“Bad Gateway” di Simon Hanselmann

Tornano Megg, Mogg e gli altri personaggi creati da Simon Hanselmann in un cartonato di grande formato e totalmente inedito pubblicato ancora da Fantagraphics. Manca all’appello – almeno per questa volta – Owl, andato via di casa perché stufo di essere continuamente vessato dai suoi coinquilini. Il suo posto nell’appartamento è stato preso dall’immancabile Werewolf Jones, che garantisce il solito livello di nefandezze e trasgressioni varie, mentre sullo sfondo aleggia un’aria di freddezza e indifferenza tra Megg e Mogg, ormai in piena crisi di coppia visti i flirt della strega con la donna “dalla faccia strana” Booger e con lo stesso lupo mannaro, oltreché la totale incapacità del gatto di prendere in pugno la situazione. E avendo solo le zampe non c’è da stupirsi più di tanto…

Insomma, si riprende da dove eravamo rimasti al termine dell’edizione originale di Megahex o, per i lettori italiani, in quelle storie di Megahex tradotte nel volume Special K: tutto quanto si è letto nel frattempo tra altri volumi e albi autoprodotti è da considerarsi interlocutorio al “lungo addio” di Owl. Di Hanselmann si è parlato da queste parti in tempi ancora poco sospetti, come testimonia la recensione di Life Zone pubblicata nel vecchio blog nel 2013. Il suo è un cartooning vecchia scuola, con pagine ordinate, quasi sempre di 12 vignette, e basato sulle gag, sulla ripetizione delle situazioni e sulla capacità di giocare sempre con gli stessi personaggi: le sue storie potrebbero benissimo essere strip di una volta, anche se probabilmente nessun quotidiano le pubblicherebbe dato che i protagonisti non fanno altro che drogarsi, scopare, vomitare, scorreggiare, collassare e via dicendo. Oppure potrebbero essere una sitcom, ma con una sostanziale differenza in questo caso, perché Hanselmann ha il coraggio di far uscire di scena uno dei protagonisti. Come se da Frasier se ne andasse Niles, per prendere ad esempio un telefilm più volte citato dall’autore (e ambientato a Seattle, dove Hanselmann vive ormai da qualche anno). Ecco dunque che Bad Gateway non racconta più la storia di personaggi immobilizzati nel tempo e sempre uguali a se stessi unendo gag esilaranti e disperazione esistenziale, ma diventa la storia di “persone”, facendo i conti con il tempo che passa e con i rapporti che cambiano, anche tra coloro che sono rimasti sul palcoscenico. Si passa così da Frasier a How I Met Your Mother, per rimanere ai telefilm citati dall’autore, o da Nancy all’Hate di Peter Bagge, per tornare a parlare di fumetti e rimanere ancora a Seattle. O anche a Love and Rockets, un modello a cui Hanselmann ha dichiarato di ispirarsi per raccontare l’evoluzione dei suoi personaggi.

In Bad Gateway comunque non mancano le varie efferatezze a cui siamo stati abituati, dagli schizzi di sperma alle bottiglie di piscio, con Megg che arriva a farsi mordere i capezzoli fino a sanguinare da un uccello (in senso letterale) per impietosire un assistente sociale, ma l’aria che si respira è ancor più pesante e deprimente che in passato, con il tema principale che è rappresentato dalla crisi di coppia tra Megg e Mogg. I loro silenzi, le facce stonate e mogie abilmente rappresentate da un Hanselmann come sempre maestro delle espressioni, fanno passare definitivamente la voglia di ridere quando i nostri si trovano in mezzo all’ennesimo casino o si rendono protagonisti di un nuovo gesto disperato per procurarsi un po’ di droga. E questo filone subisce un’accelerata notevole nel finale, con l’inizio di un flashback incentrato su Megg da giovane e che verrà approfondito nel prossimo Megg’s Coven, iniziato da Hanselmann già da anni e più volte rimandato: una prima traccia la si trovava già nel suo Tumblr Girl Mountain, in tavole riprese sin dal finale di Bad Gateway, anche se completamente ridisegnate. I temi centrali sembrano essere i rapporti familiari e la droga, per una storia dai contenuti autobiografici che lo stesso autore ha definito il suo Requiem for a Dream. E con queste premesse rimaniamo dunque in trepidante e curiosa attesa.

“Dédales” di Charles Burns su Libération

E’ iniziata sabato 10 agosto sul quotidiano Libération la serializzazione delle prime 25 pagine di Dédales, il nuovo fumetto di Charles Burns, che sarà pubblicato in Francia da Cornélius il 10 ottobre prossimo. Da quanto è stato anticipato finora, si tratta del primo capitolo di una nuova trilogia destinata al solo pubblico transalpino, dato che gli accordi contrattuali presi da Burns con Cornélius consentiranno altre edizioni soltanto dopo l’uscita del terzo e conclusivo volume. L’autore sarà in Francia per presentare il libro, innanzitutto con una sessione di dediche il 10 ottobre stesso presse la Galerie Martel di Parigi, e poi il 12 dello stesso mese al festival Bd Colomiers, per presenziare all’inaugurazione di una retrospettiva sulla sua opera. Il tutto è l’ennesima conferma del legame speciale tra Burns e la Francia, oltreché della forza di un mercato capace di superare non solo altri da sempre minori ma anche quello americano.

Intanto, grazie alla versione digitale di Libération disponibile sul sito del quotidiano, potete dare un’occhiata alle prime pagine, centellinate due al giorno. Fino a oggi se ne sono viste quattro, in cui abbiamo potuto fare la conoscenza del protagonista, Brian, inquadrato di spalle mentre disegna, seduto in cucina davanti a un tostapane che riflette la sua immagine. Nell’altra stanza i rumori di una festa, da cui il protagonista si estrania, perso nei suoi sogni (o incubi) a occhi aperti, che Burns mostra con la sua sempre raffinata lente di ingrandimento nella terza tavola, una splash page dominata da una spora gigante sullo sfondo di uno scenario desolato. A guardare la creatura c’è una ragazza dai capelli rossi, che nell’ultima vignetta di pagina 4 appare anche nel mondo reale mentre si allontana dalla festa per entrare in cucina e avvicinarsi a Brian. Dall’articolo di Marius Chapuis che introduce la pubblicazione di Dédales veniamo a sapere che la giovane, ritratta di spalle sulla copertina del libro, si chiama Laurie e ha con Brian una relazione tormentata, dovendo avere a che fare con il carattere solitario del ragazzo, i suoi atteggiamenti da misantropo, il suo fare spesso assente e distratto, come se fosse più interessato ai b-movie e ai film horror amatoriali di cui è appassionato che a quello che succede intorno a lui. Ma, come sempre in Burns, è possibile che la linea tra il reale e l’immaginario non sia poi così demarcata… Il resto lo scopriremo pian piano nei prossimi giorni e poi a ottobre, quando il libro troverà finalmente la via delle librerie.

Disponibili i primi tre numeri di “Bubbles”

Come promesso qualche tempo fa, arriva nel webshop di Just Indie Comics Bubbles, fanzine statunitense che dopo aver debuttato all’inizio di quest’anno è già giunta alla terza uscita. Non mi dilungo troppo sul progetto in sé, che ho già illustrato in questo post, ma vi lascio piuttosto al sommario di questi primi tre numeri, in modo da farvi scegliere con la massima trasparenza se comprarli tutti, uno in particolare o addirittura nessuno. Da parte mia confermo soltanto la bontà del progetto e il fatto che oggi è ancora di più un piacere sfogliare e leggere una fanzine vecchio stampo.

Bubbles #1, marzo 2019 (disponibile qui)

Speciale Blast Books con storia della casa editrice, interviste alla fondatrice Linda Lindgren e a Hiroo Yamagata, traduttore dal giapponese all’inglese di Hell Baby di Hideshi Hino.

Intervista a James Hudnall, traduttore dell’edizione Viz di Mai, the Psychic Girl.

Interviste a Jesse Poimboeuf, Steve Sweet e Steve Cunningham, gli autori di Music from Nancy, curioso tentativo di adattare la striscia a fumetti di Ernie Bushmiller in uno spettacolo musicale. Questo numero della fanzine include anche un inserto di 16 pagine che riproduce il libretto della performance del 1979 (che potete vedere anche su You Tube: https://www.youtube.com/watch?v=QkX2-LncA0M).

Ebay Finds, rubrica dedicata alle curiosità trovate su Ebay in qualche modo legate al mondo del fumetto.

Intervista a Shades7000, uno dei membri della comunità You’re Welcome Scans, che mette on line la traduzione in inglese di alcuni manga.

Comic You Should Read, con mini-recensioni di fumetti di Lale Westvind, Patrick Kyle, Abraham Diaz e altri.

The Road Home, traduzione di una storia breve della giapponese Tsurita Kuniko, il cui Flight è uscito anche da noi per Coconino.

Bubbles #2, maggio 2019 (disponibile qui)

Mail Bin, la pagina delle lettere.

Talking “Kramers Ergot” with Sammy Harkham: l’editor e cartoonist di Los Angeles parla della storia dell’antologia, recentemente arrivata al decimo numero pubblicato da Fantagraphics.

Un fumetto di una pagina a firma Jordan Chu.

Ancora Ebay Finds, con il fermacravatte di Yellow Kid, una spilletta del 1972 della Ec Comics, una risposta a un fan da parte di Steve Ditko (“Dear Jeffrey, no answer for your questions – Steve Ditko”) e altro ancora.

Intervista al “comic scholar” Thomas Inge.

Un breve articolo su The Family Circus di Bil Keane.

Intervista a Katharine Gates, fondatrice dell’etichetta Gates of Heck, che ha pubblicato tra le altre cose l’edizione originale di Facetasm, libro di illustrazioni che ha visto collaborare Charles Burns e Gary Panter, e la mega strip collettiva The Narrative Corpse.

Altra pagina di fumetto, questa volta a firma Rellie Brewer.

Un’occhiata a tre diverse edizioni di Delirius di Druillet.

La rubrica Comic You Should Read, con fumetti di Bill Griffith, Tom Scioli, Josh Pettinger e altri.

Bubbles #3, luglio 2019 (disponibile qui)

Mail Bin, l’immancabile pagina delle lettere.

Due pagine dedicate a Mike Taylor, con un disegno inedito e un breve testo sull’autore della zine Late Era Clash e del recente In Christ There Is No East or West.

Intervista al critico e traduttore Ryan Holmberg, che ha curato la versione anglofona di tantissimi fumetti giapponesi d’autore (Yuichi Yokoyama, Seiichi Hayashi, Tadao Tsuge ecc.).

Una recensione di Alay-Oop di William Gropper, appena ristampato da New York Review Comics.

Intervista a Bob Lewis, proprietario di Richmond Book Shop, libreria storica della capitale della Virginia.

Un articolo sul webshop giapponese Mandarake.

Intervista a Tetsunori Tawaraya, autore ben conosciuto anche in Italia grazie alle sue pubblicazioni per Hollow Press e prossimo ospite del Treviso Comic Book Festival.

Ebay Finds con altri pazzi manufatti dal mondo delle aste on line, come una tavola da surf con disegno di Rick Griffin.

Intervista a Brian Blomerth, che ha di recente pubblicato Bicycle Day per Anthology, coloratissimo adattamento a fumetti del famoso “primo trip” di Albert Hofmann.

Who Cares About the Comics?, un saggio di Thomas Inge sull’unicità del medium fumetto.

Due pagine di mini-recensioni con titoli come The Book of Weirdo, Clyde Fans di Seth, Alienation di Inés Estrada, Cannonball di Kelsey Wroten e molti altri.

Un nuovo mini-fumetto di una pagina, questa volta a firma Archie Fitzgerald.

Just Indie Comics Fest 3 a Roma dal 18 al 20 ottobre

In arrivo la terza edizione del Just Indie Comics Fest, a Roma da venerdì 18 a domenica 20 ottobre presso Studio Co-Co in via Ruggero d’Altavilla 10. Per chi non sapesse di cosa si tratta, vi rimando ai reportage delle precedenti edizioni, che trovate in questo e in quest’altro post. Ci saranno come al solito un ospite d’onore, una mostra, la musica, tante novità a fumetti e magari anche qualcos’altro che ci verrà in mente strada facendo. Per ora non dico altro ma vi ho avvisato perché così non prendete impegni in quelle date. Quindi adesso mare mare mare, ma poi tornate sempre a naufragare qui su Just Indie Comics.

JICBC pt. 3: “All Time Comics Zerosis Deathscape” #0

Per chi segue abitualmente questo sito non sarà una sorpresa, dato che lo avevo già preannunciato in questo All Time Comics di ieri e di oggi, approfondimento dedicato alla linea di supereroi creata da Josh Bayer: il terzo fumetto del Just Indie Comics Buyers Club 2019 sarà All Time Comics Zerosis Deathscape #0, ossia il preludio alla nuova “stagione” della serie, che ha abbandonato la Seattle della Fantagraphics Books per spostarsi qualche centinaio di chilometri più a sud, nella Portland della Floating World Comics. Non è questa l’unica novità del nuovo corso dei supereroi di Optic City e dintorni. Questo numero zero segna infatti il debutto di Josh Simmons ai testi e ai disegni, mentre dal #1 arriverà alle matite – dopo i vari Trimpe e Milgrom della stagione 1 – un altro nome del fumetto supereroistico d’annata, ossia Trevor Von Eeden (ThrillerBatmanBlack Lightning). In più non mancherà qualche nome a sorpresa proveniente da territori alternativi, come Gabrielle Bell, Julia Gfrorer e Thomas Toye.

Qui potete vedere le prime due pagine del #0, introdotto dalla figura del Time Vampire Scientist già vista in Bullwhip #1. E’ lui a narrare la storia, guardando lo spazio e il tempo sui suoi monitor, con particolare attenzione al mondo alieno in cui un essere inizialmente mostruoso assume fattezze umanoidi e agli eventi di Optic City nel 1943, dove un orfano viene minacciato dai gangster in un vicolo. L’eco dei fumetti della Warren si unisce ad atmosfere degne del Quarto Mondo di Kirby, con le scene urbane che richiamano le newspaper strip e l’apparizione finale del Red Maniac che ci riporta alla Marvel anni ’70-’80, principale fonte di ispirazione dell’operazione. Sono 15 pagine che servono per lo più da antipasto ma che già mostrano la mano sicura di Simmons alla regia, con i suoi soliti testi oscuri, carichi di pessimismo e tensione, impiantati su quello che si preannuncia come un crossover cosmico alla Infinity Gauntlet.

Oltre alla storia di apertura, Zerosis Deathscape #0 contiene un’intervista a Bayer e Simmons, una biografia illustrata di Von Eeden, i profili degli autori e una preview della nuova serie dedicata a Crime Destroyer, scritta da Jason T. Miles per i disegni di Shaky Kane e in uscita il prossimo autunno. Per ora buona lettura e arrivederci sul webshop di Just Indie Comics, dove sarà presto disponibile anche Zerosis Deathscape #1.

Coming soon… “Bubbles” Zine

I più attenti tra voi avranno scoperto già da qualche tempo l’esistenza di una nuova fanzine dedicata al fumetto, che ultimamente spopola sui profili Instagram di negozi, addetti ai lavori e semplici lettori d’oltreoceano. L’oggetto in questione si chiama Bubbles, si presenta come una “independent fanzine about comics & manga” ed è frutto dell’impegno davvero monumentale di un singolo appassionato con base a Richmond, Virginia.

Le ragioni del successo di una fanzine nata dal nulla si nascondono dietro una semplice domanda: chi fa più riviste amatoriali dedicate al fumetto oggigiorno? Praticamente nessuno, o quasi (l’unico altro esempio recente che mi viene in mente è But is it… Comic Aht? della Domino Books). E invece Bubbles è una fanzine cartacea vecchio stile in bianco e nero e con grafica essenziale, è ricchissima di testi e interviste lunghi e approfonditi ed esce con una periodicità a dir poco spaventosa di questi tempi, dato che dal suo debutto nel marzo di quest’anno è già arrivata al terzo numero, appena uscito negli Usa.

Finora io sono riuscito a leggere i primi due numeri e devo dire che lo spirito entusiasta dell’anonimo curatore di Bubbles è trascinante, mentre i temi sono interessantissimi per chi segue certo fumetto. Cito a caso uno speciale dedicato all’adattamento musicale di Nancy di Ernie Bushmiller (con tanto di riproduzione del libretto dello spettacolo del 1981), approfondimenti e interviste sulle pubblicazioni di case editrici storiche come Blast Books e Gates of Heck, un’intervista a Sammy Harkham sulla storia dell’antologia Kramers Ergot, ecc. E il terzo numero non si preannuncia da meno, dato che contiene inverviste a Tetsunori Tawaraya, Ryan Holmberg e Brian Blomerth.

Per ora non dico altro, perché tornerò su Bubbles con un altro post. Un po’ di copie dei tre numeri della fanzine stanno infatti viaggiando dagli Stati Uniti verso il quartier generale di Just Indie Comics e sarà dunque possibile ordinarli comodamente dal nostro on line shop. A risentirci dunque tra qualche settimana.

Dagli archivi: “Kramers Ergot” #1-3

Con questo post iniziamo a dare un’occhiata a qualche fumetto fondamentale del passato, sperando di avere tempo, voglia e forza di portare avanti questa lodevole – me lo dico da solo – iniziativa. Come anticipato qualche tempo fa presentando la nuova “linea editoriale” di Just Indie Comics, non saranno analisi dettagliate, ma solo delle schede che avranno lo scopo di ripescare alcune “pietre miliari” o delle “chicche” uscite ormai da qualche anno. Cominciamo ripercorrendo le varie incarnazioni dell’antologia Kramers Ergot, fondata e curata dal cartoonist Sammy Harkham, e che nel corso degli anni ha cambiato filosofia, formato, editori, facendo la storia del fumetto alternativo americano del terzo millennio.

In realtà i primi numeri di Kramers non sono quelli arrivati fino a noi, dato che questo curioso titolo era già stato utilizzato per una delle fanzine fotocopiate prodotte da Harkham durante gli anni del liceo, alcune in Australia (dove la famiglia dell’autore si era trasferita per un periodo), altre al ritorno a Los Angeles insieme appunto a David Kramer. Oltre che al cognome del socio, che poi condividerà con Harkham anche l’avventura della libreria Family di Los Angeles, il titolo era ispirato alla canzone Ergot dei Big Black, dall’album Songs About Fucking del 1987. Le fanzine contenevano disegni, fumetti di amici, contenuti “rubati” da altre fonti e tante interviste a band e musicisti, tra cui Will Oldham. Il primo Kramers Ergot “ufficiale” risale invece al 2000 ed è ancora autoprodotto da Harkham sotto la sigla Avodah Books. L’albetto – formato 18 x 24 cm, spillato e di sole 48 pagine – ha poco in comune con quanto si vedrà in seguito, soprattutto a partire dal #4. Harkham, classe 1980, è giovanissimo e il suo stile è ancora immaturo, in più i fumettisti coinvolti sono tutti suoi amici o conoscenti: è il caso di David Brooke, compagno di scuola dei tempi dell’Australia, Justin Howe, un amico del fratello, e Luke Quigley, collega al California Institute of the Arts nella classe di animazione sperimentale. Quigley firma anche la cover del secondo numero, che replica del tutto formato e foliazione del precedente.

Diciamolo chiaramente, non succede niente di particolarmente eccitante in questi primi due numeri. Il materiale è ancora acerbo e la selezione inevitabilmente eterogenea e parziale. La curiosità va rivolta dunque soprattutto alle prime prove di un giovane Harkham, molto diverso dal cartoonist definito e consapevole che cominceremo a vedere a partire da Poor Sailor. Si tratta di un autore che non ha ancora assorbito la lezione dei classici come Roy Crane e Frank King, fondamentali per il futuro sviluppo del segno. Qui i riferimenti sembrano essere per lo più il Dave McKean di Cages o l’Al Columbia di The Biologic Show, che vengono alla mente guardando la storia di una pagina A Wound is an Inherently Disruptive Force o anche il primo capitolo di Where The Sun Still Shines, storia in due puntate che occupa ben 43 pagine tra Kramers #1 e #2, rimandando con le sue atmosfere metropolitane tra il noir e il grottesco al Metropol di Ted McKeever, con qualche eco del Mazzucchelli di Rubber Blanket. Lo stile del giovane Harkham è spesso incerto, a volte caotico e ricco di linee, altre più pulito e ordinato, oscillando inoltre tra una ricerca del realismo e i primi tentativi di rappresentazione simbolica della realtà attraverso gli strumenti tipici delle strip a fumetti. In tal senso gli episodi che lasciano presagire i prossimi interessantissimi sviluppi sono Hearing is not Enough (tre pagine da Kramers #1) e il secondo capitolo di Where The Sun Still Shines, che comincia a far vedere un tratto più rotondo e pulito.

Sammy Harkham da “Kramers Ergot” #1

Kramers #3 mantiene le stesse dimensioni 18 x 24 dei precedenti ma aumenta la foliazione a 128 pagine introducendo di conseguenza la brossura. Si tratta senza ombra di dubbio del numero più riuscito di questo primo lotto, in cui si vedono i prodromi dell’antologia che sarà. Harkham non pesca più tra conoscenze e amicizie, ma mette in moto la sua proverbiale curiosità per cercare quanto di più interessante si muove nel sottobosco statunitense, coinvolgendo nomi oggi ben conosciuti come Anders Nilsen (con gli assurdi e divertenti dialoghi tra Birds) e Hans Rickheit (quest’ultimo arrivato anche in Italia via Eris con The Squirrel Machine). La nota più importante è però il debutto di autori sperimentali come Ben Jones e Joe Grillo, legati alla scena Fort Thunder/Paper Radio/Paper Rodeo, da cui Harkham attingerà a piene mani per il numero successivo. Oltre a questi appena citati, nel volume troviamo Mark Burrier, Stefen Gruber, Kathleen Lolley, Neil Fitzpatrick, Zack Soto, Sara Varon, Luke Quigley, Mat Tait. Conclude il libro lo stesso editor con le 13 pagine di The Last Laugh, l’ennesima storia dell’amante illuso (e deluso) che è una costante delle sue primissime produzioni, caratterizzata da uno stile finalmente neoclassico, più vicino a quello con cui lo identifichiamo ancora oggi.

E per ora è tutto. A risentirci tra qualche giorno, settimana, mese o chissà con un altro episodio della rubrica Dagli archivi, in cui si parlerà di Kramers Ergot #4.

Joe Grillo da “Kramers Ergot” #3

Crack! a Roma dal 20 al 23 giugno

Anche quest’anno Just Indie Comics sarà al Crack!, il festival del fumetto dirompente e dell’arte stampata che si tiene ogni anno al Forte Prenestino a Roma. Da giovedì 20 a domenica 23 giugno ci troverete dalle 18 fino a notte più o meno inoltrata nei tunnel del Forte, insieme a una miriade di altri artisti, produttori, stampatori ecc. da tutto il mondo, che riempiranno anche le celle sotterranee dell’edificio di via Federico Delpino 187. Noi saremo al piano di sopra, quindi cercate il nostro banchetto nei tunnel, speriamo più o meno vicino alle aperture laterali (così arriva un po’ di fresco). Troverete come sempre una ricca selezione di produzioni internazionali e anche italiane. Per farvi un’idea tra il materiale straniero avremo i due numeri dell’antologia olandese Scratches, l’edizione francese di How To Stay Afloat/Surnager au Quotidien di Tara Booth, qualche copia delle ultime uscite della storica zine underground Mineshaft, il volume che raccoglie la prima serie della linea All Time Comics più il numero zero della nuova “stagione” (ne ho parlato qui), le pubblicazioni di piccole realtà editoriali straniere come O Panda Gordo, One Percent Press, kuš!, Domino Books, qualche numero dell’antologia Now della Fantagraphics. Tra gli italiani troverete fumetti di tantissime case editrici e autoproduzioni, come Canicola, Hollow Press, De Press, Doner Club, Delebile, B Comics, Muscles Edizioni Underground, Super Squalo Terrore, Uomini nudi che corrono e via dicendo.

L’invito è dunque quello di venire a trovare noi e ovviamente di visitare tutto il festival. Il Crack! sembra quest’anno davvero internazionale come non mai, con ospiti da tutto il mondo, dal francese Yvan Alagbé alla libanese Sandra Ghosn autrice del manifesto, dall’afgana Malina Suliman al messicano Iurhi Peña. E tanti tanti altri da Tunisia, Iraq, Cina, Spagna, Brasile, Portogallo ecc. Non a caso il titolo dell’edizione 2019 è APERTO e vuole ricordare l’uccisione del sudafricano Jerry Masslo avvenuta trent’anni fa a Villa Literno, suggerendo con forza l’idea di un festival che possa essere rifugio per tutte le genti, di tutte le nazioni, al di là di ogni divisione, con inevitabile riferimento a quanto sta succedendo sul fronte sbarchi e rifugiati nell’Italia di oggi. Partecipare significa anche contribuire a questo ideale e al tempo stesso entrare in contatto con autori mai visti prima, voci fuori dal coro, realtà del tutto diverse dalle nostre, che spesso non sono schiave della logica dei “mi piace” e dell’autopromozione ma che fanno le cose vecchio stile, per il piacere di farle e per quello, altrettanto importante, di incontrarsi.

“Clyde Fans” di Seth

E’ arrivato da qualche giorno nelle mie mani il volume di Clyde Fans di Seth, la storia serializzata dall’autore canadese sulla sua serie Palookaville nel corso degli ultimi vent’anni. Era infatti il 1997 quando usciva per Drawn & Quarterly Palookaville #10, con il primo capitolo dei “Ventilatori Clyde”. Seth aveva appena finito la sua prima narrazione lunga, It’s a Good Life, If You Don’t Weaken, già raccolta in volume nel settembre del 1996. E se non sbaglio fu proprio quel volume il mio primo acquisto di un’opera interamente a firma Seth, anche se forse avevo già visto qualcosa di suo in qualche antologia Drawn & Quarterly. La storia mi colpì immediatamente. Al tempo andavano tantissimo i fumetti autobiografici, su cui la stessa casa editrice di Montreal aveva costruito la sua fortuna, ma Seth andava oltre, raccontando una vicenda apparentemente reale ma basata su un pretesto del tutto inventato. Ora non ricordo di preciso quando esattamente acquistai questa prima edizione della “picture novella” di Seth, fatto sta che per un motivo o per l’altro persi i numeri dal 10 al 12 di Palookaville, che contenevano appunto la prima parte di Clyde Fans. Cominciai infatti a collezionare la serie, allora spillata, dal #13, per poi recuperare quei primi tre numeri in una raccolta fatta uscire da Drawn & Quarterly poco dopo. La stessa raccolta fu pubblicizzata in Palookaville #16 come un “giant-sized comic book” in cui “un vecchio parla da solo per 70 pagine. E potrebbe essere noioso proprio come sembra”. Ed era proprio così. In quel primo capitolo Abraham Matchcard raccontava la sua storia camminando per casa sua. E il monologo era andato avanti, esattamente uguale, con lo stesso ritmo, per tre comic book. Chi aveva fatto prima qualcosa del genere? Chi era stato così coraggioso da tentare in tutti i modi di annoiare il lettore? Non ho una cultura fumettistica così ampia da affermarlo con sicurezza, ma probabilmente nessuno. Il primo capitolo di Clyde Fans è come il finale dell’Ulisse, Blue di Derek Jarman, The Sraight Story di Lynch o la lunghissima nota a margine di Infinite Jest di David Foster Wallace. Un esperimento formale che sfida il pubblico nel tentativo di catturarlo oppure perdendolo per sempre. Un esperimento che per altro è stato anche adattato sotto forma di monologo teatrale, con protagonista l’attore William Webster, in occasione della presentazione del volume di Clyde Fans lo scorso 8 maggio all’Art Gallery of Ontario di Toronto (qui un breve reportage fotografico).

Non è tutto così Clyde Fans, anzi. Ognuno dei cinque capitoli ha un tema e una forma diversa, creando una macro-struttura più ampia incentrata sulla vita dei due fratelli Matchcard, Abraham e Simon, proprietari di una società di ventilatori. Sulla psiche estremamente complessa di entrambi, le loro dinamiche interpersonali e il rapporto con la madre si dilungano queste 450 pagine che rappresentano uno dei capolavori del fumetto di sempre. Seth approfondisce una serie di temi: la solitudine e l’isolamento innanzitutto, ma anche la depressione, la chiusura in se stessi, la difficoltà nell’affrontare gli aspetti più pratici della vita, il tempo che passa, i cambiamenti tecnologici, il fascino quasi perverso della nostalgia, la suggestione per una dimensione che potremmo definire “mistica” e che esiste (forse) al di là della realtà tangibile. L’autore mette in mostra nei due fratelli Matchcard aspetti della sua personalità e della sua biografia, estremizzandoli e rendendoli di nuovo fiction, come già aveva fatto in It’s A Good Life. Non succede niente di così clamoroso e tragico nel senso tradizionale del termine in Clyde Fans eppure alla fine sembra che tanto sia successo, almeno dentro noi lettori. Si tratta di una storia graffante, che smentisce ancora una volta la visione di Seth come un autore nostalgico e leccato mostrando gli aspetti più aspri e visionari della sua arte.

Mi fermo qui, anche perché questa non vuole essere una recensione: Clyde Fans è un’opera così complessa che per renderle un degno servizio bisognerebbe dilungarsi per pagine e pagine. Ma magari ne riparleremo, anche perché è già prevista un’edizione italiana del libro per Coconino Press.

“Pierrot Alterations” di C.F.

Pierrot Alterations è l’ennesimo e come sempre sporadico capitolo della scombinata ed episodica bibliografia di Christopher Forgues, noto ai più come C.F. Creatore con Ben Jones del magazine Paper Radio, collaborò al più famoso Paper Rodeo e fu uno degli autori sperimentali più noti della scena post Fort Thunder, contribuendo ad antologie come la seminale Kramers Ergot #4. Con PictureBox si imbarcò in un’epica saga fantasy dal titolo Powr Mastrs, arenatasi al terzo numero dopo la chiusura della casa editrice. Inizialmente pianificata in dieci volumi, Powr Mastrs doveva continuare per Fantagraphics, che annunciò anche l’uscita di un quarto episodio. Poi a un certo punto l’autore decise che basta, non aveva più voglia di farlo. Nel corso degli anni C.F. ha fatto musica con il suo progetto Kites e pubblicato una serie di fanzine poi raccolte in un paio di volumi sempre per PictureBox, qualche storia breve per svariate antologie, un fumetto formato rotolo, libretti per piccoli editori come Nieves, Le Dernier Cri, Mania Press e adesso appunto Anthology Editions, casa editrice costola dell’etichetta discografica Mexican Summer e che partendo dal mondo dell’arte e della fotografia si sta pian piano affacciando al fumetto.

Pierrot Alterations è stato presentato come una rilettura dell’archetipo del “clown triste”, sulla scia di quanto fatto da figure d’avanguardia come Picasso, Kenneth Anger e David Bowie. O almeno così si legge sul sito di Anthology. In realtà la figura di Pierrot c’entra ben poco, ed è chiamata in causa più che altro per la sua somiglianza con i personaggi tutti e in particolare con Cygnus e Vega, il duo che dava il titolo al libretto di C.F uscito per Le Dernier Cri nel 2016, oltreché per alcuni disegni che occupano la seconda parte del libro. C’è poco qui che possa essere ricondotto a un “significato”, a un “concetto” o anche a una trama nel senso tradizionale del termine, come d’altronde succede quasi sempre nei fumetti di C.F. Di lui Sammy Harkham, che continua a chiamarlo in causa a ogni nuova uscita di Kramers Ergot, ha detto: “Non so proprio perché il suo lavoro risulti così incisivo. Davvero non lo so”.

Qui c’è una storia di uomini che costruiscono una città. Mettono mattone sopra mattone, mangiano, bevono, giocano, litigano, coltivano piante. Quando trovano un’inspiegabile cavità nel terreno la marcano con una bandierina, come se fosse una buca del golf. Alla fine uno di loro, Regulus, dai poteri telecinetici, si trasforma in un uccello e vola nel buco. Un buco, vero nella carta, appare sulla pagina. Se si guarda dall’altro lato si vede un vaso di fiori. Fine della storia. Seguono una serie di disegni a mo’ di sketchbook che alternano colore e bianco e nero, alcuni (bellissimi) sulle pagine di un calendario. E un altro taglio, questa volta rettangolare, su un’altra pagina del volume. Alla fine un testo su Pierrot e la poesia, che meglio di tutto il resto riesce a spiegare l’inspiegabile, sia a proposito di questo libro che sull’arte di C.F. Un’arte che risuona nella mente del lettore dopo aver chiuso il volumetto, tanto che vi troverete a leggerlo e rileggerlo nel tentativo di svelarne il mistero, facendovi strada tra disegni meno dinamici rispetto al recente passato e una palette di colori quasi magnetica, scene che sembrano quadri di Hopper versione C.F., temi e situazioni che ben conosciamo da vent’anni a questa parte ma che vengono riletti con piglio avanguardista e uno sperimentalismo senza forzature, naturale soltanto per chi sta sempre avanti agli altri.

Da notare che Pierrot Alterations è rilegato a vista con colla e filo e ha due angoli tagliati. Il tutto lo rende un oggetto ancora più particolare e difficilmente classificabile. Ne ho portato qualche copia al bookshop di Just Indie Comics al Comicon di Napoli e tutti lo guardavano e lo sfogliavano, anche chi passava lì per caso e niente sapeva di C.F. E infatti è andato esaurito, come d’altronde è successo alla prima edizione del libro, comunque già ristampato e facilmente reperibile on line. Approfittatene finché siete in tempo.