Mat Brinkman in mostra a BilBOlbul

Un miraggio, per molti un sogno, o forse come vivere per qualche giorno in un universo parallelo. Difficile descrivere diversamente la venuta in Italia di Mat Brinkman, uno dei cartoonist più influenti degli ultimi vent’anni, capace di rivoluzionare il mondo del fumetto underground a partire dalla fine dei ’90 con l’esperienza Fort Thunder. L’evento è stato possibile grazie a Michele Nitri di Hollow Press, che non solo ha convinto il fumettista, illustratore, scultore e musicista statunitense ad uscire dal suo ritiro sulle montagne del Colorado per atterrare al BilBOlbul ma anche a strappare un sì per la ristampa dei suoi Teratoid Heights e Multiforce, assenti dal mercato da anni e fino a poco fa difficilmente reperibili anche sul mercato dell’usato. L’organizzazione del festival ha fatto il resto, ospitando l’artista e allestendo alla Pinacoteca Nazionale di Bologna The Dungeon Master, la prima retrospettiva a lui dedicata, con pezzi provenienti dalla collezione privata dello stesso Nitri. Qui cercheremo proprio di offrire una panoramica della mostra, inaugurata lo scorso 23 novembre e aperta fino al 16 dicembre, fissando sulle pagine di internet l’esistenza di materiali per la gran parte sconosciuti ai più.

La sezione iniziale è intitolata Inside the Thunderdome ed è incentrata sulla fase più importante dell’opera di Brinkman, quella nata nel Fort Thunder. In mostra 12 copertine di Paper Rodeo, la rivista formato tabloid in cui è stato inizialmente serializzato Multiforce. A seguire una serigrafia promozionale di Teratoid Heights, la raccolta dei mini-comic autoprodotti di Brinkman pubblicata da Highwater Books, e quindi un’intera parete dedicata a Multiforce, con alcuni originali. Non si tratta in realtà di intere tavole, perché ogni pagina di Multiforce è stata costruita assemblando e rimpicciolendo una serie di vignette realizzate separatamente. L’occasione è dunque ghiotta per vedere i disegni a grandezza naturale e l’allestimento evidenzia intelligentemente questo aspetto accostando l’originale a una stampa del definitivo. Tra i vari pezzi da segnalare la parte finale della sequenza di Skeleton Jelly, probabilmente la più iconica del fumetto. A chiudere questa prima parte troviamo una copia della raccolta in volume di Multiforce, uscita per PictureBox nel 2009, e il poster allegato da Hollow Press alle prime 333 copie della nuova edizione, con autografo dell’autore.

Proseguendo l’esplorazione si arriva alla sezione The Spiral Architect, dedicata al Brinkman pittore, scultore e illustratore e ad alcuni oggetti croce e delizia dei collezionisti. Vi troviamo due disegni a inchiostro senza titolo, Man and a Baby realizzato con il carboncino, una serigrafia stampata da Le Dernier Cri nel 2008 e una teca con alcuni fumetti che vanno dal raro all’introvabile, dall’edizione del 2003 di Teratoid Heights al minuscolo Double Migraine uscito per gli svizzeri di B.ü.L.b Comix nel 2011, da Depressed Pit Dwellers edito ancora da Le Dernier Cri nel 2008 a una nuova sconosciuta autoproduzione dal titolo Wide Awake Water stampata in una quarantina di copie per un amico. Arriviamo così a 4 disegni dal progetto Afterbirth Afterlife e alla scultura Skull Spider del 2013 in cartapesta, latex, fil di ferro, cavi elettrici, legno, schiuma espansa.

La parte finale della prima sala, 1000 Years of Sporadic Beats, vede protagonista il Brinkman musicista e mette in fila LP, cd, cassette, poster dei Mindflayer e di altri progetti musicali del nostro, come SYNB, Monstro-brink e Mr. Brinkman. Presenti anche un paio di cuffie per ascoltare estratti dai vari album.

La seconda sala si apre con Play My Game, Feel My World, incentrata sul Brinkman illustratore per giochi da tavolo e concept artist. Notevole il lavoro per il gioco Cave Evil, con curatissime illustrazioni di ambienti e personaggi, quest’ultime utilizzate anche per dare forma alle miniature. Presente anche una teca con il gioco e le sue espansioni. I disegni per Thumper, videogioco di casa Drool, sono invece dei bozzetti di cui poco è rimasto nella versione definitiva realizzata dagli sviluppatori.

Arriviamo così a Evade the Dungeon, un paio di pareti su cui trova spazio il lavoro fatto da Brinkman per Hollow Press a partire dal 2014. Oltre a un bel numero di tavole tratte da Cretin Keep on Creepin’ Creek, la sua storia pubblicata sui tre numeri finora usciti dell’antologia Under Dark Weird Fantasy Grounds, troviamo anche la maglietta stampata in occasione del debutto della serie e la statuetta di uno dei personaggi. In più, una bottiglia della birra Bokrijks Ale del 2010, con serigrafia dell’artista.

E siamo quasi alla fine, manca infatti soltanto da dare un’occhiata a un’altra teca contenente libri collegati in qualche modo a Brinkman, dall’indispensabile The Comics Journal #256 con lo speciale Fort Thunder al libro The Orange Eats Creeps con copertina del nostro, dalle antologie Kramers Ergot #4 e Coober Skeber #2 fino al catalogo della mostra Wunderground dedicata alla scena di Providence e alla tesi di laurea di Rudy Dore che approfondiva ancora il tema Fort Thunder.

Oltre alla mostra, Brinkman ha tenuto sessioni di firmacopie nella Biblioteca Salaborsa, in cui ha dedicato ai lettori il suo Teratoid Heights (le copie di Multiforce non erano ancora disponibili per un ritardo tipografico), ed è stato protagonista di un incontro all’Accademia di Belle Arti con Ratigher, un’occasione unica per sentire la voce di un artista riservatissimo, su cui è difficile trovare informazioni anche su internet. In realtà non è stata rivelata chissà quale verità a proposito dell’assenza di Brinkman dalle scene e della sua produzione a fumetti a dir poco centellinata, dato che è stato lui stesso a dire che se ha fatto pochi fumetti è perché “è andata così”. Non sono nemmeno emersi nuovi elementi su Fort Thunder, che in sostanza è nato perché Brinkman e gli altri cercavano un posto dove vivere e al tempo stesso fare concerti e che è finito “perché il proprietario ci ha mandati via e l’immobile è stato demolito”. Certo, tutte cose che sapevamo già, ma si sa che il fan ama immaginare e a volte creare miti, pensando che dietro all’arte ci sia sempre qualche segreto nascosto. E invece Brinkman è semplicemente un artista che ama starsene per conto suo tra le montagne del Colorado “a disegnare, lavorare alle sculture, suonare la batteria e fare lunghe camminate” e che quando ha creato i suoi indimenticabili mondi ha fatto quello che si sentiva di fare in quel momento, “per me e per i miei amici”, senza pensare minimamente all’idea di finire sugli scaffali delle librerie o addirittura in una bacheca di una Pinacoteca a Bologna.

Due giorni a Lucca Comics 2018

Non dovevo esserci ma alla fine ho ceduto alla tentazione. E perché mai, direte voi? Non so, è una domanda difficile a cui rispondere e forse è meglio lasciar stare. D’altronde non ho intenzione di dire la mia sul solito dibattito Lucca sì vs. Lucca no in questo parzialissimo reportage con le solite foto in bassa fedeltà fatte con il cellulare perché non ho voglia di portarmi dietro la fotocamera che pesa. E per quanto riguarda le mie motivazioni, quest’anno erano legate principalmente alla presenza di ospiti internazionali come Walt Simonson, Arthur Adams e Neal Adams – miti della mia gioventù a fumetti – e di alcuni cartoonist di maggiore attualità come Nick Drnaso e Charles Forsman.

Arrivato a Lucca sabato 3 novembre intorno a mezzogiorno, mi dirigo verso la Chiesa di San Giovanni, dove era stata allestita la Sala Robinson di Repubblica ed era in programma l’incontro con Nick Drnaso, autore di Beverly e Sabrina (ne avevo parlato rispettivamente qui e qui) usciti in Italia per Coconino Press. Drnaso è arrivato in Italia insieme alla moglie, che ha un negozio di fiori, in quello che da quanto ho capito è stato il suo primo viaggio fuori dagli Stati Uniti. Schivo, molto chiuso sin dalla posizione che assume mentre risponde alle domande di Luca Valtorta, Drnaso non si vergogna di definirsi cinico, anche se adesso si ritiene meno pessimista rispetto a qualche anno fa. Sulla sua formazione e sui suoi interessi taglia netto, dicendo di non essere mai stato un appassionato di fumetti di supereroi, al contrario della gran parte degli adolescenti americani, e di interessarsi per lo più alle news e alla saggistica. Curiosità ulteriore, di tanto in tanto lavora in una fabbrica di spillette, per sbarcare il lunario. Interrogato sulla candidatura di Sabrina al Manbooker Prize, ha sentenziato: “Quando ho saputo della nomination, la notizia non ha avuto grande impatto su di me né ho pensato che avrebbe comportato un aumento dell’attenzione del pubblico nei miei confronti. In realtà non ero al corrente dell’esistenza di questo premio. Quella mattina mi sono svegliato, sono andato a lavoro e all’improvviso ho cominciato a ricevere richieste di interviste. Comunque, e non lo dico per apparire ingrato, questa cosa non mi ha molto toccato né ha cambiato il mio approccio al lavoro o la mia personalità. Sinceramente non mi sento orgoglioso di essere candidato a questo premio”.

Nick Drnaso (al centro)

Dopo il rituale giro per i padiglioni degli editori e per l’area Self, quest’anno dislocata in una nuova posizione che sembra aver accontentato la maggior parte degli espositori, alle 17.30 passo a un altro incontro, il tradizionale Cinque buone ragioni per fare fumetti coordinato da Matteo Stefanelli, che come sempre riesce a coinvolgere autori di provenienze geografiche e culturali diverse, dal cinese Li Kunwu ad artisti mainstream statunitensi come James O’Barr e Walt Simonson fino al nostro Marco Corona e all’altro americano, ma di area indie, Charles Forsman. Le differenze che ne sono emerse sono ovviamente notevoli, soprattutto tra Li Kunwu e i due americani, con il primo che quasi commosso si rallegrava per la possibilità di esprimersi e di viaggiare liberamente dopo anni difficili, mentre i secondi parlavano di assegni e diritti cinematografici. Simonson rimane comunque uno di quegli autori che mi hanno fatto davvero appassionare al fumetto fino a rimanerci incollato a vita, con le sue storie di Thor e dei Fantastici Quattro. Dopo, sinceramente, ho perso le sue tracce. A Lucca arrivava, accompagnato dalla moglie e collega Louise, come ospite di Editoriale Cosmo che ha pubblicato in volume i suoi Starslammers e Ragnarok. Dal vivo è un signore sorridente e alla mano, molto americano nel modo di porsi e nel cercare la battuta ad effetto.

Da sinistra Li Kunwu, O’Barr, Simonson (con gli occhiali), Forsman (in blu), Corona (cappello e cravatta)

Forsman ha risposto così quando gli è stato chiesto di raccontare il momento in cui ha capito che avrebbe fatto il fumettista: “Come ha già detto qualcun altro prima di me, fare fumetti non è una scelta, ma è qualcosa che devo fare, altrimenti faccio male a me stesso o a qualcun altro. Sembra una battuta ma c’è un fondo di verità… Il momento in cui ho capito che avrei fatto fumetti come lavoro è quando sono stato ammesso al Center for Cartoon Studies, anche se sono stato l’ultimo in graduatoria tra gli studenti del mio corso. In quei due anni mi sono sentito parte di una comunità e così mi sono accorto che stavo diventando un fumettista”. Simonson ha invece raccontato una strana fase del suo processo creativo: “A volte la mattina mi alzo, mi metto a lavoro e all’improvviso mi accorgo che mi sono dimenticato come si disegna. E’ una cosa davvero fastidiosa. E penso: ho fatto questo lavoro per 40 cazzo di anni, com’è possibile? Quello che ho imparato è che mi devo mettere a disegnare, anche se non ricordo come si fa. E ho anche imparato, grazie anche al supporto della mia fantastica moglie che mi sta vicina, è che tutto quello che riesco a fare dal momento in cui mi è sembrato di aver dimenticato come disegnare è migliore di quello che ho fatto prima. Probabilmente succede che il mio occhio migliora molto più velocemente di quanto facciano le mie mani e così quando riguardo il mio lavoro ciò che mi andava bene una settimana prima all’improvviso non mi piace più. E ho bisogno di tempo affinché le mani si abituino a queste nuove esigenze dell’occhio”. A questo punto James O’Barr chiede a Simonson se sente mai il bisogno di correggere il suo lavoro. “Quando sento il bisogno di farlo, di solito penso a due cose, ossia alle scadenze e al fatto che ho altro lavoro da fare. E poi adesso, dopo aver fatto fumetti per così tanti anni, vedo tutto il mio lavoro, da Alien a Thor a Ragnarok, come un unico disegno che ho iniziato quando ero un bambino di due o tre anni e che finirà quando non potrò più disegnare. E comunque, soprattutto nel fumetto, non tutte le tavole devono essere dei capolavori, c’è sempre modo di migliorare nelle opere successive”. Da segnalare anche le risposte dei quattro stranieri alla domanda finale su quali fumettisti italiani conoscono e ammirano: Forsman ha dimostrato di essere piuttosto aggiornato facendo il nome di Nicolò Pellizzon, Simonson ha scelto Sergio Toppi, O’Barr ha raccontato della sua passione per i fumetti europei pubblicati su Heavy Metal ma ha confessato di non sapere chi fosse italiano o meno, mentre Li Kunwu ha dichiarato di ammirare gli autori italiani ma di non riuscire a nominarne nemmeno uno perché in cinese si scrivono in maniera diversa.

E dopo questa full immersion nel mainstream, non poteva che essere salutare oltreché obbligata una visita al Borda Fest, l’altro festival di Lucca – gratuito, indipendente, underground – con la solita abbondanza di autoproduzioni e pubblicazioni alternative. Localizzato sotto il baluardo San Martino, con una parte degli eventi serali che si tenevano al Foro Boario, il Borda vantava come ogni anno una programmazione musicale e culturale di tutto rispetto, con concerti, incontri, tavole rotonde e quant’altro. Purtroppo ci sono stato poco, dato che la mia visita a Lucca quest’anno è stata davvero una toccata e fuga, ma l’aria che si respirava era davvero rinfrescante rispetto al caos dell’evento principale. Non vi sto a dire chi c’era e chi non c’era, perché ho più che altro chiacchierato e non sono riuscito nemmeno ad arrivare in fondo per vedere tutto. Segnalo soltanto la presenza del bravissimo messicano Abraham Diaz, già ospite al Crack! in passato. Oltre alle sue produzioni, e in attesa del nuovo numero di Suicida che si preannuncia a tema science-fiction (del primo avevo parlato qui), Abraham portava anche un bel po’ di fumetti e albi illustrati dalla scena sudamericana, con parecchi autori sconosciuti ai più e che è sempre un piacere scoprire.

A questo punto si è fatta ora di cena ma evito dettagli sulla serata anche perché che ve ne frega. E siamo alla domenica, che inizia con un altro giro ai padiglioni e un salto alla Chiesa dei Servi, che invece della self-area ospitava quest’anno i venditori di tavoli originali, tanto guardo e basta perché il vizio degli originali ancora non ce l’ho. L’offerta è comunque di rilievo anche se ho la mente offuscata e l’unica cosa che ricordo di aver ammirato con gli occhi sgranati sono un paio di pagine di Bill Sienkiewicz da Big Numbers, che poi sono sempre le solite che guardo ogni anno se non erro. Alle 12 incontro “All American” con Neal Adams, Arthur Adams e ancora Walt Simonson ma sorpresa Arthur Adams non c’è, è dovuto tornare a casa con un giorno di anticipo per motivi personali. Peccato, mi sarebbe piaciuto vedere dal vivo uno dei miei disegnatori Marvel preferiti di quando c’era la continuity. Sto diventando nostalgico? Boh, forse sì, o forse è che certo fumetto contemporaneo mi butta giù e quindi tanto vale rifugiarsi nel passato. Moderati da Andrea Antonazzo, ci hanno pensato i soli Neal e Walt a tenere banco e non si sono certo fatti pregare, tanto che a un certo punto hanno cominciato ad autogestirsi facendosi domande tra loro e parlando l’uno dell’altro. Non vi tedio con altri estratti dall’incontro perché capisco che andrei di nuovo fuori tema, se siete su Just Indie Comics e siete arrivati a leggere fin qui un motivo ci sarà, altrimenti vi leggevate l’ultimo numero di West Coast Avengers. Simonson si è dilungato sui suoi primi passi nel mondo del fumetto e sulla sua smisurata ammirazione per Jack Kirby, mentre Adams ha detto che non si sente di aver rivoluzionato il personaggio di Batman ma solo di averlo disegnato meglio di quelli prima di lui.

Divisi dal traduttore Neal Adams (sinistra) e Walt Simonson (destra)

Mentre si riavvicina l’ora della partenza, è ora di farsi largo tra la folla per arrivare a Palazzo Ducale e vedere le mostre, ovviamente meno frequentate dei padiglioni e quindi solita piccola isola felice del festival. Che dire, quest’anno mi è sembrato che fossero allestite con maggiore cura e attenzione del solito. Peccato per la mostra di Neal Adams, che per il materiale storico di Batman faceva ricorso esclusivamente a riproduzioni “in alta qualità” delle tavole, ma immagino che la cosa sia dovuta al fatto che il grosso di quel materiale sia in mano a collezionisti privati americani. C’erano però l’originale della famosa copertina di Superman vs. Muhammad Ali, una tavola da The Brave and The Bold #81 del 1969, una da The Avengers #95 del 1972 e un paio di cose minori sempre anni ’70. Il resto era tutto materiale più recente e non molto interessante. Devo poi tessere frasi di lode per le mostre di Leiji Matsumoto e Junji Ito, su cui sono tutto tranne che esperto, dato che capisco più di calcio tedesco anni ’90 che di fumetto giapponese. Le tavole di Matsumoto erano davvero strabilianti, mentre la mostra di Ito… Beh, che dire, di Ito sapevo l’esistenza e poco più, invece sono rimasto catturato dalla potenza dei suoi originali, dai pattern che riesce a creare sfigurando volti e paesaggi e rendendoli di un orrore assoluto, quasi matematico. Da approfondire, anzi, peccato non averlo fatto prima visto che era uno degli ospiti principali della manifestazione.

La mostra di LRNZ

Neal Adams, copertina di Superman vs. Muhammad Ali

Leiji Matsumoto

Junji Ito

Ancora Junji Ito

Sono talmente rimasto catturato dalle mostre che alla fine ho perso anche gli eventi delle 14, tanto ce n’erano ben tre interessanti tutti in contemporanea (showcase di Forsman, altro incontro con Drnaso sul tema fake news, presentazione de Il futuro è un morbo oscuro, dottor Zurich! di Lise&Talami) e così mi sono risparmiato l’imbarazzo della scelta. Alla fine sono riuscito a seguire soltanto l’ultima parte dello showcase di Forsman, per pochi intimi ma con lui sempre entusiasta e disponibilissimo a disegnare e a parlare del suo lavoro. Dopo di che, la mia Lucca è praticamente finita.

Cos’è successo al Just Indie Comics Fest 2

Avrei voluto fare un reportage dettagliato dalla seconda edizione del Just Indie Comics Fest ma alla fine sono stato fermato dalla difficoltà di riuscire a parlare bene di qualcosa di mio, come se ci si trovasse a recensire il proprio libro da soli. E’ possibile fare un resoconto scrivendo che è andato tutto benissimo, che gli ospiti sono stati tutti disponibilissimi, che l’atmosfera è stata fantastica, che il pubblico era entusiasta e interessato alla mostra, agli incontri, ai fumetti? E soprattutto è giusto farlo sul sito che porta lo stesso nome dell’evento? Che poi in effetti così l’ho fatto e mi sono tolto il pensiero senza troppo imbarazzo. E magari l’anno prossimo mettiamo su una Sala Robinson così ci pensa La Repubblica a parlarne bene e a metterci in prima pagina… Vabbè, facezie a parte eccovi qualche foto e un paio di video lo-fi, anche se prima vi devo ricordare che il Just Indie Comics Fest è stato possibile grazie all’iniziativa di Co-Co ed Empty Fridge. E se non vi bastano le didascalie qui sotto per rendervi conto di quanto successo, vi rimando a questo post in cui si pubblicizzava l’evento, tanto tutto è andato secondo programma. Buona visione dunque, e arrivederci alla terza edizione.

La mostra di Spugna e il tavolo con i libri del festival nella serata inaugurale di venerdì 19 ottobre

Tavole da “Una brutta storia” di Spugna, Grrrz Comic Art Books

Tavole da “Rubens” di AkaB, Cammello e Spugna, edito da Progetto Stigma

Originali da “The Rust Kingdom” di Spugna, Hollow Press

Sabato 20 ottobre, presentazione de “Il Tramonto del Sea Breeze” di Vitt Moretta, Coconino-Fandango

Altro incontro di sabato 20: con Spugna e Marco Corona si parla di “Gnomicide” e “Benemerenze di Satana”

Il concerto dei Cristoforo Coglione ha chiuso la programmazione del 20 ottobre

Domenica 21 ottobre, Just Indie Comics presenta: “Flayed Corpse and Other Stories” e “Black River” di Josh Simmons

Just Indie Comics presenta: i fumetti di O Panda Gordo

Presentazione di “Cosmografie” di Tommi Musturi e di “This Life” del Kollektivo Illuminoso Fresco editi da Fortepressa, con Valerio Bindi e Bambi Kramer

I fumetti degli incontri di domenica. Qui sotto il concerto dei Chicken Beat che ha chiuso il festival

Una visita alla Roger Brown Study Collection

C’è un posto a Chicago che raccoglie un intero immaginario fatto di arte contemporanea, cultura pop, outsider e folk art, surrealismo, fumetto e tanto altro. E’ l’immaginario di chi ama frullare tutte queste cose insieme, di chi sa apprezzare al tempo stesso un quadro di Christina Ramberg, un busto di Elvis e un paio di pantofole. Ed è proprio questo che, dalla sua casa-studio ora diventata collezione permanente di arte e stranezze varie, faceva Roger Brown, artista attivo a Chicago a partire dagli anni ’60, dove frequentò la SAIC (School of Art Institute of Chicago), un luogo che è stato fondamentale per la cultura americana da fine ‘800 in poi, dato che vi hanno studiato registi, scrittori, artisti e ovviamente tanti fumettisti. Se le connessioni tra il mondo che troviamo all’interno della Roger Brown Study Collection e l’universo fumetto comunque non mancano, ciò che è ancora più interessante – anche a rischio di andare fuori dall’abituale e dichiarata sfera di riferimento di questo sito – è semplicemente guardare le immagini che seguono, tutte scattate in occasione della mia visita del 31 maggio 2018. E visto che ci sono confesso che le foto sono state fatte al volo con il cellulare, senza pensare effettivamente a un loro utilizzo.

Roger Brown era un artista incluso tradizionalmente nella corrente dei Chicago Imagists, termine coniato dallo storico dell’arte Franz Schulze e che è stato più volte oggetto di discussione, dato che va a descrivere un macro-gruppo neanche troppo omogeneo. Nato in Alabama nel 1941, Brown si trasferì a Chicago all’età di 21 anni, dove si iscrisse appunto alla SAIC. La frequentazione assidua dell’Art Institute e della sua incredibile collezione lo portò a conoscere sempre meglio l’arte del ‘900, con particolare attenzione a quella surrealista, su cui il museo cominciò a focalizzarsi nel secondo dopoguerra. E infatti nelle tele di Brown l’influenza dei surrealisti e in particolare di Magritte appare evidente, come d’altronde fu importante il contatto con i suoi contemporanei colleghi, in particolare con il gruppo che a partire dal 1966 all’Hyde Park Art Center fu protagonista di una serie di mostre sotto il comune nome di Hairy Who (Jim Nutt, Gladys Nilsson, Karl Wirsum, Art Green, Suellen Rocca, James Falconer) e delle cui opere la casa-studio di Brown è piena.

Jim Nutt, uno degli Hairy Who

Grazie a insegnanti come Ray Yoshida e Whitney Halstead, Brown ampliò le sue conoscenze dell’arte “altra”, iniziando a guardare alle collezioni di arte asiatica, africana, dell’Oceania e dei nativi americani che riempivano il Field Museum, all’art brut e al mondo di artisti vernacolari come Henry Darger, Joseph E. Yoakum e Aldobrando Piacenza. Ciò è ben evidente visitando la collezione, che presenta oltre 100 opere di 36 artisti autodidatti diversi e altre di autori totalmente sconosciuti. Non mancano ovviamente i lavori di contemporanei o quasi, tra cui alcune delle fonti di ispirazione di Brown e degli Imagists come lo stesso Yoshida o H.C. Westermann.

Appeso al soffitto un originale di Henry Darger

In alto le sculture di Aldobrando Piacenza

H.C. Westermann

In più Brown rivolse il suo sguardo al di fuori del mondo dell’arte propriamente detta, riprendendo dallo stesso Yoshida l’abitudine a collezionare avidamente oggetti strani e bizzarri, insegne, disegni, giocattoli e i più disparati accessori trovati nei mercatini delle pulci come quello di Maxwell Street o nei thrift store. Una nota particolare merita il materiale legato a Elvis Presley, che Brown riteneva, dopo alcune approfondite ricerche sull’albero genealogico della sua famiglia, un lontano parente.

Finiti gli studi, Brown cominciò ad affermarsi come artista negli anni ’70, grazie soprattutto al supporto di Phyllis Kind, figura chiave della scena dell’epoca che sostenne il nostro per tutta la carriera, portando le sue opere anche a New York. Nel 1972 incontrò l’architetto George Veronda, con cui iniziò una duratura relazione, comprando nel ’74 l’edificio a due piani al 1926 di North Halsted Street attualmente sede della collezione, che i due usavano sia come abitazione che come studio. Lì Brown lavorò a mille progetti artistici: quadri, oggetti dipinti, stampe, disegni per la realizzazione di mosaici, scenografie teatrali. Al contrario di quella degli Hairy Who, l’arte di Brown si concentrava soprattutto sugli ambienti, presi dalla realtà urbana e trasfigurati secondo la propria sensibilità, fino a diventare misteriosi, sognanti o irreali. I suoi classici scenari erano sale cinematografiche e teatri rappresentati con colori notturni, su cui piazzava le sue tipiche silhouette. Era un’arte coesa, in cui le fonti di ispirazione venivano rielaborate senza trapelare con evidenza, ordinata e suggestiva in un modo ben meno caotico di quanto lascerebbe pensare la sua casa-museo. L’attività di Brown fu prolifica fino alla morte, avvenuta nel 1997 per complicazioni legate all’AIDS.

Un quadro di Roger Brown…

…e uno dei suoi “painted object”

Durante la visita c’è quasi da rimanere storditi per gli input numerosi e diversi a cui si è sottoposti. La collezione di opere è talmente imponente da risultare degna di un vero museo, mentre gli oggetti di uso comune sono così tanti che per ammirarli attentamente ci vorrebbero ore. Sembra quasi di trovarsi nel luogo in cui si è formato l’immaginario di tanti artisti contemporanei e di tanti fumettisti che ci piacciono da Fort Thunder in poi, che al mondo rappresentato dalla Roger Brown Study Collection hanno pagato più di qualche tributo, condividendo non solo la passione per l’outsider art, l’art brut e le espressioni più “deviate” della cultura popolare ma anche un approccio informale, intuitivo, eccentrico al processo creativo. D’altronde il legame tra gli Imagists e il fumetto è profondo sin dalla definizione stessa di questa corrente, focalizzata sul figurativismo in contrapposizione all’arte decorativa o astratta. E i fumetti – soprattutto le newspaper strip, le storie brevi della EC Comics e gli albi dei supereroi – erano suggeriti agli Imagists come fonte di ispirazione da artisti come lo svedese Öyvind Fahlström e ancora Ray Yoshida, che per le loro opere-collage utilizzarono in abbondanza materiale tratto dai comic-book (si vedano Sitting… di Fahlström del 1962 e Comic Book Specimen #2, Right Profile di Yoshida del 1968), oltreché dal già citato Westermann, la cui influenza sembra evidente nel lavoro di Nutt e Wirsum.

Un’opera di Ray Yoshida

Più degli altri Imagists erano gli Hairy Who a subire l’influenza del fumetto e a rielaborarne i canoni espressivi, tanto da dare alle stampe per le loro mostre dei comic-book al posto dei tradizionali cataloghi. Le loro opere – ricche di corpi deformati e stilizzati, di figure misteriose e di giochi di parole, quasi a voler cercare a tutti i costi una componente testuale – sembrano vignette di dinamismo e modernità incredibili, per giunta del tutto originali, dato che non erano riproduzioni di materiale preesistente alla Lichtenstein. Degli Hairy Who si è occupato a più riprese Dan Nadel, patron dell’ormai defunta PictureBox, la casa editrice che ha fatto della pubblicazione di autori sperimentali e off la propria missione (Mat Brinkman, CF, Brian Chippendale, Matthew Thurber ecc.), promuovendo opere piene di nonsense, associazioni libere di idee, audaci trovate formali, humor nero: proprio come i quadri degli Hairy Who (per qualche notizia in più a proposito vi rimando alla mia recensione di The Collected Hairy Who Publications 1966-1969).

A questo punto ho già detto troppo, quindi concludo e vi lascio ad altre immagini dalla Roger Brown Study Collection. Buona visione.

Una giornata al CAKE

Il CAKE (Chicago Alternative Comics Expo) è uno dei principali festival statunitensi dedicati al fumetto alternativo, indipendente, underground e che dir si voglia. Ne avevo già parlato da queste parti, con report e foto dalle edizioni 2015 e 2016 e un’intervista agli organizzatori, ma quest’anno sono invece andato lì di persona per vedere se era tutto vero. Con un po’ di ritardo, visto che il festival si è svolto sabato 2 e domenica 3 giugno scorsi, vi riporto un po’ di foto e impressioni della mia esperienza, con qualche nota sui fumetti comprati tra i tavoli del Center On Halsted, la comunità LGBTQ situata nel quartiere Boystown che ospita la manifestazione.

Il CAKE ha la tipica conformazione dei festival di fumetto americani, una grande sala in cui vengono disposti i tavoli messi a disposizione di case editrici, small press, collettivi e autori. L’ingresso è gratuito per i visitatori, mentre gli espositori pagano lo spazio. L’atmosfera è rilassata, spesso festosa, gli autori sono a diretto contatto con il pubblico senza sentire la necessità di darsi un tono. Dentro si trova di tutto, dall’area Fantagraphics con ospiti i vari Jim Woodring, Ivan Brunetti ed Emil Ferris (qui sotto in foto) al giovane cartoonist che ha iniziato a fare fumetti 6 mesi fa, passando per l’ospite d’onore Eddie Campbell, che ho visto ma non fotografato (presentava Bizarre Romance, realizzato con la moglie Audrey Niffenegger). Il livello medio è elevatissimo, i tavoli sono occupati in larghissima parte da fumetti anche se non mancano stampe, magliette, albi illustrati, fanzine fotografiche, esperimenti pop-up e quant’altro. Anche la cura delle edizioni è notevole e tra le varie tecniche domina di gran lunga la stampa in risograph.

Oltre a Fantagraphics, tra le case editrici maggiori del Nord America c’era al CAKE anche una rappresentanza Koyama Press, con alcuni titoli più recenti come A Western World di Michael DeForge, Soft X-Ray/Mindhunters di A. Degen e Winter’s Cosmos di Michael Comeau. Mancava invece la Drawn & Quarterly, anche se Nick Drnaso – conosciuto in Italia per Beverly pubblicato da Coconino – non si è lasciato sfuggire la possibilità di presentare e firmare nella sua città il nuovo Sabrina, così voluminoso che non sono ancora riuscito a leggerlo.

Tappa obbligata il tavolo della Domino Books di Austin English, che al CAKE portava il primo numero di But is it… Comic Aht?, rivista di critica fumettistica e non solo contenente tra le altre cose una lunga intervista a Megan Kelso, un reportage di Inés Estrada sulla scena messicana e un articolo di Matthew Thurber: per me assolutamente da non perdere, vista anche la difficoltà di trovare in giro al giorno d’oggi un magazine old school. Tra i titoli della distro Domino, che trovate elencati e illustrati qui, segnalo invece una nutrita selezione di fumetti recenti di Steve Ditko, il nuovo numero di Cosmic Be-Ing di Alex Graham e l’ultimo fumetto dello stesso English, The Enemy From Within edito da Sonatina, una riflessione su un tema più che una storia, decostruzione in immagini e parole dell’idea classica di fumetto. E a proposito di riflessioni e digressioni, altra chicca era la ristampa di Five Perennial Virtues #2 di David Tea, misconosciuto cartoonist (o pseudonimo?) che con questo albo spillato in bianco e nero utilizza disegno abbozzato, fotografie, pattern e intere pagine di testo per parlare di giardinaggio, numismatica e altro ancora. Davvero una delle cose migliori lette negli ultimi tempi, se vi piace il genere (anche se non saprei ben dire che genere è).

Altro must era Grip #1 di Lale Westvind, albo brossurato edito da Perfectly Acceptable di Chicago, 68 pagine senza testo stampate in risograph utilizzando blu, rosso e giallo. Il terreno è quello già tracciato da Hax, pubblicato qualche tempo fa per Breakdown, anche se la storia è qui lineare, con le origini di una moderna supereroina che dopo un inspiegabile incidente acquisisce la capacità di manipolare tutto con le proprie mani. Dopo tavole di assoluta meraviglia grafica e ipercinetismo, la nostra si lancia in un viaggio aereo che la porta in una foresta ricca di colori psichedelici, in cui – come accade spesso nei fumetti dell’autrice – la dimensione materiale lascia spazio al trascendente. Nelle due foto in basso la Westvind mentre firma la mia copia e alcune sue stampe in vendita al CAKE.

Ed eccoci così al tavolo della Spit and a Half di John Porcellino, che presentava il nuovo numero della sua serie autoprodotta King-Cat Comix, giunta alla 78esima uscita. In più la solita selezione della sua distribuzione, con i titoli di Kuš, Retrofit Comics, l’ultimo Mineshaft ecc. ecc. John è quello con il cappello, mentre vicino a lui troviamo il fumettista e musicista Zak Sally, che portava al CAKE il secondo numero del romanzo in forma di fanzine Folrath, contenente le sue avventure nei primi anni ’90, tra concerti, incontri con cartoonist, viaggi in Greyhound.

Questo qui sotto è invece Peter Faecke con le sue autoproduzioni e il materiale Hidden Fortress Press, la casa editrice di Paul Lyons nota per l’antologia Monster, che riprende l’eredità di Fort Thunder, e per la più recente Screwjob, tutta a tema wrestling. Se già avevo quasi tutti gli albi Hidden Fortress, mi sono invece aggiornato sui fumetti di Peter, che rileggono in maniera originale i generi classici del fumetto americano, dalla fantascienza supereroistica di The Hand of Misery al western rifatto in chiave gay di Pardners. Il suo progetto più pazzo è però The Werewolf Hunter, albo in cui l’autore disegna da capo una serie anni ’40 aggiungendo qualche “shit” e “ass” nei testi. L’approccio complessivo è a volte dissacrante, altre rispettoso ma sempre e comunque ok.

La 2d Cloud proponeva invece tutte le novità già presentate al Toronto Comic Art Festival a maggio, ancora esclusive americane dato che la distribuzione in Europa avverrà solo nei prossimi mesi. Tra queste segnalo Lost in the Fun Zone, ritorno al fumetto di Leif Goldberg, uno degli animatori di Fort Thunder nonché membro di Forcefield. Potremmo definirlo un buddy movie in forma di fumetto (buddy comic?), un romanzo picaresco sui generis o una serie di gag e giochi di parole spesso senza senso, il tutto disegnato splendidamente e messo insieme con una spontaneità tanto estrema da stordire il lettore. Forse ricorda un po’ Agony di Mark Beyer, anche se quello in confronto era un esempio di linearità. Da segnalare la malinconica introduzione a firma Brian Chippendale, piena di riferimenti alla scena di Providence. Altra novità 2d Cloud è Nocturne di Tara Booth, che insieme alla Westvind sta dando davvero dignità al genere fumetto muto, riuscendo come pochi altri a “raccontare con le immagini”. La Booth fa parte di quei fumettisti (un altro che mi viene in mente è Simon Hanselmann) che sembrano fare sempre la stessa cosa e invece no, riescono a stupirti ogni volta, anche se forse stanno veramente facendo la stessa cosa. O no? L’atmosfera appunto notturna comporta la netta predominanza dei toni del blu, resi con colori a tempera gouache, marchio di fabbrica della cartoonist statunitense. Sono solo 64 pagine ma confezionate in un bel cartonato.

Altra novità 2d Cloud era lo spillato It Felt Like Nothing di Fifi Martinez, artista debuttante (a destra nella foto qui sotto) che aveva anche un suo spazio insieme a Carta Monir (a sinistra). Carta è il 50% (insieme a Carolyn Nowak) di Diskette Press, minuscola etichetta che per il CAKE ha fatto uscire It’s You, Beautiful and Sad della stessa Fifi, un bell’albetto in bianco e blu in cui la giovane autrice tenta di descrivere le dinamiche di un rapporto ricorrendo a linee astratte dove la razionalità non riesce ad arrivare. Breve ma intenso.

Di seguito un po’ di foto varie scattate durante la giornata di sabato 2 giugno.

Il tavolo di Czap Books, con i numeri dell’antologia “Ley Lines”

Silver Sprocket

Cold Cube Press, casa editrice e tipografia di Seattle

Corinne Halbert ha scritto per Just Indie Comics il reportage del CAKE 2016… E ora eccola qua

Si potrebbe continuare a scrivere a lungo del CAKE, da dove ho portato in Italia anche altri bei fumetti oltre a quelli appena citati, come Blammo #10, nuovo fittissimo numero dell’antologia personale di Noah Van Sciver, Blue Onion #1, altro spillato di Chris Cilla per Revival House Press dopo Labyrinthectomy/Luncheonette (ne avevo parlato qui), Dead Flame di Chloë Perkis, mini-comic sperimentale, viscerale, a tratti horror per come deforma i volti, i capelli e anche i sentimenti della protagonista. Sicuramente dimentico e ometto molte altre cose, per esempio gli incontri con gli autori, che non ho visto nonostante un programma ben articolato. Ma sono stato al festival soltanto un giorno, sabato 2 giugno, mentre ho utilizzato la domenica per vedere altro, dato che Chicago è una città piena di punti d’interesse, con l’Art Institute, il museo di outsider art Intuit, la Roger Brown Study Collection, per non parlare di Quimby’s, delle librerie dell’usato, dei negozi di dischi… Ma questa è un’altra storia.

 

Le foto del CAKE sono di Serena Dovì

Ratatà 2018, un festival diagonale

Che cosa fa di un festival di fumetto un bel festival di fumetto? E soprattutto, qual è la missione di un bel festival di fumetto? A mio parere le risposte a quest’ultima domanda possono essere principalmente due: stimolare il pubblico, presentando una proposta culturale che sappia cogliere le migliori tendenze della contemporaneità e non, oppure assecondare chi al festival partecipa, lasciando libero spazio alla creatività e alle istanze di chi fa fumetto e illustrazione, spesso partendo dai bassifondi dell’autoproduzione. Il dubbio su quale strada scegliere è lecito e in Italia abbiamo festival che vanno chiaramente in una direzione o nell’altra, nel primo caso fornendo una visione dall’alto e a volte persino accademica, nel secondo non proponendo uno specifico punto di vista ma abbandonandosi piuttosto all’ispirazione di chi al festival partecipa da espositore e a volte da ospite. E poi c’è, come sempre, una terza via, che è quella di costruire un evento al tempo stesso verticale e orizzontale, insomma diagonale. Ed è questa terza via che ormai da qualche anno sceglie il Ratatà di Macerata, festival di illustrazione, fumetto ed editoria indipendente che a una proposta culturale di livello – con mostre sempre più curate, ricercate e variegate – unisce uno spirito spontaneo che mette alla pari organizzatori, espositori e pubblico. E questa non è sicuramente una cosa da poco, perché non è poi così facile essere diagonali.

La quinta edizione di Ratatà si è svolta dal 12 al 15 aprile a Macerata, tra il centro storico della città e il Mercato delle Erbe, dove da venerdì 13 hanno trovato spazio i banchetti di autoproduzioni, case editrici, illustratori e fumettisti. Premetto che le cose da vedere erano tante, che io sono arrivato soltanto il venerdì per l’apertura della mostra mercato e che per la gran parte della manifestazione sono stato incollato al tavolo di Just Indie Comics. Mi è difficile dunque scrivere un reportage completo, come sarebbe d’altronde difficile per chiunque fare un lavoro “oggettivo” vista la varietà della proposta, aperta ancor più che in passato a territori extra rispetto a quelli che rappresentano il cuore del festival e ricca di eventi collaterali. Cercherò dunque di raccontarvi, con l’aiuto di qualche foto in bassa fedeltà, ciò che più mi ha colpito per quello che ci ho capito.

Una delle mostre principali era Ogni traguardo porta con sé una perdita, personale di Matthias Lehmann organizzata presso lo spazio Duma in collaborazione con 001 Edizioni, in occasione della pubblicazione in Italia di un altro libro (dopo La favorita) dell’autore francese, Le lacrime di Ezechiele. La mostra spaziava nell’opera dell’autore, dalle tavole curatissime se non addirittura maniacali di HWY 115 a La favorita e Le lacrime d’Ezechiele, mostrando inoltre illustrazioni a colori, quaderni e sketchbook così perfetti da sembrare stampati. Dal vivo il lavoro di Lehmann impressiona per l’estrema cura, la quantità di linee, soprattutto della prima fase, caratterizzata da un gusto barocco poi abbandonato a favore di uno stile più arioso, in cui il bianco della pagina è territorio fertile per dare forma a soluzioni grafiche originali ma sempre funzionali alla narrazione. E a tal proposito Le lacrime d’Ezechiele si propone come interessante riflessione autobiografica e metanarrativa nel personaggio di Adelphi Gaillac, intento a lavorare da otto anni su un interminabile fumetto inciso interamente nel linoleum.

Oltre ai libri di 001, alla mostra erano disponibili anche i tre numeri della fanzine autoprodotta Lampiste, la serigrafia realizzata con Strane Dizioni come manifesto del festival e il vinile dei Raw Death, gruppo country in cui Lehmann e compari si divertono a coverizzare in versione scarna, anzi “death” potremmo appunto dire, brani country, blues e simili. Il vinile che vedete qui sotto, con cover del nostro stampata da Le Dernier Cri, mette insieme brani di Johnny Cash (Wayfaring Stranger, Ring of Fire), Tom Waits (Chocolate Jesus) e Ralph Stanley (O Death).

Altra mostra cult, ma di tutt’altro genere, era quella di Enrico Pantani, illustratore, scrittore e performer da Pomarance, provincia di Pisa. Presso la libreria Quodlibet erano raccolti i “libri d’autore” realizzati in copia unica nel corso degli anni, efficaci sin da titoli programmatici come La vita mi ha rotto i coglioni ma non mi ammazzo, Tette, Spacco tutto, Tempus fugit ma senza problemi e così via. Tra outsider art, artigianato creativo, provocazione e puro divertimento, il progetto riporta alla materialità del libro e si propone come esempio creativo di arte istintiva. C’era anche un’altra mostra di Enrico Pantani ma purtroppo l’ho persa (frase che potrebbe essere benissimo il titolo di un libretto di Enrico Pantani).

Autodafé, presso gli spazi degli Antichi Forni, era invece una collettiva che presentava lavori di artisti di diversi paesi con l’obiettivo di costruire un ponte tra loro, in un’epoca come la nostra (e come tante altre, purtroppo) in cui concetti come “identità” e “appartenenza” diventano motivo di scontro più che di dialogo. In questo contesto spiccava il bell’allestimento dell’Ufficio Misteri, il trio bolognese composto da Marco Bassi, Daniele Castellano e Bruno Zocca che si avvaleva per il loro Mistero n.5: Il Bosco dei Gatt’Orchi della collaborazione di Marco Taddei ai testi e della sonorizzazione di Steve Scanu e Carlo Aromando. Al festival era disponibile anche un catalogo della mostra, limitato a 50 copie con tanto di cofanetto e stampa a colori allegata. Le altre mostre, tra cui spiccava un’ampia retrospettiva del lavoro dell’illustratore spagnolo Isidro Ferrer, si tenevano invece nei luoghi più disparati penetrando nel tessuto pubblico e privato della città, tra gallerie, locali, spazi abbandonati e tanti tanti negozi che hanno collaborato ospitando i materiali espositivi sui loro scaffali. Di seguito un mix di foto, con qualche – ahimè – omissione, come ad esempio la personale di Giulia Conoscenti al Csa Sisma che tra una cosa e l’altra non sono riuscito a visitare.

Ufficio Misteri, collettiva Autodafé

Nicolas Zouliamis, collettiva Autodafé 

Ratigher, Sangue finto all’ex Mirionima in Piazza della Libertà

La retrospettiva su Isidro Ferrer ai Magazzini Uto

10 anni di Strane Dizioni

L’installazione di Gio Pastori

Tra un riflesso e l’altro le foto di Fontanesi da Tandem

Da Ibro la mostra di Milo, 8 anni e già artista

Lu Spiritu di Marco Taddei e Simone Manfrini alla Feltrinelli

Quelle che vedete qui sopra sono le tavole di Lu Spiritu, progetto scritto ancora da Marco Taddei, che al Ratatà è tipo Zerocalcare ma senza fila, e splendidamente illustrato da Simone Manfrini, fresco di stampa per Incubo alla Balena. L’albetto racconta una storia – storta come piace a noi – di un parroco di provincia tentato dal diavolo nelle sue diverse e soprattutto sinuose forme ed è stato uno dei titoli più acquistati alla mostra mercato. E, appunto, eccoci al cuore del festival, il Mercato delle Erbe, dove trovavano spazio i banchetti delle autoproduzioni ma non solo, dato che Ratatà ospita ormai anche realtà internazionali (citiamo per esempio gli spagnoli di Ediciones Valientes e i polacchi con base a Londra di Centrala) ed editori italiani (Eris, MalEdizioni, Hollow Press, Barta). Di seguito un po’ di foto varie ed eventuali senza modifiche o filtri, per rappresentare al meglio la realtà – a volte anche sfocata – dei fatti.

Ediciones Valientes

Doner Club

Centrala

Just Indie Comics

Bello il banchetto qua sopra, eh? Però se proprio vi devo dire la mia il tavolo che mi è piaciuto più di tutti è quello di De Press, la mini casa editrice guidata da Andrea De Franco che ha iniziato da qualche tempo a sfornare vorticosamente fumetti, albi illustrati, fanzine fotografiche e quant’altro. Al Ratatà i ragazzi di De Press erano coinvolti in due mostre, una tutta loro negli spazi dell’ex Copisteria che dava conto della gran parte della produzione del gruppo, l’altra nel negozio di fotografia Tandem dedicata invece a Fontanesi, oscuro magro di Instagram che ha visto raccolte le sue giustapposizioni di foto in vena di surrealismo in una fanzine edita appunto dal collettivo di base a Bologna. Tra le altre produzioni portate al Ratatà cito anche il recente Piccolo niente dello stesso De Franco, riuscitissimo esempio di minimalismo grafico intriso di poesia esistenzialista, un albo illustrato da Beatrice Bertaccini che mette insieme Van Gogh e i Puffi su testi di Fabio Cesaratto, il Trittico di Puccini riletto in ASCII da Chiara Polverini, una fanzine che raccoglie foto scattate da uno smartphone con fotocamera rotta ecc. ecc. Insomma, sembra una raccolta di bizzarrie ma in realtà si tratta di edizioni curate fatte con lo spirito giusto di chi vuole divertirsi e sperimentare, regalando al tempo stesso qualcosa di bello e interessante al pubblico. De Press è un progetto finalmente innovativo, d’avanguardia, sghembo come in Italia non se ne vedevano da tempo, che salutiamo con gioia aspettando nuovi pirotecnici sviluppi futuri.

Ci sarebbero tante altre cose da dire sul Ratatà ma molte sono già state dette in questa intervista agli organizzatori a cura di Andrea Provinciali, pubblicata su Minima & Moralia qualche giorno prima del festival. La quinta edizione ha confermato l’impegno degli organizzatori a interagire con la realtà di Macerata, sfociato nella parata di sabato pomeriggio per le strade del centro, e al tempo stesso la difficoltà nel portare avanti questa nobile missione. Gli eventi serali e le situazioni sociali vedono infatti la partecipazione di un pubblico vasto e interessato, che per fortuna va al di là dei soliti noti, ma una buona parte della popolazione maceratese sembra indifferente se non diffidente nei confronti del festival e dei suoi partecipanti. Nota ancora più dolente è la scarsa collaborazione delle istituzioni, che sta scoraggiando gli organizzatori a portare avanti la manifestazione. Ma sarebbe davvero un peccato, perché Ratatà è un festival unico in Italia, che non vogliamo e non dobbiamo perdere. E dunque appuntamento all’anno prossimo, speriamo.

Cos’è successo al Just Indie Comics Fest

Alcuni di voi avranno già visto le foto sui social o meglio ancora avranno partecipato all’evento, ma mi sembra comunque doveroso pubblicare su queste pagine un sintetico reportage dal festival nato come diretta emanazione di questo sito e che ho organizzato insieme a Serena Schinaia e Donato Loforese dello studio di progettazione grafica Co-Co e con la collaborazione di Serena Dovì. Proprio la sede di Co-Co al Pigneto a Roma è stato il luogo in cui si è svolto il Just Indie Comics Fest dal 2 al 4 giugno scorsi. Per la genesi del progetto vi rimando alla presentazione che ho pubblicato tempo fa, mentre qui mi limito a farvi la cronaca di quanto successo. E prima di iniziare colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro che hanno collaborato e che ci sono venuti a trovare.

Venerdì 2 giugno

Il programma del primo giorno era incentrato sull’inaugurazione delle personali di Diego Lazzarin e Alessandro Galatola, entrambi ospiti del festival in carne e ossa. In breve, le mostre. Quella di Lazzarin, autore del volume Aminoacid Boy and the Chaos Order autoprodotto nel 2015 con una campagna di crowdfunding, si incentrava su alcuni originali tratti dal libro e su stampe appositamente realizzate per l’occasione, anticipazioni del prossimo lavoro Protector of the Kennel, tuttora in lavorazione. In più trovavano spazio quattro sculture in argilla che raffiguravano i personaggi dei lavori di Lazzarin, mostri, alieni ed esseri deformi che in realtà nascondono la visione del mondo del loro demiurgo e persino autobiografia.

La mostra di Diego Lazzarin

Nelle pareti dedicate a Galatola spiccavano invece le tavole originali tratte dall’albo Dio di me stesso, coprodotto da Just Indie Comics e Co-Co in occasione del festival, con il loro bianco e nero netto e dettagliato. In più una selezione di stampe a colori, che davano conto delle recenti sperimentazioni del nostro con brevi narrazioni di quattro vignette. E in un paio di casi era possibile vedere gli originali in bianco e nero di tavole poi trattate con la colorazione digitale.

Gli originali di Alessandro Galatola

Il pubblico, che non è mancato nonostante il giorno festivo, si è potuto godere anche il dj set di “musica sbagliata” a firma MICA e MICS, che alternava Thurston Moore al trio Morandi-Tozzi-Ruggeri, i Blonde Redhead a Partiti adesso di Giusy Ferreri.

Sabato 3 giugno

Sabato è stata sicuramente la giornata migliore per affluenza di pubblico, tra l’altro curioso e preparato. Le mostre e il bookshop di Just Indie Comics sono rimasti aperti dalle 16 fino a tarda sera, mentre nel corso del pomeriggio si è tenuta una presentazione condotta da me e Alessio Trabacchini su alcuni fumetti statunitensi che ben rappresentano i temi di Just Indie Comics. Si è passati quindi da Puke Force di Brian Chippendale ai fumetti di Conor Stechschulte finendo con le pubblicazioni della Domino Books di Austin English.

Alessio Trabacchini su Puke Force: “E’ un libro che ti sorprende continuamente, perché riesce ad essere super-profondo e super-scemo nello stesso momento, alternando per esempio un lunghissimo flashback sulla formazione di un terrorista della destra fondamentalista americana alla descrizione dettagliata di una partita a solitario. Con la costruzione bustrofedica della pagina e i suoi salti avanti e indietro nel tempo, Puke Force è leggibile all’infinito, come tutti i fumetti belli d’altronde”.

Alessio Trabacchini parla di “Puke Force”

Subito dopo ho fatto un po’ di domande a Diego Lazzarin e Alessandro Galatola sul loro lavoro e sulle opere in mostra al festival. Ho già pubblicato la trascrizione di questa intervista informale in un altro post, quindi non mi dilungo ulteriormente.

Da sinistra Galatola, Lazzarin, Di Fazio, Trabacchini

Di seguito vino, birra, chiacchiere varie, un po’ di acquisti dei fumetti di cui si era appena parlato e che erano tutti disponibili per l’occasione, e soprattutto il live di Marco Bonini in arte uBiK con la sua chitarra e i suoi effetti, le sperimentazioni noise che finiscono per formare avvolgenti melodie.

uBiK

Domenica 4 giugno

E’ un’assolata domenica di giugno ma gli avventori sono sempre attenti e interessati. Chi non aveva visto le mostre ne ha approfittato, altri ancora sono venuti per assistere all’ultimo incontro della serie, con Serena Schinaia che giocava in casa per parlare della sua nuova storia breve Souvenir e i ragazzi di Studio Pilar per la prima presentazione “ufficiale” della loro ultima fatica, l’Atlante illustrato delle nuove Costellazioni, al debutto soltanto una settimana prima all’Arf!.

Da sinistra Schinaia, Tomai, Castagnaro, Chronopoulos, Di Fazio

Con Serena si è parlato di storie mentali, sintesi narrativa, comics as poetry, storytelling fotografico e Frank Miller, e se un giorno leggerete Souvenir (presto disponibile on line nel webshop) capirete perché.

Serena Schinaia sul suo metodo di lavoro: “Preferisco raccontare storie che non si compiono o che probabilmente non sono neanche storie. L’utilizzo di un testo sintetico crea ritmo all’interno della pagina e dà vita a un’energia silenziosa. Quando inizio ho un testo leggermente più lungo ma poi tendo ad eliminarlo passo dopo passo, perché mi piace arrivare al nocciolo delle cose. Le mie storie non hanno un personaggio definito, il protagonista non ha un nome, non ha un volto, è un universale e quindi una voce così sintetica è più adatta a un racconto universale che a uno particolare“.

Con Giulia Tomai, Andrea Chronopoulos e Giulio Castagnaro (mancava Andrea Mongia, in trasferta all’Inchiostro Festival di Alessandria) siamo invece entrati nei dettagli del nuovo progetto di Studio Pilar, che ha visto 62 illustratori internazionali confrontarsi con la creazione di una nuova immaginaria costellazione realizzando poi un disegno ispirato alle sue forme. Ne è venuto fuori un libro affascinante, molto vario nei contenuti ma fortemente coeso nel suo insieme, grazie soprattutto alla decisione di utilizzare il bianco e nero.

Dopo l’incontro ancora qualche ora per tenere aperte le mostre, poi serrande abbassate e arrivederci – magari, chissà – al 2018.

Quattro chiacchiere con Lazzarin e Galatola

Sabato 3 giugno durante il Just Indie Comics Fest ho fatto qualche domanda a Diego Lazzarin e Alessandro Galatola a proposito delle mostre allestite in quell’occasione e del loro lavoro, soffermandomi in modo particolare su Aminoacid Boy and the Chaos Order e Dio di me stesso. Ne è venuta fuori una chiacchierata che mi è sembrata interessante e che ho dunque trascritto ed editato con la collaborazione dello stesso Galatola. Non vi dico di più perché probabilmente, se seguite questo sito, già sapete di cosa si sta parlando. Per ulteriori dettagli vi rimando a un prossimo reportage dal festival. Buona lettura.

Gabriele Di Fazio: Allora, partiamo da te Diego per ordine di età, dato che sei sicuramente più anziano di lui.

Diego Lazzarin: Sì, sono il papà…

GDF: Beh, non fino a questo punto… Diego è autore di Aminoacid Boy and the Chaos Order, un libro di cui in Italia non si è parlato tanto quanto avrebbe meritato, forse perché nel nostro mondo del fumetto cosiddetto “indipendente” ci sono tante persone, tanti collettivi che si conoscono tra loro e che ricevono più attenzioni perché sono nella “scena”, mentre Diego è un outsider che non conosce nessuno e non legge neanche tanti fumetti, quasi per niente anzi…

DL: No, qualcosa… Chippendale!

GDF: Ok, allora mi correggo… Dunque, Diego si è autoprodotto dal nulla questo libro ormai nel 2015 e ha fatto una campagna di crowdfunding su Indiegogo. Si era proposto di arrivare a 6500 euro e ne ha raccolti 9000, il libro è stato pubblicato direttamente in inglese e questo gli ha permesso di andare benissimo anche all’estero, dove è riuscito a vendere anche parecchie tavole originali. Al di là del risultato commerciale per me la cosa stupefacente, soprattutto perché questo è il tuo primo fumetto, è la capacità con cui ti sei confrontato sul formato lungo, perché Aminoacid Boy è una sorta di graphic novel se vogliamo chiamarlo così, ed è riuscito perché rispetta i tempi narrativi, c’è una storia, c’è un’inizio e una fine. Volevo capire come hai lavorato per realizzare questo libro, perché vedendo gli originali che sono in mostra qui in occasione del festival la cosa che salta agli occhi è che non ci sono le pagine finite ma soltanto immagini singole, tutte di formato diverso, che poi ritroviamo all’interno della narrazione. Sei partito dalla pittura, dall’aspetto visivo, o comunque avevi già in testa la storia?

DL: In realtà quando ho iniziato a lavorare al libro avevo in mente la storia da un sacco di tempo, da veramente tanti anni, ma io venivo dall’animazione, quindi ero abituato a un processo completamente diverso e in questo caso mi sono dovuto confrontare con il linguaggio della narrazione. Per me lavorare sulle illustrazioni è stata proprio una scuola. Le illustrazioni sono singole perché non ero in grado di fare una pagina intera, e soprattutto durante la lavorazione del primo capitolo le ho fatte e rifatte decine di volte. Soltanto dopo almeno tre capitoli ho cominciato a ragionare sul formato pagina e quindi sulla composizione. Successivamente mi sono stancato della composizione della pagina e anche un po’ della storia, della narrazione, così ho cambiato nuovamente metodo e ho voluto divertirmi con delle pagine piene di sola illustrazione.

GDF: Infatti il penultimo capitolo è composto interamente da splash page o addirittura da pagine doppie che però non sono fini a se stesse, dato che rappresentano anche quello che sta succedendo nella storia.

DL: Il cambiamento avviene in parallelo all’evolversi della storia, perché succedono delle cose caotiche non più legate al personaggio, ma all’ambientazione.

GDF: A questo punto mi sembra inevitabile riassumere qual è la trama del libro per chi non la conosce.

DL: Vai, provaci!

GDF: Allora, c’è questo mondo alieno o comunque una realtà diversa dalla nostra, in cui un dio fatto di carne e metallo invia Aminoacid Boy sulla Terra per capire come funziona il mistero della vita umana, cioè perché gli uomini fanno quello che fanno, perché sono dotati di volontà, di desiderio, insomma come fanno ad avere delle pulsioni che gli consentono di avere un obiettivo, di superare il caos naturale dell’esistenza…

DL: O anche di non superare…

GDF: Esatto… Insomma, il dio manda Amino sulla Terra con il compito di scoprire questo mistero e di comunicare le informazioni che raccoglie attraverso internet, solo che per un errore spazio-temporale il protagonista arriva sul nostro mondo tanti anni fa, così che la sua prima esperienza è l’incontro con il Pequod impegnato a dare la caccia a Moby Dick. Già questi primi sviluppi fanno anche un po’ ridere e infatti il libro, nonostante sia pieno di mostri ed esseri deformi, è raccontato con uno spirito naif, ironico. Poi nel corso del tempo Amino passa attraverso varie fasi, fino ad arrivare ai giorni nostri… Dico bene?

DL: Sì, passa attraverso varie fasi e di volta in volta muta cambiando il suo DNA, perché lui assorbe il DNA degli esseri che si trova vicino, come gli animali e infine l’uomo…

GDF: In una delle sue evoluzioni diventa cantante di un gruppo punk e dopo, in vecchiaia, un rispettabile padre di famiglia che guarda la tv sul divano. Il tutto si svolge con il personaggio principale che guarda la realtà sempre con gli occhi dell’alieno, in modo disincantato, facendo sembrare ridicoli o vani certi nostri costumi. Questo sembra contenere una critica sociale da parte tua, e mi chiedo se ti sia venuta così oppure se c’era intenzionalmente dal principio.

DL: In effetti nel libro c’è proprio la mia visione del mondo, la mia percezione della realtà, soprattutto quando verso la fine arriva il Caos sulla Terra. La visione del personaggio è invece la mia visione personale, è proprio un cammino di crescita, infatti vi sono rappresentate le varie fasi della vita e Amino è costantemente alla ricerca del motivo, della ragione del volere, ma non riesce mai a capirlo, solo a un certo punto guardandosi indietro si accorge che in una fase della sua vita stava provando la gioia dell’interesse nelle cose, ma poi perde di nuovo i punti di riferimento e la realtà lo confonde di nuovo.

GDF: Quindi c’è una vera e propria ricerca personale nel racconto, tanto che, pur se apparentemente fantastico, Aminoacid Boy è in realtà un libro autobiografico…

DL: Fanta-autobiografico!

GDF: Ok, a questo punto passiamo ad Alessandro. Anche con te vorrei iniziare un po’ su come lavori, perché leggendo le tue storie contenute in Dio di me stesso, l’albo che abbiamo pubblicato in occasione di questo festival, ci si rende conto che non sono storie vere e proprie, sono più che altro delle digressioni, quindi c’è un argomento, o piuttosto una situazione – non so, un uomo chiuso in una stanza – e da lì tu cominci a immaginare tutta una serie di cose che succedono. E poi è molto letterario, c’è un testo forte, ci sono delle visioni molto potenti a livello grafico, con tutti questi pattern, anche degli inserti del mondo dei cartoon, dei videogiochi e via dicendo. Quindi volevo sapere se tu di solito parti da un’idea o da una storia e se fai uno storyboard, perché in realtà sembra che questi fumetti siano realizzati seguendo una sorta di flusso di coscienza.

Alessandro Galatola: Sì, in effetti lavoro in maniera quasi del tutto casuale, magari parto da un’idea o da un’immagine che ho avuto, o da delle sensazioni che voglio descrivere, e quindi cerco di trovare le immagini giuste che possano rappresentarle. Tra le varie idee secondo me quelle che rendono meglio sono quelle mi girano in testa per un sacco di tempo: a volte mi rendo conto che in qualsiasi situazione mi trovo, qualsiasi problema mi trovo ad affrontare mi viene quell’immagine in testa, quindi quando ho una fissazione la metto lì e cerco di capire cosa ci può girare intorno, cosa può succedere. In particolare la storia che è ambientata tutta in una stanza chiusa e parla appunto di un tipo che è ingabbiato lì dentro…

GDF: Crocefisso su un letto di rose.

AG: Sì, la seconda storia dell’albo… Lì volevo fare una storia d’amore e quindi volevo divertirmi raccontandola, e non so perché quando non ho assolutamente nessuna idea su cosa fare, su cosa disegnare, mi vengono in mente le stanze chiuse perché le trovo molto confortevoli. E quindi mi sono detto ok, immaginiamo che ti trovi in una gabbia dentro una stanza chiusa, che diavolo può succedere in una situazione così estrema, che non puoi fare niente e non c’è nessuno insieme a te? E quindi da lì ho cercato di trovare tutte le possibili soluzioni a questo problema. Per quanto riguarda il metodo, questa era l’idea iniziale e avevo un senso generale della struttura e delle sensazioni che doveva trasmettere la storia, però fondamentalmente ho proceduto vignetta per vignetta ma aiutandomi comunque con uno schema di partenza, perché se non l’avessi avuto non sarei finito da nessuna parte. Dovevo avere per forza un qualche tipo di struttura che mi aiutasse a scrivere mentre disegnavo e quindi ho fatto semplicemente una griglia quadratissima, sono tutti quadrati e sono tutti uguali, e ho proceduto a riempire gli spazi volta per volta. Come? Dipende, dipende da quello che mi succedeva in quel periodo, quindi se mi girava un pensiero in testa o se avevo appena vissuto qualcosa, non so, con una ragazza o in qualsiasi altro modo che mi facesse venire un’idea che si potesse ricollegare a quel mondo, a quelle sensazioni, lo inserivo e poi cercavo di far quadrare tutto quanto. Quindi magari c’era qualcosa che veniva prima, qualcosa che veniva dopo, e io cercavo di cucire tutto insieme cercando di mantenere comunque un flusso costante e dinamico. Sicuramente ci sono delle parti un po’ più chiare, un po’ più leggere, un po’ più divertenti e delle parti che sono esattamente l’opposto. Comunque l’obiettivo era in qualche modo far divertire molto ed emozionare molto i lettori.

GDF: Infatti succedono tutte e due le cose. Prendi quest’uomo chiuso in una stanza, che è una situazione, un argomento, un tema, fai delle digressioni su quest’argomento, lo guardi da tutte le possibili sfaccettature fino a portarlo al paradosso più totale, all’esagerazione e a creare sia divertimento che emozione. Secondo te, che poi è molto difficile rispondere a una domanda del genere, c’è più dramma o più ironia nei tuoi lavori?

AG: Ehm… C’è… C’è molto paradosso.

GDF: Non si capisce se si deve ridere o piangere.

AG: Non lo so, o meglio, è questo il punto. Mi piace raggiungere quel punto nelle cose in cui i due aspetti coincidono completamente e quindi raggiungi un livello di saturazione emotiva e ti scarichi completamente e sei pulito e stai bene. Per questo mi piaceva fare questa specie di saliscendi tra le varie emozioni, in modo che tu avessi esplorato tutto e arrivassi alla fine in qualche modo completamente depurato e con la mente libera e felice e contenta.

GDF: Io avevo già visto un’altra cosa che hai fatto prima di questa, l’antologia che ti eri autoprodotto nel 2015, che si chiamava SAFE SPACE, e lì c’erano dei fumetti secondo me molto diversi rispetto a Dio di me stesso, sia stilisticamente sia soprattutto per i contenuti, perché erano più legati alla grafica, più giocosi rispetto a questi che invece sono più scritti e densi. C’è una bella differenza fra l’uno e l’altro, anche perché sono passati circa due anni da quel primo albo e i nuovi sono senz’altro più recenti…

AG: Sì, li ho cominciati a fare nel 2015 e li ho finite a Natale scorso.

GDF: Però secondo me c’è un grosso stacco fra quello che facevi prima e quello che fai adesso, sembra come se tu avessi letto o visto qualcosa di importante, come se fosse successo qualcosa che ti ha fatto cambiare. Secondo te a cosa è dovuta questa evoluzione?

AG: Sicuramente prima ero più piccolo, quindi cercavo di esplorare varie strade, cercavo di divertirmi e basta, fare delle cose che mi piacessero, senza particolari ambizioni. E poi in generale vedevo ancora un sacco di altri autori e di artisti, quindi continuavo ad assorbire tante cose diverse, fin quando questa cosa mi ha rotto le palle e mi sono detto voglio fare una cosa mia, punto e basta, perché se continuo a guardare troppo al mondo esterno non riuscirò più a trovare una soluzione mia, comincerò a non sapere più chi sono, e quindi ho deciso di chiudermi completamente e di cercare di far quadrare tutti i riferimenti che avevo fino a quel momento.

GDF: Quindi hai cercato di raccontare qualcosa di tuo.

AG: Sì, l’unica cosa che mi concedevo era vedere cose dal passato, guardando ad artisti che non avrei mai avuto la possibilità di conoscere se non avessi avuto internet, o cose del genere, quindi scaricavo un sacco di fumetti, me li leggevo, leggevo articoli eccetera e cercavo di selezionare le cose che sentivo come mie, che in qualche modo mi facessero sentire a casa provando semplicemente a mischiare tutto insieme. Questo dipende anche dal fatto che stavo finendo l’università però non mi andava per niente, quindi cercavo qualsiasi modo che mi tenesse lontano dallo studio e più incollato alla pagina, più dentro il mio mondo, perché in quel momento la trovavo la cosa più appagante.

GDF: Infatti nel tuo lavoro ci sono tanti riferimenti a cose più vecchie, io avevo citato quando c’eravamo visti tempo fa Mark Beyer, che magari tu anagraficamente non potevi conoscere. Sembra che questo fumetto sia l’opera di un autore molto più grande di te, che viene da una scena diversa…

AG: Volevo crescere, volevo darmi un po’ di forza, volevo capire chi fossi, quindi ho cercato di basarmi su tutto quello che mi apparteneva a un livello più profondo. Per quanto riguarda i fumetti mi sono sempre piaciute le cose più stilizzate, più vicine ai graffiti o anche più primitive. Poi mi piacevano i videogiochi, soprattutto quelli a cui giocavo da piccolo, tipo Zelda o i Pokemon mi piacevano un casino, anche perché mi facevano sentire a casa. Ci vedo una specie di coerenza estetica in tutto questo, quindi mischiavo i due piani, quello dei fumetti e quello dei videogiochi, perché se questi due mondi si incontrano sento che la cosa mi appartiene.

GDF: Allora, per concludere, parliamo delle altre cose che vediamo qui esposte, partendo di nuovo da Diego. La tua mostra ha infatti una parte incentrata sugli originali di Aminoacid Boy e un altra è invece tratta da un libro a cui stai ancora lavorando, che si chiamerà Protector of the Kennel. C’è un netto distacco fra i due, perché i materiali di Aminoacid Boy sono pittura, acrilico, le altre invece sono stampe, perché gli originali sono stati modificati in digitale a livello di colorazione.

DL: Per questo lavoro qui sono partito da alcune textures che ho fatto sempre in acrilico però poi ho acquisito in digitale per spingerle con il colore in Photoshop. E’ un lavoro in cui sto cercando di tirare fuori queste tinte sparate utilizzando filtri ed effetti. Passo parecchie ore a lavorare al computer, però parto sempre dal lavoro in acrilico.

GDF: Come mai hai deciso di cambiare metodo di lavoro?

DL: Perché mi annoio se, quando divento troppo consapevole di cosa sto facendo, non mi sorprendo più. E quindi ho cambiato.

GDF: Più o meno di cosa parlerà il libro nuovo?

DL: Non lo so ancora ma a grandi linee è la storia di una separazione dopo una lunga relazione.

GDF: Però con i mostri.

DL: Sì, c’è questo essere che stava facendo un percorso con la sua compagna per finire il suo ciclo vitale e quindi riprodursi, però doveva andare molto lontano dal posto in cui vive. A un certo punto la sua compagna muore e lui rimane senza endorfine perché avevano un legame simbiotico, e vive in questo mondo in cui non c’è tecnologia ma tutto si ripara biologicamente. Solo che mentre lui torna sono arrivati degli altri alieni che hanno portato la tecnologia, quindi sta cambiando tutta la situazione… Ma non so ancora che cosa succederà dopo.

GDF: Ok, speriamo di scoprirlo presto. Invece Alessandro oltre agli originali tratti dal libro ha in mostra quelle stampe in fondo che abbiamo fatto per l’occasione, si tratta di materiale in bianco e nero colorato in digitale. Tranne un paio di illustrazioni, sono tutti fumetti di quattro vignette e a colori, quindi mi chiedevo perché avevi iniziato a lavorare così e se parallelamente stai portando avanti anche storie più lunghe…

AG: Cose lunghe zero.

GDF: Ormai stai andando sulle quattro vignette.

AG: Ho delle idee in testa però non è ancora il momento di lavorarci, ci vorrebbe troppo tempo quindi le lascio un po’ maturare, nel frattempo faccio questi piccoli fumetti in cui in uno spazio così ridotto posso permettermi di esprimere qualcosa e allo stesso tempo fare degli esperimenti grafici, trovare delle soluzioni che mi interessano. Ho scelto il colore perché dopo aver lavorato tanto in bianco e nero ho bisogno di fare le cose in maniera un po’ più dinamica, un po’ più leggera e mi sembrava che, senza rinunciare a una certa dose di potenza ed energia, il colore fosse perfetto per questo genere di cose, perché sono anche più veloci da realizzare, da leggere, sono come delle piccole poesie in un certo senso.

Le foto del Ratatà 2017

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Al Ratatà di quest’anno sono rimasto per lo più bloccato al banchetto di Just Indie Comics e dunque non ho ben capito cos’è successo di preciso. Ciò non mi impedisce di dire che il Ratatà è il mio festival preferito tra quelli che ho frequentato negli ultimi anni, unico per la sua capacità di far convivere un’offerta artistica di altissima qualità al coinvolgimento di autori, autoproduzioni e piccole realtà editoriali nella struttura stessa dell’evento. Non c’è barriera tra organizzatori e resto del mondo, tutto è spontaneo e diretto e si respira un’aria di comunione e partecipazione come da poche altre parti, che si unisce al piacere di avere a che fare con un pubblico interessato e preparato. Proprio la costante affluenza di pubblico mi ha impedito di allontanarmi dal tavolo per andare a vedere con maggiore attenzione le mostre, gli incontri e i vari eventi del ricco programma. Insomma, in realtà ci ho capito ben poco, e mi risulta impossibile scrivere un resoconto dettagliato di quanto accaduto a Macerata dal 20 al 23 aprile. Le poche mostre che ho potuto vedere – come quella delle serigrafie di Jesse Jacobs, la personale del Professor Bad Trip già incrociata a Roma, la bellissima installazione e le illustrazioni di Anke Feuchtenberger – sono riuscito a visitarle la domenica mattina, quando l’area dedicata alla vendita apriva soltanto alle 15. Peccato che in quella fascia oraria non solo i negozi ma anche alcune gallerie fossero chiuse. Ma è forse questa l’unica cosa da migliorare per un festival che cresce di anno in anno, rinnovandosi di continuo e senza perdere lo spirito giusto.

Di seguito un po’ di foto scattate tra il Mercato delle Erbe, sede della mostra mercato che ha permesso grazie alle sue nicchie di allestire anche un buon numero di esposizioni, e i diversi luoghi del festival. Immagino che così come sono, messe un po’ a caso e senza didascalie, queste immagini possano servire più come curiosità per i presenti che come testimonianza per gli assenti, ma spero che riescano almeno a dare un’idea di cosa è stato Ratatà 2017. Buona visione.

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Foto di Serena Dovì

“Fumetti, sesso, guerra…” di Jorge Carruana Bances

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Beni di consumo come simboli di benessere e potenza, personaggi dell’animazione e del fumetto, riferimenti espliciti al mondo del cinema e della politica, aerei militari pronti a colpire, corpi nudi spesso ripresi nel mezzo dell’atto sessuale. E’ questo il mondo di Jorge Carruana Bances, artista cubano scomparso nel 1997 e adesso in mostra dopo un lungo oblio nei locali dell’Accademia di Spagna a Roma. La curatrice Suset Sánchez ha messo insieme con la collaborazione degli eredi un buon numero di dipinti di questo artista ingiustamente poco conosciuto, tra l’altro legato strettamente all’Italia, dato che – dopo aver dovuto abbandonare Cuba per motivi politici – visse a Roma dal 1970 fino alla morte.

Quello di Fumetti, sesso, guerra… è un mondo colorato che a prima vista si potrebbe catalogare nel filone della pop art americana. Eppure sarebbe ingiusto farlo, perché se gran parte della pop art si proponeva come rappresentazione mimetica della cultura di massa l’artista cubano esprime un’estetica sperimentale nella forma e dichiaratamente critica nei contenuti. Lo spazio è raramente lineare, anzi è spesso frammentato e attraversato da linee o curve, così che in un’unica opera vengono giustapposti contenuti diversi che, messi in relazione tra loro, lasciano trasparire una convinta e gioiosa opposizione al pensiero dominante senza risultare didascalici. Il corpo è l’assoluto protagonista dei lavori di Carruana Bances e l’erotismo, l’evasione, il viaggio sono gli strumenti capaci di ricomporne i pezzi, rendendolo territorio di liberazione invece che la principale vittima di insuperabili dinamiche politiche, economiche e sociali.

La mostra rimarrà aperta fino al prossimo 7 maggio. Qui sotto un po’ di foto scattate in occasione dell’inaugurazione del 6 aprile scorso. Come sempre, buona visione.

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Foto di Serena Dovì