“Bubbles” intervista John Vasquez Mejias

Gli abbonati del Just Indie Comics Buyers Club 2020 già conoscono The Puerto Rican War, l’albo autoprodotto pubblicato dal cartoonist statunitense di origini portoricane John Vasquez Mejias, di cui ho detto in questo post. Oltre ad essere stato protagonista del nostro abbonamento preferito, il fumetto si è guadagnato di diritto un posto nella mia Top Ten dell’anno appena passato per come traduce in palpitante vicenda artistica – interamente realizzata in xilografia – una questione politica come la lotta per l’indipendenza di Porto Rico dagli USA. E ora mi fa piacere constatare di non essere l’unico ad aver dato particolare attenzione a questo albone di 96 pagine, che – dopo essere stato distribuito da una realtà di riferimento per l’underground USA come Domino Books – arriva anche sulla copertina della fanzine Bubbles, pubblicazione che seguo sin dagli esordi e di cui trovate ogni numero disponibile nel webshop. Mi sembra dunque doveroso segnalare da queste parti che l’ottavo numero di Bubbles presenta una lunga intervista a John Vasquez Mejias, condotta dall’editor Brian Baynes e dal suo amico Steven Casanova, esperto di storia portoricana. In essa vengono approfondite le dinamiche artistiche e produttive dell’opera, su cui Mejias ha lavorato nell’arco di sei anni tra una lezione e l’altra ai ragazzini della scuola pubblica, i temi legati alla storia di Porto Rico e in particolare alla vicenda dell’attentato al presidente statunitense Truman, e l’adattamento del fumetto in uno spettacolo di marionette che insieme alla madre e ad alcuni amici Mejias ha rappresentato prima dal vivo e poi in streaming. Ma non è tutto, perché la chiacchierata occupa sette fittissime pagine della fanzine. Ve ne propongo qui di seguito un piccolo estratto tradotto in italiano, a mo’ di anteprima, ricordandovi che sul webshop di Just Indie Comics potete ancora acquistare The Puerto Rican War, almeno per ora esaurito invece negli USA, e il #8 della fanzine Bubbles, di cui sono disponibili anche tutte le uscite precedenti.

Bubbles: La tua scelta di stampare il fumetto su carta di giornale lo fa sembrare un oggetto di letteratura radicale, fatto per diffondere informazioni. Volevi dare questa idea?

John Vasquez Mejias: Dire proprio di sì. Faccio fanzine dagli anni ’90, e in questo ambito è molto importante come le cose vengono fatte e che tipo di carta decidi di usare. Raggiungi dei risultati molto diversi se usi una carta piuttosto che un’altra, oppure a seconda di che formato scegli: sono i piccoli dettagli del lavoro artigianale. Per esempio ai lettori è piaciuta molto la rilegatura con lo spago, anche se io non pensavo che avrebbe generato tutte queste reazioni positive.

B: Hai pensato subito allo spago come soluzione per rilegare l’albo? La mia copia ha uno spago rosso che sta molto bene vicino al bianco e nero del fumetto.

JVM: Penso che lo spago rosso sia il più bello. E’ come quando vuoi far uscire un disco e vuoi provare più vinili colorati (ride). “Ne esistono soltanto 5 gialli!”. Inizialmente ho chiamato la tipografia, una tipografia tradizionale del Queens, dove si stampano i quotidiani, e gli ho chiesto un preventivo. Poi ho iniziato a rompergli le scatole con una serie di domande, tipo “E se me li taglio da solo?” oppure “E se non li spillate?” e dopo tutto ciò ho risparmiato 500 dollari rispetto alla cifra iniziale. Ma mi sono anche dovuto mettere a casa a finire il lavoro per conto mio.

B: Quindi hai dovuto tagliare la carta di giornale?

JVM: Sì signore, e ho risparmiato 200 dollari! (ride) Lo so, sembra assurdo, ma anche il fatto che la carta non sia tagliata perfettamente, che sia più irregolare rispetto a come sarebbe venuta se l’avessero tagliata in tipografia, aggiunge qualcosa all’aspetto finale del libro.

B: Sì infatti, il mio ha delle frange nella parte superiore dove è stato tagliato, si vede che è stato fatto tutto a mano.

JVM: Ah, allora hai una delle prime copie. Penso di aver tagliato la tua copia con le forbici, ne avrò tagliate un centinaio così. E poi mi sono detto “Ok, mi devo comprare un tagliacarte”.

Steven Casanova: Ok, io invece sarei curioso di capire una cosa, nel senso che si vede che ne sai parecchio di questi argomenti che riguardano Porto Rico, e quindi in qualche modo anche la tua famiglia, ma ecco, vorrei sapere perché hai deciso di raccontare proprio questo preciso episodio. Se ci pensi il tuo processo creativo è stato più lungo degli eventi che racconti! Come hai deciso che era proprio questo specifico momento che volevi raccontare?

JVM: Beh, negli anni Cinquanta era illegale addirittura possedere una bandiera di Porto Rico, era illegale parlare di indipendenza o cantare una canzone indipendentista. E’ in quegli anni che Campos decise di darsi da fare e conquistare due città, e quindi poi gli americani si vendicarono bombardando una di quelle città, e sempre allora due uomini cercarono di uccidere il presidente Truman. E ci andarono molto vicini! Sono tutte cose che sono successe, ecco. Certo, la storia di Porto Rico è anche tanto altro ma potremmo considerare il fumetto uno “starter pack” per la storia di Porto Rico. Mi sembrava che questa vicenda fosse sufficiente a rendere l’idea, piuttosto che sovraccaricare il lettore di informazioni e confonderlo. Mi viene da pensare al film di Spike Lee Fa’ la cosa giusta, racconta di un giorno caldissimo in una strada di Brooklyn attraversata dalla tensione razziale, come se dicesse “parliamo di questo e basta” e funziona alla grande, mentre in altri film Spike Lee ha esagerato mettendoci dentro troppa roba. Insomma, ho cercato di fare le cose semplici e di concentrarmi su quello che è successo in quell’ottobre del 1950, che già mi sembrava abbastanza.

“Misguided Love” di Raquelle Jac

L’antologia Now di Fantagraphics si è affermata nel corso degli ultimi 3 anni come il luogo in cui capire, scoprire, apprezzare ed eventualmente anche disprezzare le tendenze più recenti del fumetto alternativo. O meglio, della frangia più mainstream del fumetto alternativo, quella di autori che utilizzano per lo più un segno accattivante e graficamente vendibile, raramente sgraziato o underground. Lungi dall’essere perfetta, l’antologia è figlia dei suoi tempi, dato che spesso ospita autori che riflettono l’inconsistenza di tanto fumetto contemporaneo. Inconsistenza a sua volta figlia del minimalismo, un minimalismo non più pregno di vuoto esistenziale, nichilismo o addirittura violenza ma che ormai usa la scusa della sospensione della narrazione per fare quello che c’è di più facile per un autore: non dire assolutamente niente. Per fortuna che tra i vari esempi di questo funesto filone, imitatori tout court di autori “di moda”, nonché svariate copie delle copie delle copie, ogni tanto si fa strada qualcosa di buono. Anzi, direi che alla fine in ogni numero di Now c’è qualcosa di buono, a partire dalle storielle di Noah Van Sciver, sempre più intriganti per struttura e contenuti. Prendiamo per esempio Now #8: nell’autobiografica Saint Cole Van Sciver riesce a raccontare in sette pagine quello che Adrian Tomine non è riuscito a fare in un intero volume (The Loneliness of the Long-Distance Cartoonist ovviamente, una delle cagate più pazzesche che la storia del fumetto recente ricordi). Oppure possiamo citare i contributi delle italiane Roberta Scomparsa e Zuzu, che da queste parti fanno un figurone. O i fumetti muti di Maggie Umber, splendidi saggi sulle potenzialità e la potenza del segno. E probabilmente dimentico tante altre cose, anche perché sui vari numeri di Now sono stati pubblicati fior fior di storie a firma di fior fior di autori.

Ma certo, forse finora non si era visto niente come Misguided Love dell’esordiente Raquelle Jac, sorta di graphic novel nell’antologia uscito sul #9 di Now, con tanto di copertina dedicata. 41 pagine che sono quanto di più azzardato l’editor Eric Reynolds abbia fatto nella sua gestione della rivista: autrice esordiente, sconosciuta, a cui viene dedicato un lunghissimo pezzo di apertura che è tutto il contrario di dove sta andando il fumetto oggi. 41 pagine scritte scritte scritte in cui – colpo di scena! – invece di non dire niente, la giovane Raquelle dice semplicemente tutto, raccontandoci in uno stampatello densissimo una storia autobiografica che parte dai traumi di infanzia per arrivare a ciò che di più forte ci possa essere, ossia la fatidica prima volta, per proseguire con il dettagliato resoconto della relazione a distanza con un uomo di vent’anni più grande di lei. Ed è una storia in cui, finalmente oserei dire, invece di vedere per l’ennesima volta sguardi imbarazzati, espressioni impacciate, messaggini sul cellulare e minchiate varie, torniamo a rifarci gli occhi con un po’ di roba vecchio stile, tipo droga, sesso, orgasmi, lacrime, vomito, Amsterdam, disperazione. Attenzione però, perché tutto questo materiale sensibile non viene utilizzato per provocare o scandalizzare come succedeva nei comix underground ma è piuttosto parte integrante della narrazione. La Jac, per quanto abbia chiaramente una sensibilità attuale, è in questo debitrice ad artiste come Aline Kominsky, Phoebe Gloeckner (citata nelle pagine iniziali), Debbie Drechsler e Julie Doucet, che sicuramente le hanno aperto la strada. La sua scrittura è sopraffina, strutturata su un flusso di coscienza incalzante e avvincente che riporta in modo analitico quanto succede nella testa della protagonista, scandagliando i suoi pensieri e le dinamiche relazionali in cui si trova coinvolta con una profondità psicologica che ha pochi eguali nel fumetto contemporaneo. Ai testi si accompagna un disegno graffiante nonché amante dello sporco che più sporco non si può, con il bianchetto che corregge il lettering, le parole che vengono sommerse dalle immagini e insomma un grafismo selvaggio e totalizzante capace di ricordare My Favourite Thing is Monsters di Emil Ferris per come ogni cosa è disegnata. Ho letto Misguided Love soltanto a inizio anno, altrimenti sarebbe stato meritamente tra i migliori fumetti del 2020. E vi invito a questo punto a recuperarlo, anche perché qualche copia di Now #9 è ancora reperibile nel webshop di Just Indie Comics.

Dieci fumetti del 2020

Dieci titoli, le copertine, poche chiacchiere. Questo il mio Best Of 2020, assolutamente parziale e senza nessuna pretesa di obiettività, tanto leggo quello che dico io e quando lo dico io. Sono semplicemente dieci fumetti che mi sono piaciuti quest’anno, in ordine alfabetico. Spero di incuriosirvi almeno un po’ e di spingervi a cercare maggiori notizie sui titoli in questione. Buona lettura.

Cowboy di Rikke Villadsen (Fantagraphics Books) – Piccolo grande fumetto della danese Rikke Villadsen, ospite purtroppo soltanto virtuale di BilBOlbul, dove sarebbe stata protagonista di una mostra. Speriamo di rifarci presto, perché le sue tavole sono spesso entusiasmanti e Cowboy (uscito in Danimarca nel 2014 con il titolo Et Knald Til) è un gioiello trasversale pieno di inventiva, contenuti e ironia. Ne ho parlato meglio in questo post.

Cryptoid di Eric Haven (Fantagraphics Books) – Riletto oggi questo breve ma intenso fumetto di Eric Haven sembra quasi una profezia di quanto accaduto nel 2020, dato che metteva in scena sia l’umiliazione di Donald Trump ad opera di una supereroina con la testa di aquila che il dispiegarsi di una misteriosa energia negativa per il mondo intero. Cryptoid è l’ennesima dimostrazione che nel fumetto non è necessario scrivere tanto per raccontare bene, anzi… Ne avevo già parlato in questa recensione.

Five Perennial Virtues #11 di David Tea (autoprodotto) – Mettere un fumetto così sporco e “mal disegnato” nella lista dei migliori dell’anno sembra quasi una provocazione, ma dopo le recenti ristampe come non celebrare un nuovo inedito numero del Five Perennial Virtues di David Tea? Seguiamo dunque ancora una volta le avventure e le dissertazioni del protagonista, che si concentra in modo particolare sui misteri della banconota da un dollaro. Vi avviso: rischia di essere una roba che piace solo a me e a pochi altri amanti del bizzarro.

Grip di Lale Westvind (Perfectly Acceptable Press) – Non ho toccato con mano il volume in questione, avendo già la versione in due episodi stampata in risograph. Questa è in realtà una raccolta (in offset), ma visto che pochi sono riusciti a procurarsi i precedenti limitatissimi volumetti conta come un fumetto nuovo. Grip è interamente muto ma riesce a essere lo stesso una parabola femminista ben più potente di tanti fumetti didascalici che popolano le librerie oggigiorno.

The Puerto Rican War di John Vasquez Mejias (autoprodotto) – Al di là della storia in sé, interessante nei contenuti ma senza grossi picchi nello svolgimento, The Puerto Rican War è il classico miracolo artistico che viene fuori dal nulla. Interamente realizzato in xilografia, è un oggetto singolare rilegato a mano e stampato su carta nera che sporca le mani. E all’interno ci sono alcune tavole impressionanti per intensità e composizione. E’ stato uno dei fumetti del Just Indie Comics Buyers Club 2020, come potete leggere da queste parti, e qualche copia è ora disponibile nel webshop.

Tears of the Leather-Bound Saints (Tad Martin #8) di Casanova Frankenstein (Fantagraphics Underground) – Casanova Frankenstein è il fumettista un tempo noto come Al Frank, autore di The Adventures of Tad Martin per la Caliber, di cui uscirono 5 numeri all’inizio degli anni ’90. Rivitalizzata nel 2015 con il #6 uscito per Profanity Hill e Teenage Dinosaur, la serie è poi passata con il #7 a Domino Books ed è ora giunta con questo ottavo numero all’etichetta “underground” di Fantagraphics. Frankenstein, se così vogliamo chiamarlo, raggiunge in questo albo i suoi vertici grafici raccontando storie di lavori massacranti, violenze domestiche, punizioni corporali, incontri notturni, corse in bicicletta. Fumetti per perdenti, fuori moda, punk, che parlano di cose vere, lontani da ogni moda e tendenza.

Tinfoil Comix #1 di AA. VV. (autoprodotto) – In questo mondo così social e interconnesso, sembra quasi impossibile che arrivi all’improvviso un’antologia che non ha nemmeno un sito internet, piena di autori sconosciuti e di fumetti pazzissimi. E invece eccola qui, direttamente da San Francisco, si chiama Tinfoil Comix, ne sono usciti tre numeri e presto saranno (di nuovo) disponibili nel webshop di Just Indie Comics. Il #1 è per ovvi motivi quello che va a finire in questa lista, ma anche gli altri non sono da meno. Maggiori informazioni a quest’indirizzo.

Ultima goccia di Andrea De Franco (Eris Edizioni) – Finalmente dopo tanti fumetti su personaggi famosi, eventi storici, temi sociali qualcuno che decide di approcciare un argomento serio: il caffè. Ormai sapete tutti che sono un fan di Andrea De Franco, dato che l’ho invitato anche alla terza edizione del Just Indie Comics Fest, da cui è venuta fuori questa chiacchierata con tanto di anticipazioni su Ultima goccia. Il fumetto è stato posticipato per i problemi noti a tutti, ma alla fine ha trovato la strada delle librerie e ne è valsa davvero la pena, perché al di là dell’apparenza sperimentale contiene al suo interno alcune bellissime sequenze di “puro fumetto”. Per non parlare delle implicazioni concettuali e metafisiche del tutto. Che bestia ‘sto De Franco.

Vision di Julia Gfrörer (Fantagraphics Books) – Vi capita mai di leggere qualcosa e poi, passato un po’ di tempo, vi ricordate che vi è piaciuta ma non sapete più il perché? Penso proprio di sì, vero? A me capita sempre più spesso. E allora cerchiamo di rinfrescarci tutti le idee rileggendoci questa bella recensione di Vision di Julia Gfrörer!

William Softkey & The Purple Spider di CF (Anthology Editions) Pierrot Alterations, il precedente albo di CF per Anthology, era finito meritatamente (mi sembra ovvio) nella mia lista del 2019. Non può essere da meno questa nuova uscita dell’autore di Powr Mastrs, che dopo un periodo segnato soltanto da brevi contributi ad antologie e progetti estemporanei sembra essere tornato in pianta stabile nel panorama del fumetto contemporaneo. Bene così, perché di uno come CF c’è sempre bisogno. William Softkey ha l’apparenza di un fumetto fatto in fretta, come se fosse uscito da uno sketchbook, ma in realtà tutto torna in un affresco della contemporaneità davvero azzeccato e oserei dire – addirittura! – metaforico. Ne trovate ancora alcune copie disponibili nel webshop.

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Just Indie Comics Buyers Club 2021

Bat-Man conquista il Just Indie Comics Buyers Club! Che cosa è successo, direte voi? Mi sono venduto anche io al mondo delle corporation? Le spedizioni alterneranno Wonder Man e Blue Beetle trasformando il Buyers Club in una riunione di supereroi degna di Crisis e Secret Wars? Assolutamente no, e infatti ho detto Bat-Man e non Batman! Quel trattino volto a evitare problemi di copyright (come se bastasse) la dice già tutta sul primo fumetto della sesta edizione del Buyers Club, ossia Bat-Man is Lost in a Woods di David Enos, pubblicato dalla microetichetta California Clap e che è in sostanza una rilettura in chiave vintage e meditativa del mito dell’uomo pipistrello. E quale migliore idea di far scontrare il nostro Bat-Man con un King-Cat? Mi sto riferendo ovviamente a una delle testate storiche del fumetto indipendente e autoprodotto d’oltreoceano, ossia King-Cat Comics di John Porcellino, di cui sta per uscire il #80 che gli abbonati si ritroveranno prontamente nelle loro case. E quindi diciamolo, soltanto chi si abbona ENTRO IL 31 DICEMBRE 2020 al Just Indie Comics Buyers Club potrà assistere allo scontro dell’Uomo-Pipistrello contro il Re-Gatto!

Ok, dopo il solito inizio trionfale vediamo di chiarire meglio le cose, soprattutto per chi non conosce questa simpatica iniziativa collegata al negozio on line di Just Indie Comics. E vado come al solito di copia e incolla, quindi chi già sa può anche saltare a piè pari quanto segue. Chi aderirà al Buyers Club entro il prossimo giovedì 31 dicembre riceverà uno o due fumetti ogni tre mesi, a seconda della tipologia di abbonamento scelto, e avrà inoltre diritto a uno sconto del 10% su tutto il materiale acquistato dal sito e ai festival (se ci saranno) nel corso del 2021. La prima spedizione sarà a fine gennaio, le successive ad aprile, luglio e ottobre.

Esistono due soluzioni per aderire al Just Indie Comics Buyers Club. La prima, quella più economica, costa 45 euro e dà diritto a ricevere un albo a trimestre, spese di spedizione tramite piego di libro ordinario incluse. La seconda, che invece è la versione estesa dell’abbonamento, consentirà di avere in ogni invio due fumetti, per un totale di otto albi annui, e costa 75 euro, con la spedizione sempre inclusa. Se invece della spedizione ordinaria preferite quella tracciata dovete aggiungerla nello shop on line, ovviamente con un inevitabile sovrapprezzo. I sottoscrittori LARGE riceveranno con il primo invio Bat-Man is Lost in a Woods di David Enos e King-Cat #80 di John Porcellino, mentre gli abbonati SMALL potranno scegliere uno tra i due fumetti. Ah, a dire il vero esistono anche altre opzioni, che sono destinate a chi vive fuori dall’Italia, ma solamente in Europa. In tal caso vi rimando alla pagina del Just Indie Comics Buyers Club 2021 Europe.

Gli altri fumetti verranno selezionati nel corso dell’anno, saranno in lingua inglese e pubblicati da piccoli editori nord-americani o europei, oppure autoprodotti. Come già successo nel 2020, tutti i fumetti saranno uguali per tutti, non ci saranno più variazioni di sorta. Questo mi permetterà di avere una maggiore cura nella selezione e soprattutto di evitare doppioni se già avete comprato qualcosa per conto vostro. Infatti prima di ogni spedizione gli abbonati riceveranno una mail che annuncerà i fumetti in via di spedizione, e se già li hanno acquistati potranno richiedere l’invio di un altro albo. Vi anticipo che comunque difficilmente ciò succederà, perché nel Buyers Club cerco di selezionare fumetti sempre nuovi e/o di difficile reperibilità, dicendo NO alle scelte scontate.

Potrete trovare degli spillati di piccolo o grande formato, volumi, volumetti, graphic novel, antologie, tabloid e così via, autoprodotti o pubblicati da case editrici più o meno piccole. Per darvi un’idea l’anno scorso gli abbonati del Just Indie Comics Buyers Club SMALL hanno ricevuto i seguenti albi: Sunday #1 di Olivier Schrauwen, Masquerade di Tana Oshima, The Driver di Isobel Neviazsky, The Puerto Rican War di John Vasquez Mejias. Oltre a questi gli abbonati LARGE hanno ricevuto: Code 3;5 di Lale Westvind, My Dog Ivy di Gabrielle Bell, Amateur Hour #1 di Chris Kohler e Living Nightmare di Pete Faecke.

Come vedete si tratta per lo più di materiale di nicchia, che vi costerebbe un occhio della testa comprare separatamente, tra spese di spedizione, dogana, ecc. ecc. Il Buyers Club serve appunto per fare “gruppo d’acquisto” e ordinare le cose tutti insieme, risparmiando sui costi e provando ovviamente – attraverso un paziente lavoro di ricerca – a tenere sempre alta la bandiera della qualità. Dunque non sventolate bandiera bianca e abbonatevi cliccando sul link qui sotto. E per qualsiasi altra richiesta, informazione ecc. scrivete a justindiecomics [at] gmail [dot] com e vedremo il da farsi. Dunque non esitate e fate subito il vostro (e il mio) gioco, che quest’anno c’è tempo solo fino al 31 dicembre!

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Un webshop sempre più ricco

Approfitto di questo spazio gentilmente offerto da me stesso per segnalarvi che nel negozio di Just Indie Comics trovate una trentina di titoli caricati negli ultimi giorni, tra nuovi arrivi, titoli del catalogo finalmente disponibili anche on line e addirittura libri “scritti”, ossia materiale non a fumetti: siamo così a quota 170 articoli, se non sbaglio un record per il negozio dalla sua nascita. Ma andiamo con ordine e cominciamo a illustrare brevemente le novità, come il #2 della pazzesca antologia made in San Francisco Tinfoil Comix (del #1, al momento esaurito, avevo parlato qui), il misconosciuto ma per me già cult A Different Sky di Samuel D. Benson (ci tornerò meglio in seguito) il settimo numero della fanzine Bubbles con interviste a Inés Estrada, María Medem e Jesse Jacobs e approfondimenti su Yoshiharu Tsuge e Gary Panter, i nuovi fumetti di quelli che ormai sono degli habitué da queste parti, ossia David Tea e Ian Sundahl, entrambi arrivati all’undicesima uscita delle loro serie Five Perennial Virtues e Social Discipline. Altro ritorno è quello di Pete Faecke, i cui fumetti avevo già portato in Italia un paio di anni fa direttamente dal CAKE di Chicago e che ora è di nuovo tra noi con il già visto gay western Pardners e soprattutto con due recenti albetti autoprodotti divisi a metà con A.T. Pratt (Wacky Western) e Drew Lerman (Detective!).

Da “Detective! Double Digest” il fumetto di Pete Faecke

This is Serious: Canadian Indie Comics è invece il catalogo di una mostra sul fumetto canadese che si è tenuta all’Art Gallery of Hamilton, con tavole di autori canadesi contemporanei e non, accompagnate da saggi di Jeet Heer e Peggy Burns. Dall’Italia arrivano invece Baby Gang di Diego Miedo e Pietra abbandonata di Tagliamani, su cui mi ero già soffermato qui. Dicevamo prima di Bubbles, e riprendo l’argomento per ricordarvi la presenza nel catalogo del #6, contenente un’intervista a Benjamin Marra condotta da Dash Shaw e anche un inserto con le prime sei pagine di Our Lord, My Master, graphic novel che Marra ha completato da tempo ma che è al momento ancora inedito (il perché lo scoprirete leggendo l’intervista). E a proposito di fanzine, ecco i primi tre numeri di Strangers, altra zine americana nata di recente, con interviste a Paul Kirchner, Geoff Darrow, Richard Corben, oltre ad articoli, recensioni e fumetti che rivolgono una particolare attenzione al passato più che al presente.

Dicevo poi del materiale “recuperato” dal catalogo, e cioè quei fumetti che prima ero solito portare ai festival ma che non avevo più caricato nel nuovo negozio su Big Cartel. Ebbene, sto cercando pian piano di metterne il più possibile on line, dato che i festival continuano a rimanere un’incognita. Per il momento trovate titoli a firma Antoine Cossé (di cui ho recuperato Showtime, mentre continua a essere disponibile anche The Train), Jakko Pallasvuo (Pure Shores), Julie Delporte (This Woman’s Work), Michael DeForge (con gli ormai rari e fuori catalogo On Topics e The Boy in Question), Etan Rilly/Hartley Lin con qualche numero del suo Pope Hats, e poi l’antologia giapponese Akkusu con un volume di difficile leggibilità ma senz’altro curioso che vede ospiti Archer Prewitt, Jason e Adrian Tomine, il settimo numero da tempo esaurito del magazine Nobrow, la collezione completa del Klaus di Richard Short edito da Breakdown Press, comprensiva dei tributi di autori come Alice Socal, Michael DeForge, Joe Kessler, Anna Haifisch, Lando ecc.

“On Topics” #1-2 di Michael DeForge

Visto che ci sono, ne approfitto per segnalarvi che prima dell’estate nella sezione Classix+Rare erano arrivate una serie di novità d’annata, come qualche Zap Comix e Weirdo, The Complete Dirty Laundry Comics di Aline Kominsky e Robert Crumb, il #2 dell’antologia Short Order Comix curata da Art Spiegelman e proveniente direttamente dal 1974. E concludo dandovi la notizia che ho da poco inaugurato la categoria Other Stuff, in cui spero di aggiungere pian piano materiale extra-fumettistico, alla faccia di “just” indie comics. Si inizia con un po’ di libri della seminale casa editrice milanese Shake (di cui è disponibile anche I fumetti del Prof. Bad Trip) e con due volumi della rivista/libro Re/Search dedicati alle fanzine. L’idea è quella di recuperare in giro materiale di difficile reperibilità legato al mondo della controcultura e dell’autoproduzione, con un occhio particolare a fanzine e riviste del passato che ho personalmente amato e che cercherò di far amare anche a voi.

E infine, stavolta per davvero, vi ricordo che tutte le spedizioni avvengono via corriere Sda e che basta inserire in fase di checkout il codice ITALIA50 per avere le spese di invio gratuite su tutti gli ordini dai 50€ in su.

La copertina di “Re/Search Zines!” vol. 1

JICBC pt. 4: “The Puerto Rican War” e “Living Nightmare”

L’ultimo capitolo del Just Indie Comics Buyers Club 2020 propone due autoproduzioni provenienti direttamente dagli USA. La prima, destinata a tutti gli abbonati, è The Puerto Rican War di John Vasquez Mejias, ovvero – come la definisce lo stesso autore – “la storia dei rivoluzionari portoricani del 1950 raccontata con la xilografia”. Poche volte sono stato così orgoglioso di presentare un fumetto del Buyers Club: The Puerto Rican War è un’opera che riempie gli occhi, frutto di una dedizione concettuale e pratica spaventosa. Se date un’occhiata a questo post sulla pagina Instagram di Mejias potrete ammirare l’importanza del lavoro in tutta la sua materiale meraviglia, potenziata dal fatto che le pagine sono ben 96. Siamo dalle parti del graphic novel più che dell’albetto autoprodotto, anche se l’aspetto artigianale è ben evidente nella rilegatura a filo rosso e nella qualità della carta, nera, sporca, tagliata senza l’uso di strumenti tipografici. Non è stato un albo facile da portare in Italia in grosse quantità, per la mole, i costi di spedizione e il momento particolare che stiamo vivendo, ma John si è messo a disposizione e mi ha dato una grossa mano. Un grazie a lui per aver reso la cosa possibile, oltreché per aver raccontato in modo così – passatemi il termine – “artistico” la storia di una rivoluzione da noi poco conosciuta, eppure che è un pezzo importante del colonialismo del ‘900. Ma come al solito quando si tratta del Buyers Club non scendo troppo nel dettaglio degli albi, lasciando agli abbonati la possibilità di godersi la lettura senza troppe anticipazioni.

Gli abbonati Large riceveranno insieme a The Puerto Rican War anche un altro albetto, ossia Living Nightmare di Pete Faecke, autore che avevo incontrato un paio di anni fa al CAKE di Chicago, portando in Italia alcune delle sue autoproduzioni. Proprio allora parlavo del suo lavoro come una rilettura costante (e spesso dissacrante) dei generi classici del fumetto americano, e Living Nightmare ne è ulteriore conferma, dato che questo mini guarda senza dubbio al materiale Ec Comics, riletto però in chiave esistenzialista e, per quanto possa sembrare strano, autobiografica. La prosa di Faecke è qui più che mai densa e si unisce a un aspetto grafico curatissimo, arricchito dalla stampa in risograph in blu e rosa. Sono solo 8 pagine ma vi assicuro che ne vale la pena. E se vi piace vi segnalo che trovate altri fumetti dello stesso autore tra le numerose novità del webshop di Just Indie Comics. Buona lettura dunque, e arrivederci al 2021 per una nuova edizione del Buyers Club.

“Pietra abbandonata” di Tagliamani

“Un signore interpreta il cattivo nella recita. Io interpreto una giovane ragazza. Il cattivo mi deve ammazzare. Mentre il cattivo mi spara io mi trovo dietro la scenografia. Dal pubblico nessuno vede nulla tranne il cattivo che stende il braccio e preme il grilletto. La folla sibila di paura e indignazione. Acchiappano il cattivo e lo portano a fare un giro dei bar. Già alle prime sorsate il vino dà alla testa”. Basta l’incipit per avere un’idea della prosa scarna e affilata con cui Marco Saccaperni in arte Tagliamani detta i tempi del suo Pietra abbandonata. Una prosa più che mai al presente, incalzante, che ti trasporta nell’azione e ti fa entrare senza troppe mediazioni nella testa della protagonista. I testi, a volte in corsivo e altre in stampatello, si accompagnano a disegni, scansioni di fotografie, fotocopie, collage vari. Ne viene fuori un libro unico nel suo genere, un brossurato formato A4 chiuso in una copertina arancione che a sfogliarlo rimanda contemporaneamente al futurismo e alle pitture rupestri, per quanto sia possibile un tale accostamento.

Per risparmiare tempo faccio raccontare la trama allo stesso autore: “Uno spettacolo teatrale finisce in linciaggio pubblico. Uno degli attori – una ragazza – lascia la città e raggiunge un paese di campagna dove è ospitata da un uomo. Il villaggio baratta merci con comunità straniere. Una banda di mercanti di carne di cervo minaccia l’equilibrio economico della comunità e assedia il villaggio. L’assedio consiste in cori da stadio. La ragazza si rifugia insieme ad altri abitanti nella casa dell’uomo che la ospita…”. Vi evito gli ulteriori sviluppi, che potrete scoprire da soli dato che il volume è disponibile nel webshop di Just Indie Comics. Vale invece la pena approfondire il come e il perché di questo libro.

Marco Saccaperni è un italiano classe 1980, nato in Umbria ma che al momento vive in Svizzera. Prima di Pietra abbandonata ha realizzato una versione illustrata dei Canti di Maldoror di Lautréamont. La storia nasce di pari passo con gli esperimenti grafici fatti dall’autore nel corso degli anni. Il testo è stato riprodotto su fogli A4 utilizzando in parte fotocopie di lettere di famiglia e in parte semplice scrittura. La parte in italiano è dunque tutta scritta a mano, mentre la traduzione in inglese è realizzata al computer. Quest’ultima è integrata nel libro in modo esemplare: non viene infatti riportata accanto all’originale, ma spesso trova spazio nelle pagine successive o precedenti, dando una sensazione di notevole organicità, come se il testo in inglese fosse un’altra delle componenti grafiche del volume. I disegni sono realizzati per lo più con Microsoft Paint. Il libro è stato stampato nel novembre del 2019 in una prima edizione limitata a 200 copie.

Avrete capito a questo punto che Pietra abbandonata è il tipico oggetto sui generis. Non un fumetto, più un libro illustrato che però travalica i confini dell’illustrazione stessa, perché il disegno non è sempre descrittivo, anzi è spesso quasi astratto, difficile da interpretare, slegato da ciò che leggiamo, come se le emozioni della storia sfociassero in un grafismo violento e primitivo. A volte il legame tra testo e disegno è sin troppo labile, e i testi – nella parte in cui i “cori da stadio” prendono il sopravvento – diventano più disegnati che scritti, e quindi di difficile interpretazione. Ma sono pecche secondarie, ciò che rimane alla fine della lettura è soprattutto la potenza della storia, che si dispiega secondo una logica tutta sua, e che arriva a dire qualcosa di importante su relazioni umane, conformismo e tradimento. E ci regala anche perle di saggezza come “Mostro amore e interesse puro / di questo, amico, puoi star sicuro / ma se all’empatia tu opponi un muro / io te lo ficco su per il culo”. Amen.

“Vision” di Julia Gfrörer

Non vi illudete, in questo libro non c’è né la Visione né Scarlet e forse si poteva già capire dal fatto che a pubblicarlo è Fantagraphics e non la Marvel. Non ci sono colori dunque, e nemmeno vendicatori, mutanti, Ultron, Tony Stark, Calabrone, Wonder Man, Tigra, Kang il Conquistatore, Korvac, Wasp, Costa Est e Costa Ovest. L’unica concessione al fantastico e al soprannaturale è uno specchio che parla, per il resto l’ambientazione è ottocentesca e realistica.

Già uscito a puntate in albetti autoprodotti, Vision è il terzo libro di Julia Gfrörer per la Fantagraphics, dopo Black is The Color del 2013 e Laid Waste del 2016. Confesso di non essere un grande fan di quei due libri lì. Per quanto la Gfrörer, cartoonist del New Hampshire classe 1982, abbia mostrato sin dall’inizio uno stile e una poetica originali, lontani dalle tendenze del fumetto alternativo contemporaneo, ho sempre considerato i suoi fumetti in qualche modo incompiuti. Con Vision la musica cambia, ovviamente in meglio. Innanzitutto il disegno, che come i precedenti lavori usa una griglia fissa di vignette: in Black is the Color erano 6, in Laid Waste 4, qui sono 9 e la scelta porta i suoi benefici, perché l’autrice rende meglio con le vignette piccole, che risultano più dettagliate e lavorate rispetto al passato. Il suo è un segno scarno, che sicuramente non fa gridare al miracolo, ma se nei lavori precedenti risultava a volte sin troppo sciatto qui è assai suggestivo nonché efficace, soprattutto nel rappresentare le diverse espressioni dei personaggi, quasi sempre ripresi in primo piano o comunque con inquadrature ravvicinate. E poi c’è la storia. Intensa, metaforica, pregna di contenuti, evita il facile escamotage del finale aperto e si compie nella sua interezza lasciando al tempo stesso tante domande sulle motivazioni dei personaggi che la animano.

La protagonista è Eleanor, che ha perso il fidanzato in guerra e ora è rimasta sola, tanto da dover dividere la pur grande casa con il fratello Robert e sua moglie Cora, gravemente malata. Le dinamiche tra i tre sono il fulcro della vicenda. Ma oltre a ciò che accade nella realtà, c’è una dimensione ulteriore e fondamentale nel libro, ossia quella della “visione” appunto. Già in apertura vediamo uno specchio parlare alla protagonista, lusingarla, sedurla, e poi pian piano convincerla a spogliarsi e a masturbarsi. Se è illusione o realtà non è dato saperlo e non è questo il punto, ciò che è certo è che lo specchio spinge Eleanor a considerare la propria sessualità, ad affermare se stessa, a mettere in discussione la realtà familiare a cui le circostanze (e il fratello) l’hanno costretta. A guardarsi, insomma. Un’ulteriore svolta avviene dopo un intervento alla cataratta, che cambierà ulteriormente la sua “visione” delle cose, portandola ad attraversare lo specchio, a uscire dalla sua cameretta e dal suo solipsismo fino a farsi regalare un orgasmo in carrozza dal suo medico, il dottor Bishop. Ma il mondo della Gfrörer è nero e spietato, e non facilmente consolatorio. La ribellione della donna – particolarmente significativa vista la realtà ottocentesca in cui vive – per quanto potente e simbolica non è una facile marcia verso il riscatto e la felicità. L’abisso è sempre dietro l’angolo nei fumetti della cartoonist statunitense, ed è un buco nero popolato di demoni interiori.

Ricco di spunti quanto affilato nello storytelling, Vision è un fumetto di 89 pagine che nella sua relativa brevità riesce a dire anche troppo: senz’altro una delle cose migliori – se non proprio la migliore – lette finora in questo strano 2020.

“Tinfoil Comix” #1

(English text)

Arriva da San Francisco una nuova antologia piena di autori sconosciuti ai più e che vince senza troppi problemi il confronto con simili iniziative ben più blasonate. Da un bel po’ non mi capitava di vedere una tale combinazione di talento, stranezza, urgenza e lucidità al tempo stesso: quasi tutti gli autori di Tinfoil Comix sanno cosa fare e come farlo, hanno qualcosa da dire e non hanno il tappo sulla penna. I fumetti mostrano temi e stili disparati ma hanno significativi punti in comune. Il primo che viene in mente è soprattutto uno sguardo altro al mondo, esemplificato in modo più diretto da una tavola di Jade Mar, in cui si legge: “Everything was one/We ate things/We farm things/We wait in lines/We advance/Were all these screens always here?/I’ve moved into this cave. The rent is incredibly affordable and/I feel at home”. I disegni sono semplici, indie ma quasi infantili. Lo stesso autore rincara la dose qualche pagina più tardi: “I can only tell a story from my perspective/I could try to tell one from yours but/I don’t think it would feel right”.

Tinfoil fa questo, racconta storie dal punto di vista degli autori, e se questo è ovviamente vero per tutto è particolarmente vero qui, perché sono prospettive definite, forti, crude, decise. Prospettive diverse dal comune, spesso influenzate dall’uso di droghe o farmaci come nel contributo un po’ retrò di Fried Feet messo in apertura, oppure che descrivono stati alterati raggiunti attraverso la sofferenza, come nel caso delle potentissime cinque pagine a firma Virgil Warren dedicate al Subcomandante Marcos. L’arte di Warren è fatta di spesse linee nere che scalfiscono i colori creando un effetto anni ’70 che ben figurerebbe in un fumetto della linea All Time Comics.

L’impaginazione a volte non è perfetta e si mangia i bordi della storia di Hope Kogod (e anche di qualcun’altra) ma poco importa. Le due pagine si aprono in verticale e sembrano quasi un poster, e alla fine Hope ricorda: “It’s 2020, I deleted Instagram, email me”. In effetti quelli di Tinfoil fanno le cose vecchia maniera, tanto che on line si fa fatica a trovare le loro tracce. Più che di virtuale qui si parla di reale, e infatti sono tante le storie a tema urbano, come le quattro pagine di Nick Fowler con soluzioni alla Bill Sienkiewicz o il coloratissimo fumetto di Jeremy McBrian che guarda ai graffiti e ai videogiochi. E colorate sono anche le pagine di Floyd Tangeman, che per non dare niente per scontato ricorda: “This comic reads from left to right”.

E’ evidente che questi autori non guardano soltanto al fumetto contemporaneo come punto di riferimento, anzi, l’approccio è spesso naif, quasi da outsider art. Le conseguenze sono rigeneranti, perché finalmente non ci ritroviamo di fronte alla copia della copia di turno, che sia di Olivier Schrauwen, di Jesse Jacobs o di Tara Booth. L’impressione è che i signori Tinfoil abbiano altro da fare, piuttosto che starsene a casa a leggere l’ultima uscita di Fantagraphics. E da queste pagine scaturisce proprio questo, un’incredibile inarrestabile irresistibile voglia di FARE. In tal senso Olga Corcilius scrive il manifesto perfetto utilizzando dei semplici pennarelli colorati: “Instead of drawing just write a novel/Instead of writing a novel just piss in the snow”. E il disegno appare sul bianco, una faccina bianca fatta di pipì. Siamo di fronte a una nuova rivoluzionaria generazione di autori? L’impressione è questa, e speriamo che i numeri successivi (il secondo è già alle stampe) ci diano qualche conferma.

I fumetti si succedono uno dopo l’altro, c’è solo una lista di cartoonist in ordine di apparizione all’inizio ed è compito nostro capire dove finisce uno e inizia l’altro, un po’ come usava fare Sammy Harkham nei vecchi Kramers Ergot. Sul finire arriva un certo Lemonhed, che esteticamente fa una roba alla E.A. Bethea, che chi segue questo sito avrà presente: vignette piccole, quadrate, che alternano immagini e solo testo, con un disegno in bianco e nero tendente allo scarabocchio.

Se il paragone con la Bethea funziona a livello di modus operandi, ci sta meno per quanto riguarda i testi, che non sono a modo loro poetici come quelli dell’altra ma piuttosto nervosamente autobiografici, pur non riuscendo a mantenere un punto in particolare. La scrittura divaga, si scompone in semplici lettere o in serie numeriche, fino a quando l’autore confessa: “So heres the thing the year is two thousand and nineteen I was gonna do my laundry but instead I/ took some Adderal and decided to make this comic so that maybe I can figure some things out”. Il fumetto diventa una terapia, e forse Tinfoil Comix è una terapia per tutti noi, abituati a contenuti che non ci fanno più sgranare gli occhi. Qui, invece, si sta con gli occhi spalancati dall’inizio alla fine.

Tinfoil Comix è creato e curato da Floyd Tangeman, che è anche l’editor della rivista insieme a Virgil Warren. Qualche copia del #1 è disponibile nel webshop di Just Indie Comics. Buone visioni.

“Cowboy” di Rikke Villadsen

Dopo la traduzione di The Sea, fumetto del 2011 giunto un paio di anni fa negli USA, Fantagraphics arricchisce il suo catalogo con la traduzione di Et knald till della danese Rikke Villadsen, uscito in Danimarca nel 2014. Già The Sea aveva stupito per forma, contenuti, temi. In quelle pagine un vecchio pescatore con velleità da marinaio trovava in mare un pesce parlante e un neonato. Nel frattempo, a riva, una giovane donna metteva in scena un rito di fertilità. C’era qualcosa di misteriosamente ancestrale in The Sea, come poche volte capita con efficacia nei fumetti contemporanei e com’era capitato, per esempio, in The Amateurs di Conor Stechschulte (in italiano I dilettanti, 001 Edizioni). La rappresentazione era totalmente teatrale. Cowboy conferma questa dimensione da palco dei fumetti della Villadsen, che potremmo definire teatro disegnato. Pochi personaggi, un set ben delimitato, abbondanza di monologhi. E poi metanarrazione, realismo magico, rilettura dei generi. Questa volta spetta al western, territorio tradizionalmente maschile: la Villadsen non si limita a ribaltarlo, mettendo in scena un personaggio femminile (come accadeva in Coyote Doggirl di Lisa Hanawalt), ma lo deforma, lo espone alle intemperie, lo modella a suo piacimento. Come aveva già fatto, da tutt’altra angolazione, Christophe Blain nel suo magnifico Gus.

Da The Sea è passato qualche anno, e si vede. Se quel libro era potentissimo a livello narrativo e concettuale, meno lo era dal punto di vista estetico. Le matite della Villadsen mostravano qualche indecisione di troppo, con dei passaggi frettolosi rispetto ad altri più definiti e riusciti. Qui, invece, l’aspetto grafico è decisamente compiuto: le pennellate blu disegnano corpi carnosi, rugosi, voluttuosi. La scena di sesso tra The Smoker e The Whore è impressionante per ricchezza di dettagli. Come avrete intuito, i personaggi non hanno nome in Cowboy ma soltanto ruolo: oltre ai due già citati, ci sono The Wanted, The Sheriff, The Coward e soprattutto The Window. Sì, “la finestra”, non “the widow” ossia la vedova. Le donne sono tutte “finestre” nei western, stanno lì a guardare. Ma lei no, vuole fare la rivoluzione, come Sissy in Even Cowgirls Get the Blues di Gus Van Sant. E poi avete pensato che i “buchi” aperti dalle pallottole sui cadaveri sono l’equivalente di una vagina e dunque una rappresentazione di potere? Il tema centrale del libro è proprio questo, tanto che i personaggi maschili si esprimono solo attraverso frasi tratte dai film di Sergio Leone e soci. Intanto la gente inizia inspiegabilmente a levitare, i manifesti parlano e i corpi cambiano sesso.

Della trama meglio non dire troppo, anche perché non è fondamentale. Cowboy non ha un inizio e una fine, è un fumetto senza capo né coda nel miglior senso possibile, tanto che quando lo finisci la prima volta te lo rigiri tra le mani per capire bene cosa hai letto: un libro queer potremmo dire, viste anche le tematiche trattate e le vicende che vi si svolgono. E’ pieno di spunti, fa pensare, provoca, di tanto in tanto racconta, è concettuale ma non si prende sul serio, non è perfetto e non ha intenzione di esserlo. Cowboy non è un graphic novel. Evviva Cowboy.