“Parallel Lives” di Olivier Schrauwen

Le più famose Vite parallele mettevano a confronto un illustre uomo greco con un celebre romano, mostrandone affinità e divergenze. Riprendendo il titolo dell’opera scritta quasi 2000 anni fa da Plutarco, Olivier Schrauwen gli dà un nuovo significato, dato che il parallelismo non è più tra personaggi diversi ma tra differenti versioni di se stesso e, di conseguenza, tra queste e il loro creatore. C’è così l’Olivier Schrauwen del racconto d’apertura, Greys, che viene rapito dagli alieni nel più classico stile b-movie, la sua versione adulta nei panni del padre Armand Schrauwen impegnato a spedire messaggi verso il futuro in Hello, l’Oly trasformato in cartone animato dall’app Cartoonify, la versione donna dell’autore ribattezzata Ooh-lee in The Scatman, l’Olver senza “i” protagonista delle 140 vignette in due pagine di Mister Yellow, e infine ancora l’Olivier Schrauwen figlio di Armand, nato nel 1977 ma congelato e spedito nel XXIII secolo in Space Bodies. Tutte le storie iniziano con un primo piano dell’alter ego dell’autore a bocca aperta, proprio come Arsène Schrauwen cominciava con il faccione di “O. Schrauwen, graphic novelist” impegnato a introdurre le immaginarie avventure di suo nonno nel Congo belga. Fa invece eccezione ma non troppo Mister Yellow, dove il primo piano a bocca spalancata, questa volta un po’ di profilo, arriva alla quarta delle 70 vignette che compongono la prima pagina.

Parallel Lives è una raccolta di racconti più o meno brevi dell’autore belga, quasi tutti visti in albi singoli e/o antologie pubblicate in diverse lingue e per lo più esaurite: l’unica ancora facilmente reperibile è Terry, antologia in spagnolo edita nel 2014 da Fulgencio Pimentel, dove trovava spazio la traduzione di Greys, pubblicato originariamente, con una diversa impaginazione, in un albetto del 2012 targato Desert Island. Per il resto sono ormai fuori stampa Mould Map #3 edito da Landfill Editions, dove si era vista Hello, e i volumi del collettivo francese Lagon come Volcan (Cartoonify), Gouffre (The Scatman) e la co-produzione con Breakdown Press Dôme (Mister Yellow). E’ invece del tutto inedito il racconto più lungo del lotto, Space Bodies, 66 pagine di viaggio in uno spazio dai colori lussureggianti. Da segnalare che alcuni dei vecchi racconti hanno subito qualche revisione nei testi e nella disposizione delle vignette.

Pur avendo appunto diversa origine e gestazione, i sei fumetti del volume hanno un’unità di intenti e di tematiche davvero notevole. Difficile trovare una raccolta così coesa, ed è appunto ancor più stupefacente se pensiamo che non nasce come tale. Il fatto testimonia l’organicità dell’opera di Schrauwen, la sua volontà e capacità di insistere sugli stessi temi. D’altronde la sua passione per le “vite parallele” e per una fiction capace di prendere spunto da nomi e situazioni reali legati a se stesso o alla sua famiglia era emersa ancora in Arsène Schrauwen, tanto che Parallel Lives può essere in qualche modo considerato una prosecuzione del precedente, mostrandoci al tempo stesso figlio e nipote del protagonista di quel libro. Questa insistenza si traduce quasi naturalmente in un costante lavoro sui meccanismi del fumetto e della metanarrazione in genere. Schrauwen racconta sempre gli eventi come se fossero veri e riesce quasi a farci credere a ciò che vediamo. Quando così in Greys assistiamo al rapimento del protagonista/autore mentre si trova nel letto di casa sua, ci viene quasi il dubbio che gli alieni lo abbiano rapito davvero. Non so come riesca a fare questo, ma è una sensazione che ho avuto la prima, la seconda e anche la terza volta che ho letto il fumetto. Forse potrebbe avere a che fare con la nostra abitudine a leggere storie autobiografiche, in cui si tende – erroneamente, si pensi per esempio a It’s a Good Life If You Don’t Weaken di Seth – a dare per scontato che l’autore che scende sulla pagina e diventa protagonista stia raccontando qualcosa che gli è successo davvero. E d’altronde Greys gioca proprio con i luoghi comuni dell’autobiografia a fumetti, mostrandoci il protagonista al tavolo da disegno che prima pensa di masturbarsi, poi rinuncia e si mette a letto, non riesce a prendere sonno ecc. Ma in realtà non credo sia solo questo, c’è qualcosa di più, ossia il tono morboso del racconto, quel sussurrare all’orecchio del lettore, che, lusingato, finisce per credere a ciò che gli viene raccontato quasi per sentirsi importante, come ci si sente privilegiati quando qualcuno ci rivela un segreto davvero privato. Ma non è questo l’unico trucco con cui Schrauwen riesce quasi a ipnotizzare il lettore, facendogli credere alla prospettiva della voce narrante: si pensi a The Scatman, in cui un “troll” entra nella testa della protagonista descrivendone ogni minima azione e facendo apparire la sua vita come misera, triste, priva di senso e di affetti, quando ai nostri occhi il quadro non è poi così negativo. Ma anche qui noi lettori finiamo per farci abbindolare, vittime delle nostre abitudini e del ruolo che ci è stato assegnato.

Tornando a Greys, all’epoca della sua prima pubblicazione sembrava il prodigio di un autore pronto a conquistare il mondo del fumetto. Il realismo della narrazione, il lettering tipografico, il bianco accecante di alcune vignette ci trascinavano sull’astronave aliena mostrandoci l’inerme protagonista sdraiato su un lettino mentre gli alieni stabilivano una connessione mentale capace di farlo arrivare all’orgasmo e di prelevarne il seme. Di seguito, gli stessi alieni gli mostravano il destino triste e inesorabile del nostro mondo, condannato all’apocalisse. Consumate le ultime righe, si rimaneva turbati, quasi violati da ciò che Schrauwen ci aveva mostrato. Oggi, letti anche tutti gli altri racconti che danno corpo al volume, sembra invece che con Greys Schrauwen si stesse soltanto riscaldando. I successivi capitoli di Parallel Lives vanno ben oltre, mostrandoci giochi metanarrativi che smascherano e criticano le convenzioni del medium fumetto, arrivando a ribaltarle fino al punto di farle risultare divertenti.

Il gioco di Schrauwen porta a un disvelamento quasi politico: criticare il punto di vista dell’autore, la sua autorità, mostrarne l’arbitrarietà e spesso l’inconsistenza, diventa una critica al potere in quanto tale. Va da sè che questa operazione è tanto rivoluzionaria quanto divertente: ancora in The Scatman il pleonastico didascalismo della voce narrante diventa comico per come riesce a infastidire la protagonista. Ma si ride anche in molte altre parti di questo libro, che è divertente come solo le opere più intelligenti sanno essere. Tra i momenti più esilaranti mi sentirei di annoverare i tentativi disperati di Armand in Hello, che dal 1986 cerca con ogni mezzo necessario di attirare l’attenzione dei telespettatori del futuro tramite la sua invenzione, con un crescendo di frasi ad effetto tra l’aggressivo e il patetico. Quando alla fine una donna gli risponde, la prima cosa che le chiede è di fargli vedere il seno, annunciandole subito dopo di “aver tirato fuori il suo membro per masturbarsi”, cosa che risulta senz’altro primitiva in una terra futura in cui il genere sembra un concetto superato. Oppure pensiamo al trattamento che ricevono i fumetti e i libri in Space Bodies, visti come espressioni di un’umanità primitiva, con un libro non meglio definito di Bukowski che viene definito un romanzo “che parla di persone che bevono grosse quantità di bevande alcoliche”. “Il protagonista, chiamato Henry Chinaski – continua l’alter ego di Schrauwen – beve in modo prodigioso. Ci si chiede come riesca ad avere dei rapporti genitali apparentemente ininterrotti senza urinare almeno una volta sui suoi partner”. Il sesso, si capirà, è diventato qualcosa di diverso nel 2200 e passa, in cui la consuetudine non è più il rapporto a due ma piuttosto uno spazio unico in cui tutti i partecipanti sono interconnessi tecnologicamente.

Stilisticamente Schrauwen è un Ware stampato in bassa fedeltà, quindi pieno di imperfezioni, di scarti, di momenti prosaici che Ware non ha: un Ware più umano, si potrebbe dire. A Ware fa sicuramente pensare Mister Yellow, narrazione condensatissima in 140 vignette che era stata appositamente creata per l’antologia Dôme, dove tutti gli artisti avevano a disposizione non più di due pagine. Schrauwen lanciò così una specie di sfida a se stesso, riuscendo a raccontare in quel ridottissimo spazio una storia vera e propria, seppur volutamente assurda, quasi illogica in alcuni passaggi. A Mister Yellow fa da contraltare Space Bodies, creata appositamente per questo volume, 66 pagine in cui lo stile di Schrauwen, pur nella sua tipica essenzialità, diventa per la prima volta arioso, esplodendo in un turbillon di colori che fa da contraltare all’episodio iniziale, creando una sorta di escalation dal bianco e nero al colore più sparato, a tratti psichedelico.

Space Bodies è un visionario episodio – al momento il vertice estetico della carriera di Schrauwen – che sa tanto di Star Trek, con il protagonista voce narrante e (volutamente) ridondante, che insieme a un compagno di spedizione approda sul pianeta Gliese Z39, vi rimane bloccato e arriva al cospetto di una civiltà extraterrestre, dal suo punto di vista la prima mai vista da un essere umano. Ma come fa a essere così sicuro di questo primato il nostro Olivier, che si è risvegliato all’improvviso per un guasto della sua astronave nel XXIII secolo senza avere notizie dell’universo intorno a sè? Semplicemente non gli interessa saperlo, perché è troppo concentrato a interpretare la figura dell’eroe nella storia che racconta ai lettori registrandola grazie a una “omni-cam”. L’Olivier del futuro è un altro rappresentante dell’umanità edonista, superficiale e autoreferenziale raccontata da Schrauwen in questo libro, versione estremizzata e tecnologizzata dell’umanità edonista, superficiale e autoreferenziale di oggi, con i troll dei nostri social network che non si limitano a lasciare commenti ma entrano nella testa delle persone (The Scatman), app capaci di trasformare gli uomini in cartoni animati rendendoli ancora più misogini e insensibili (Cartoonify), metropoli immense in cui la povertà è una realtà davvero alla portata di tutti, se così si può dire (ancora The Scatman). E quando alla fine ci si rende conto di ciò che si è diventati, non si può che rimanere ancora a bocca aperta, come succede al protagonista di Cartoonify, tornato umano e rimasto solo su una panchina, con la donna che l’ha lasciato, e quella lacrima sul viso che è finita dentro in fondo al cuore. C’è anche tristezza in queste pagine, e c’è anche la morte, e quando arriva ci si rimane davvero male. Non mi piace usare definizioni facili o abbondare con l’entusiasmo, ma quel che vi ho detto e molto altro rendono Parallel Lives una delle migliori raccolte di racconti brevi a fumetti che io abbia mai letto.

NOTA: Per approfondire le tematiche di Parallel Lives, vi suggerisco un’interessante conversazione pubblicata su The Comics Journal, da cui sono stati tratti alcuni spunti utili allo sviluppo di questa recensione.

Al via i pre-order di Just Indie Comics

Dopo il Just Indie Comics Buyers Club arriva un’altra iniziativa che sfrutta le logiche del “gruppo d’acquisto” per far arrivare in Italia fumetti ancora più difficili da trovare, poco conosciuti, spesso autoprodotti o comunque pubblicati da piccolissime realtà editoriali. Si tratta dei pre-order di Just Indie Comics, che se tutto va bene troverete di tanto in tanto sul webshop. Il funzionamento è banale ma lo spiego per evitare fraintendimenti: prima di far arrivare questi fumetti dall’estero, sarà disponibile soltanto per qualche giorno una prenotazione (in questo caso fino al 22 gennaio). Finita la scadenza prefissata, verrà fatto l’ordine al fumettista, editore o distributore di turno per il numero di copie che sono state prenotate. Chi ha pre-ordinato questi fumetti li potrà leggere dopo qualche settimana: pagherà prima ma almeno avrà la sicurezza di ricevere albi ancor più rari e spesso più bizzarri di quelli ospitati abitualmente nel webshop. Mi sembra un’iniziativa quasi necessaria nel momento in cui parecchi degli autori che si trovavano all’inizio nel negozio di Just Indie Comics sono ormai stati pubblicati dalle case editrici nord-americane e sono accessibili a tutti, persino su Amazon. Qualcuno è stato addirittura tradotto in italiano. Ecco dunque che bisogna guardare oltre, alla ricerca non della prossima next big thing ma di una diversità stilistica che nasca da un’ispirazione autentica e non dalla semplice voglia di essere “alternativo”.

Si comincia con quattro fumetti provenienti dal sito Domino Books, casa editrice e distro curata dal fumettista/editore/critico Austin English. Della Domino si è parlato qui più volte, anche e soprattutto in occasione del Buyers Club. E infatti due dei fumetti in pre-order sono di autori già noti agli abbonati degli scorsi anni. Di Ian Sundahl, di cui gli abbonati 2017 hanno ricevuto il “best of” The Social Discipline Reader pubblicato proprio da Domino, arriva questa volta Social Discipline #10, nuovo numero della sua fanzine uscito alla fine dello scorso anno. Per qualche parola in più su Sundahl vi rimando a questo post.

Altra autrice di cui ho parlato più volte su Just Indie Comics è E.A. Bethea, il cui Book of Daze, ancora edito da Domino, è stato spedito agli abbonati 2018. La Bethea fa fumetti-non fumetti davvero unici, tanto che si potrebbe parlare di poesia illustrata. Come Sundahl, anche lei è un’artista completamente fuori dal coro, che non ha rapporti con il resto della scena, né un interesse particolare per il medium, scelto semplicemente come mezzo di espressione e piegato alle proprie esigenze. Per saperne di più vi rimando a questo breve focus su Book of Daze e alla rubrica Comics People che le dedicai qualche anno fa sul blog. E vi segnalo anche che qualche giorno fa su The Comics Journal Rob Clough ha recensito le produzioni più recenti della Bethea, tra cui l’autoprodotto All Killer No Filler ora disponibile in pre-order.

Arriviamo così a The Enemy From Within dello stesso Austin English, altra decostruzione espressionista dell’idea di fumetto, con la narrazione astratta tipica delle sue storie (si vedano quelle riunite in Gulag Casual, di cui avevo scritto qui) che lascia spazio a digressioni esistenzialiste nel racconto che dà il titolo all’albo, a mio parere uno dei suoi vertici grafici. Completano l’albetto Half-hearted Slogan Dance, danza in bianco e nero al ritmo di frasi fatte e luoghi comuni, e la mute evoluzioni del protagonista di Solo Dance #2.

Five Perennial Virtues #2 di David Tea è invece un albetto “misterioso” di qualche anno fa ristampato lo scorso anno con contenuti aggiuntivi: per me una delle sorprese migliori del 2018. Ne avevo parlato brevemente in questo report dal Cake di Chicago.

Spero di avervi abbastanza incuriosito, se non vi sono bastati i link potete cliccare su PRE-ORDER per dare un’occhiata a tutti e quattro i fumetti di cui si è parlato sin qui. E vi ricordo che per prenotarli c’è tempo fino al 22 gennaio.

“Art Comic” di Matthew Thurber

(English text)

Matthew Thurber è uno dei fumettisti più geniali, matti, stimolanti, classici, sperimentali e divertenti che ci siano in giro oggi. O forse è l’unico ad assommare tutte queste caratteristiche in un colpo solo. Il suo 1-800-Mice, pubblicato prima in albetti e poi in volume da PictureBox, prendeva le mosse dalla scena di Fort Thunder scegliendo un’ambientazione pseudo-fantasy – ancora la cittadella tanto cara a Brinkman, Chippendale & co. – per rivisitarla con un approccio che ai riferimenti fumettistici univa quelli cinematografici e letterari: primo tra questi Thomas Pynchon, da cui Thurber riprende tra le altre cose l’ossessione per società segrete, sette religiose, cospirazioni e complotti di cui poco o niente può sapere l’uomo comune e dunque anche il lettore. Il successivo Infomaniacs, serializzato stavolta come web-comic e poi in volume ancora per PictureBox, rimane a oggi, nonostante sia del 2013, la più azzeccata riflessione a fumetti sulla nostra esistenza digitale, spiegandoci come internet sia diventato più reale della realtà stessa con uno stile classico – la gran parte delle pagine sono divise in 4 vignette identiche tra loro – senza cercare forzate innovazioni stilistiche che spesso in tanti fumetti tutti uguali di oggi, copiati prima su Tumblr e ora su Instagram dalla copia della copia della copia, sono solo vuota forma e zero sostanza.

La complessità dei fumetti di Thurber è quasi estrema, eppure c’è sempre un momento in cui il personaggio guarda il lettore e fa la domanda più semplice di tutte. In Art Comic, arrivato adesso in un volume a colori per Drawn & Quarterly dopo essere stato parzialmente pubblicato a puntate e in bianco e nero da Swimmers Group tra il 2014 e il 2017, la domanda base posta dal protagonista Cupcake è: “E’ possibile diventare un grande artista senza trasformarsi in uno stronzo?”. Domanda più che legittima, ovviamente, e che rappresenta forse il cuore della vicenda, insieme ad altre questioni non di poco conto, in primis come può l’arte essere rivoluzionaria se collocata in un sistema in cui l’opera arriva a valere anche centinaia di migliaia di dollari e le scuole costano un occhio della testa e sono accessibili solo ai ricchi. O la continua analisi del labile confine tra opera d’arte e “cagata pazzesca”, che parte dal ready-made dadaista, qui definito “a tool of magical wealth generation” capace di trasformare “shit into gold”, per arrivare a Matthew Barney, con cui la satira di Thurber si accanisce quasi a raggiungere il sadismo. Tutte questioni serie che però vengono affrontate di lato, da sopra, da sotto, da dietro, secondo un approccio sghembo, mai noioso anzi sempre divertente. Basti pensare al primo capitolo del libro, in cui come da tradizione Thurber introduce tutti insieme tanti personaggi, molteplici ambientazioni e in questo caso anche più piani temporali, con un’abitudine a procedere per accumulo che sa quasi di scrittura automatica. Nella prima parte di Art Comic facciamo conoscenza di Cupcake, studente della Cooper Union nel 1999 (la scuola d’arte dove ha studiato lo stesso Thurber) e fan a dir poco sfrenato di Matthew Barney, capace di realizzare soltanto opere d’arte con riferimenti all’universo creativo del “maestro”. Tra i suoi colleghi, tutti allievi del losco professor Password, spiccano il promettente russo Boris Snegovoi e Tiffany Clydesdale, artista emergente che realizza soltanto opere a tema religioso. Nel frattempo la troupe del programma televisivo Drunk T.V. e un gruppo di maiali ribattezzatesi Free Little Pigs imperversano all’inaugurazione della mostra di Damien Hirst. E siamo così nel 2014, dove un artista contemporaneo, ex allievo della Cooper 15 anni prima, si fa chiamare Ivanhoe e va in giro a cavallo con tanto di armatura, seguito da uno stagista assunto per una misteriosa missione. Mentre la Tiffany ormai matura del 2014 riesce con una preghiera/opera d’arte a far apparire, ma forse soltanto nella sua testa, un Gesù capace di volare e far piovere soldi dal cielo, a Miami un duo di guardie del corpo al soldo del misterioso Zobchik (un alieno del pianeta Qaxb, come si capirà in seguito) sta portando all’Art Basel due robot intenti ad accoppiarsi con l’obiettivo di mettere incinta la robot-donna in tempo per la fiera. E non è tutto qua, perché appunto siamo solo alla prima parte. Tra le varie situazioni, colpi di scena e trovate che si vedranno nei capitoli seguenti, cito soltanto l’apparizione del Gruppo, una società segreta che attraverso le scuole d’arte boicotta gli artisti emergenti minandone le certezze, guidata da un certo R. Mutt, il cui nome vi suonerà probabilmente familiare…

Insomma, avete capito a questo punto che aria tira in queste pagine e non vi anticipo gli sviluppi della vicenda anche perché farlo sarebbe davvero una faticaccia. Le storyline sono tante e a volte si alternano con stacchi netti, altre confluiscono l’una nell’altra, oppure vengono riprese a distanza di pagine e pagine, vanno in fuga, si incrociano del tutto, solo in parte, per niente, e poco importa se qualcosa rimane in sospeso, poco chiaro, nebuloso, anche perché chi siamo noi per capire tutto della complessità balorda che ci circonda e dei movimenti che sotterranei agiscono sotto le pieghe della storia (dell’arte)? Meglio lasciarsi trasportare storditi dal flusso di idee e dal turbinio di gag che si susseguono senza sosta, mentre ridiamo di gusto davanti alle espressioni ebeti di Cupcake e ci facciamo strada tra i riferimenti ad artisti, gruppi e correnti degli ultimi cento e passa anni, in un sistema di citazioni, special guest e flashback che si intreccia con la narrazione senza mai essere fine a se stesso. Art Comic esce per lo stesso editore e nello stesso anno di Sabrina ma ne rappresenta l’esatto opposto. Dove in Drnaso tutto è regolato da una logica a dir poco maniacale, in Thurber si assiste a un’esplosione di creatività che l’autore non ha alcuna intenzione di tenere a bada, perché ciò che gli interessa è lasciare alla sua creazione una struttura libera, difficilmente catalogabile, che renda il suo libro a fumetti non il solito “libro a fumetti” come tanti altri che si trovano nelle librerie di varia.

Altra curiosità è rappresentata dal finale, che in Thurber è spesso improvviso, quasi tagliato con l’accetta, e mai definitivo, come nella tradizione della letteratura post-moderna. Nella versione in albetti Art Comic finiva con una scena che rimandava per modalità agli epiloghi delle precedenti opere di Thurber: Cupcake, il fan n.1 di Matthew Barney di cui dicevamo sopra, scopre grazie all’incontro con Mr. Colostomy, il cavallo parlante che ricorre in tutti i fumetti dell’autore, il modo di trasformare un water in oro, scoprendo al suo interno i membri del gruppo di arte contemporanea Gelatin, che lo invitano a tuffarsi con loro. Ecco dunque il tuffo di Cupcake nella tazza, come in Trainspotting via l’Atalante di Jean Vigo. Messo in chiusura di Art Comic #5 era sicuramente un finale alla Thurber ma mi era sembrato sin troppo netto anche per lui, tant’è che – vista anche la totale assenza di editoriali in quel comic book, che aveva seconda e terza di copertina totalmente nere quasi a non voler dare indizi – ho passato mesi a chiedermi (mentre facevo anche altro, ovviamente) se la storia fosse davvero finita lì, dato che alcuni fili narrativi rimanevano seriamente irrisolti. E’ stata dunque una piacevole sorpresa trovare nel volume un sesto capitolo di ben 33 pagine, che porta a conclusione o quasi le vicende narrate. Altro inedito sono i “contenuti speciali”, ossia 6 pagine in cui i personaggi e Thurber stesso riflettono su quanto visto e commentano l’opera. Manca invece il bel saggio/editoriale scritto da Thurber per il comic-book #4 sul tema dell’arte e della sua mistificante storicizzazione. Ma sono questi dettagli di poco conto per chi non ha letto ancora Art Comic e, se siete tra questi, vale assolutamente la pena farlo al più presto. Come prevedibile, è in assoluto il mio best of 2018, senza nessun concorrente in grado nemmeno di avvicinarlo.

Just Indie Comics Buyers Club 2019

Debutterà con il #33 dell’antologia lettone š! la quarta edizione del Just Indie Comics Buyers Club, l’abbonamento annuale che permette di ricevere i fumetti del negozio on line di Just Indie Comics. La formula è la stessa degli altri anni ma per chi non la conosce ribadisco quanto già scritto in passato. Chi aderirà entro il prossimo 10 gennaio riceverà uno o due fumetti ogni tre mesi, a seconda della tipologia di abbonamento scelto, e avrà inoltre diritto a uno sconto del 10% su tutto il materiale acquistato dal sito e ai festival nel corso del 2019. La prima spedizione sarà a gennaio, le successive ad aprile, luglio e ottobre. I fumetti saranno per lo più americani, a volte europei, ma sempre e comunque in lingua inglese.

Come avrete capito, esistono due soluzioni per aderire al Just Indie Comics Buyers Club. La prima, quella più economica, costa 45 euro e dà diritto a ricevere un albo a trimestre, spese di spedizione tramite piego di libro ordinario incluse. La seconda, che invece è la versione estesa dell’abbonamento, consentirà di avere in ogni invio due fumetti, per un totale di otto albi annui, e costa 75 euro, con la spedizione sempre inclusa. Se invece della spedizione ordinaria preferite quella tracciata tramite raccomandata, basta segnalarlo al momento del checkout dell’ordine, anche se chiaramente ci sarà un surplus da pagare. Come noterete, c’è un aumento di 5 euro rispetto agli scorsi anni, dovuto ai costi sostenuti per ordinare il materiale spesso da oltreoceano e anche all’esigenza di avere fumetti sempre più belli, rari, corposi e di conseguenza costosi.

Come lo scorso anno, i fumetti della formula Small saranno uguali per tutti e verranno annunciati e presentati sul sito. I sottoscrittori Large avranno lo stesso fumetto degli Small più un altro che potrà variare da abbonato ad abbonato. Potrete trovare degli spillati di piccolo o grande formato, volumi, volumetti, graphic novel, antologie, tabloid e così via, autoprodotti o pubblicati da case editrici indipendenti come Breakdown Press, Retrofit Comics, Revival House Press, Domino Books, O Panda Gordo, Kilgore Books ecc.

Il primo albo che verrà spedito a tutti gli abbonati sarà appunto š! #33, l’antologia lettone formato A6 che i più fedeli lettori e acquirenti di Just Indie Comics già conoscono. Dietro una bella copertina della bravissima Tara Booth e il titolo d’occasione, Misery, si nascondono 164 pagine con contributi di un cast di autori internazionali noti e meno noti, come la stessa Booth, il nostro Andrea De Franco con Alice Fiorelli, Cole Johnson, Tor Brandt, Yan Cong e tanti altri. Il tutto è come ogni uscita un saggio sulle mille possibilità della storia breve a fumetti, una modalità espressiva che spesso qui su Just indie Comics ci piace anche più dei graphic novel e delle saghe interminabili.

Per farvi capire qual è il materiale che vi aspetta se entrerete nel club, ecco il dettaglio dei fumetti inviati nel 2018: Now #1 della Fantagraphics, Book of Daze di E.A. Bethea, Roopert di August Lipp, Cobra II di Teddy Goldenberg, Blammo #9 di Noah Van Sciver, Twilight of the Bat di Josh Simmons e Patrick Keck, š! #26 dADa, Mary di Lale Westvind, Sporgo #1 di Laura Pallmall, Tintering di Conor Stechschulte, Of Course di Cole Johnson, Steam Clean di Laura Kenins, Our Mother di Luke Howard, š! #30 Brooklyn, It’s You Beautiful and Sad di Fifi Martinez, After School Special di Dave Kiersh, Blue Onion di Chris Cilla, No Mouth’s The Hum di Gore Krout, Lovers in the Garden di Anya Davidson, š! #31 Visitors, Escape to the Unfinished di Dash Shaw, Dark Tomato di Sakura Maku, Now #2, September 12th di Robert Sergel.

Ultima cosa, quest’anno il Just Indie Comics Buyers Club contribuisce alle attività dell’Associazione Culturale Empty Fridge, fondata da me e Serena Dovì. Abbonandovi sosterrete le nostre iniziative, che per il 2019 prevedono pubblicazioni, mostre, presentazioni e speriamo tanto altro.

Qui sotto trovate i link per abbonarvi. Ripeto, se vi interessa affrettatevi perché sarà possibile aderire SOLTANTO FINO AL 10/01/2019. L’offerta con queste modalità è valida per i soli residenti in Italia, se invece siete residenti all’estero e siete interessati potete contattarci a justindiecomics [at] gmail [dot] com e vedremo cosa si può fare.

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Mat Brinkman in mostra a BilBOlbul

Un miraggio, per molti un sogno, o forse come vivere per qualche giorno in un universo parallelo. Difficile descrivere diversamente la venuta in Italia di Mat Brinkman, uno dei cartoonist più influenti degli ultimi vent’anni, capace di rivoluzionare il mondo del fumetto underground a partire dalla fine dei ’90 con l’esperienza Fort Thunder. L’evento è stato possibile grazie a Michele Nitri di Hollow Press, che non solo ha convinto il fumettista, illustratore, scultore e musicista statunitense ad uscire dal suo ritiro sulle montagne del Colorado per atterrare al BilBOlbul ma anche a strappare un sì per la ristampa dei suoi Teratoid Heights e Multiforce, assenti dal mercato da anni e fino a poco fa difficilmente reperibili anche sul mercato dell’usato. L’organizzazione del festival ha fatto il resto, ospitando l’artista e allestendo alla Pinacoteca Nazionale di Bologna The Dungeon Master, la prima retrospettiva a lui dedicata, con pezzi provenienti dalla collezione privata dello stesso Nitri. Qui cercheremo proprio di offrire una panoramica della mostra, inaugurata lo scorso 23 novembre e aperta fino al 16 dicembre, fissando sulle pagine di internet l’esistenza di materiali per la gran parte sconosciuti ai più.

La sezione iniziale è intitolata Inside the Thunderdome ed è incentrata sulla fase più importante dell’opera di Brinkman, quella nata nel Fort Thunder. In mostra 12 copertine di Paper Rodeo, la rivista formato tabloid in cui è stato inizialmente serializzato Multiforce. A seguire una serigrafia promozionale di Teratoid Heights, la raccolta dei mini-comic autoprodotti di Brinkman pubblicata da Highwater Books, e quindi un’intera parete dedicata a Multiforce, con alcuni originali. Non si tratta in realtà di intere tavole, perché ogni pagina di Multiforce è stata costruita assemblando e rimpicciolendo una serie di vignette realizzate separatamente. L’occasione è dunque ghiotta per vedere i disegni a grandezza naturale e l’allestimento evidenzia intelligentemente questo aspetto accostando l’originale a una stampa del definitivo. Tra i vari pezzi da segnalare la parte finale della sequenza di Skeleton Jelly, probabilmente la più iconica del fumetto. A chiudere questa prima parte troviamo una copia della raccolta in volume di Multiforce, uscita per PictureBox nel 2009, e il poster allegato da Hollow Press alle prime 333 copie della nuova edizione, con autografo dell’autore.

Proseguendo l’esplorazione si arriva alla sezione The Spiral Architect, dedicata al Brinkman pittore, scultore e illustratore e ad alcuni oggetti croce e delizia dei collezionisti. Vi troviamo due disegni a inchiostro senza titolo, Man and a Baby realizzato con il carboncino, una serigrafia stampata da Le Dernier Cri nel 2008 e una teca con alcuni fumetti che vanno dal raro all’introvabile, dall’edizione del 2003 di Teratoid Heights al minuscolo Double Migraine uscito per gli svizzeri di B.ü.L.b Comix nel 2011, da Depressed Pit Dwellers edito ancora da Le Dernier Cri nel 2008 a una nuova sconosciuta autoproduzione dal titolo Wide Awake Water stampata in una quarantina di copie per un amico. Arriviamo così a 4 disegni dal progetto Afterbirth Afterlife e alla scultura Skull Spider del 2013 in cartapesta, latex, fil di ferro, cavi elettrici, legno, schiuma espansa.

La parte finale della prima sala, 1000 Years of Sporadic Beats, vede protagonista il Brinkman musicista e mette in fila LP, cd, cassette, poster dei Mindflayer e di altri progetti musicali del nostro, come SYNB, Monstro-brink e Mr. Brinkman. Presenti anche un paio di cuffie per ascoltare estratti dai vari album.

La seconda sala si apre con Play My Game, Feel My World, incentrata sul Brinkman illustratore per giochi da tavolo e concept artist. Notevole il lavoro per il gioco Cave Evil, con curatissime illustrazioni di ambienti e personaggi, quest’ultime utilizzate anche per dare forma alle miniature. Presente anche una teca con il gioco e le sue espansioni. I disegni per Thumper, videogioco di casa Drool, sono invece dei bozzetti di cui poco è rimasto nella versione definitiva realizzata dagli sviluppatori.

Arriviamo così a Evade the Dungeon, un paio di pareti su cui trova spazio il lavoro fatto da Brinkman per Hollow Press a partire dal 2014. Oltre a un bel numero di tavole tratte da Cretin Keep on Creepin’ Creek, la sua storia pubblicata sui tre numeri finora usciti dell’antologia Under Dark Weird Fantasy Grounds, troviamo anche la maglietta stampata in occasione del debutto della serie e la statuetta di uno dei personaggi. In più, una bottiglia della birra Bokrijks Ale del 2010, con serigrafia dell’artista.

E siamo quasi alla fine, manca infatti soltanto da dare un’occhiata a un’altra teca contenente libri collegati in qualche modo a Brinkman, dall’indispensabile The Comics Journal #256 con lo speciale Fort Thunder al libro The Orange Eats Creeps con copertina del nostro, dalle antologie Kramers Ergot #4 e Coober Skeber #2 fino al catalogo della mostra Wunderground dedicata alla scena di Providence e alla tesi di laurea di Rudy Dore che approfondiva ancora il tema Fort Thunder.

Oltre alla mostra, Brinkman ha tenuto sessioni di firmacopie nella Biblioteca Salaborsa, in cui ha dedicato ai lettori il suo Teratoid Heights (le copie di Multiforce non erano ancora disponibili per un ritardo tipografico), ed è stato protagonista di un incontro all’Accademia di Belle Arti con Ratigher, un’occasione unica per sentire la voce di un artista riservatissimo, su cui è difficile trovare informazioni anche su internet. In realtà non è stata rivelata chissà quale verità a proposito dell’assenza di Brinkman dalle scene e della sua produzione a fumetti a dir poco centellinata, dato che è stato lui stesso a dire che se ha fatto pochi fumetti è perché “è andata così”. Non sono nemmeno emersi nuovi elementi su Fort Thunder, che in sostanza è nato perché Brinkman e gli altri cercavano un posto dove vivere e al tempo stesso fare concerti e che è finito “perché il proprietario ci ha mandati via e l’immobile è stato demolito”. Certo, tutte cose che sapevamo già, ma si sa che il fan ama immaginare e a volte creare miti, pensando che dietro all’arte ci sia sempre qualche segreto nascosto. E invece Brinkman è semplicemente un artista che ama starsene per conto suo tra le montagne del Colorado “a disegnare, lavorare alle sculture, suonare la batteria e fare lunghe camminate” e che quando ha creato i suoi indimenticabili mondi ha fatto quello che si sentiva di fare in quel momento, “per me e per i miei amici”, senza pensare minimamente all’idea di finire sugli scaffali delle librerie o addirittura in una bacheca di una Pinacoteca a Bologna.

Due giorni a Lucca Comics 2018

Non dovevo esserci ma alla fine ho ceduto alla tentazione. E perché mai, direte voi? Non so, è una domanda difficile a cui rispondere e forse è meglio lasciar stare. D’altronde non ho intenzione di dire la mia sul solito dibattito Lucca sì vs. Lucca no in questo parzialissimo reportage con le solite foto in bassa fedeltà fatte con il cellulare perché non ho voglia di portarmi dietro la fotocamera che pesa. E per quanto riguarda le mie motivazioni, quest’anno erano legate principalmente alla presenza di ospiti internazionali come Walt Simonson, Arthur Adams e Neal Adams – miti della mia gioventù a fumetti – e di alcuni cartoonist di maggiore attualità come Nick Drnaso e Charles Forsman.

Arrivato a Lucca sabato 3 novembre intorno a mezzogiorno, mi dirigo verso la Chiesa di San Giovanni, dove era stata allestita la Sala Robinson di Repubblica ed era in programma l’incontro con Nick Drnaso, autore di Beverly e Sabrina (ne avevo parlato rispettivamente qui e qui) usciti in Italia per Coconino Press. Drnaso è arrivato in Italia insieme alla moglie, che ha un negozio di fiori, in quello che da quanto ho capito è stato il suo primo viaggio fuori dagli Stati Uniti. Schivo, molto chiuso sin dalla posizione che assume mentre risponde alle domande di Luca Valtorta, Drnaso non si vergogna di definirsi cinico, anche se adesso si ritiene meno pessimista rispetto a qualche anno fa. Sulla sua formazione e sui suoi interessi taglia netto, dicendo di non essere mai stato un appassionato di fumetti di supereroi, al contrario della gran parte degli adolescenti americani, e di interessarsi per lo più alle news e alla saggistica. Curiosità ulteriore, di tanto in tanto lavora in una fabbrica di spillette, per sbarcare il lunario. Interrogato sulla candidatura di Sabrina al Manbooker Prize, ha sentenziato: “Quando ho saputo della nomination, la notizia non ha avuto grande impatto su di me né ho pensato che avrebbe comportato un aumento dell’attenzione del pubblico nei miei confronti. In realtà non ero al corrente dell’esistenza di questo premio. Quella mattina mi sono svegliato, sono andato a lavoro e all’improvviso ho cominciato a ricevere richieste di interviste. Comunque, e non lo dico per apparire ingrato, questa cosa non mi ha molto toccato né ha cambiato il mio approccio al lavoro o la mia personalità. Sinceramente non mi sento orgoglioso di essere candidato a questo premio”.

Nick Drnaso (al centro)

Dopo il rituale giro per i padiglioni degli editori e per l’area Self, quest’anno dislocata in una nuova posizione che sembra aver accontentato la maggior parte degli espositori, alle 17.30 passo a un altro incontro, il tradizionale Cinque buone ragioni per fare fumetti coordinato da Matteo Stefanelli, che come sempre riesce a coinvolgere autori di provenienze geografiche e culturali diverse, dal cinese Li Kunwu ad artisti mainstream statunitensi come James O’Barr e Walt Simonson fino al nostro Marco Corona e all’altro americano, ma di area indie, Charles Forsman. Le differenze che ne sono emerse sono ovviamente notevoli, soprattutto tra Li Kunwu e i due americani, con il primo che quasi commosso si rallegrava per la possibilità di esprimersi e di viaggiare liberamente dopo anni difficili, mentre i secondi parlavano di assegni e diritti cinematografici. Simonson rimane comunque uno di quegli autori che mi hanno fatto davvero appassionare al fumetto fino a rimanerci incollato a vita, con le sue storie di Thor e dei Fantastici Quattro. Dopo, sinceramente, ho perso le sue tracce. A Lucca arrivava, accompagnato dalla moglie e collega Louise, come ospite di Editoriale Cosmo che ha pubblicato in volume i suoi Starslammers e Ragnarok. Dal vivo è un signore sorridente e alla mano, molto americano nel modo di porsi e nel cercare la battuta ad effetto.

Da sinistra Li Kunwu, O’Barr, Simonson (con gli occhiali), Forsman (in blu), Corona (cappello e cravatta)

Forsman ha risposto così quando gli è stato chiesto di raccontare il momento in cui ha capito che avrebbe fatto il fumettista: “Come ha già detto qualcun altro prima di me, fare fumetti non è una scelta, ma è qualcosa che devo fare, altrimenti faccio male a me stesso o a qualcun altro. Sembra una battuta ma c’è un fondo di verità… Il momento in cui ho capito che avrei fatto fumetti come lavoro è quando sono stato ammesso al Center for Cartoon Studies, anche se sono stato l’ultimo in graduatoria tra gli studenti del mio corso. In quei due anni mi sono sentito parte di una comunità e così mi sono accorto che stavo diventando un fumettista”. Simonson ha invece raccontato una strana fase del suo processo creativo: “A volte la mattina mi alzo, mi metto a lavoro e all’improvviso mi accorgo che mi sono dimenticato come si disegna. E’ una cosa davvero fastidiosa. E penso: ho fatto questo lavoro per 40 cazzo di anni, com’è possibile? Quello che ho imparato è che mi devo mettere a disegnare, anche se non ricordo come si fa. E ho anche imparato, grazie anche al supporto della mia fantastica moglie che mi sta vicina, è che tutto quello che riesco a fare dal momento in cui mi è sembrato di aver dimenticato come disegnare è migliore di quello che ho fatto prima. Probabilmente succede che il mio occhio migliora molto più velocemente di quanto facciano le mie mani e così quando riguardo il mio lavoro ciò che mi andava bene una settimana prima all’improvviso non mi piace più. E ho bisogno di tempo affinché le mani si abituino a queste nuove esigenze dell’occhio”. A questo punto James O’Barr chiede a Simonson se sente mai il bisogno di correggere il suo lavoro. “Quando sento il bisogno di farlo, di solito penso a due cose, ossia alle scadenze e al fatto che ho altro lavoro da fare. E poi adesso, dopo aver fatto fumetti per così tanti anni, vedo tutto il mio lavoro, da Alien a Thor a Ragnarok, come un unico disegno che ho iniziato quando ero un bambino di due o tre anni e che finirà quando non potrò più disegnare. E comunque, soprattutto nel fumetto, non tutte le tavole devono essere dei capolavori, c’è sempre modo di migliorare nelle opere successive”. Da segnalare anche le risposte dei quattro stranieri alla domanda finale su quali fumettisti italiani conoscono e ammirano: Forsman ha dimostrato di essere piuttosto aggiornato facendo il nome di Nicolò Pellizzon, Simonson ha scelto Sergio Toppi, O’Barr ha raccontato della sua passione per i fumetti europei pubblicati su Heavy Metal ma ha confessato di non sapere chi fosse italiano o meno, mentre Li Kunwu ha dichiarato di ammirare gli autori italiani ma di non riuscire a nominarne nemmeno uno perché in cinese si scrivono in maniera diversa.

E dopo questa full immersion nel mainstream, non poteva che essere salutare oltreché obbligata una visita al Borda Fest, l’altro festival di Lucca – gratuito, indipendente, underground – con la solita abbondanza di autoproduzioni e pubblicazioni alternative. Localizzato sotto il baluardo San Martino, con una parte degli eventi serali che si tenevano al Foro Boario, il Borda vantava come ogni anno una programmazione musicale e culturale di tutto rispetto, con concerti, incontri, tavole rotonde e quant’altro. Purtroppo ci sono stato poco, dato che la mia visita a Lucca quest’anno è stata davvero una toccata e fuga, ma l’aria che si respirava era davvero rinfrescante rispetto al caos dell’evento principale. Non vi sto a dire chi c’era e chi non c’era, perché ho più che altro chiacchierato e non sono riuscito nemmeno ad arrivare in fondo per vedere tutto. Segnalo soltanto la presenza del bravissimo messicano Abraham Diaz, già ospite al Crack! in passato. Oltre alle sue produzioni, e in attesa del nuovo numero di Suicida che si preannuncia a tema science-fiction (del primo avevo parlato qui), Abraham portava anche un bel po’ di fumetti e albi illustrati dalla scena sudamericana, con parecchi autori sconosciuti ai più e che è sempre un piacere scoprire.

A questo punto si è fatta ora di cena ma evito dettagli sulla serata anche perché che ve ne frega. E siamo alla domenica, che inizia con un altro giro ai padiglioni e un salto alla Chiesa dei Servi, che invece della self-area ospitava quest’anno i venditori di tavoli originali, tanto guardo e basta perché il vizio degli originali ancora non ce l’ho. L’offerta è comunque di rilievo anche se ho la mente offuscata e l’unica cosa che ricordo di aver ammirato con gli occhi sgranati sono un paio di pagine di Bill Sienkiewicz da Big Numbers, che poi sono sempre le solite che guardo ogni anno se non erro. Alle 12 incontro “All American” con Neal Adams, Arthur Adams e ancora Walt Simonson ma sorpresa Arthur Adams non c’è, è dovuto tornare a casa con un giorno di anticipo per motivi personali. Peccato, mi sarebbe piaciuto vedere dal vivo uno dei miei disegnatori Marvel preferiti di quando c’era la continuity. Sto diventando nostalgico? Boh, forse sì, o forse è che certo fumetto contemporaneo mi butta giù e quindi tanto vale rifugiarsi nel passato. Moderati da Andrea Antonazzo, ci hanno pensato i soli Neal e Walt a tenere banco e non si sono certo fatti pregare, tanto che a un certo punto hanno cominciato ad autogestirsi facendosi domande tra loro e parlando l’uno dell’altro. Non vi tedio con altri estratti dall’incontro perché capisco che andrei di nuovo fuori tema, se siete su Just Indie Comics e siete arrivati a leggere fin qui un motivo ci sarà, altrimenti vi leggevate l’ultimo numero di West Coast Avengers. Simonson si è dilungato sui suoi primi passi nel mondo del fumetto e sulla sua smisurata ammirazione per Jack Kirby, mentre Adams ha detto che non si sente di aver rivoluzionato il personaggio di Batman ma solo di averlo disegnato meglio di quelli prima di lui.

Divisi dal traduttore Neal Adams (sinistra) e Walt Simonson (destra)

Mentre si riavvicina l’ora della partenza, è ora di farsi largo tra la folla per arrivare a Palazzo Ducale e vedere le mostre, ovviamente meno frequentate dei padiglioni e quindi solita piccola isola felice del festival. Che dire, quest’anno mi è sembrato che fossero allestite con maggiore cura e attenzione del solito. Peccato per la mostra di Neal Adams, che per il materiale storico di Batman faceva ricorso esclusivamente a riproduzioni “in alta qualità” delle tavole, ma immagino che la cosa sia dovuta al fatto che il grosso di quel materiale sia in mano a collezionisti privati americani. C’erano però l’originale della famosa copertina di Superman vs. Muhammad Ali, una tavola da The Brave and The Bold #81 del 1969, una da The Avengers #95 del 1972 e un paio di cose minori sempre anni ’70. Il resto era tutto materiale più recente e non molto interessante. Devo poi tessere frasi di lode per le mostre di Leiji Matsumoto e Junji Ito, su cui sono tutto tranne che esperto, dato che capisco più di calcio tedesco anni ’90 che di fumetto giapponese. Le tavole di Matsumoto erano davvero strabilianti, mentre la mostra di Ito… Beh, che dire, di Ito sapevo l’esistenza e poco più, invece sono rimasto catturato dalla potenza dei suoi originali, dai pattern che riesce a creare sfigurando volti e paesaggi e rendendoli di un orrore assoluto, quasi matematico. Da approfondire, anzi, peccato non averlo fatto prima visto che era uno degli ospiti principali della manifestazione.

La mostra di LRNZ

Neal Adams, copertina di Superman vs. Muhammad Ali

Leiji Matsumoto

Junji Ito

Ancora Junji Ito

Sono talmente rimasto catturato dalle mostre che alla fine ho perso anche gli eventi delle 14, tanto ce n’erano ben tre interessanti tutti in contemporanea (showcase di Forsman, altro incontro con Drnaso sul tema fake news, presentazione de Il futuro è un morbo oscuro, dottor Zurich! di Lise&Talami) e così mi sono risparmiato l’imbarazzo della scelta. Alla fine sono riuscito a seguire soltanto l’ultima parte dello showcase di Forsman, per pochi intimi ma con lui sempre entusiasta e disponibilissimo a disegnare e a parlare del suo lavoro. Dopo di che, la mia Lucca è praticamente finita.

Cos’è successo al Just Indie Comics Fest 2

Avrei voluto fare un reportage dettagliato dalla seconda edizione del Just Indie Comics Fest ma alla fine sono stato fermato dalla difficoltà di riuscire a parlare bene di qualcosa di mio, come se ci si trovasse a recensire il proprio libro da soli. E’ possibile fare un resoconto scrivendo che è andato tutto benissimo, che gli ospiti sono stati tutti disponibilissimi, che l’atmosfera è stata fantastica, che il pubblico era entusiasta e interessato alla mostra, agli incontri, ai fumetti? E soprattutto è giusto farlo sul sito che porta lo stesso nome dell’evento? Che poi in effetti così l’ho fatto e mi sono tolto il pensiero senza troppo imbarazzo. E magari l’anno prossimo mettiamo su una Sala Robinson così ci pensa La Repubblica a parlarne bene e a metterci in prima pagina… Vabbè, facezie a parte eccovi qualche foto e un paio di video lo-fi, anche se prima vi devo ricordare che il Just Indie Comics Fest è stato possibile grazie all’iniziativa di Co-Co ed Empty Fridge. E se non vi bastano le didascalie qui sotto per rendervi conto di quanto successo, vi rimando a questo post in cui si pubblicizzava l’evento, tanto tutto è andato secondo programma. Buona visione dunque, e arrivederci alla terza edizione.

La mostra di Spugna e il tavolo con i libri del festival nella serata inaugurale di venerdì 19 ottobre

Tavole da “Una brutta storia” di Spugna, Grrrz Comic Art Books

Tavole da “Rubens” di AkaB, Cammello e Spugna, edito da Progetto Stigma

Originali da “The Rust Kingdom” di Spugna, Hollow Press

Sabato 20 ottobre, presentazione de “Il Tramonto del Sea Breeze” di Vitt Moretta, Coconino-Fandango

Altro incontro di sabato 20: con Spugna e Marco Corona si parla di “Gnomicide” e “Benemerenze di Satana”

Il concerto dei Cristoforo Coglione ha chiuso la programmazione del 20 ottobre

Domenica 21 ottobre, Just Indie Comics presenta: “Flayed Corpse and Other Stories” e “Black River” di Josh Simmons

Just Indie Comics presenta: i fumetti di O Panda Gordo

Presentazione di “Cosmografie” di Tommi Musturi e di “This Life” del Kollektivo Illuminoso Fresco editi da Fortepressa, con Valerio Bindi e Bambi Kramer

I fumetti degli incontri di domenica. Qui sotto il concerto dei Chicken Beat che ha chiuso il festival

“Benemerenze di Satana” di Marco Corona

Dopo un decennio – e la pubblicazione a puntate su Blue, Canicola, Lo Straniero – arriva in volume Benemerenze di Satana di Marco Corona, opera dimenticata dell’autore di Bestiario padano e Krazy Kahlo, che sembrava destinata all’oblio come il libro da cui è tratta. Ci ha pensato Hollow Press a ripescare questo adattamento dell’omonimo diario di Domenico Vaiti, trovato dal fumettista piemontese al mercatino romano di Emmaus nell’edizione Marsilio del 1974. Un’iniziativa editoriale senz’altro singolare per la casa editrice di Michele Nitri, abituata a percorrere i dungeon e le lande desolate del dark weird fantasy più che gli spazi interiori: eppure il fantastico non manca in queste pagine, con le divagazioni della psiche dell’autore che assumono forme immaginifiche generando mostri più inquietanti che orribili.

Domenico Vaiti era un riservato impiegato della pubblica amministrazione che nelle notti insonni si trasformava, come lo definisce Corona in una delle tavole scartate che arricchiscono il volume, in un “graforroico pazzo”. Il suo diario era un modo per vincere questa “pazzia”, perché le sue riflessioni e le sue angosce sono anche drammaticamente umane. Vaiti le spinge oltre i confini del comune buon senso, andando a parare nei territori della paranoia, della misoginia, della misantropia e finendo per cercare una dimensione trascendente a quella del reale in un processo che diventa appunto fantastico, visionario, a tratti delirante. Si definisce un ermafrodita psichico per intendere bisessuale, anche se in una sequenza ritiene di essere posseduto al punto da convincersi che gli stia crescendo il seno. Le sue pulsioni, ripetute in modo ossessivo, sono sicuramente più per le donne che per gli uomini, soprattutto per quelle in carne, dai 90 kg in su ci tiene a specificare, qui rappresentate con un tratteggio à la Crumb. Quando si accompagna alla magrissima L., questa volta disegnata con linea spessa e spigolosa, la disprezza al punto da insultarla utilizzando coloritissime espressioni di scherno: non si capisce bene perché la frequenti e forse l’unico motivo è perché disprezza se stesso. Anche la causa della sua insonnia è attribuita alla “strega”, probabilmente una prostituta, colpevole di averlo chiamato “frocio impotente” dopo che non era riuscito ad avere un rapporto con lei. E l’episodio fu così rilevante per lo scrittore che Corona gli dedica la pagina iniziale, in apertura di volume.

L’adattamento ha il merito di non fermarsi agli aspetti più coloriti del personaggio per spettacolarizzarne la “stranezza”, cosa che sarebbe stata facile se non scontata, ma di guardare oltre. Innanzitutto c’è uno sguardo esaustivo alla biografia di Vaiti, da cui emerge una figura piena di contraddizioni, ai limiti della schizofrenia, con un dualismo che torna in ogni ambito: dimensione privata vs. dimensione pubblica, ermafroditismo psichico, ambivalenza politica e infine una visione del mondo che al Bene oppone il Male, considerato come parte della vita e pertanto “benemerito seme di sviluppi” (da qui il titolo Benemerenze di Satana). C’è poi una visione completa della filosofia dell’autore, che utilizza il suo diario come una terapia, non fermandosi alla rappresentazione del quotidiano ma cercando una spiegazione alla sua condizione attraverso gli strumenti della psicologia e della teologia, quest’ultima sviluppata sotto forma di un panteismo che niente ha a che vedere con il cattolicesimo (tanto da arrivare a insultare il Dio cristiano in persona in una delle tavole più potenti del volume).

In quanto allo stile della rappresentazione, Benemerenze di Satana conferma Marco Corona come autore poliedrico, se non schizofrenico a sua volta. Il libro inizia con un tratteggio leggero che diventa via via più intenso, prosegue con una galleria di volti femminili che ricordano Muñoz, si avventura nel colore con tecniche diverse, alterna tavole dove il bianco la fa da padrone ad altre barocche, gioca con le ombre come un film espressionista, fa seguire capitoli con pagine strutturate su una griglia di vignette da altri costruiti solo su splash page. Alla presentazione a Roma, in occasione del Just Indie Comics Fest, sollecitato su questo aspetto Corona ha sottolineato di non avere uno stile definito ma di scegliere l’approccio a seconda dell’opera e che in questo caso la varietà di soluzioni gli è venuta spontanea.

Sempre in occasione dell’incontro dello scorso 20 ottobre, ho chiesto all’autore una curiosità sul finale, in cui Vaiti scompare dalla scena e lascia spazio a Corona in giro per Roma in motorino. Pensavo che la sequenza suggerisse un parallelo tra i due e di conseguenza tra Vaiti e tutti noi, quasi a sottolinearne l’umanità e la solitudine. Ma Corona ha piuttosto spiegato che in quelle ultime pagine ha voluto rappresentare se stesso in fuga da Vaiti, in fuga cioè da un mondo – mentale e proprio per questo estremamente coinvolgente – di cui era ormai stanco e di cui si doveva in qualche modo liberare. E se l’autore nel frattempo ne è uscito, adesso tocca a noi lettori entrarci dentro e lasciarci coinvolgere e sconvolgere, perché Benemerenze di Satana è un libro aspro, sfaccettato, intenso, potente e complesso: un libro che, pur nella rappresentazione di un personaggio a suo modo estremo, riesce a porre questioni sulla vita e sull’arte, come solo pochi fumetti sanno fare davvero.

P.s. Ulteriore merito ad Hollow Press per aver dato alle stampe anche un’edizione inglese del volume, con la traduzione di Valerio Stivè.

Just Indie Comics Fest 2 a Roma

Torna a Roma dal 19 al 21 ottobre il Just Indie Comics Fest, rassegna di fumetto underground e non solo, che quest’anno vedrà protagonista Spugna con una mostra di illustrazioni e tavole originali tratte da Una brutta storia, The Rust Kingdom e Rubens. Il luogo è lo stesso della passata edizione, lo Studio Co-Co in via Ruggero d’Altavilla 10, dove per tre giorni ci saranno anche il bookshop di Just Indie Comics, presentazioni, musica e altro ancora.

La scelta di dedicare una personale a Spugna, già ospite di Just Indie Comics all’Arf, è stata facile e quasi scontata: il suo The Rust Kingdom è finito nel mio Best Of 2017 e il suo stile affilato e già maturo è un tesoro prezioso nel panorama fumettistico italiano. L’autore presenterà per la prima volta a Roma il nuovo Gnomicide, fatto uscire da Hollow Press in occasione del Treviso Comic Book Festival a settembre.

A fare compagnia a Spugna nell’incontro con i lettori, sabato 20 ottobre alle 19, ci sarà un ospite d’eccezione come Marco Corona, che sempre per Hollow ha di recente pubblicato Benemerenze di Satana, adattamento a fumetti del misconosciuto diario in cui il “graforroico pazzo” Domenico Vaiti discetta senza freni inibitori di ermafroditismo, religione e fantasie sessuali.

Ancora sabato pomeriggio, in apertura di giornata alle ore 18, Vitt Moretta presenterà Il tramonto del Sea Breeze, il suo corposo graphic novel d’esordio edito da Coconino Press e appena uscito in libreria, tra il fumetto d’avventura classico e i migliori cartoonist americani di oggi.

 

La domenica vedrà invece ospiti Valerio Bindi e Bambi Kramer, che porteranno al festival le ultime uscite Fortepressa, con uno sguardo ai paesi fuori dalle tradizionali geografie del fumetto. Si parlerà in particolare dell’antologia africana This Life del Kollektivo Illuminoso Fresco e di Cosmografie, debutto in lingua italiana di uno dei più brillanti autori europei contemporanei, il finlandese Tommi Musturi. Il volume, di cui anticipiamo la cover qui sotto, sarà disponibile al festival in anteprima italiana. E sempre per guardare oltre i soliti confini verrà dato spazio a tutto il catalogo O Panda Gordo, etichetta portoghese con base a Glasgow di cui ho già scritto in questo post.

L’immancabile spazio dedicato al fumetto statunitense dedicherà un approfondimento ai fumetti di Josh Simmons, in particolare Black River edito da 001 EdizioniFlayed Corpse and Other Stories, volume pubblicato da Fantagraphics denso di racconti orrorifici e geniali, tra cui il bootleg di Batman Twilight of the Bat (ne avevo parlato qui).

Al Just Indie Comics Fest ci saranno i Cristoforo Coglione con uno scoppiettante live set, il bookshop con tutto il catalogo Hollow Press e tanti fumetti internazionali, le stampe firmate di Spugna e altro ancora. Sarà inoltre possibile acquistare alcune tavole originali di The Rust Kingdom.

Il festival è organizzato da Just Indie Comics, dallo Studio Co-Co e dall’Associazione Culturale Empty Fridge, di cui Just Indie Comics fa parte ormai da qualche mese. Se siete scettici e prima di venire volete farvi un’idea di come sarà il festival, potete dare un’occhiata a questo reportage della passata edizione. Di seguito il programma, in costante aggiornamento sull’evento Facebook, che vi invito a seguire per rimanere sul pezzo. E, ovviamente, vi aspettiamo il prossimo weekend.

Venerdì 19 ottobre

ore 18.30 apertura bookshop e inaugurazione mostra di Spugna con aperitivo e DJ set

Sabato 20 ottobre

ore 16 apertura mostra e bookshop

• ore 18 incontro con Vitt Moretta per la presentazione de Il tramonto del Sea Breeze edito da Coconino Press

ore 19 incontro con Spugna e Marco Corona
Presentazione di
Gnomicide – A Rust Kingdom Tale di Spugna e di Benemerenze di Satana di Marco Corona pubblicati da Hollow Press, con uno sguardo a tutta la produzione della casa editrice

a seguire: Cristoforo Coglione live
(Giacomo Orondini & Stefano Di Trapani)

Domenica 21 ottobre

ore 16 apertura mostra e bookshop

ore 18.30 Just Indie Comics presenta:

Black River e Flayed Corpse and Other Stories di Josh Simmons, i fumetti di O Panda Gordo

ore 19 incontro con Valerio Bindi e Bambi Kramer per la presentazione di This Life del Kollektivo Illuminoso Fresco e di Cosmografie di Tommi Musturi editi da Fortepressa

JICBC pt. 4: “Cobra II” di Teddy Goldenberg

La prassi di rielaborare tendenze stilistiche e temi degli anni ’80 è ormai diffusissima nel fumetto statunitense, basti pensare all’operazione All Time Comics coordinata da Josh Bayer, a fumetti come Night Business di Benjamin Marra, alla rilettura storica di Ed Piskor in Hip Hop Family Tree e X-Men Grand Design. E gli esempi non finiscono qui, anche perché il discorso potrebbe benissimo ampliarsi ai ’90 di Image-memoria. Non stupisce dunque che questa moda, se così vogliamo chiamarla, sia arrivata anche in paesi fuori dalle geografie abituali del fumetto. Parliamo in questo caso di Israele, da dove proviene Cobra II, una nuova autoproduzione che è riuscita, grazie ai potenti mezzi della rete, ad arrivare fino ai nostri italici occhi, diventando così la quarta e conclusiva protagonista del Just Indie Comics Buyers Club 2018.

A realizzare questo albetto brossurato di 36 pagine a colori è Teddy Goldenberg, autore che vanta una bibliografia piuttosto ampia anche se per lo più in lingua ebraica. Cobra II è invece in inglese ed è, come alcuni di voi avranno già immaginato dalla copertina, il seguito del film con Sylvester Stallone datato 1986. In una Los Angeles violenta, dove stupri e omicidi sono all’ordine del giorno, il tenente Marion “Cobra” Cobretti se la deve vedere con una creatura che uccide a colpi di artigli e con lo scetticismo dei suoi superiori. Ma le difficoltà riscontrate a causa dei suoi metodi poco ortodossi non gli impediscono di farsi strada tra gangster e malviventi balordi per iniziare una vera e propria caccia al mostro… Di più non vi anticipo per non rovinarvi il piacere della lettura, anche perché la storia non si conclude in queste pagine ma proseguirà nel secondo atto.

Gli abbonati Small riceveranno via posta nei prossimi giorni Cobra II, mentre chi ha scelto l’abbonamento Large troverà insieme al fumetto di Goldenberg anche un altro albo, sempre in lingua inglese e sempre di piccole realtà editoriali indipendenti internazionali. Cobra II chiude l’edizione 2018 del Buyers Club, che ha proposto finora come albi “uguali per tutti” il primo numero dell’antologia Now della Fantagraphics, Book of Daze di E.A. Bethea e Roopert di August Lipp. Il Buyers Club ritornerà come da tradizione nel 2019, con le prime sottoscrizioni già disponibili prima di Natale.