuovo Hate non è al livello del vecchio? Beh, anche io all’epoca rimasi piuttosto interdetto dal passaggio al colore, tanto che a neanche 18 anni sulle pagine del #5 di Underground rompevo le palle scrivendo che “la prima impressione è che la testata abbia perso un po’ del suo fascino underground”. Bleah, che maledetto e imberbe snob… Però ok, a riguardarli oggi i numeri in bianco e nero sono decisamente più belli di quelli a colori, e un po’ devo dare ragione al me stesso di allora che vergava tali sentenze dalla sua cameretta di Anzio con un Commodore 64. Ma va anche detto che il comic book migliorerà numero dopo numero, trovando giovamento dalla maggiore confidenza alle chine di Blanchard, dai colori che diventano via via più caldi e paradossalmente anche dalla carta più economica, utile a dare un aspetto più cheap e meno patinato al tutto. Per quanto riguarda le storie, il periodo che va dal #16 al #21 è quello più altalenante dal punto di vista qualitativo, con un accurato spaccato della vita nei sobborghi americani ma anche con qualche momento di stanca dovuto alla ripetitività di certe situazioni familiari. Sì, perché alla fine Buddy e Lisa si stabiliscono nel New Jersey e a Seattle non ci tornano più. Bagge corregge completamente il tiro e smette di raccontare la giovinezza, le bevute, le uscite con le ragazze, i rapporti con i coinquilini e passa a descrivere la vita familiare, ispirandosi al suo retaggio di gioventù – già così importante per The Bradleys – e al periodo di Redmond, nei sobborghi di Seattle, quando aveva messo su casa e famiglia con la moglie Joanne.

Ovviamente cambia anche il cast dei comprimari, che torna a grandi linee quello di Neat Stuff, con la madre e il padre di Buddy, il fratello Butch, la sorella Babs con i suoi scatenatissimi figli e il balordo ex marito Joel, il compagno di scuola Tom diventato poliziotto e altri amici e vicini che rientrano in scena dopo anni di limbo. Tra questi il più importante è Jay, con cui Buddy aveva già legato in Hippy House (Neat Stuff #9). I due se la intendono ancora e insieme mettono su un negozio di oggettistica, memorabilia, riviste e dischi, insomma un paradiso per nerd inaugurato nel #19 con il titolo B & J’s Collector Emporium. Intanto nel #18 Buddy si è comprato una macchina degna di un supereroe, la cosiddetta poliomobile, un hot rod deforme con ruote giganti davanti e normali dietro. Non può non tornare alla mente la copertina di Hate #1, che all’epoca non aveva niente a che fare con il contenuto di quell’albo ma che adesso suona quasi profetica. Dopo due storie in cui il nostro se la deve vedere prima con i nipoti (#20) e poi con le bizze del padre appena uscito dall’ospedale e capace di catalizzare l’attenzione di tutte le donne della casa (#21), dal #22 la musica cambia. Bagge comincia a spingere sull’acceleratore introducendo nelle sue storie elementi di realismo spietato, quasi dei pugni assestati alla pancia dei lettori che nel tempo avevano conosciuto e amato i suoi personaggi. Forse una reazione alle accuse di essersi venduto e addolcito? Forse sì, o forse sono cose che Bagge aveva già in testa da tempo. Fatto sta che da questo numero le risate diventano sempre più amare o cessano quasi del tutto, almeno in alcuni frangenti. Difficile a questo punto scendere nei dettagli, perché entriamo nel vivo della trama, e anticipare altri sviluppi rovinerebbe la sorpresa a chi non ha mai letto Hate. Evito dunque il racconto di questo #22 come anche del #23, un episodio chiave tutto incentrato su Lisa. E che dire del #27, altro momento di sconcertante realismo? Bagge dimostra in questa fase di non essere solo un umorista e un abile creatore di storie, ma anche di saper stupire il lettore e di metterlo a disagio raccontando situazioni drammatiche. E di delineare personaggi “veri”, come per esempio la stessa Lisa, non più la ragazza in bianco e nero dei primi numeri, depressa e sottomessa, ma un personaggio “a colori”, sfaccettato e capace di inaspettati colpi di testa.

La serie sta ora vivendo un momento d’oro, grazie a questi “slice of life” e a un Buddy tornato single, che non vive più in famiglia ma si accompagna – sempre e comunque malvolentieri – a una congrega di balordi composta dal fratello Butch, dal solito Jay, dal vicino Jimmy Foley, dall’ex cognato Joel e dall’ambiguo duo composto da Jake The Snake e Pencils. A respirare nuovo ossigeno sono sia i lettori che lo stesso protagonista, ormai stabilitosi nel retro del suo negozio e pronto a sperimentare di nuovo la magia degli appuntamenti e dei flirt occasionali, arrivando a incontrare addirittura tre donne in un solo episodio, The Single Life appunto, pubblicato su Hate #29. La mutazione è ormai compiuta e, dopo qualche incertezza iniziale nella fase di passaggio, Hate si è egregiamente trasformato in un fumetto che descrive l’altra faccia dell’american way of life, o la vera vita dei sobborghi americani. Bagge non vuole raccontare storie eccezionali di personaggi speciali, perché ciò che gli interessa è la quotidianità, le piccole situazioni che tutti ci troviamo ad affrontare. E le disegna senza sentirsi superiore ai suoi personaggi, anzi, sentendosi proprio uno di loro. 

E siamo arrivati quasi alla fine, in numeri sempre più densi di contenuti, anche a firma di altri autori. Se dal #21 ci aveva pensato l’irresistibile Doofus di Rick Altergott a riempire qualche pagina in eccesso, una nuova rivoluzione si era sviluppata dal #26, con l’upgrade a 48 ricchissime pagine contenenti contributi di altri cartoonist, rubriche dei fanzinari recensiti da Bagge nel corso degli anni e ovviamente altra pubblicità. Ma di questo leggerete in un prossimo articolo, ora torniamo appunto a Hate #29, che al momento dell’uscita sembrava un numero qualsiasi. Niente lasciava presagire che il #30 sarebbe stato quello finale e invece ecco qui che questo corposo comic book di 56 pagine uscito a giugno del 1998 (con il prezzo stavolta rialzato a $3.95, tanto è l’ultimo numero e nessuno può protestare) conclude di botto le vicende di Buddy Bradley e soci. L’appena quarantenne Bagge si diverte a disegnare se stesso mentre tiene in mano un mini Buddy Bradley e lo butta nella tazza del cesso urlando “Say goodbye, folks!”. E aggiunge nell’editoriale: “Yes, this is the last issue of HATE. Why? Well, I, uh… Jeez, that’s a good question… Because I’m a SELF-DESTRUCTIVE FOOL, that’s why!”. E in effetti lasciare una serie che stava sperimentando un successo di pubblico davvero insolito per un fumetto “alternativo” sembrava una mossa suicida, ma Bagge voleva cambiare aria e dedicarsi a qualcosa di diverso, chiudendo i battenti quando il successo era ancora dalla sua e non per un calo di vendite o per mancanza di interesse del pubblico. Lo stesso era successo quasi dieci anni prima con Neat Stuff, chiusa all’improvviso per cercare vie alternative. Per quanto riguarda la storia del #30 beh, non posso certo raccontarvi come va a finire, quindi mi limito a dire che si assiste al ritorno di vecchi amici e che ci sono un paio di colpi di scena da ricordare… Oltre al fatto che alla fine Buddy trova il “fischietto magico” che era stato suggerito a Bagge dal fumettista Sam Henderson nella pagina delle lettere di Hate #12 e che era diventato un tormentone tra i lettori. Niente male come dedica finale ai super-appassionati che hanno seguito la serie per otto anni e che devono dire addio a personaggi amatissimi, che sono diventati quasi degli amici, come succede di solito con i migliori telefilm.

In realtà Hate #30 non segna la fine delle vicende di Buddy Bradley. Il 1998 vede l’uscita, oltre che di un’intervista sul #206 di The Comics Journal con copertina a tema The Death of Hate!, di uno speciale celebrativo intitolato Hate Jamboree. Quest’ultimo è un magazine di 64 pagine in cui Bagge celebra la fine delle avventure di Buddy Bradley. Anzi, più che una rivista la potremmo chiamare una fanzine, nel senso di un prodotto per i fan più che fatto dai fan. Il tono è chiaro sin dalla copertina, e basta aprire l’albetto per ritrovarsi, a pagg. 2 e 3, una splash page con un Buddy stupito che viene salutato dai suoi comprimari e anche da persone “reali” come lo stesso Bagge e Gary Groth. Il cuore di Hate Jamboree è il lungo articolo Hate: A Love Story, in cui lo stesso Bagge racconta genesi, storia e curiosità del suo comic book in 13 pagine accompagnate da illustrazioni spesso rare o inedite. Tra queste copertine (Screw, The Rocket, The Stranger, Goldmine), vignette tratte da Weirdo, High Times, Spin e altre riviste, poster per concerti e tour come l’HateBall del 1993 che vide il nostro girare le fumetterie statunitensi insieme a Daniel Clowes. Per il resto l’albetto è occupato da tributi, interviste a compagni di viaggio come Jim Blanchard e Rick Altergott, un’accurata bibliografia e fumetti rari dello stesso Bagge, tra cui cito come esempi più significativi la collaborazione Bagge-Clowes vista su Cracked #220 del 1986, un’illustrazione tratta da Honk #2 (ancora 1986, Fantagraphics) che accompagnava uno scritto di Alan Moore, la riproduzione integrale di un fumetto inchiostrato da Jim Woodring e realizzato per il booklet di un CD di George Thorogood, alcune strisce inedite di Studs Kirby pensate per la rivista del canale televisivo ESPN e mai pubblicate.

Ma questa grande festa di addio si rivelerà invece un arrivederci, dato che un paio d’anni dopo Bagge non resisterà alla tentazione di riportare sulla pagina le sue creature iniziando la pubblicazione degli Hate Annual. Proprio sugli Annual, e su altre curiosità legate a Hate, tornerò in una serie di approfondimenti che troveranno presto spazio su queste stesse frequenze. See you in the next post!

Un webshop sempre più ricco

Approfitto di questo spazio gentilmente offerto da me stesso per segnalarvi che nel negozio di Just Indie Comics trovate una trentina di titoli caricati negli ultimi giorni, tra nuovi arrivi, titoli del catalogo finalmente disponibili anche on line e addirittura libri “scritti”, ossia materiale non a fumetti: siamo così a quota 170 articoli, se non sbaglio un record per il negozio dalla sua nascita. Ma andiamo con ordine e cominciamo a illustrare brevemente le novità, come il #2 della pazzesca antologia made in San Francisco Tinfoil Comix (del #1, al momento esaurito, avevo parlato qui), il misconosciuto ma per me già cult A Different Sky di Samuel D. Benson (ci tornerò meglio in seguito) il settimo numero della fanzine Bubbles con interviste a Inés Estrada, María Medem e Jesse Jacobs e approfondimenti su Yoshiharu Tsuge e Gary Panter, i nuovi fumetti di quelli che ormai sono degli habitué da queste parti, ossia David Tea e Ian Sundahl, entrambi arrivati all’undicesima uscita delle loro serie Five Perennial Virtues e Social Discipline. Altro ritorno è quello di Pete Faecke, i cui fumetti avevo già portato in Italia un paio di anni fa direttamente dal CAKE di Chicago e che ora è di nuovo tra noi con il già visto gay western Pardners e soprattutto con due recenti albetti autoprodotti divisi a metà con A.T. Pratt (Wacky Western) e Drew Lerman (Detective!).

Da “Detective! Double Digest” il fumetto di Pete Faecke

This is Serious: Canadian Indie Comics è invece il catalogo di una mostra sul fumetto canadese che si è tenuta all’Art Gallery of Hamilton, con tavole di autori canadesi contemporanei e non, accompagnate da saggi di Jeet Heer e Peggy Burns. Dall’Italia arrivano invece Baby Gang di Diego Miedo e Pietra abbandonata di Tagliamani, su cui mi ero già soffermato qui. Dicevamo prima di Bubbles, e riprendo l’argomento per ricordarvi la presenza nel catalogo del #6, contenente un’intervista a Benjamin Marra condotta da Dash Shaw e anche un inserto con le prime sei pagine di Our Lord, My Master, graphic novel che Marra ha completato da tempo ma che è al momento ancora inedito (il perché lo scoprirete leggendo l’intervista). E a proposito di fanzine, ecco i primi tre numeri di Strangers, altra zine americana nata di recente, con interviste a Paul Kirchner, Geoff Darrow, Richard Corben, oltre ad articoli, recensioni e fumetti che rivolgono una particolare attenzione al passato più che al presente.

Dicevo poi del materiale “recuperato” dal catalogo, e cioè quei fumetti che prima ero solito portare ai festival ma che non avevo più caricato nel nuovo negozio su Big Cartel. Ebbene, sto cercando pian piano di metterne il più possibile on line, dato che i festival continuano a rimanere un’incognita. Per il momento trovate titoli a firma Antoine Cossé (di cui ho recuperato Showtime, mentre continua a essere disponibile anche The Train), Jakko Pallasvuo (Pure Shores), Julie Delporte (This Woman’s Work), Michael DeForge (con gli ormai rari e fuori catalogo On Topics e The Boy in Question), Etan Rilly/Hartley Lin con qualche numero del suo Pope Hats, e poi l’antologia giapponese Akkusu con un volume di difficile leggibilità ma senz’altro curioso che vede ospiti Archer Prewitt, Jason e Adrian Tomine, il settimo numero da tempo esaurito del magazine Nobrow, la collezione completa del Klaus di Richard Short edito da Breakdown Press, comprensiva dei tributi di autori come Alice Socal, Michael DeForge, Joe Kessler, Anna Haifisch, Lando ecc.

“On Topics” #1-2 di Michael DeForge

Visto che ci sono, ne approfitto per segnalarvi che prima dell’estate nella sezione Classix+Rare erano arrivate una serie di novità d’annata, come qualche Zap Comix e Weirdo, The Complete Dirty Laundry Comics di Aline Kominsky e Robert Crumb, il #2 dell’antologia Short Order Comix curata da Art Spiegelman e proveniente direttamente dal 1974. E concludo dandovi la notizia che ho da poco inaugurato la categoria Other Stuff, in cui spero di aggiungere pian piano materiale extra-fumettistico, alla faccia di “just” indie comics. Si inizia con un po’ di libri della seminale casa editrice milanese Shake (di cui è disponibile anche I fumetti del Prof. Bad Trip) e con due volumi della rivista/libro Re/Search dedicati alle fanzine. L’idea è quella di recuperare in giro materiale di difficile reperibilità legato al mondo della controcultura e dell’autoproduzione, con un occhio particolare a fanzine e riviste del passato che ho personalmente amato e che cercherò di far amare anche a voi.

E infine, stavolta per davvero, vi ricordo che tutte le spedizioni avvengono via corriere Sda e che basta inserire in fase di checkout il codice ITALIA50 per avere le spese di invio gratuite su tutti gli ordini dai 50€ in su.

La copertina di “Re/Search Zines!” vol. 1

JICBC pt. 4: “The Puerto Rican War” e “Living Nightmare”

L’ultimo capitolo del Just Indie Comics Buyers Club 2020 propone due autoproduzioni provenienti direttamente dagli USA. La prima, destinata a tutti gli abbonati, è The Puerto Rican War di John Vasquez Mejias, ovvero – come la definisce lo stesso autore – “la storia dei rivoluzionari portoricani del 1950 raccontata con la xilografia”. Poche volte sono stato così orgoglioso di presentare un fumetto del Buyers Club: The Puerto Rican War è un’opera che riempie gli occhi, frutto di una dedizione concettuale e pratica spaventosa. Se date un’occhiata a questo post sulla pagina Instagram di Mejias potrete ammirare l’importanza del lavoro in tutta la sua materiale meraviglia, potenziata dal fatto che le pagine sono ben 96. Siamo dalle parti del graphic novel più che dell’albetto autoprodotto, anche se l’aspetto artigianale è ben evidente nella rilegatura a filo rosso e nella qualità della carta, nera, sporca, tagliata senza l’uso di strumenti tipografici. Non è stato un albo facile da portare in Italia in grosse quantità, per la mole, i costi di spedizione e il momento particolare che stiamo vivendo, ma John si è messo a disposizione e mi ha dato una grossa mano. Un grazie a lui per aver reso la cosa possibile, oltreché per aver raccontato in modo così – passatemi il termine – “artistico” la storia di una rivoluzione da noi poco conosciuta, eppure che è un pezzo importante del colonialismo del ‘900. Ma come al solito quando si tratta del Buyers Club non scendo troppo nel dettaglio degli albi, lasciando agli abbonati la possibilità di godersi la lettura senza troppe anticipazioni.

Gli abbonati Large riceveranno insieme a The Puerto Rican War anche un altro albetto, ossia Living Nightmare di Pete Faecke, autore che avevo incontrato un paio di anni fa al CAKE di Chicago, portando in Italia alcune delle sue autoproduzioni. Proprio allora parlavo del suo lavoro come una rilettura costante (e spesso dissacrante) dei generi classici del fumetto americano, e Living Nightmare ne è ulteriore conferma, dato che questo mini guarda senza dubbio al materiale Ec Comics, riletto però in chiave esistenzialista e, per quanto possa sembrare strano, autobiografica. La prosa di Faecke è qui più che mai densa e si unisce a un aspetto grafico curatissimo, arricchito dalla stampa in risograph in blu e rosa. Sono solo 8 pagine ma vi assicuro che ne vale la pena. E se vi piace vi segnalo che trovate altri fumetti dello stesso autore tra le numerose novità del webshop di Just Indie Comics. Buona lettura dunque, e arrivederci al 2021 per una nuova edizione del Buyers Club.