JICBC pt. 3: “The Driver” e “Amateur Hour” #1

E’ tutto made in O Panda Gordo il nuovo capitolo del Just Indie Comics Buyers Club, il terzo della serie. Le spedizioni partiranno a fine mese ma vi rivelo già adesso i fumetti che gli abbonati si ritroveranno tra le mani nel giro di qualche settimana. Innanzitutto O Panda Gordo: i più affezionati seguaci del sito conoscono già bene questa realtà di base a Glasgow e gestita dal portoghese João Sobral. L’ho presentata dettagliatamente un paio di anni fa in questo post e da allora la seguo sempre con molta attenzione. Alla fine dell’anno scorso sono arrivate un bel po’ di nuove uscite e tra queste mi ha colpito in modo particolare The Driver di Isobel Neviazsky, autrice che si era già fatta notare per il bizzarro e al tempo stesso profondo Employee of the Month: The Life of a Pizza Chef.

The Driver è quanto di più attuale ci possa essere, la storia di “a man who works as a car”, portando a spasso un “clerk” che è di fatto il suo aguzzino. Per fare ciò, l’autista arriva letteralmente a deformarsi, piegando il suo corpo a 90 gradi e spostando gli occhi sulla fronte con la sola forza di volontà. E per trovare la spinta propulsiva si ficca – scusate il francese – una sigaretta nel culo, come se fosse una marmitta. Altro non vi dico, perché spero che leggerete da soli questo fumetto, dato che anche se non siete tra gli abbonati al Buyers Club ne trovate qualche copia in più nel webshop. Lo stile della Neviazsky è pura art brut, tende allo scarabocchio, con le linee che diventano spesso espressione di violenza e dolore, e i testi questa volta non più in uno sgraziato lettering ma appiccicati come ritagli di giornale sulla pagina. Potente e urgente come pochi fumetti che si vedono oggi, The Driver è un incubo allucinato che non offre facili vie di uscita ma solo spunti di riflessione.

Gli abbonati Large riceveranno oltre a The Driver anche Amateur Hour #1, debutto dell’antologia personale di Chris Kohler, autore di quel piccolo fumetto perfetto che è Living Room, sempre pubblicato da O Panda Gordo. Frammentario quanto ricco di trovate, Amateur Hour stupisce per come richiama atmosfere di altri tempi, sospeso tra ambientazioni a volte indefinibili e una costanze sensazione di caducità. Tra un episodio e l’altro, spesso anche di una sola pagina, appaiono in ordine sparso gli elementi stessi della narrazione, le lettere che dovrebbero raccontarci una storia, i corpi ormai ridotti a scheletri, gli oggetti appartenuti a un musicista, episodi di una vita inquadrata in pochi essenziali attimi.

Kohler distrugge la narrazione stessa, fa scomparire i suoi veri protagonisti ma non per un vezzo nichilista, quanto piuttosto per parlare dei massimi sistemi, dalla forza della natura – con racconti su vermi, corvi, gatti e topi – alla morte stessa. E mentre sperimenta ci regala con Leavetaking un altro esempio di narrazione cristallina, sei pagine perfette che lo confermano autore da seguire con la massima attenzione.

 

“Cabin in the Woods” #1 by Tara Booth

“Mi chiedo continuamente: cosa devo comprare? Chi devo incontrare? E dove devo andare per sentirmi davvero bene? Ho questo pensiero ricorrente che se potessi semplicemente scomparire e disconnettermi dal mondo esterno, riuscirei finalmente a trovare un po’ di pace interiore”. Così rifletteva qualche tempo fa Tara Booth sulle colonne di It’s Nice That, in un articolo che introduceva il suo nuovo lavoro Cabin in the Woods. L’albetto si presenta come prima parte di un’opera più lunga ed è uscito qualche mese fa in edizione limitata di 600 copie per la berlinese Colorama, small press che ci ha già abituato alle sue prodezze tipografiche e che questa volta supera se stessa con queste 36 coloratissime pagine tutte stampate in risograph (e tutte mute, come da tradizione dell’autrice).

Qualcuno di voi ricorderà Nocturne, volumetto di 64 pagine uscito per 2dcloud un paio di anni fa: ebbene, Cabin in the Woods potrebbe essere considerato il suo contraltare grafico, dato che la fumettista di Philadelphia rimpiazza l’onnipresente blu della precedente prova con colori ben più appariscenti, anche se sempre caldi e raffinati grazie all’abituale uso del gouache. Quella vicenda “notturna” tutta ambientata tra le mura domestiche già ci aveva lasciato una certa sensazione di claustrofobia, rafforzata dal nuovo lavoro. L’alter ego della Booth esce dallo psicologo in lacrime e prende un autobus per tornare a casa. Da lì si sviluppa la frenesia contemporanea che tutti conosciamo bene. Ha ricevuto dei pacchi ma non li apre, preferendo piuttosto guardare “Netflick” sulla tv mentre con lo smartphone dà un’occhiata a “Instabam” (o anche “Instabut”, “Instabone” e così via), dove le appaiono delle foto che ritraggono – come scopriremo voltando le pagine – proprio i libri che aveva ordinato. Quando si decide a scartare i pacchi e a darsi alla lettura vecchio stampo, ecco che si stanca dopo poche pagine e allora accende il computer per ascoltare un audiolibro (sì, proprio del romanzo che stava leggendo). Ma riuscirà a mantenere l’attenzione? Ovviamente no, perché che non te lo fai un giretto su “Pornbub”? E poi che c’entra la “casetta nel bosco” di cui parla il titolo? Beh, forse è meglio che lo scopriate da soli: Cabin in the Woods è infatti disponibile nel webshop di Just Indie Comics ed è l’ennesima ottima prova di una delle artiste più originali e divertenti in giro al momento.

“Cryptoid” di Eric Haven

Uscito agli inizi del 2020, vi segnalo Cryptoid di Eric Haven, cartoonist classe 1967 che è senz’altro – come dicono gli americani – “one of a kind”. Ve lo segnalo soprattutto perché non ho trovato grosse occasioni per parlare di Haven da queste parti, se non con un rapido accenno nella mia classifica dei migliori fumetti del 2015 al suo eccezionale, geniale e selvaggio Ur, pubblicato da Adhouse Books. E pur avendo avuto in catalogo la raccolta di storie varie ed eventuali Compulsive Comics (Fantagraphics 2018), non mi sono sprecato a scrivere due righe né su quella notevole antologia né sul precedente Vague Tales del 2017, opera originale concepita sempre per la casa editrice di Seattle. Il nuovo Cryptoid, a quasi tre anni appunto da Vague Tales, ne riprende formato e struttura ribadendo il rapporto di Haven con Fantagraphics, dopo una carriera raminga che lo aveva visto passare da Buenaventura Press con The Aviatrix per proseguire come detto con Adhouse Books, senza dimenticare le svariate collaborazioni (The Believer, LA Weekly, San Francisco Bay Guardian, Mad Magazine). Nel frattempo da non trascurare, in parallelo al fumetto, la più remunerativa avventura televisiva di Haven come collaboratore del programma MythBusters di Discovery Channel.

Ma veniamo appunto a Cryptoid, sottile hardcover di 72 pagine sul formato 23 x 16 cm in cui i mostri di Haven guadagnano per la prima volta una dimensione – scusate la parola – politica. Il cartoonist californiano (di adozione, visto che è nato nello stato di New York) da sempre porta nel nostro presente le invenzioni dei fumetti di una volta, partendo da Fletcher Hanks per passare in zona EC Comics (il titolo rimanda persino nel font a Tales from the Crypt) e quindi attraversare i più strambi fumetti della Silver Age e le visioni kyrbiane da Quarto Mondo, Eterni e dintorni. Questa volta però vediamo The Resister, una supereroina con la testa d’aquila e scudo a stelle e strisce sul petto, spuntare dall’obelisco del Washington Monument per arrivare alla Casa Bianca, far fuori un lovecraftiano Steve Bannon e poi affrontare Donald Trump in persona.

Ma non è questo l’unico eccitante sviluppo di Cryptoid, anzi, quello che vede protagonista The Resister è soltanto uno dei tanti episodi che compongono una serie di racconti interconnessi tra loro, ricchi di personaggi fantasiosi, spesso ibridi uomo-animale, e di vicende che oscillano tra il comico e il cosmico, con notevoli punte di black humor, nonsense e autentico nichilismo. Ci sono per esempio il Mankylosaurus, cioè un essere metà uomo e metà anchilosauro, l’Ant-Bat (uno degli sconosciuti pipistrelli che vivono tra noi, come l’Hand-Bat, il Penguin-Faced Bat o meglio ancora il Flightless Running Shreiking Bat), Roger “the human gnome”, il Box di Logan’s Run che va a fare la spesa al grido di “Fish! Plankton! Sea Greens! Protein from the Sea!” e una misteriosa entità che veglia sul mondo ma che forse non può salvarci dall’energia negativa messa in moto dal minaccioso Nightsword. Nel mondo di Haven queste entità sono realmente tra noi e giocano con i nostri destini condannandoci a un inspiegabile quanto inevitabile distruzione. Ma prima di essere avvolti tra le spire di una trascendentale antimateria, potremo giocare con l’immaginazione e farci quattro risate. Insomma, poteva anche andare peggio.

Qualche novità dal webshop

Torna on line come una volta, con un catalogo di circa 100 titoli ma destinato pian piano ad aumentare, il webshop di Just Indie Comics. Da quando ci eravamo accasati su Big Cartel lo avevamo fatto in tono minore, con una selezione ridotta (appena 25 titoli) dei fumetti che avevamo a disposizione, concentrandoci più che altro sulle novità. Qualche mese fa ho preso invece la decisione di far tornare il negozio ai fasti (se così vogliamo definirli) del passato ma il tempismo è stato a dir poco infelice, dato che ho finito di caricare i prodotti proprio in coincidenza dell’esplosione del coronavirus. L’emergenza sanitaria mi ha fatto passare la voglia di pubblicizzare la notizia, che mi sembrava superflua in mezzo a tante altre cose ben più importanti. E, quando ho capito che dovremo fare i conti ancora a lungo con questa situazione, mi sono dovuto scontrare con i problemi nelle spedizioni, dato che andare alla posta è diventato decisamente complesso visti gli orari ridotti (coincidenti per lo più con i miei orari di lavoro, per quanto “smart” come si dice oggi) e le lunghe file fuori dagli uffici. Ne è venuto fuori un ulteriore stallo, dato che pubblicizzare le novità del sito avrebbe probabilmente portato a un maggior numero di ordini e quindi ad altrettanti miei viaggi verso gli uffici postali. Viaggi che ho comunque dovuto fare e che mi hanno fatto capire l’estrema difficoltà della cosa.

Da qui, una serie di decisioni. Innanzitutto diamo il via ufficiale al “nuovo” sito, che rimarrà spero a lungo in questa versione estesa, anzi nei prossimi mesi si riempirà di altri titoli del catalogo storico di Just Indie Comics soprattutto di case editrici e autoproduzioni italiane che ultimamente erano poco rappresentate. E questa è un elemento destinato a restare, speriamo a lungo. Un’altra notizia è invece temporanea e rimarrà per un po’ di tempo, diciamo almeno fino a tutta l’estate. Vista l’impossibilità mia personale di recarmi alla posta per utilizzare il piego di libri, ho deciso per il momento di spedire soltanto via corriere. Non ho avuto ancora il tempo di organizzarmi economicamente per trovare tariffe convenienti, quindi le spedizioni in Italia – tenendo conto anche del confezionamento e delle commissioni trattenute da Stripe o PayPal al momento del pagamento – costeranno tutte 8 euro, a prescindere dall’importo speso. Ma, dato che siamo in tempi difficili e si cerca di aiutare tutti, chi spenderà almeno 50 euro potrà usufruire della spedizione gratuita (sempre via corriere) inserendo al momento del check-out il codice ITALIA50. E riceverà inoltre i fumetti nel giro di 3/4 giorni, senza aspettare i tempi e le incertezze del piego di libri e potendo avere anche la spedizione tracciata. Che dire, dunque, date un’occhiata al catalogo e vedete se c’è qualcosa di vostro interesse. E a risentirci a presto.

Ora disponibili i tre numeri di “Heelage”

Direttamente da Portland, Oregon, arrivano nel webshop di Just Indie Comics i tre numeri di Heelage, an anthology of high heel art. Era il 2013 quando il fumettista, illustratore, regista e attore Ian Sundahl – già noto ai più attenti lettori di questo sito per la sua serie Social Discipline – curava e pubblicava il primo numero di questa fanzine formato A4 tutta dedicata ai tacchi, con illustrazioni, fumetti, testi, dipinti, manifesti cinematografici, foto vintage e ritagli di riviste della sua collezione personale. Ad accompagnare Sundahl una serie di artisti, per lo più dell’Oregon ma non solo, a cui molti altri si sono aggiunti nei numeri successivi, datati rispettivamente 2017 e 2019. Tra i più assidui collaboratori si possono citare J.T. Dockery, Chris Cilla, Patrick Keck, Bobby Madness, Max Clotfelter, Leo Franks, Baal. Ma qua e là appaiono anche altri nomi che suoneranno familiari a chi conosce il mondo del fumetto alternativo statunitense, come Josh Simmons, Carlos Gonzalez, Jason T. Miles. La parte del leone la fa ovviamente il padrone di casa, con una serie di disegni realizzati nel suo solito inconfondibile stile, qualche fumetto breve in cui si sofferma sulla tassonomia dei tacchi o sul rumore che essi producono, approfondimenti sulle Nike Air Jordan High Heels (sì, esistono davvero) e anche un breve racconto, forse autobiografico, intitolato A Festish Star is Born. Il tono è sempre lo stesso dei fumetti di Sundahl, quindi scordatevi le passerelle o il sushi del sabato sera e pensate piuttosto a strip club malfamati, bar dei distributori di benzina, vecchi e sudici divani domestici, strade assolate, polverose e deserte all’ora di pranzo. Di seguito qualche esempio per rendere l’idea.

Vi rimando ai link seguenti per acquistare Heelage #1Heelage #2 e Heelage #3, ricordandovi come sempre che le quantità sono limitatissime e inoltre che in questo periodo particolare le spedizioni vengono effettuate tutte via corriere e quindi sono veloci ma anche piuttosto onerose. Per chi compra almeno 50€ di fumetti c’è però la possibilità di avere la spedizione totalmente gratuita inserendo il codice ITALIA50 al check-out.

JICBC pt. 2: “Masquerade” e “My Dog Ivy”

Al via la seconda spedizione del Just Indie Comics Buyers Club 2020, che almeno per ora riesce a superare il momento difficile che stiamo tutti vivendo. In settimana partiranno dunque i pacchetti per gli abbonati, che conterranno Masquerade di Tana Oshima e – per chi ha scelto la versione Large dell’abbonamento – anche un secondo albo, ossia My Dog Ivy di Gabrielle Bell.

Su Masquerade non mi soffermo più di tanto, dato che ne ho già parlato con toni entusiastici qualche tempo fa. Vi rimando dunque a questo post per avere qualche notizia in più sul lavoro dell’autrice di stanza a New York, che spero vi piaccia quanto è piaciuto a me. Non a caso subito dopo averlo letto ho deciso di scegliere questo albetto autoprodotto per la seconda spedizione del Buyers Club, sperando di trovare altri appassionati come me e di continuare a proporre i fumetti della Oshima in Italia attraverso la distribuzione di Just Indie Comics.

Anche su My Dog Ivy, in realtà, c’è poco da dire, dato che ho parlato più e più volte di Gabrielle Bell da queste parti e che gli abbonati “storici” del Buyers Club hanno già ricevuto nel 2017 il suo Get Out Your Hankies. Campionessa del fumetto autobiografico, l’autrice di Lucky e del recentissimo Inappropriate ha nel corso degli anni realizzato anche degli ottimi fumetti di fiction, come quelli contenuti nel mai troppo celebrato Cecil and Jordan in New York, forse uno dei miei fumetti da isola deserta (anche se la lista sarebbe lunga…). Qui la troviamo impegnata nell’autobiografia più spinta, dato che My Dog Ivy è – proprio come Get Out Your Hankies appunto – uno dei diari del mese di luglio che la Bell ha tenuto con cadenza giornaliera da qualche anno a questa parte. Se di solito troviamo la cartoonist/protagonista in quel di New York, in questa estate 2019 le vicende si svolgono a Minneapolis, a casa dell’editore di Uncivilized Books Tom Kaczynski, dove si è trasferita di per prendersi cura del suo cane (Ivy, appunto) mentre lui è in vacanza. Le vicende personali si uniscono all’osservazione della realtà circostante e a fantasticherie varie, creando quel solito perfetto mix che sono i fumetti di Gabrielle Bell.

Free Shit VS Free Shit

Recupero dagli ultimi mesi del 2019 Free Shit di Charles Burns, un tascabile che andrebbe veramente in tasca (è grande all’incirca 14 x 11 cm) se non fosse per il fatto che è un hardcover e conta 208 pagine. Insomma, mettetelo in libreria che è più comodo e arricchisce anche la vostra collezione, con la sua bella copertina e la costa arancione con una F e una S “organiche” (da notare che solo all’interno viene riportato il titolo e che anche sul sito della Fantagraphics il volume viene presentato come Free S**t, perché se aspiri a una distribuzione di massa negli USA certe cose non puoi proprio dirle). Ma – vi chiederete a questo punto – che differenza c’è tra questo volume, a sinistra nell’immagine in alto, e quello che invece vedete a destra e di cui avevo parlato nel sesto episodio della compianta rubrica Misunderstanding Comics nell’ormai lontano 26 ottobre 2016? Beh, innanzitutto complimenti perché conoscete tutti i post del sito a memoria, poi vediamo di rispondere alla vostra gentile domanda. Anzi, grazie per avermela posta.

Free Shit è il titolo di una fanzine che Burns realizza di tanto in tanto regalandola ai festival, alle sessioni di autografi o alle mostre. Raccoglie schizzi, disegni, appunti, abbozzi di fumetti ma anche elaborazioni grafiche di materiale già pubblicato, foto tratte da b-movie, collage, strisce a fumetti di altri autori: insomma, si tratta degli sketchbook di Burns – o almeno degli sketchbook che il cartoonist statunitense ha voglia di far vedere ad amici e fan – con l’aggiunta di altro materiale che l’autore di Black Hole trova interessante o che l’ha ispirato. Il volumetto di Le Dernier Cri, pubblicato nel 2016 in edizione limitata e con copertina serigrafata, allargava il pubblico della fanzine burnsiana ai 1000 fortunati che l’hanno prontamente acquistato. Infatti, come capita spesso quando si tratta di certi autori, la tiratura andò velocemente esaurita e così tre anni dopo arriva Fantagraphics a ristampare l’opera, aggiungendo giusto un paio di centimetri nelle dimensioni, una copertina rigida e soprattutto 24 pagine. Perché nel frattempo Burns ha continuato a partorire (ma forse non è il termine esatto) la sua “free shit”: se infatti il volume francese raccoglieva i primi 22 numeri della fanzine, quello targato Fantagraphics arriva al #25, con nuove illustrazioni di cui vi fornisco un paio di anteprime qui sotto.

Il volume di Le Dernier Cri si chiudeva con una nota di Burns che diceva: “You got any free shit? Sì… Sì, ce l’ho. Ma c’è soltanto un piccolo problema… Questa volta non è gratis. Che ci posso fare? Le cose vanno così e basta. E’ come mi diceva mia madre quando ero un ragazzino: Niente è gratis a questo mondo“. La nota posta in chiusura del volume Fantagraphics fa invece un po’ di storia: “Dunque… Come è iniziato tutto ciò? Da quel che mi ricordo ero a un firmacopie, un bel po’ di tempo fa, verso la fine degli anni ’90, e un tizio è venuto da me e mi ha chiesto: You got any free shit? E io non ce l’avevo. E mi dispiaceva… Ma Free Shit mi è sembrato un nome perfetto per un fumetto o una rivista. E così poco dopo ho iniziato a mettere insieme una piccola fanzine di otto pagine… Ne stampo ogni volta una cinquantina di copie e la do ai festival e ai firmacopie agli amici o a chiunque è interessato ad avere un po’ di… free shit. Questa è una raccolta dei primi 25 numeri”.

Disponibile “L’età d’oro” di Chris Reynolds

In occasione della mostra di Chris Reynolds a BilBOlbul 2019, la rivista online di critica e approfondimento sul fumetto Banana Oil si è fatta carico di pubblicare un albo dell’autore britannico complementare all’antologia Un mondo nuovo edita da Tunué. L’età d’oro, che ora è finalmente disponibile on line nel webshop di Just Indie Comics, conta 32 pagine e contiene all’interno cinque brevi fumetti rimasti fuori dal volume curato da Seth per la New York Review Comics. Se la storiella di apertura con protagonista Monitor funge da introduzione, gli altri racconti si concentrano su un particolare tassello dell’universo narrativo di Reynolds, ossia quella dimensione che viene definita appunto L’età d’oro. Chi ha letto Un mondo nuovo sa già di cosa stiamo parlando, perché lì si trova un episodio che vede protagonisti Robert e il Signor Ranger, personaggi che appaiono anche qui, insieme al pestifero Cwiss e alla direttrice della scuola di Robert. Proprio il rapporto, insolitamente romantico, tra il ragazzo e la direttrice è il tema centrale di queste storie, raggiungendo il suo culmine in una gara di corsa che è metafora spietata di parecchie storie d’amore. Ma gli spunti non finiscono qui, perché il lavoro di Reynolds è come sempre sfaccettato e profondo, e ogni particolare è utile sia a svelare misteri che a crearne altri. In questo caso poi la scrittura è ancora più sperimentale del solito, se non altro per il modo improvviso in cui inserisce episodi di violenza e particolari visionari, come gli archi scintillanti e le scale dorate che ricorrono in un paio d’occasioni.

L’albo è arricchito dal saggio Mauretania: la realtà fuori asse. Il mondo nuovo di Matteo Gaspari, deus ex machina di Banana Oil che si occupa anche di traduzione e lettering. Per la cronaca, L’età d’oro è stato venduto al BilBOlbul e in alcune sporadiche occasioni da Tunué, ma finora non era disponibile on line. E per approfondire il lavoro di Reynolds vi rimando alla trascrizione dell’incontro con l’autore britannico avvenuto lo scorso dicembre presso Risma Bookshop.

“Mister Morgen” di Igor Hofbauer

Non vi dirò dell’atmosfera decadente tra degrado metropolitano e futuro post-apocalittico, né dei corpi mutanti à la Cronenberg, o degli inevitabili riferimenti all’estetica delle avanguardie e dei movimenti del primo ‘900 (costruttivismo ed espressionismo in primis). E non vi dirò nemmeno di cosa parlano le storie di Mister Morgen di Igor Hofbauer, finalmente arrivato in Italia lo scorso novembre per Tabularasa Edizioni in collaborazione con Strane Dizioni, Bisso Edizioni Palermo e Teké Gallery, perché lo fa benissimo l’introduzione di Vittore Baroni: “I rituali di sangue di una donna in rosse vesti sacerdotali individuano allineamenti di monumenti sepolcrali sormontati da sculture aliene, dove anche lei verrà inumata; una non più giovane chanteuse, un tempo celebre, vive rinchiusa nella gabbia di uno zoo e, con la complicità di un inserviente dalle fattezze mostruose, compie crimini efferati; un gruppo di musicisti rock con teste da cani lupo allestisce per strada un eversivo concerto per voce, chitarra, auto e mazza da baseball; un irsuto controllore di contatori elettrici ha un incontro sessuale a tre con la coppia che vive nella sua casetta-barometro; un virus trasforma in feroci zombi antropofagi i passeggeri di un treno e si diffonde rapidamente nei diroccati hotel della costa; una cospirazione di condomini fa incolpare un anziano scrittore di un delitto che non ha commesso, mentre la cavia umana di un ipnotico light show vomita un calamaro nero parlante”.

Di cosa vi dirò, dunque? E perché Mister Morgen è un libro così importante oggi, nel 2020, anche se in Italia è uscito l’anno scorso e io arrivo come spesso succede in ritardo? Citando ancora l’introduzione, Mister Morgen è un libro importante perché sa distinguersi in quello che Baroni definisce “l’attuale panorama di produzioni fumettistiche largamente standardizzate e prevedibili”. Viviamo in un’epoca in cui, anche e soprattutto “grazie” alla rete e ai social media, persino i contenuti “altri” – quelli che abitualmente avremmo chiamato “alternativi”, “indie” o “underground” – si sono standardizzati. Ecco dunque che guardare ad altri riferimenti, a un immaginario lontano nel tempo, che parte appunto dalle avanguardie storiche per arrivare alla new wave anni ’80 – musicale e non – passando per l’estetica dell’autoproduzione dell’Europa dell’Est, è una boccata d’aria fresca. Hofbauer è Hofbauer, ha il suo stile e va per la sua strada, non pensa a promuoversi ma anzi promuove gli altri, soprattutto i gruppi musicali per cui ha realizzato dozzine di manifesti. Sarebbe potuto stare benissimo su Raw Alter Alter ma è anche attuale: guardando le sue tavole non riesci a capire esattamente di che anno è, potrebbe risalire ai primi anni ’80 come all’altro ieri, e infatti Mister Morgen è stato pubblicato in Francia e in Croazia nel 2016. Quelle di Hofbauer sono pagine che raccontano degrado, disfacimento, deformazioni, spesso in chiave fantastica, ma in cui si sente anche il peso della Storia, perché gli scenari fanno inevitabilmente pensare all’ex Jugoslavia post-bellica.

Un’altra cosa la direi sul linguaggio utilizzato dall’autore croato, che è il vero collante del libro, lo strumento che unisce i diversi racconti, anche quelli che non si collegano in maniera esplicita tra loro. La cifra stilistica di Hofbauer è il frammento, come si capisce sin dall’Intro, sei tavole che racchiudono pezzi di intrecci che torneranno poco dopo e che ci fanno entrare nel suo mondo con poche essenziali inquadrature cinematografiche. La pagina d’apertura di Branko, il racconto che inaugura il volume, è invece puro fumetto: nella prima vignetta orizzontale un uomo piscia da un ponte e il liquido diventa la linea di demarcazione tra le due vignette sottostanti – dove vediamo dei topi sbranare un uccello – per poi finire in acqua nell’ultima striscia. E che dire dei dettagli rossi che colorano di tanto in tanto il bianco e nero, utilizzati per mettere in risalto personaggi, luoghi, indumenti, secrezioni corporee? Li ritroviamo quando appare Mister Morgen in persona, un vecchio sdentato che dorme per terra in un palazzone fatiscente e va a procurarsi il suo pezzo di carne insieme a dei poveracci come lui (a essere fatta a pezzi da macellai senza volto è l’enorme carcassa di un cetaceo). E pensare che Mister Morgen è in realtà il soprannome di Ivo Robić, un sorridente Sinatra croato con l’aspetto di un impiegato della canzone, ingenuo profeta di tempi migliori. Tempi migliori che, evidentemente, nelle storie di Hofbauer non sono ancora arrivati.

Mister Morgen è disponibile nelle “migliori librerie”, sul sito dell’editore (dove trovate anche un’edizione limitata con copertina serigrafata) e anche nel webshop di Just Indie Comics, dove potete acquistarlo insieme ad altri fumetti anomali, stupefacenti e di difficile reperibilità.

“Hammerspace” #1 pre-order

Hammerspace è una nuova rivista pubblicata da Eyeworks, un festival itinerante (nel 2019 si è svolto a Los Angeles, Chicago e New York) dedicato all’animazione sperimentale e astratta, a cura di Alexander Stewart e di Lilli Carré, quest’ultima fumettista nota per Heads or Tails pubblicato da Fantagraphics nonché, dalle nostre parti, per la mostra che BilBOlbul le ha dedicato nel 2015. Leggendo la descrizione che ne forniscono i due autori (e coniugi), “il termine hammerspace deriva dal cliché di un personaggio dei cartoni animati che solleva un oggetto, come un grosso martello, da dietro la sua schiena” e si riferisce più in generale al concetto di “spazio” nel senso di luogo in cui gli oggetti possono muoversi o essere riposti. A dire la loro su questo tema sono stati chiamati scrittori, fumettisti e designer, in un magazine dedicato per lo più all’animazione ma che spazia anche tra altre forme d’arte come il fumetto, la grafica, i videogiochi. Nel primo numero troviamo così lo scrittore e video-artista Steve Reinke con un saggio sul pioneristico Asparagus di Suzan Pitt (1979), un’intervista di Mary Beams alla filmmaker Annapurna Kumar, immagini sequenziali realizzate del fumettista John Hankiewickz (autore di Asthma ed Education), un articolo di Austin English sul rivoluzionario editor Dc Comics Mort Weisinger, illustrazioni tratte dagli inventari dei classici adventure game. Oltre ai già citati, la lista dei collaboratori include Scott Bukatman, Margaux Duseigneur, Stefanie Leinhos e Sonnenzimmer. Il design e il layout sono di Dakota Brown.

Hammerspace #1 è stampato in risograph in sole 400 copie e conta 76 pagine. Dato il costo elevato (25 euro per noi italiani), la rivista sarà disponibile soltanto in pre-oder fino a venerdì 7 febbraio al link qui in basso.

PRE-ORDER HAMMERSPACE #1