Facciamo il punto su Kevin Huizenga/2

Continua il “punto” su Kevin Huizenga con un post che riassume brevemente le opere fondamentali della bibliografia dell’autore. Tralascerò per ora Il fiume di notte, che sarà oggetto di un pezzo tutto suo. Se l’avete persa potete leggere qui la prima parte di questo speciale. Via!

Gloriana – Ci eravamo lasciati qualche giorno fa parlando di Supermonster. Proprio sul quattordicesimo e ultimo numero della serie – datato 2001 – viene pubblicata Gloriana, la prima storia lunga di Huizenga e quella che definisce il suo inconfondibile stile. Sono passati pochi mesi da Supermonster #13 ma tra i due mini-comic c’è un abisso creativo. Se il numero precedente mostrava un autore ancora alla ricerca della sua voce, questo fa conoscere al mondo un cartoonist maturo, capace di arrivare al capolavoro a soli 24 anni. Sicuramente in questo cambiamento hanno avuto una grossa influenza, almeno da un punto di vista estetico, le strip che Huizenga leggeva in quel periodo, da Gasoline Alley a Thimble Theatre passando per Krazy Kat. La linea che prima era grezza e indecisa si è fatta sottile ed elegante. I dialoghi non alternano più balloon classici e totale assenza degli stessi ma vengono rappresentati costantemente con nuvolette rette da una sottile linea tremolante, quasi invisibile (alla Gasoline Alley, appunto). Anche nei contenuti possiamo notare un notevole passo in avanti, sollecitato con tutta probabilità dalla lettura dei fumetti di Chris Ware, già rielaborati in chiave del tutto originale. L’importanza di Gloriana è rafforzata dalla definitiva centralità del personaggio di Glenn Ganges, everyman alla Charlie Brown con una certa somiglianza con il Flakey Foont di Crumb e al tempo stesso alter ego utilizzato da Huizenga per abbandonare l’autobiografia pura e abbracciare una narrazione più complessa. Glenn assomiglia solo in parte al suo creatore, perché se da una parte ne riflette vicende personali, passioni e interessi, dall’altra se ne differenzia in alcuni aspetti fondamentali (non è un fumettista, tanto per fare un esempio). La storia, organizzata in capitoli più o meno lunghi che formano un discorso unico, si sviluppa in modo tutt’altro che lineare, con una scansione che segue un filo logico piuttosto che la mera cronologia. Per lunghi tratti siamo spettatori della vita di un uomo qualunque, che ritorna a casa dopo aver fatto la spesa, parla con la moglie incinta, assiste alla nascita del figlio, vive da solo (è il passato? oppure ha immaginato moglie e figlio?), chiacchiera al telefono, va in biblioteca. Nel frattempo, accanto alle piccole cose quotidiane, si muovono i grandi fenomeni della natura. Mentre è in biblioteca Glenn assiste al tramonto e da lì prendono forma una serie di vignette che rappresentano le sensazioni del protagonista di fronte al calar del sole, con tanto di paginone apribile al centro dell’albo a mostrare questa gigantesca tavola.

Nella parte finale c’è invece il tema della contrapposizione tra religione e scienza, tra irrazionale e razionale. I vicini stanno guardando una strana luna rossa pensando che sia un segno di Dio, e così Glenn gli dà la spiegazione scientifica del fenomeno, aprendo così la prima delle lunghe digressioni teoriche della bibliografia di Huizenga. Ad accompagnarla non ci sono più disegni in libertà ma veri e propri diagrammi. Si completa così la reazione ai fenomeni della natura – che siano rappresentati dal tramonto o dalla luna rossa – sotto i diversi aspetti dell’esperienza umana: percettivo ed emotivo (Glenn in biblioteca), religioso (i vicini), scientifico (ancora Glenn). Dopo Supermonster #14, questa storia è stata ristampata in una versione leggermente modificata dall’autore in Or Else #2 (2005) e nel volume Gloriana (2012), entrambi pubblicati da Drawn & Quarterly.

Maledizioni – Raccolta uscita nel 2006 sia per Drawn & Quarterly (con il titolo Curses) che per Coconino, Maledizioni mette insieme cinque storie con protagonista Glenn Ganges. La prima è Green Tea (2002), tratta dall’omonimo racconto di Le Fanu e pubblicata originariamente su Orchid, volumetto che conteneva adattamenti a fumetti di storie della letteratura vittoriana, a cura di Ben Catmull e Dylan Williams ed edito da Sparkplug Comics. La vicenda di un prete ossessionato dalla visione di una scimmia viene inserita da Huizenga all’interno di una cornice con protagonista Glenn Ganges. Seguono le tre storie realizzate per Drawn and Quarterly Showcase #1 (2003), tra cui spicca un altro adattamento, ossia 28th Street, una versione della fiaba dell’orco con le penne riletta da Italo Calvino in Fiabe italiane e in cui il protagonista va a caccia della penna “magica” non per guarire qualcuno ma per favorire la fertilità sua e della moglie. Il volume si chiude con l’unica storia a colori del lotto, Jeepers Jacobs, vista su Kramers Ergot #5 (2005) e con protagonista un professore di teologia. Il volume è la summa del fumetto di Huizenga, un flusso di parole e immagini libero da ogni imposizione, in cui si alternano temi, generi, registri, tecniche narrative. Green Tea e 28th Street sono tra gli apici raggiunti dall’autore, due dei suoi pezzi migliori di sempre. Sono invece meno entusiasta di Jeepers Jacobs, che ha delle trovate paradossali divertenti (Glenn Ganges visto come miscredente al pari di Hitler, Bin Laden, Giuda e Bertrand Russel, tanto per dirne una) ma che è più ordinaria ed eccessivamente pedante in alcuni passaggi teologico-filosofici.

The Wild Kingdom – Detto che le TRE opere fondamentali per conoscere Huizenga sono Gloriana, Maledizioni e Il fiume di notte, è impossibile non citare in questa sede anche The Wild Kingdom, forse il suo libro più criptico, quello che più degli altri avanza per suggestioni e spunti, come se stessimo ascoltando una suite o anche un lungo pezzo post-rock, con i suoi momenti di quiete e le esplosioni, i leitmotiv, le pause, le digressioni. Non ci troviamo di fronte a una narrazione tradizionale nel senso del termine, anzi, The Wild Kingdom è a tutti gli effetti un saggio. Lunghe sequenze mute si alternano ad approfondite riflessioni del tutto prive di immagini, come nel caso dei brani tratti da La vita delle api dello scrittore belga Maurice Maeterlinck, premio Nobel per la letteratura nel 1911. Soprattutto nella prima parte Huizenga cerca l’improvvisazione, si lascia andare al flusso dei pensieri e del disegno, all’associazione d’idee. Gli stacchi tra una vignetta e l’altra sono spesso netti, ed è il lettore che ha il compito di riempire gli spazi. In alcune tavole lo stile è meno ricercato del solito, con linee corpose e pochi dettagli. Il tema dei diversi capitoli che compongono The Wild Kingdom è la natura e l’impatto che l’uomo ha su di essa. Ma l’accento non è tanto sull’inquinamento o sulle crudeltà che gli esseri umani infliggono al regno animale (e vegetale), quanto sulla limitatezza dell’uomo stesso. Huizenga sembra ricordarci in queste pagine che se a noi sembrano piccoli e insignificanti gli animali e le piante, ancor più piccoli siamo noi esseri umani davanti al corso della natura e all’immensità del cosmo. E a rimetterci in riga c’è un finale apocalittico, in cui il “regno selvaggio” si prende la sua involontaria ma spietata rivincita. Una prima versione del fumetto è stata pubblicata in Supermonster #12 (2001). La versione estesa, come la conosciamo oggi, è uscita prima su Or Else #4 (2006) e poi nel volume cartonato The Wild Kingdom (2010), entrambi editi da Drawn & Quarterly.

Or Else – Con Supermonster, di cui ho già parlato, e Ganges, di cui parlerò dato che è stata in gran parte raccolta ne Il fiume di notte, Or Else è l’altra serie fondamentale quando parliamo di Kevin Huizenga. Si tratta di cinque comic book di diverso formato pubblicati da Drawn & Quarterly tra il 2004 e il 2008 con l’intento di riproporre alcune storie difficilmente reperibili dell’autore, in buona parte ritoccate e rivisitate, insieme a materiale inedito. Or Else #1 contiene una nuova versione di NST’04 da Supermonster #11, Chan Woo Kim leggermente modificata rispetto a Supermonster #9, l’inedita Jeezoh e una tavola della serie muta Fight Or Run, che aveva debuttato sull’antologia Blood Orange di Fantagraphics. Or Else #2 è la riproposta, con qualche leggera correzione, di Gloriana da Supermonster #14. Il #3 mette insieme March 6, 1999 e Al and Gertrude da Supermonster #12, Phone Story #4 e I Stand Up for Zen da Supermonster #13, più l’inedita A Short Stroll tratta dai diari di Kafka. Come già detto sopra Or Else #4 è la versione estesa di The Wild Kingdom, mentre il #5 è il primo con materiale totalmente inedito, tra cui spicca la prima parte di Rumbling, adattamento di una delle storie di Centuria dell’italiano Giorgio Manganelli. Nonostante i piani ambiziosi di Huizenga (nell’ultima pagina dell’albo c’era il sommario dei successivi numeri di Or Else fino al… 24), il #5 rimarrà l’ultimo. Per gli aficionados segnalo che la prima parte di Rumbling è stata riproposta dall’autore in un albetto autoprodotto stampato su carta verde. La storia ha avuto anche un seguito, prima con Rumbling #2 e poi in appendice a Ganges #6. E per la precisione vi segnalo che Huizenga ha inaugurato nel 2018 una nuova serie spillata e di grande formato, di cui è uscito finora solo il #1. Autoprodotta ma distribuita nel circuito delle fumetterie da Drawn & Quarterly, Fielder è in un colpo solo l’erede di Or Else e Ganges.

Facciamo il punto su Kevin Huizenga/1

La pubblicazione italiana di The River at Night per Coconino Press (Il fiume di notte, 216 pagine, 27€) mi dà l’occasione per fare il punto su Kevin Huizenga. In realtà stavo pensando da un bel po’ di tracciare un profilo di questo autore, a me caro innanzitutto per la qualità dei suoi fumetti, ma anche perché lo seguo praticamente dagli esordi, ossia dai tempi di Supermonster, il suo primo mini-comic autoprodotto. Ma anno dopo anno l’idea di scrivere un articolo approfondito su di lui è sembrata sempre più complessa, vista la mole di lavoro che ha prodotto, le diverse versioni esistenti delle sue storie, le collaborazioni ad antologie e riviste, i numerosi e complessi spunti offerti dalla sua opera. Insomma, se io lavorassi a Just Indie Comics nella vita non avrei problemi a mettermi lì e dedicare mesi all’analisi dei fumetti di Kevin Huizenga, ma dato che non è così che mi guadagno da vivere e che anzi, non solo nessuno mi paga per scrivere questa roba qua, ma sono addirittura io a pagare (il dominio e il server, almeno), e che oltretutto non ho nessuna particolare qualifica per scrivere di fumetti se non il fatto di essermi conferito da solo l’autorità di farlo, insomma, per tutti questi e anche altri motivi facciamo il punto su Huizenga così come viene, un po’ a casaccio. Anche perché per scrivere queste righe nemmeno mi sono riletto tutto tutto, che se mi metto a ripassare tutti i suoi fumetti, tutte le sue interviste, tutte le sue collaborazioni addio, rischio di morire prima. Quindi ok, cerchiamo di inquadrare l’autore senza troppe smancerie citando almeno le sue opere principali. Non mi perderò troppo nelle descrizioni, dandovi piuttosto riferimenti, spunti e qualche opinione. Anche perché le descrizioni hanno rotto, meglio leggersi i fumetti piuttosto che le descrizioni degli altri, che poi il più delle volte si riducono ai soliti dieci aggettivi (delicato, inquietante, bizzarro ecc. ecc.). E io ho da tempo dichiarato guerra agli aggettivi (pur essendone spesso vittima, ahimè).

In questo primo post darò un’occhiata agli inizi della carriera di Huizenga. Nel prossimo cercherò invece di darvi una piccola guida alle sue opere principali. Nel terzo cercherò di sintetizzare – cosa piuttosto complicata – i temi fondamentali dei suoi fumetti. Nel quarto parlerò invece de Il fiume di notte. In un quinto post raccoglierò note e curiosità. Saranno tutti flash, brevi excursus su un autore che meriterebbe un libro piuttosto che le mie poche e scombinate parole. Ma accontentiamoci, su.

Il mio primo fumetto di Kevin Huizenga è Supermonster #10, datato 1999. Ricordo chiaramente di averlo comprato sul sito Uss Catastrophe, lanciato proprio in quell’anno sotto forma di blog da Ted May e Warren Craghead per presentare il loro lavoro e quello di amici e cartoonist affini. Il negozio partirà qualche tempo dopo, curato proprio da Huizenga e successivamente da Dan Zettwoch, e probabilmente anche io ordinai quel Supermonster non al momento dell’uscita ma successivamente, forse nel 2002, dato che mi ritrovo anche Supermonster #13 e Supermonster #14, nonché il #3 dell’antologia autoprodotta Impossible. Tutta roba stampata tra il 1999 e il 2002, appunto. Certo, questo non spiega perché non ho Supermonster #11 e #12. Forse erano esauriti? E chi lo sa. Fatto sta che questi primi numeri di Supermonster sono perfetti per dare qualche cenno biografico sull’autore. Ci aggiungerei anche Walkin’ da Supermonster #7, che si poteva leggere gratis su Uss Catastrophe (insieme ad altre storie più o meno dello stesso periodo) e che con il noto trucchetto di viaggiare nel passato di internet potete riscoprire qui. Vi ritroviamo lo stesso Huizenga che dopo aver trascorso la notte in una nuova casa cammina per i sobborghi. La passione per la natura, che poi diventerà passione per la scienza in grado di spiegare i meccanismi della natura, è già evidente per come il nostro si concentra su piante e giardini. E poi casette, strade, pali e cavi della luce, animali, in un fumetto dominato dalla contemplazione della realtà circostante, in cui succede poco, anzi niente. O forse tutto, dato che nelle ultime tavole il panorama viene disturbato da una sorta di rumore grafico finendo per diventare astratto e alla fine l’autore/protagonista si identifica con un bambino che gioca in un parco, anticipando modalità espressive e temi – soprattutto il dualismo tra particolare e universale – tipici di tutta la sua opera. Se non sbaglio con le date, l’ambientazione dovrebbe essere a Grand Rapids nel Michigan, dove Huizenga, classe 1977, si era trasferito per studiare al college dopo essere cresciuto a South Holland, un sobborgo di Chicago popolato soprattutto dai discendenti degli immigrati olandesi e situato nella zona di confine tra Illinois e Indiana (per gli amici Illiana). Walkin’ è ambientato nella tarda estate del 1997 ed è datato 1998. E non è niente male per un 21 enne, anzi.

A un certo punto di Walkin’ si legge: “Didn’t go to church this morning”. Essì, il giovane Huizenga era religioso e in effetti il college di Grand Rapids dove studiava filosofia e – in un secondo momento – arte era una scuola cristiana. La sua formazione è infatti tutt’altro che alternativa. “Ho iniziato ben lontano dalla cultura DIY o punk – racconta in un’intervista rilasciata a The Comics Journal nel 2014 – in un sobborgo abbastanza tradizionale e cristiano. Ero ancora troppo spaventato e mi sentivo come il tipico bravo ragazzo cristiano, tanto che pensavo di non poter avere a che fare con i tipi punk o con gli artisti. Stavo in un territorio di mezzo, e ancora mi sento così, in un certo senso”. Il retroterra religioso era così importante che Huizenga meditava addirittura di farsi prete. “Penso che mi attirasse l’idea di scrivere prediche ogni settimana – racconta nella stessa intervista – come se fossero una specie di sfogo creativo. Ma poi realizzai che non ero tagliato per quella vita, anche se ero ancora molto serio e convinto a proposito della mia fede cristiana al tempo”. Che questa idea fosse reale nella testa del giovane Kevin e tra i suoi familiari è testimoniato da Supermonster #10, sottotitolato Like Pure Being, che nel suo piccolo formato 14×11 cm scarsi e una copertina che è ancora cartolina dei tipici sobborghi USA adatta una lettera della nonna dell’autore. “Kevin I really think you should go to the Seminary – leggiamo – I think you’d make a good preacher. There is a real shortage of preachers in the denomination. We need them”. Ma, come già sappiamo, i piani della nonna di Kevin verranno rovinati, dato che il nostro dedicherà la sua vita ai fumetti più che a Cristo & Co.

Saltiamo a questo punto a Supermonster #13. All’interno vi troviamo I Stand Up for Zen, in cui l’autore/protagonista è ancora a Grand Rapids, colto subito dopo la fine del college, mentre lavora nel settore marketing di un distributore di oggettistica. E infatti tutta la storia è incentrata sulla sua riluttanza a definire un dozzinale braccialetto con la descrizione fornitagli dai suoi capi, ossia “fashionably zen”. Tra la realizzazione del fumetto e la pubblicazione dell’albo Huizenga lascia Grand Rapids per trasferirsi a St. Louis nel Missouri, dove grazie al collega fumettista Ted May aveva trovato lavoro come designer presso la Xplane, una “visual thinking company” specializzata nel creare rappresentazioni grafiche di vari prodotti (soprattutto software). “I moved to St. Louis this summer and everything was new and blowing my mind” leggiamo infatti a pag. 1 del mini. Siamo nel 2000 per la precisione, e Huizenga si trova molto bene a St. Louis, tanto che ci rimarrà per 15 anni. A lavoro incontra la sua futura (ma ormai ex) moglie, e nel tempo libero inizia la sua prima storia lunga, intitolata Gloriana, che occupa tutto il #14 di Supermonster, l’ultimo della serie, e che ha come protagonista non più lo stesso autore ma il personaggio/alter ego che lo accompagna ancora oggi, Glenn Ganges. Ma di Gloriana, e delle altre opere fondamentali della bibliografia di Kevin Huizenga, parlerò nel prossimo post.

Mettere il corpo sulla pagina/2

Si conclude il saggio di Alessio Trabacchini tratto da Prendere posizione. Il corpo sulla pagina, catalogo del festival BilBOlbul 2020 che è possibile acquistare a questo link. Qui trovate invece la prima parte dell’articolo. Buona lettura.

Phoebe Gloeckner, Autoritratto con pemphigus vulgaris (1987)

 

Costruire, distruggere, sognare

La centralità della presenza corporea, l’utilizzo autoterapeutico della narrazione disegnata e un esempio particolarmente consapevole ed efficace dell’uso della self-deprecation come strumento di affermazione di sé. Queste caratteristiche distinguono l’opera di Kominsky-Crumb da quella di molte tra le iniziali compagne di strada, dove la questione del corpo viene nondimeno consapevolmente affrontata, ma con diversi esiti. Le eroine disegnate da Trina Robbins (analogamente a quelle reali da lei studiate) hanno l’obiettivo di riposizionare le donne sul piano del fumetto. Si tratta per lei di lavorare su figure tipiche, rinnovare i miti. Più che distruggere gli stereotipi, l’intenzione sembra quella di farli slittare verso archetipi utili a un percorso di emancipazione.

Melinda Gebbie (1937-), per fare un altro esempio, condivide alla base il programma di Robbins per un rinnovamento della figura femminile in chiave mitica, ma ne sposta il campo dalla luce piena della collega a un territorio di lampi e tenebre, il campo di un desiderio incontrollato e di un disordine famelico. Il corpo ritorna con prepotenza, mentre in Robbins appare come depurato, ma l’intento dell’apollinea Robbins e della dionisiaca Gebbie rimane la creazione di modelli femminili forti, che attacchino frontalmente la tradizione patriarcale del fumetto. La via di Kominsky-Crumb è inizialmente marginale e marginalizzata – a chi può interessare la vita privata di una ragazza qualsiasi, per di più mostrata in quel modo? – , ma diventerà la strada maestra del graphic novel e, in generale, del fumetto non seriale.

Già nella generazione immediatamente successiva, diverse autrici seguono la direzione tracciata da AKC, come Dori Seda (1951-1988), giunta al fumetto dalla pittura e dalla scultura. Nel suo caso, è il gesticolare ampio e disarmonico della protagonista che scuote uno stile grafico piuttosto tradizionale, con i contorni definiti, le ombre portate e un realismo mimetico solidale con la sintesi del cartoon. Il gesto caricato dona qui la misura emotiva del fumetto, ma diventa anche spesso il principio ordinatore della tavola, che sembra assemblarsi attorno ai movimenti della protagonista, sempre in scena. In altre parole, è il corpo che regola (non subisce) caoticamente lo spazio. Sincera provocazione e divertimento esibizionistico che nelle ultime storie assumeranno una direzione chiaramente politica, dove la sincerità risiede in una disponibilità dialogica verso il lettore, disponibilità che si manifesta nelle parole, ma che comincia proprio nel disegno. Qui, il mimetismo dettagliato di Seda si allontana dalla brutalità grafica di Kominsky-Crumb come dal grottesco armonico e rifinito di Crumb per affidarsi a un gesticolare inquieto, sempre in sovraccarico di energia vitale e autodistruttiva: la conquista dello spazio come guerra e come gioco.

Dori Seda, Cleanliness is next to dogliness!!, Weirdo #18 (1986)

Phoebe Gloeckner (1960-) arriva al fumetto molto presto, negli anni della sua traumatica adolescenza. Contemporaneamente, si dedica all’illustrazione medica, che diventa nelle sue mani un esercizio di crudeltà grafica praticato sulla forma e le funzioni del corpo, specificatamente femminile. Nelle illustrazioni per La mostra delle atrocità di James Ballard (RE/Search, 1990), la presunta asetticità dei corpi in sezione accoglie azioni di natura sessuale: erotismo disturbante e ironia freddissima che si accompagnano bene alle suggestioni ballardiane, ma spingono oltre. L’Autoritratto con pemphigus vulgaris (1987) che apre Vita da bambina, esposizione dei traumi vissuti durante l’infanzia e l’adolescenza, vale come prefazione. Porta in collisione i due sguardi oggettificanti sul corpo femminile – dell’arte e della scienza – dirigendo l’attenzione, con un close-up della pustola, sul disgusto. E, mentre mima gli occhi chiusi, se ne prende gioco con un ambiguo sorriso che confonde il dolore con l’ironia.

La malattia è il mezzo della rivolta, e Phoebe Gloeckner ha definito la pratica autobiografica da lei utilizzata come un processo di autodistruzione, contestando l’identificazione con il suo alter-ego Minnie e descrivendolo piuttosto come un processo di sostituzione: “The process is destructive – I must die so that Minnie can live”. La cura (attraverso l’arte) e il sacrificio (per l’arte?) si trovano così in sovrapposizione, mettendo in dubbio la funzione salvifica del racconto sul piano narrativo, ma soprattutto su quello visuale, dove la deformazione cartoonesca innestata su un illusionismo quasi fotografico, la focalizzazione oscillante e l’alterazione delle proporzioni rendono incerta la mappatura del corpo e disorientano lo sguardo e la lettura. L’autobiografia disegnata prenderà, in generale, altre e più comode direzioni.

Nell’opera della canadese Julie Doucet (1965-), una delle fondamentali figure-ponte tra l’eredità dell’underground e l’attuale dominio dell’autofiction, si fondono suggestioni americane e francofone. Nella serie di albi Dirty Plotte, che raccoglie le sue storie dal 1988 al 1998, Doucet mescola comicità e angoscia, volgarità ostentata e una malinconia sottile che avvolge le cose. Anche in questo caso un’influenza crumbiana può sembrare evidente, tanto da portare la storiografia (che spesso nasconde una sorta di criptomaschilismo dietro il nazionalismo palese) a oscurarne altre non meno limpide e chiarificatrici, come, per citarne una, le visioni della francese Nicole Claveloux. In ogni caso, al di là delle fonti d’ispirazione, il percorso di Doucet dalle prime autoproduzioni fino al proclamato abbandono del fumetto – dunque tra la fine degli anni Ottanta e i primi Duemila – ha portato il linguaggio in territori inesplorati. Il suo approccio al racconto di sé – mosaico di intimismo, provocazione, onirismo e fantasticheria – offre una mappatura del corpo e delle sue opzioni profonda e articolata (per approfondire: Anne Elizabeth Moore, Sweet Little Cunt, Uncivilized Books, 2018).

Generalizzando un po’ brutalmente, l’autobiografia confessionale può essere orientata dalla ricerca dell’identità o dall’affermazione del desiderio: l’una definisce l’altro o viceversa. Doucet sembra scegliere la seconda opzione: Julie attraversa il quotidiano, l’onirico e il simbolico venendo volta per volta ridefinita dal contesto e dalle sue azioni, il genere e il sesso vengono continuamente messi in questione, con l’alter ego disegnato dell’autrice che sperimenta a più riprese l’opportunità di avere un pene, oppure si diverte a scompigliare gli stereotipi della mascolinità. Ma è anche il piano della realtà a essere instabile: uno spazio sporco e rigoglioso, ora confortevole ora carico di minacce inquietanti, brulicante di oggetti pronti a prendere vita.

Julie Doucet, Regret, Dirty Plotte #6 (1991)

L’intimità che nasce dal contatto con la mente della protagonista, illuminata anche negli angoli che di solito si preferisce lasciare in ombra, convive con la cruda rappresentazione di una violenza che aleggia tra le cose e incombe sui corpi, sul suo. Un corpo che, a cominciare dal piacere di disegnarsi, reagisce e desidera. Ma la manifestazione del desiderio non è l’autogratificazione crumbiana, non è un gioco neutro della fantasia: è la battaglia quotidiana per la conquista della propria agentività, è una performance che si mette in scena pagina dopo pagina dentro e contro le condizioni sociali avverse. In questa incarnazione dell’autofiction disegnata, il corpo è un insieme di abilità, non ha confini precisi, è fragile e malleabile allo stesso tempo, e ogni sua parte – come ogni parte dello spazio che lo circonda – è suscettibile di rivolta.

Decorare, curare, mutare

Kominsky-Crumb, qui eletta a ideale capostipite, Gloeckner, Seda e Doucet si sono trovate nella necessità di inventare i modi per rappresentarsi e per rappresentare le donne nei fumetti. Le loro scelte – che comportano anche una ridefinizione dei concetti di bellezza, espressività corporea, presenza nello spazio – risultano ancora vitali e, soprattutto nel caso di Doucet, hanno influenzato generazioni di autrici e autori. Tuttavia, nel recente affermarsi dell’autobiografismo, si è visto con quanta facilità la rappresentazione si ricodifichi e lo stereotipo si riaffacci, così come la narrazione tenda a riadagiarsi nel convenzionale e nel consolatorio.

Ma infrangere le convenzioni e riportare il disegno alla propria originaria corporeità – sia liberandone l’istinto come Kominsky-Crumb o attraverso una più meditata strategia come Gloeckner – non è certo la sola via percorribile. C’è ad esempio quella di Lynda Barry (1956-), che, al pari di Chris Ware per quanto nettamente meno celebrata, esplora le forme e le funzioni della memoria nella narrativa disegnata. Barry ricostruisce il passato attraverso i suoi detriti in un gesto, reale e simbolico, di risarcimento della perdita e del dolore. Nella densità visiva di One! Hundred! Demons!, forse il suo libro più celebre, l’autorappresentazione è estroflessa verso gli oggetti, sparsa tra le cose: non può essere contenuta dal corpo, ma vive nella cura con cui sono dislocate le cose che tocca e ricorda.

O ancora, agli antipodi della brutalità espressiva di Kominsky-Crumb, c’è la tensione decorativa di Geneviève Castrée (1981-2016), disegnatrice e musicista, discendenza diretta della connazionale Julie Doucet. Castrée decora il segno nelle storie brevi – fatte di pause, ellissi, rime visive – e anche nell’autobiografico Susceptible, storia della sua crescita al fianco della madre dipendente dall’alcol e dalle droghe. E “decorazione” sembra il termine più adatto anche se poggia sul gradino più basso nella gerarchia delle arti occidentali, come qualcosa di alieno alla struttura e all’ipotetica essenza di un oggetto. La parola non indica qui l’orpello ornamentale, ma un consapevole e articolato atto di risignificazione del trauma. Anche se si pone il compito di curare le ferite del passato, l’autobiografismo di Castrée è coniugato al presente: privo di nostalgie, condanne o assoluzioni, procede con lo stupore dell’infanzia che racconta e punta a liberarsi del suo peso. Ma è prima il disegno che dà linfa alla storia, con le figure umane racchiuse da una linea netta, i gesti un po’ scomodi, marionette in cerca di una loro armonia. La linea vale come strumento di comprensione, nel senso che racchiude e aspira alla chiarezza, secondo la lezione di Hergé, e a una ricerca di bellezza nuova e da condividere. La stessa volontà coinvolge corpi, spazi e lettering: una calligrafia sottile che, come un parlare sottovoce, costringe il lettore ad avvicinarsi.

Geneviève Castrée, Susceptible (2012)

Ridefinire la bellezza e rivendicare la bellezza appaiono questioni sempre più centrali. Particolarmente emblematico è il caso della statunitense Tara Booth (1988-), artista che spazia dalla pittura al fumetto fino alla creazione di pattern da indossare e che dichiara programmaticamente l’intenzione terapeutica della sua creatività. L’autrice disegna se stessa ostentando una canonica bruttezza: sproporzionate le membra, goffe le posture, deformati i tratti del volto, mentre nelle storie, brevi tranches de vie, intimismo, comico e disagio quotidiano procedono abbracciati. Ma l’effetto è opposto, con la composizione e la vitalità del tratto che, al di là dell’evidente autoironia nel raccontare le angosce personali, comunicano vera gioia visiva e partecipazione. Soprattutto nel colore, Booth esalta le qualità terapeutiche della decorazione, riscontrabili nei risultati come nel processo: pattern costruiti strato dopo strato alla ricerca della giusta, singolarmente armonica, combinazione di forme e di toni.

Tara Booth, How To Be Alive (2017)

Si può andare oltre. Lisa Hanawalt (1983-), autrice celebre se non altro per la collaborazione alla serie Bojack Horseman, ha portato ad un nuovo livello la tradizione zoomorfista del fumetto, facendone il campo di un’incessante oscillazione dell’identità. Nelle sue pagine – che slittano secondo necessità dal fumetto al racconto illustrato, dal fantastico puro al diarismo diretto – la trasmutazione fisica o nei comportamenti dall’umano all’animale si accompagna all’instabilità dello stile, in perenne fibrillazione tra il realismo e l’astratto. Per certi artisti l’ossessione è la sostanza dello stile, qualcosa di stabile che segna i confini della loro lingua e gli dà sapore e direzione. Per Hanawalt, il principio ordinatore è un interesse di tipo feticistico che si concentra sempre sul particolare – si tratti di storie, reportage, divagazioni, illustrazioni – assecondando, per parafrasare il titolo di una sua raccolta, uno sguardo sporco e scemo.

È, alla base, una ricerca del piacere, libera e non per questo meno attenta e politicamente responsabile. E la figura dell’autrice? Quando le capita di disegnare se stessa, Hanawalt lo fa sempre in maniera diversa, senza una sintesi, quasi con informale disinteresse, a meno che non scatti l’identificazione equina, la sua ossessione primaria: “dagli otto ai quattordici anni sono stata un cavallo”, “I cavalli sono il mio interesse principale”. Ma la sua non è una proiezione né una maschera o una metafora. è l’impronta del desiderio, come se Hanawalt volesse essere un cavallo.

Lisa Hanawalt, My Dirty Dumb Eyes (2013)

Nel fumetto contemporaneo, più facilmente al di fuori dell’area del graphic novel, le modalità di rappresentazione del corpo finalmente sono esplose. Cadono, in particolare gli scarni ma rigidi codici che costringevano nello stereotipo i corpi delle donne, ma anche gli schemi di una rappresentazione binaria del sesso/genere. Nell’interzona dove convivono realismo e astrazione, il disegno è lo strumento perfetto per scompaginare i dualismi e, se ogni rottura del codice si presta a essere codificata, si crea lo spazio per nuove rotture.

La carrellata di autrici successive all’esperienza pionieristica di Aline Kominsky-Crumb vuole rendere conto di alcune di queste rotture e di un’epoca in cui ci si interroga in profondità sulle modalità della sua rappresentazione, sulle sue radici culturali e discriminanti, sulle sue conseguenze politiche ed esistenziali. La domanda non dovrebbe però riguardare il modo in cui si “devono” rappresentare i corpi sulla base di nuove e più inclusive categorie, anticamera di nuovi stereotipi, ma i modi in cui si “possono” rappresentare i corpi per impedirne la codifica, per aprire spazi sempre nuovi al nostro sguardo.

Alla domanda sulle influenze nel suo modo di disegnare le donne, Lale Westvind, geniale creatrice di mondi futuri e possibili, risponde: “Disegno le donne nel modo in cui vorrei fossero state disegnate nei fumetti quando ero bambina. Ero così invidiosa del modo in cui erano disegnati gli uomini. […] Soprattutto, forse perché sono più androgini, amavo i personaggi che avevano una testa di animale. Vedi, se hanno una testa di animale non sono ovviamente maschi o femmine” (Brian Nicholson, This Amazing Mechanism She Can Control With Her Mind: An Interview with Lale Westvind, tcj.com, agosto 2020).

Postilla

L’area geografica a cui si è fatto riferimento è limitata, con rare eccezioni, all’America del Nord. È stata certamente la scelta più facile, considerata la ricchezza del materiale disponibile, e forse la più adatta per cominciare a muoversi in un campo ancora poco esplorato. Bisogna nondimeno guardare altrove e, soprattutto con occhi diversi. Anche se autrici e lettrici si sono moltiplicate, il graphic novel “non-maschile” corre più di un rischio di essere ridotto a genere (letterario) a sé stante, confinato nella sua riserva… L’organizzazione della cultura, sovrapposta a quella della produzione, impedisce alle differenze di manifestarsi come dinamica vitale di possibilità volta per volta realizzate, servendosene invece come ulteriore occasione per diversificare i prodotti, costruire schemi, apporre etichette.

Bibliografia

  Tara Booth, How to Be Alive, Retrofit Comics, 2017

  Geneviève Castrée, Susceptible, Drawn & Quarterly, 2012

  Julie Doucet, Dirty Plotte: The Complete Julie Doucet, Drawn & Quarterly, 2018

  Phoebe Gloeckner, A Child’s Life and Other Stories, Frog Books, 1998 (ed. it. Vita da bambina, Topolin Edizioni, 1999 e Fernandel, 2007)

  Lisa Hanawalt, My Dirty Dumb Eyes, Drawn & Quarterly, 2013

  Aline Kominsky-Crumb, Love That Bunch, Fantagraphics, 1990 e Drawn & Quarterly, 2018

  Trina Robbins (a cura di), The Complete Wimmen’s Comix, Fantagraphics, 2016

  Dori Seda, Dori Stories, Last Gasp, 1999

– Lale Westvind, Grip, Perfectly Acceptable, 2020

Mettere il corpo sulla pagina/1

Pubblichiamo in questo e in un successivo post un saggio di Alessio Trabacchini che analizza il lavoro di autrici sicuramente care a chi segue questo sito. L’articolo è tratto da Prendere posizione. Il corpo sulla pagina, catalogo del festival BilBOlbul 2020. Buona lettura. 

Trina Robbins, copertina per It Aint Me Babe (1970)

Premessa teorica

Il foglio bianco è lo spazio, un campo aperto di relazioni possibili limitato da convenzioni, regole, condizionamenti. I segni che tracciamo sul foglio sono l’estensione, la dislocazione, la riorganizzazione di noi stessi nello spazio, ma anche il luogo possibile dove “noi stessi” riconosciamo la perdita del nostro confine. Il disegno, che qui consideriamo nella sua funzione narrativa, è un’opportunità e, dunque, una responsabilità.

Aline Kominsky-Crumb e le altre autrici che incontreremo per riflettere sulla rappresentazione del corpo nel fumetto inscenano modi diversi di cogliere questa opportunità, modi che sono stati scelti più in virtù del loro radicalismo che della capacità di indicare una tendenza. Si parlerà soprattutto di autorappresentazione, di autobiografia disegnata, ma questa deve essere una traccia e non un limite, nel tentativo di rendere più nitida la riflessione. Disegnare se stessi è da una parte un istinto, in qualche misura “naturale”, che va oltre il modo in cui ci vediamo, proprio per una questione di continuità con il corpo; dall’altra, comporta un esercizio di autocoscienza che può condurre chi disegna a mettere in prospettiva tutta la sua strategia espressiva.

Per comprendere la posta in gioco può essere utile, a costo di apparire stucchevoli, chiarire secondo quali relazioni i termini “disegno”, “corpo” e “fumetto” dovrebbero sostenere il discorso.

Le immagini provocano una risposta che è fisica prima che mentale, all’inverso della scrittura. Ed esistono immagini, come quelle disegnate, che sono insieme immagine e gesto: la traccia di un gesto, oppure la sua eco. Il disegno passa dunque attraverso la mano, che possiede una sua indipendenza, un suo “pensiero”.

Quanto alla separazione tra corpo e mente, così come ci è stata inculcata nei secoli, non è certo scrivendo che potremo liberarcene. Ma se ci sforziamo almeno di allentarne la presa, guardando, allora il disegno cessa di essere mera rappresentazione, il più o meno ubbidiente riflesso di noi e di quanto ci circonda, nella incessante ridefinizione del margine tra realismo e astrazione. Disegnando, e soprattutto disegnando noi stessi, possiamo guardarci, sentirci, costruirci, frammentarci, perderci, dissolverci, nasconderci, ibridarci, mutare. Vale per la mano che crea, ma anche per l’occhio che guarda, che nondimeno appartiene al corpo.

Il fumetto, semplicemente, complica le cose: mescola il racconto e l’immagine, traduce il tempo in spazio… E’ un linguaggio confuso, dove confusione è quello stato in cui non è possibile discernere l’uno dall’altro, in maniera certa e definitiva, gli elementi di un insieme. Ma è senza dubbio il disegno – che ora non si riferisce solo al tracciare linee, ma anche all’articolarsi delle figure sulla pagina – che porta nel fumetto il calore e la tensione del corpo, quella parte che può eccedere il progetto, contraddire l’intenzione oppure infonderla di vita e di verità.

Se il disegno produce corpi – ovvero rappresenta la loro produzione –, il disegno narrativo ne mette in questione l’integrità a ogni gesto. O meglio: può compiere con moltiplicata complessità tutte le operazioni sopra elencate – costruire, frammentare, dissolvere… – perché è un’arte di relazioni e di confusioni. Il senso del disegno, in misura della sua potenzialità narrativa, è che non esistono segni o figure autosufficienti. Quando ci disegniamo e/o ci raccontiamo, possiamo confermare la nostra identità oppure disporci a perderla, o quanto meno a metterla in gioco.

Nei paragrafi a seguire si farà riferimento ad alcuni fumetti, in diversa misura autobiografici, realizzati da donne. Come si è detto, le opere non sono state scelte in virtù di una loro rappresentatività delle tendenze trascorse o attuali: si tratta anzi, in più di un caso, di singolarità “eccessive”. Queste singolarità offrono inoltre un campo disponibile per interrogarci sulle differenze, sulle difficoltà e sulle opportunità di un fumetto non-maschile e femminista; dove il femminismo, se non è sempre identificabile con una volontà militante, comporta comunque la coscienza profonda di una condizione. L’obiettivo non è proporre tesi o azzardare sintesi, ma portare l’attenzione su un campo largamente inesplorato, almeno per quanto riguarda il fumetto, una forma espressiva in cui l’egemonia maschile è stata a lungo schiacciante.

Occorre forse ancora ricordare – dopo due secoli di scrittrici e qualche generazione di pittrici e di fotografe impegnate a raccontarsi e ritrarsi – che l’atto autobiografico delle donne non può essere sbrigativamente ridotto allo scambio utilitario tra il narcisismo dell’autore e il voyeurismo di chi legge e guarda. Si tratta sempre di confrontarsi con un disequilibrio millenario nella narrazione e nello sguardo, e poi che il personale sia politico, nonostante l’abuso dell’espressione, è un fatto che non può essere ancora riposto nel cassetto dell’ovvio.

Sul piano del linguaggio, le autrici qui in evidenza sono – a diverso titolo ma almeno in questo piuttosto rappresentative – fumettisticamente impure. Vale a dire, in primo luogo, che per loro il fumetto è un linguaggio artistico possibile, magari d’elezione, ma non il solo che sono interessate a praticare. Un approccio più “laico” e meno maniacale, che non vuol dire meno appassionato, di quello riscontrabile nella media degli autori maschi. Le arti plastiche praticate da Aline Kominsky-Crumb o Dori Seda, quelle applicate di Tara Booth, la musica per Gènevieve Castrée, l’animazione per Lisa Hanawalt non sono attività secondarie. Analogamente, l’abbandono del fumetto da parte di Julie Doucet non è tanto il risultato di una resa creativa quanto una decisione rilevante sul piano della poetica.

In effetti, è l’idea stessa di fumetto che emerge a essere impura, naturalmente disponibile a contaminarsi con tecniche plastiche e narrative (dal collage al racconto epistolare) per produrre oggetti che la norma del fumetto si ostina a identificare, senza ironia, come ibridi o “di confine”.

Trina Robbins, The Dread Platform Shoe Addiction of 1974, Wimmen’s Comix #4 (1974)

Premessa storica

Il fumetto è stato – e in qualche misura è ancora – un’arte marginale, dunque potenzialmente eversiva, se non altro perché ai margini esiste lo spazio utile per l’eversione. Ma, in quanto oggetto culturale storicamente situato, è anche un ingranaggio, oramai piuttosto arrugginito, dell’industria dell’intrattenimento, vale a dire un ricettacolo degli stereotipi e uno specchio – deformato e deformante, a volte, ma sempre specchio – della cultura dominante.

Che la produzione del fumetto sia stata a lungo quasi esclusivamente affidata agli uomini è un dato inequivocabile, mentre lo sviluppo della sua fruizione è stato più articolato e attende uno studio approfondito. Una storia possibile del fumetto sarebbe quella della sempre meno lenta erosione di questo predominio, e c’è chi, come la pioniera dell’underground Trina Robbins (1938-), ha iniziato a raccontarla in un’intensa attività di saggi, recuperi ed eventi. Ma attestare la presenza femminile e testimoniarne la crescita non basta, l’obiettivo dovrebbe essere anche quello, al di fuori di una prospettiva binarista, di evolvere la visione collettiva del fumetto, riconoscere e rivalutare le crepe che in passato sono avvenute nella sua norma, dare valore alla varietà sempre più ampia di possibilità che oggi si sta aprendo.

All’inizio degli anni Settanta, negli Stati Uniti, quella che era stata una storia puntiforme di eccezioni variamente significative assume i contorni della scena controculturale. Le donne che si muovono all’interno degli Underground Comix colgono l’opportunità di una libertà creativa fino a quel momento impensabile e partecipano, pur con diverse intensità di adesione e militanza, dello spazio teorico, esistenziale e operativo del femminismo second wave.

Il primo albo antologico interamente fatto da donne, It Aint Me, Babe Comix, curato da Trina Robbins, esce a San Francisco nel 1970 per Las Gasp, il più importante tra gli editori underground. Nel 1972 cominciano la loro aperiodica pubblicazione le riviste Wimmen’s Comix, opera di un collettivo nel quale emerge per impegno militante la figura di Robbins, e Tits & Clits, diretta da Joyce Farmer e Lyn Chevli.

Melinda Gebbie, copertina per Wimmen’s Comix #7 (1976)

La misura dell’entusiasmo che caratterizza questa fase possono darla, per contrasto, gli ostacoli e le pressioni che le autrici si trovano ad affrontare: praticamente un turbine di processi di marginalizzazione tra loro intrecciati. La consueta marginalizzazione che pesa sul fumetto come linguaggio artistico e oggetto culturale, quella settoriale imposta dall’ambiente del fumetto mainstream sull’allora giovane fenomeno underground e quella operata da molti colleghi maschi che – ironicamente, distrattamente o criticamente misogini – guardavano spesso con sufficienza alle compagne di strada. Su un altro fronte, il movimento femminista aveva più di un motivo per sospettare delle giovani e militanti autrici: i soliti motivi riguardanti la gerarchizzazione delle arti, la potenzialmente ingestibile natura eversiva di cui si è detto, i contenuti che potevano prestare il fianco all’accusa di pornografia (una cosa è scrivere del “personale” e una cosa è mostrarlo a fumetti…) e magari, sul piano teorico, un sospetto generale verso il visivo che ha lungamente caratterizzato molte filosofie femministe e che rimane oggetto di discussione. La crescente temperatura del dibattito all’interno del movimento femminista si rifletteva peraltro sulle discussioni interne alle prime riviste, provocando scissioni e precisando i percorsi delle singole artiste. Non bastasse, una stretta censoria pone fine nel 1973 al periodo classico dell’underground, e le cartoonists ne fanno le spese in maniera speciale.

Melinda Gebbie, Dare You Read On, Wimmen’s Comix #7 (1976)

Disegnare nel sangue

La pubblicazione nel marzo 1972 di Binky Brown Meets the Holy Virgin Mary di Justin Green può essere considerata come data di nascita del fumetto autobiografico. L’evento, che avviene all’interno del circuito underground, segnerà un punto di svolta per molti autori, a cominciare da Robert Crumb, che aveva a sua volta ispirato la conversione al fumetto dello studente di pittura Green.

Green mette in scena i disastri che una rigida educazione cattolica provoca nella psiche del suo alter ego adolescente, una fenomenologia del senso di colpa che adotta le sperimentazioni grafiche e l’estensione dei confini del rappresentabile degli Underground Comix per metterle al servizio di qualcosa che ha il peso e l’urgenza del vissuto.

Nelle poche pagine di Binky Brown emerge quella qualità disforica del fumetto che, per decenni, era rimasta sottotraccia, coperta dalle euforie del comico e dell’avventura. È un fumetto confessionale, per usare l’aggettivo che nei decenni precedenti aveva indicato quella poesia nordamericana caratterizzata dall’esplorazione e dall’esposizione esplicita della realtà interiore e dei traumi personali. Con il termine “confessionale” indichiamo qui un approccio autobiografico nel quale lo scavo e la messa in scena dell’interiorità sono in primo piano rispetto ai fatti e alle relazioni della propria vita, così come alla realtà esterna. È un genere che si farà lentamente strada nel “decennio dell’io” per proseguire e infine esplodere nei successivi e non meno narcisisti decenni, diventando il cardine del futuro graphic novel.

In questa fase, tuttavia, l’introversione ha il potere di rovesciarsi con estrema facilità nella presa di posizione politica. È il caso di Green come di Aline Kominsky (1948-, in seguito Kominsky-Crumb), che in quello stesso 1972, sul primo numero di «Wimmen’s Comix», pubblica Goldie: A Neurotic Woman, inaugurando una serie di storie destinate a superare l’esempio di Green in radicalismo estetico e, forse, in una sua selvaggia maniera, anche politico.

In cinque pagine, AKC riassume la vita della prima delle sue alter-ego. Il punto di vista è frontale, con lo sguardo della protagonista ripetutamente puntato verso il lettore, il narrato in prima persona, la scansione in classiche vignette, che però l’autrice comincia già a mettere in crisi, come a pagina 5, dove il naso caricaturalmente pronunciato della quarta vignetta invade la terza. È il corpo che eccede, sarà un motivo di poetica costante.

Le prime parole sono “In the beginning I feel loved…”, dove la eco biblica appare carica di sarcasmo, anche in relazione alle immagini, già minacciose, che seguono, con i genitori che guardano Goldie di fatto isolata nello spazio, costretta com’è in una vignetta interna alla vignetta principale, dove la sua figura intera entra a fatica. “We made her”, dichiarano. È l’inizio di una catena di traumi, insicurezze, promiscuità e autolesionismo che termina tuttavia con un’affermazione di autostima: “I have a lotta putencial”, e con un proposito: “I set out to live in my own style”. Nel complesso e con il senno di poi, si tratta di un manifesto, il cui programma verrà rispettato con singolare coerenza negli anni successivi.

Aline Kominsky, Goldie: A Neurotic Woman, Wimmen’s Comix #1 (1972)

Il linguaggio visivo è già ricco di soluzioni e sicuro nelle scelte, considerando che si tratta di un esordio e che la competenza da lettrice di AKC è, in questo momento, irrisoria. Alle sue spalle ci sono naturalmente Green e Crumb e gli studi di pittura nell’orizzonte dell’espressionismo astratto, che al tempo era il mainstream dell’arte statunitense e che in tema di espressione frontale della soggettività aveva lasciato un’impronta. Il disegno di AKC è quello che allora poteva essere automaticamente identificato come “brutto”, in rapporto a una norma condivisa di piacevolezza, e anche “sgrammaticato”, in base ai codici settati sull’uso industriale del fumetto. Le proporzioni sono opzionali, mentre i volti, a cominciare da quello sempre in scena della protagonista, cambiano di vignetta in vignetta e l’equilibrio della tavola rimane precario, per quanto evidentemente mai casuale. Soprattutto, ogni sgradevolezza fisica viene amplificata senza per questo essere accolta in una nuova sintesi coerente, e dunque accettabile, come accade solitamente nella caricatura. Per quanto faccia uso della deformazione, la sua è una forma di realismo, che si affida a una linea sottile, tremolante, “tormentata” (tortured), come l’ha definita l’autrice.

In un’intervista concessa a Hillary Chute nel 2009 (Hillary L. Chute, Outside the Box. Interviews with Contemporary Cartoonists, University of Chicago Press, 2014), AKC ammette che tutti i suoi studi artistici e i suoi tentativi di controllare il gesto non sono riusciti a influenzare il modo in cui disegna i fumetti: “Sono così carica emotivamente che non riesco davvero a controllare cosa viene fuori”. Dopo aver sottolineato come la crudezza del segno sia specifica del fumetto (confessionale) e non si manifesti con la stessa violenza nella sua pittura, a una domanda diretta di Chute: “I tuoi fumetti non sono una tortura da disegnare, vero?”, risponde: “Sì. È quasi come se mi stessi disegnando nel sangue”.

Da una parte, dunque, il fare fumetti, prima ancora del risultato, viene qui eletto a strumento ideale per lo scavo interiore, uno strumento tanto forte da richiedere una misura di passività da parte dell’autrice, che si lascia guidare da un istinto specifico. In secondo luogo, è in questione prima di tutto il disegnare (comprese le parole) come parziale automatismo o latente autonomia della mano. La mano è proprio l’elemento di contiguità diretta tra il corpo e il disegno, o più precisamente tra il corpo e la sua rappresentazione, cosa che nell’autoritratto diviene particolarmente evidente ma può valere in generale. Il disegnatore si trova continuamente a dover fare riferimento al proprio corpo – anche solo per correlazione e disponibilità – nel tracciare le figure, usandolo variamente come modello e modulo. Infine, questo processo viene qui descritto con un’immagine drammaticamente carnale, che sarebbe fuorviante interpretare come esclusivamente dolorosa. In questo sangue si mescolano le due facce dell’arte di AKC: disgusto e desiderio. E se il processo può essere doloroso, l’obiettivo è il piacere, attraverso la trasmutazione del trauma coi mezzi del fumetto.

Rimanendo al livello del disegno, c’è senza dubbio un piacere liberatorio – e in qualche misura provocatorio – nella deformazione, ma ancora di più si nota nella meticolosità ossessiva, apparentemente randomica, di certi particolari e certe texture. Ad esempio, nella resa dei capelli, dove la linea sottile si moltiplica laboriosamente per creare una massa ondulata e volumetrica, laddove il resto del corpo si stacca appena dallo sfondo. E poi c’è la dichiarata ricerca del piacere, che in prima istanza è quello erotico e sessuale, che AKC pone come sfondo e obiettivo delle sue storie, dove le fantasie sadomasochistiche strutturano il quotidiano mentre il corpo è insieme origine del disagio e campo da gioco.

AKC sarebbe rimasta per poco sulle pagine di Wimmen’s Comix, vessata dalle critiche di molte compagne di strada e insoddisfatta dell’immagine idealizzata delle donne che ai suoi occhi si stava cristallizzando nella rivista: “Non voglio romanticizzare la vita, e non penso che romanticizzare le donne le faccia sentire meglio”. Soprattutto, il problema era quell’attitudine confessionale così ostinatamente perseguita e, per l’epoca, difficile da accettare. Un confessionalismo, come si è detto, disforico – tutto sbalzi, crudezze, malinconie, risate, aggressività e vergogna – che si poneva agli esatti antipodi delle eroine di Trina Robbins.

Nel corso degli anni, AKC perfezionerà i suoi errori, li renderà più precisi. Un nuovo alter ego, “The Bunch”, assumerà il ruolo di Goldie, e quel primo abbozzo di storia prenderà la forma di una vasta saga biografica che, mentre implacabilmente scava nel passato, racconta il presente, quasi il traguardo di un’educazione sentimentale, dove la rivendicazione del proprio masochismo trionfante viene offerta come un’affermazione di agentività.

Aline Kominsky-Crumb, dall’edizione Drawn & Quarterly di Love That Bunch (2018)

Lo stile grafico evolve in funzione del corpo, sempre instabile e proteiforme nella sua rappresentazione, compresa l’occasionale presenza, all’interno del suo corpo, di un alter ego maschile, che non rovescia la dinamica della degradazione ma ne estende lo spettro. Intanto gli sfondi si riducono spesso a una sorta di sgranato occhio di bue che, cominciando da una cornice nera dai bordi della vignetta, procede verso il centro in un pulviscolo diradante di puntini: il corpo è sempre più in evidenza, quasi una sfida al lettore.

Non si tratta di trasgressione fine a se stessa, che pure è una parte costitutiva degli Underground Comix. Il gusto per la provocazione è anche una maschera, un’esca per il lettore. L’arte di Robert Crumb, compagno e dal 1978 marito di AKC, è interamente devota al suo desiderio e da esso guidata, tutto gli è subordinato. È una poetica tanto potente, e indefinitamente generativa, quanto immediatamente comprensibile. AKC naviga in acque più incerte, nella zona grigia del desiderio, dove il piacere rischia sempre di cozzare con il disgusto, dove la forza ha continuamente bisogno di confrontarsi con la fragilità e dove la vergogna diventa uno strumento di conoscenza. O meglio, non la vergogna in sé, ma l’atto di superarla ogni volta, il mostrarla, il raccontarla e il viverla in un movimento, che ambisce a essere unico, di vita-arte.

Aline Kominsky-Crumb & Robert Crumb, The Complete Dirty Laundry Comics (1993)

Un territorio rischioso, comunque lo si guardi: alle critiche più o meno circostanziate delle femministe si aggiungono gli insulti degli uomini. E non staremo a chiederci se questi fossero più disturbati dall’autonomia estetica del disegno o dall’affermazione perentoria di una soggettività padrona del suo sguardo, anche perché qui le due cose coincidono.

AKC, che pare veramente riuscita a “vivere nel suo stile”, alza le spalle. E il fatto di avere al fianco un gigante del fumetto, per di più accusato di misoginia, non solo non pare essere per lei un problema, ma diventa uno stimolo creativo. Aline e Robert creano insieme Dirty Laundry Comix, progetto aperiodico dove ognuno disegna se stesso e insieme raccontano la loro provocatoria, potenzialmente imbarazzante e in definitiva tenera quotidianità. Ancora, più che le storie, è la strana armonia che si crea tra i due segni teoricamente incompatibili, ognuno un corpo nello stesso spazio condiviso, che stabilisce e racconta la relazione. I due desideri, per via del disegno narrativo, s’intrecciano.

Mettere il corpo sulla pagina, seguendo l’espressione di Hillary Chute (Hillary Chute, Graphic Women. Life Narrative and Contemporary Comics, Columbia University Press, 2010), è per AKC un processo di liberazione orientato verso l’esterno, non una semplice terapia, ma qualcosa che chiede di essere condiviso. Per i lettori di qualunque genere, è un impegno che inizialmente può richiedere fiducia e tempo, ma apre numerose strade. Dove conducono?

Aline Kominsky, copertina per Twisted Sisters (1976)

Speciale “Hate” / “The Complete Hate”

Concludo questo lungo lunghissimo speciale, il più approfondito che la “storia” di Just Indie Comics ricordi, con uno sguardo al cofanetto pubblicato da Fantagraphics all’inizio di dicembre e contenente (quasi) tutto Hate, dal primo numero del comic book del 1990 fino al nono Hate Annual. Innanzitutto mi sembra doveroso premettere che, avendo tutto il materiale contenuto all’interno, non ho comprato The Complete Hate, pertanto non sono in grado di dare giudizio su carta, copertine ecc. ma solo sui contenuti, che ho potuto sfogliare nel freddo formato pdf. E allora vediamo cosa contiene questo cofanetto celebrativo, fatto uscire per il trentennale della serie e lanciato dall’editore come “an archival collection of one of the bestselling alternative comic book series — arguably, the Great American Grunge novel — complete for the first time”. Essì, il grande romanzo americano grunge, avete letto bene!

La raccolta è venduta a un prezzo decisamente importante, dato che per portarsela a casa ci vogliono $119.99, ma mi sembra inevitabile visto che si parla di un totale di quasi 1000 pagine (938 per l’esattezza) di cui buona parte a colori. A rendere sensato il prezzo finale c’è anche la confezione, dato che The Complete Hate si presenta in tre volumi hardcover incastonati in un cofanetto, la cui copertina raffigura Buddy con bottiglia di birra in mano e sigaretta in bocca davanti alla sua “poliomobile”. Il primo volume è dedicato alle storie in bianco e nero di Buddy, tratte da Hate #1 fino a Hate #15. Il secondo raccoglie invece tutte le storie a colori, quelle uscite sui numeri dal 16 al 30 della testata. Il terzo mette insieme tutti i fumetti con protagonista Buddy e soci tratti dagli annual e una serie di contenuti speciali, come le backup story del comic book (Prisoners of Hate Island da Hate #1, Let’s Give Fascism a Chance da Hate #11 e via dicendo), i concorsi, qualche illustrazione e così via.

Il primo volume si apre con un cover che raffigura George chino sulla scrivania circondato da libri, riviste e cartacce, mentre alle spalle arriva Valerie. Entrambi hanno lo sguardo imbarazzato, come se non fossero più abituati a farsi guardare dai lettori. Si girano le pagine e parte un’introduzione di Bagge, piuttosto sintetica a dire il vero. Niente a che vedere con Hate: A Love Story, il lungo articolo che apriva lo special Hate Jamboree del 1998 e che sarebbe stato bello ristampare in questa sede. L’apparato iconografico dell’intro alterna una foto d’epoca con gli uomini della famiglia Bagge al poster dell’HateBall Tour del 1993, un’istantanea raffigurante il cartoonist con la figlia appena nata a un suo ritratto a firma Daniel Clowes. Da segnalare anche copertina e trafiletto di un Entertainment Weekly datato aprile 1991, in cui Bagge era annoverato tra le “fresh faces” della cultura americana. Partono quindi i contenuti, ossia le copertine dei primi 15 numeri della testata e poi ovviamente le storie del periodo in bianco e nero di Hate, quello ambientato a Seattle. Da sottolineare che, se si eccettuano le seconde di copertina del #1 e del #15 del comic book riproposte per dare un contesto ai fumetti, non ci sono i redazionali né la pagina delle lettere. Probabilmente si è deciso in questo senso per non aumentare in maniera eccessiva la foliazione dei volumi (e di conseguenza il costo dell’opera) e anche per non riproporre contenuti datati, che se possono essere succulenti per i fissati come me sarebbero risultati poco interessanti a un pubblico contemporaneo, più abituato alla dimensione del grapic novel che dei comic book. Aggiungo che di recente Bagge si è soffermato su questo argomento in un’intervista video con Noah Van Sciver, pubblicata sul canale YouTube dell’autore di Fante Bukowski (la potete vedere qui), spiegando che la possibilità di inserire la posta è stata scartata anche per via dei contenuti di alcune lettere, che erano piuttosto assurdi e che avrebbero potuto infastidire gli stessi autori, magari diventati nel frattempo rispettabili impiegati di banca, padri di famiglia o fan della Madonna (o magari tutte queste cose insieme). Il primo volume è chiuso dalla famosa vignetta di Hate #8 con la band dei Kurt che urla “I scream, you scream, we all scream for heroin” rivisitata in lingue e modi diversi, e quindi da una quarta di copertina con Stinky nei panni di cantante dei Leonard and the Love Gods.

E siamo al secondo volume, che contiene i restanti numeri della serie regolare, ossia quelli dal 16 al 30, a colori e ambientati nel New Jersey. La copertina raffigura Jimmy Foley, Pencils, Jake The Snake e Joel intenti a fumare, bere e mangiare patatine, mentre dietro Tommy Kaufman, l’ex compagno di scuola di Buddy diventato poliziotto, fa finta di non vedere e non sentire. Dopo un sommario accompagnato da un Buddy fuori dal tempo intento a farsi un selfie, troviamo la galleria di copertine e quindi le storie, fino al gran finale di Hate #30. Non ci sono le collaborazioni di Bagge con altri cartoonist, come Alan Moore, Robert Crumb, Gilbert Hernandez e via dicendo (maggiori dettagli in questo post), ma c’era da aspettarselo, visto che si tratta di storie che non hanno niente a che vedere con le vicende di Buddy Bradley e oltretutto disponibili nella raccolta Other Stuff (fuori catalogo ma di facile reperibilità on line). Il volume è chiuso dalla classica grafica I Like Hate and I Hate Everything Else e da una quarta di copertina con gli altri della famiglia Bradley intenti a fare ciò che sanno fare meglio, ossia bere birra (Butch), dormire sul divano (Brad “Pops” Bradley), litigare (i pestiferi nipotini Alexis e Tyler), incazzarsi con i figli (Babs) e andare fuori di testa (Betty la madre di Buddy).

Volume tre, dunque. Allora, so che c’è gente che magari sta leggendo queste righe e che ha già consumato TUTTO Hate, come so anche che c’è gente che magari sta leggendo quest’articolo ma non leggerà mai Hate, ma poi soprattutto qualcuno sta leggendo?!? Pronto? Mi sentite??? Scherzi a parte, nel dubbio di rovinare la lettura a qualcuno ho evitato di dare fastidiose anticipazioni sugli sviluppi della serie nell’articolo principale e quindi non mi tradirò certo nel post conclusivo di questo speciale. Evito dunque di rivelarvi cosa c’è sulla copertina del terzo volume del lotto, anche se qualcosa avrei da dire sulla discutibile acconciatura del personaggio in questione. All’interno, dopo la quarta di Hate #11 (che in realtà era tutt’uno con la cover vera e propria ma vabbè, facciamo finta di niente) e un autoritratto di Bagge, troviamo l’illustrazione di copertina e il paginone interno di Hate Jamboree, con tanto di identikit di tutti i personaggi pronti a celebrare Buddy. Seguono le cover e le storie di Buddy tratte dagli Annual, con il dittico conclusivo Heaven e Hell pubblicato sul nono Annual del marzo 2011. Manca inspiegabilmente Fuck It, pubblicata in Buddy Buys a Dump nel 2014 e che è almeno per ora l’ultima storia di Buddy Bradley. Peccato, perché tra le storie post-Hate era senz’altro la migliore, ed escluderla ha davvero poco senso in una raccolta che si definisce “completa” sin dal titolo (EDIT: Il lettore Paolo G. mi informa via e-mail che nel cofanetto “in carne e ossa” Fuck It è presente, quindi la sua assenza è limitata al pdf mandatomi da Fantagraphics, che evidentemente non era definitivo. A tal proposito anche l’ordine delle illustrazioni e delle quarte di copertina potrebbe essere diverso. Se state valutando l’acquisto, tenete dunque conto che questa versione di Hate è veramente “complete”, senza assenti ingiustificati).

Il terzo volume fa un buon lavoro nel mettere insieme una serie di contenuti speciali, dalle storie brevi fino a quelle di una pagina pubblicate sulle quarte di Hate, con qualche chicca come Buddy, Buddy, Quite Contrary tratta dalla zine I Like Comics (ne ho parlato qui). Non mancano nemmeno le copertine delle precedenti raccolte di Hate, le illustrazioni per tre cover dell’edizione tedesca della serie e addirittura una copertina per l’Especial Nuevo Comix Underground della rivista spagnola El Vibora. Seguono i materiali dei due concorsi Win a Date with Stinky e Buddy Bradley Look-Alike Contest (maggiori informazioni in questo post), le immagini del merchandising (dai preservativi ai pupazzetti di Buddy) e addirittura un questionario psicologico a cui si sottopose Bagge nel 1993. In chiusura ecco le dettagliate schede dei personaggi, la biografia dell’autore e una quarta di copertina che ci mostra Jay al lavoro nella discarica.

A questo punto vorrete sapere se vale la pena di comprare The Complete Hate. La risposta è semplice: se non avete i comic book e non vi volete lanciare nell’affannosa (ma non impossibile!) ricerca di tutti e 30 i numeri della serie più gli Annual sì, perché con un colpo solo vi potete leggere tutte le avventure di Buddy Bradley e soci; se già ce li avete no, perché il cofanetto poco aggiunge a quanto già noto. E con questo è tutto, lo speciale Hate finisce qui, e arrivederci a questo punto allo speciale Eightball, previsto per la prossima pandemia. ‘Nuff Said…

Speciale “Hate” / “Peter Bagge: Conversations”

Da diversi anni la University Press of Mississippi si sta distinguendo per una serie di collane dedicate agli studi culturali più diversi, tra cui appunto il fumetto, che viene trattato nei suoi molteplici aspetti, da fenomeno di massa e di mercato a veicolo di storie e contenuti. In particolare l’ottima serie Conversations curata da M. Thomas Inge si caratterizza per riunire in rigorosi volumi monografici alcune interviste rilasciate da un singolo autore nel corso degli anni, accompagnate da introduzione, biobibliografia e – ove possibile – una chiacchierata inedita realizzata apposta per l’occasione. Uscita dopo uscita la serie ha ospitato autori diversissimi tra loro come Ben Katchor, Chester Brown, Jim Shooter, Steve Gerber, Michael Allred, Daniel Clowes e tanti altri. E tra questi altri c’è appunto Peter Bagge, cui è stato dedicato nel 2015 un volume a cura di Kent Worcester che – dietro una cover francamente terribile – mette insieme interviste rilasciate nell’arco di 26 anni, da quella datata 1988 e pubblicata originariamente nel #8 della fanzine Chemical Imbalance a quella appunto condotta dallo stesso Worcester nel 2014 per la pubblicazione del libro.

Gli argomenti trattati sono ovviamente assai variegati, e vanno dalla gioventù nei sobborghi dello stato di New York al periodo della School of Visual Arts, passando per le fonti di ispirazione, le tecniche utilizzate, le sue opinioni (via via sempre meno lusinghiere) sul fumetto alternativo e toccando di volta in volta particolari periodi della carriera di Bagge, così che il lettore si trova a ripercorrere le sue diverse opere. Intervista dopo intervista si parla così di Comical Funnies, Neat Stuff, Weirdo, Hate, The Megalomaniacal Spider-ManSweatshopApocalypse Nerd, le strisce per Reason, Woman Rebel: The Margaret Sanger Story e altro ancora, in un viaggio che mostra le mille sfaccettature del cartooning di Bagge e le diverse avventure editoriali e artistiche. In tutto ciò un ruolo importante riveste ovviamente Hate, opera centrale della carriera dell’autore e che torna costantemente nel volume, con qualche curiosità degna di nota. Per esempio nella trascrizione dell’incontro pubblico con Guy Lawley del 1992, ripreso dal #2 della rivista Comics Forum, rispondendo a un lettore Bagge già anticipava i suoi piani di chiudere la serie con ben 6 anni di anticipo, e quando all’epoca erano usciti soltanto una manciata di numeri. “Ho sempre visto Hate come una serie di 25 numeri o giù di lì. Non ho un’idea precisa di quando finirà, è solo che… Mi dà davvero fastidio vedere i fumettisti rimanere incastrati con un personaggio di successo, come se dovessero fare le stesse cose per sempre. Dal canto mio sono sicuro che non voglio disegnare Buddy Bradley per il resto della mia vita”.

Non è una semplice intervista il pezzo Peter Bagge Leads the Way to Seattle Comics Riches di Kit Boss, pubblicato nel 1994 sul quotidiano The Seattle Times e che indaga proprio il fenomeno Hate dissotterrandolo dall’underground per presentarlo a un pubblico generalista. Con spirito da giornalista di inchiesta, Boss spiega il successo del comic book elencando fatti su fatti e interpellando le parti in causa, dallo stesso Bagge a Gary Groth, dalla moglie di Bagge Joanne all’amico e collega J.D. King. E’ tratta invece dal “comic issue” di Ben Is Dead l’intervista con Brian Doherty che racconta un po’ di curiosità sui tentati adattamenti cinematografici e televisivi delle vicende di Buddy Bradley. Lo stesso tema è ripreso in parte in un’intervista con Brian Heater del 2005, in cui alla domanda “quale attore di Hollywood sarebbe adatto per interpretare Buddy?” Bagge risponde: “John Cusack ha fatto davvero un ottimo lavoro in Alta fedeltà nell’interpretare un personaggio simile a Buddy, anche se credo che ormai sia troppo vecchio per il ruolo”. E un’altra chiacchierata del 2007 con Heater approfondisce contenuti e retroscena degli annual, su cui però non mi dilungo per evitare fastidiosi spoiler.

John “Buddy Bradley” Cusack in “Alta fedeltà” di Stephen Frears

Ma facciamo un passo indietro, e in particolare torniamo al 1998, e cioè all’intervista pubblicata sul sito ink19.com con il titolo Psychotic Pop Picasso. E’ qui che si legge una lunga digressione di Bagge sulle differenti interpretazioni di Hate negli USA e all’estero. “Hate ha un pubblico internazionale – gli chiede Charles D.J. Deppner – I tuoi lettori d’oltreoceano si identificano lo stesso con i tuoi personaggi, o li vedono piuttosto come una rappresentazione della vita in America?”. “Entrambe le cose, a quanto sembra – risponde Bagge – Inizialmente Hate, e il mio lavoro dagli anni ’80 in poi, è stato venduto e tradotto soprattutto nei paesi scandinavi, in Inghilterra ovviamente, e poi in Germania. E anche se questi paesi mi sembrano piuttosto simili all’America, anche se hanno meno fucili di noi, tutti questi lettori non facevano che dire quanto fossero ‘americani’ i miei fumetti. ‘E’ così americano’ dicevano sempre. ‘Il tuo lavoro è davvero un’aspra condanna della cultura americana’. Ma questa non è mai stata una mia intenzione. Non volevo dire niente a proposito della cultura americana. E sicuramente non avevo intenzione di criticarla. A me piace la cultura americana. Ma questo è il modo in cui interpretavano i miei fumetti. Poi negli ultimi tre o quattro anni Hate è stato finalmente tradotto in spagnolo, e sta andando molto bene. Sta vendendo un sacco. E quando sono andato in Spagna e ho fatto i firmacopie, tutto ciò di cui le persone parlavano era di come ci si ritrovavano. E ho sentito poco e niente frasi tipo ‘Oh, il tuo fumetto è una rappresentazione perfetta di tutto ciò che c’è di sbagliato in America’. Anzi, direi che in Spagna non ho proprio sentito dire certe cose. La gente diceva semplicemente ‘Mi identifico nei tuoi fumetti. Sono davvero divertenti. Mi riconosco veramente in Buddy Bradley’. E andavo a questi firmacopie e trovavo duecento Buddy Bradley spagnoli, dei tizi che a prima vista sembravano proprio identici a lui”. L’intervista pubblicata da Scott Nickel sul suo blog nel 2009 parla invece dei personaggi di Bagge e in particolare di uno che ci riguarda. “Di tutti i tuoi personaggi, qual è il tuo preferito? Chi non sopporti?”. “Tra il cast di Hate – risponde Bagge – la mia preferita è Lisa. E’ un personaggio molto complesso, e c’è una certa coerenza nella sua incoerenza. Ed è anche la più imprevedibile del gruppo. Se invece guardo ai miei personaggi al di fuori di Hate, sono orgoglioso soprattutto del cast di Sweatshop, una serie che ho creato per la DC e che è stata cancellata troppo presto. Avevo tantissime idee per quei personaggi. Uno che ho sempre ‘odiato’ è Junior, ma dopotutto è nato per essere ripugnante. Quando l’ho concepito rappresentava tutti i lati del mio carattere che non mi piacevano e l’ho disegnato in parte per ‘esorcizzarlo’ da me stesso!”.

Un’edizione spagnola di “Hate”

Anche l’intervista di Worcester che chiude il volume, fornendo un valido sunto di tutta la carriera del cartoonist, torna a più tratti sul periodo Hate. Ma invece di dilungarmi ulteriormente su ciò, vi saluto lasciandovi a un altro interessante estratto. E vi do appuntamento nei prossimi giorni su queste pagine con quello che sarà l’ultimo post dello Speciale Hate.

Kent Worcester: “Chi erano i tuoi eroi personali da ragazzino?”

Peter Bagge: “Adoravo quella che una volta Gilbert Hernandez chiamò la ‘Santa Trinità’, che probabilmente condividevo con un sacco di ragazzi della metà degli anni ’60: i Beatles, Willy Mays e Charles M. Schulz. Tutti gli altri erano davvero lontani da questi qui”.

KW: “E’ stato difficile capire che cosa volevi dalla vita durante l’adolescenza o avevi le idee chiare su quello che volevi fare?”

PB: “Considerando chi ho appena indicato come miei eroi, mi sembra ovvio che il mio sogno fosse diventare un giocatore di baseball, un musicista o un fumettista. Ma come atleta ero davvero scarso, dato che ero un nanerottolo, e come musicista ero mediocre, a voler essere generosi (e all’epoca ero anche troppo timido per salire su un palco). E dunque mi rimaneva soltanto una delle tre possibilità”.

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Speciale “Hate” / “I Like Comics”

Nel #1 di Hate Buddy Bradley ammetteva di essere interessato – tra le mille idee pazze che gli proponeva il suo amico Stinky – al progetto di mettere su una fanzine. E portava ad esempio Motorbooty, una di quelle fanzine/riviste di una volta che hanno lasciato il segno, e di cui magari scriverò un giorno o l’altro su queste stesse pagine. L’idea evidentemente piaceva allo stesso Bagge, che al contrario di Buddy riuscì realmente a metterla in pratica qualche anno più tardi. Era infatti il 1993 quando vide la luce il primo e purtroppo unico numero di I Like Comics, una fanzine interamente concepita da Bagge e messa su grazie alla collaborazione di Helena G. Harvilicz (in passato editor di The Comics Journal) e del fumettista Pat “Big Mouth” Moriarity nei panni di art director.

Lo dico subito prima di scendere nei dettagli: per me I Like Comics è una delle fanzine più belle che siano mai state fatte. Incentrato quasi tutto sulla scena di Seattle, questo corposo spillato di 120 pagine mette insieme articoli e interviste su tutto il meglio del fumetto dell’epoca. Nel suo editoriale Bagge scriveva di essersi sentito in dovere di fare una fanzine dedicata al fumetto per contrastare l’incredibile quantità di pubblicazioni dedicate alla musica che riceveva. L’autore di Hate aveva infatti uno spazio nel suo comic book in cui parlava di fumetti, riviste e fanzine, che recensiva in breve mettendo anche l’indirizzo per ordinare, come si usava all’epoca. “In questo periodo ricevo una caterva di fanzine autoprodotte. Alcune sono belle, la gran parte fa schifo, ma il 99,999% si occupano per lo più di musica – e non qualsiasi tipo di musica ma di questa orribile e totalmente inutile ‘musica’ ‘underground’ ‘alternativa’ ‘rock’, la peggior forma di rumore mai inventata. (…) Sentendomi molto frustrato per tutto ciò, qualche anno fa annunciai che avrei fatto la mia fanzine, che si sarebbe occupata soltanto della Più Grandiosa e Importante Forma d’Arte del Tardo 20esimo Secolo! (Sto parlando dei fumetti alternativi, se ve lo state chiedendo). Dopo tutto, qualcuno doveva pur farlo!”.

Tra i contenuti di I Like Comics spiccano le numerose interviste, condotte interamente da Bagge, aiutato in alcuni casi dalla Harvilicz. Sfilano così uno dietro l’altro Jim Woodring, Julie Doucet, Michael Dougan, Dennis Eichhorn e Gary Groth, tutti all’epoca residenti a Seattle e quindi facili da intervistare, tanto bastava prendere la macchina e andare a scovarli a casa o in ufficio… Pat Moriarity guarda invece fuori dai confini cittadini chiamando in causa la californiana Mary Fleener. Ma la dimensione local è subito ripristinata dalla Harvilicz, che si diverte a pubblicare una lunga chiacchierata con i suoi… coinquilini, ossia lo stesso Moriarity, J.R. Williams (qualcuno ricorderà la sua serie Crap per Fantagraphics) e R.L. Crabb. Il tono è colloquiale a dir poco, nel senso che spesso i quattro finiscono a discutere delle pulizie più che di fumetti, ma è questo l’approccio di tutto il fascicoletto, che fa di tutto per non prendersi sul serio e per usare un tono “basso”, riuscendo comunque (o forse proprio per questo) a rivelare un sacco di curiosità sulla vita e sull’arte dei cartoonist chiamati in causa. E la dimensione casalinga, artigianale oserei dire, è rafforzata dai titoli e dai sommari, spesso letterati dallo stesso Bagge con la sua inconfondibile calligrafia.

Oltre alle interviste c’è molto altro in questo numero di I Like Comics. Cito per esempio l’approfondimento di Frank Young su Steven, striscia cult di Doug Allen raccolta in alcuni spillati da Kitchen Sink Press (recuperatela se riuscite), un fumetto disegnato da Joe Sacco al liceo, un articolo di Bagge sul cartoonist B.N. Duncan (noto anche per le sue imprese epistolari, come potete leggere qui), un pezzo su Bagge a firma del fantomatico Sidney Mellon, una serie di disegni richiesti per l’occasione ai più svariati cartoonist dell’epoca (da Robert Crumb a Justin Green, da Daniel Clowes ad Art Spiegelman), uno spazio dedicato alla fiction e alle poesie scritte da fumettisti, e poi classifiche, giochi e altre amenità che non devono mai mancare in una fanzine che si rispetti. La quarta di copertina è invece un fumetto inedito di Bagge intitolato Buddy, Buddy, Quite Contrary, in cui vediamo il protagonista di Hate soffrire l’ambiente ormai alla moda di Seattle e meditare una fuga in direzione Denver. Ultima curiosità, il tizio fotografato in copertina è Bruce Chrislip, fumettista, editore e storico dei mini comics ben conosciuto a Seattle, tanto da meritarsi anche il paginone centrale, ovviamente mentre se ne sta sdraiato a leggere circondato da svariati comic book. “Hey, I like comics! – esclama sulla cover – Do you like comics, too?”. Beh, se la risposta è sì, e soprattutto se vi piace il genere di fumetto di cui abbiamo parlato finora, mettetevi immediatamente alla ricerca di una copia di I Like Comics perché – come dico spesso a qualcuno – non può davvero mancare nella vostra collezione.

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Speciale “Hate” / Gli Annual e “Buddy Buys a Dump”

Chiusa l’avventura di Hate nel 1998, Bagge aveva intenzione di proseguire le storie di Buddy e soci su una nuova antologia intitolata Let’s Get It On!, che doveva essere non troppo diversa dagli ultimi numeri del suo comic book, ma con un maggiore spazio per altri autori, giovani e non. L’idea fu ampiamente discussa da Bagge e Gary Groth nell’intervista pubblicata su The Comics Journal #206 dell’agosto 1998 ma finì per non realizzarsi, anche perché di lì a poco Bagge si sarebbe impegnato in una serie all-ages durata soltanto 9 numeri per l’etichetta Homage della DC. Scritta da Bagge per i disegni del suo “idolo” Gilbert Hernandez, Yeah! rifletteva la discutibile fissazione del nostro per le band alla Spice Girls, ricollocata in un’ambientazione fantascientifica. Bisognerà aspettare la fine di questa nuova avventura editoriale per assistere al ritorno di Buddy Bradley, celebrato in nove annual di Hate usciti tra il 2001 e il 2011. 

Diciamolo subito, il più delle volte non c’è granché di significativo in questi albetti antologici, tanto che la presenza di Buddy sembra una scusa per continuare a usare il titolo della vecchia serie. Prendiamo ad esempio il primo numero: Are You Nuts?, la storia che riprende i temi e i personaggi di Hate, è di appena otto pagine, mentre il resto del comic book è occupato da ristampe di altro materiale di Bagge uscito in precedenza su internet o riviste, soprattutto sul sito suck.com. In questo caso troviamo dunque articoli giornalistici (riccamente illustrati) sugli oscar degli Infomercial, la campagna elettorale di Alan Keyes e l’inaugurazione del museo EMP di Seattle, una dissertazione sulla band The Hollies, un fumetto su Matrix, un’illustrazione uscita per la versione spagnola del magazine GQ. Insomma, sembra che Bagge abbia un po’ raschiato il fondo del barile per mettere insieme questa personale antologia, con pezzi che letti ora (ma forse anche allora) suscitano al lettore medio un inevitabile “sticazzi”. Unico contributo originale, oltre appunto alla storiella di apertura con Buddy, sono le vicissitudini di un nuovo personaggio femminile, Lovey, che però lasciano anch’esse il tempo che trovano. Non è un periodo creativamente felice questo per Bagge, e anche la stessa Yeah! faceva capire che il nostro aveva perso lo smalto dei bei tempi. Qui c’è anche l’aggravante dei disegni, che ricercano una sintesi grafica eccessiva, e dei colori che sembrano scelti a caso, tanto che di numero in numero i capelli dello stesso personaggio (non vi dirò chi) possono diventare senza motivo biondi, viola o verdi. 

Vi evito dunque la cronaca minuto per minuto degli altri annual, segnalandovi soltanto i contenuti più interessanti: la collaborazione con Johnny Ryan in Dildobert Joins The Al-Qaeda (parodia di Dilbert pubblicata nell’annual #3), l’azzeccatissima quarta di copertina intitolata What Was Wrong With Us? (#3), un curioso special sulle teen band in cui Bagge tesse le lodi di Spice Girls, B*witched, A-Teens e via dicendo (#4), la storia di tre pagine East Coast, West Coast, Blah, Blah, Blah… in cui vengono ripresi, personalizzati e derisi luoghi comuni sulla classica contrapposizione tra le due coste statunitensi (#7). Tornando a Buddy, raccontare quanto succede in queste pagine vuol dire rivelare fastidiosi particolari sulle vicende passate e future del personaggio. Evito quindi di scendere troppo nei dettagli, anticipandovi soltanto che il sempre scazzatissimo protagonista cerca tra le altre cose di rilanciarsi come corriere dell’Ups e decide di cambiare totalmente look rasandosi a zero e indossando una benda da pirata. Insomma, Buddy ha smesso di avercela con il mondo intero e ha deciso di assecondarne il totale nonsense, diventando uno svitato degno di un film di John Waters. Peccato però che le sue avventure manchino di verve e di inventiva, non avvicinandosi nemmeno alle vette raggiunte da Bagge in passato.

Fortunatamente le cose vanno meglio negli ultimi due albetti della serie, dove si rivede lo spirito che ci aveva fatto amare Hate. Le situazioni spesso statiche e con personaggi sin troppo immutabili trovano nuova linfa nell’Annual #8 con l’introduzione di nuovi characters e con l’avventura musicale di Lisa, che forma un duo al femminile finendo per esibirsi in uno strip club. E il #9 vede di nuovo come scenario Seattle, in una storia inedita di 24 pagine in cui facciamo per la prima volta conoscenza della famiglia di Lisa. Nel frattempo Buddy ha comprato una discarica, e questo giustifica il titolo del volume pubblicato da Fantagraphics nel 2014. Buddy Buys a Dump contiene, oltre a tutte le storie del personaggio uscite sugli Annual, anche l’inedita Fuck It, che mette da parte la ricerca del paradosso per approfondire temi come il rapporto con i genitori, la vecchiaia, l’educazione dei figli, il razzismo, i problemi sul lavoro e via dicendo, facendosi notare come il miglior episodio del Buddy post-Hate. Un buon modo per chiudere – forse per sempre – le avventure di Buddy Bradley, almeno in senso cronologico. E’ infatti di questi giorni la notizia che il personaggio sta per tornare in una storia ambientata ai bei vecchi tempi di Seattle, di prossima pubblicazione sul New Yorker.

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Speciale “Hate” / Da Fantagraphics a MTV

Già dopo un paio di anni dal debutto di Hate, Bagge aveva ricevuto segnali di interessamento da parte di alcuni produttori cinematografici, desiderosi di sfruttare il boom non tanto del fumetto quanto di Seattle e del grunge. In realtà Bagge non si immaginava la sua serie trasposta in un film alla Singles. Per il suo creatore Buddy e soci dovevano diventare i dissacranti personaggi di un cartone animato per adulti, come i Simpson o Beavis and Butt-Head. Ma quando qualche anno dopo il suo amico Aaron Lee, tra l’altro curatore della rubrica Kickin’ Ass pubblicata negli ultimi numeri di Hate, gli propose un’idea per un trattamento cinematografico, Bagge la trovò azzeccata e si convinse finalmente a lavorarci sopra. Costituito un team composto anche dal regista Terry Zwigoff (quello di Crumb e di Ghost World) e da due suoi collaboratori, i cinque prepararono una sceneggiatura per un lungometraggio che – dopo diversi tentativi – arrivò sulle scrivanie di MTV. Peccato che i creativi di MTV videro subito Hate come… una serie animata! Aveva dunque ragione Bagge, che d’altronde conosceva meglio di tutti la sua creatura. O forse no, visto che il progetto si inabissò dopo sei mesi di intenso lavoro che videro l’autore fare la spola tra Seattle e New York, tra lussuose camere d’albergo e interminabili riunioni.

Erano i tempi degli ultimi numeri di Hate, che Bagge disegnava alacremente mentre era a casa preparandosi all’ennesimo viaggio con destinazione MTV. Che alla fine, appunto, si tirò indietro. Decisivo fu il giudizio del focus group a cui venne fatto vedere uno storyboard animato di otto minuti (il cosiddetto animatic) che riproduceva grosso modo la storia del primo numero del comic book. Molti partecipanti al gruppo trovarono il personaggio di Buddy Bradley noioso o addirittura antipatico, tanto da rendere inevitabili alcune modifiche. Tutta invidia, forse, come suggerì Bagge in “Focus” This!, una vendicativa strip a tema uscita poco dopo su Entertainment Weekly? Chi lo sa, fatto sta che il nostro preparò una nuova sceneggiatura che non venne prese neanche in considerazione, perché nel frattempo a MTV erano cambiate alcune figure dirigenziali e l’attenzione si era ormai spostata su nuovi progetti. Come per esempio Daria, che fu sviluppata proprio nello stesso periodo. Ma se la nerd snob e occhialuta riuscì a ritagliarsi il suo spazio trovando la via del debutto nel 1997, Buddy Bradley non ebbe la stessa fortuna. Bagge fu rispedito definitivamente a Seattle e addio cartone animato di Hate

Un nuovo tentativo fu fatto con HBO qualche anno dopo, ma anche in quel caso il cartone rimase solo un progetto. Nel 2007 MTV tornò alla carica per realizzare The Bradleys, una serie animata incentrata su tutta la famiglia di Buddy, riprendendo alcune situazioni di Neat Stuff. Il progetto non ebbe un seguito e passò poco dopo in casa Fox, come riportarono alcuni siti internet nel 2009. Ma anche in quel caso l’idea non sfociò in niente di concreto, con buona pace di Bagge, che comunque nel corso degli anni ha potuto almeno beneficiare delle opzioni sulle sue creature, pagate a caro prezzo dagli studios.

 

Speciale “Hate” / Doofus, Alan Moore e gli altri

Il primo autore ospitato da Bagge sulle pagine di Hate fu Rick Altergott, che arrivò dal #21 con Doofus, personaggio di culto dalle fattezze del tipico messicano e che all’epoca – memori anche le letture di gioventù – associavo mentalmente al Cico di Zagor. Le sue avventure, spesso al fianco del fido Henry Hotchkiss, tendono spesso all’assurdo e al nonsense, sfoggiando quello che gli americani chiamano – in un’espressione secondo me intraducibile – un irresistibile deadpan humor. Ma bisognerebbe parlarne a parte, e magari prima o poi lo farò. Per ora basti dire che considero Doofus uno dei fumetti più divertenti di sempre, in cui il protagonista e il suo fido compare fanno i lavori più assurdi, sognano impossibili storie d’amore, cercano di odorare indumenti intimi femminili e si confrontano con la realtà quotidiana della cittadina in cui tutto ciò è ambientato, ossia Flowertown, U.S.A. 

Dal #26, pur mantenendo il formato comic book, Hate si trasformò in una sorta di magazine e a Doofus si unirono altri fumetti e persino rubriche a cura dei fanzinari recensiti da Bagge nel corso degli anni, rafforzando il legame tra la testata e il mondo dell’autoproduzione e della controcultura anni ’90. Negli ultimi cinque numeri troviamo così le fumettiste Dame Darcy e Ariel Bordeaux, Lisa Carver della fanzine Rollerderby, un giovane Ivan Brunetti, altri columnist come Arron Lee e Selwyn Harris e via dicendo. Ma il piatto forte sono le collaborazioni di Bagge con altri autori, delle vere chicche come la storia breve Me splendidamente disegnata da Gilbert Hernandez (Hate #26, 3 pagine), la parodia della strip Cathy ribattezzata Caffy e realizzata a quattro mani con Robert Crumb in persona (#27, 7 pagine), le avventure di una piovra fumettista raccontate da Bagge e disegnate da Adrian Tomine in Shamrock Squid: Autobiographical Cartoonist! (#28, 7 pagine), The Hasty Smear of My Smile con Bagge alle matite e addirittura Alan Moore ai testi, che si diverte a ripercorrere le improbabili vicissitudini di una mascotte in stile Kool-Aid, dalla pubblicazione di una raccolta di poesie in stile beat generation all’incontro con il reverendo Jim Jones (#30, 4 pagine). Nello stesso numero chiude definitivamente le danze What’s in a Name?, in cui Bagge ricorda – con i disegni di Danny Hellman – il suo incontro a New York nel 1983 con Harvey Kurtzman. Se non avete i comic book originali, potete ripescare il tutto nell’antologia Other Stuff, pubblicata nel 2013 da Fantagraphics e in cui trovano spazio anche altri fumetti “minori” di Bagge. Nel frattempo godetevi qui di seguito una galleria di immagini.