Vi presento Joe Matt/2

Questa è la seconda parte dello Speciale Joe Matt. Qui trovate la prima parte.

La serie regolare di Peepshow debutta all’inizio del 1992 per Drawn & Quarterly, con il #1 che porta la data di febbraio. Già dalla prima tavola il cambiamento è evidente rispetto ai fumetti pubblicati sulle antologie e poi raccolti in volume da Kitchen Sink. Se The Cartoon Diary of Joe Matt si chiudeva infatti con una fittissima tavola di 20 vignette, la pagina iniziale di Peepshow #1 presenta una geometrica e ordinata struttura a 6 vignette, che sarà costante per tutto il primo arco narrativo. La pagina è divisa verticalmente in due e il taglio è sempre al centro esatto. L’unica eccezione è rappresentata da qualche sporadica apertura, come a pagina 2 del #1, occupata per ⅔ da una grande illustrazione di Joe e Trish che mangiano nel loro appartamento di Toronto mentre leggono, lui del tutto indifferente alle sollecitazioni di lei. A una struttura ariosa e meno asfissiante che in passato si accompagna un disegno curato e rifinito, con una maggiore cura del dettaglio. D’altronde è logico che, trovandosi a realizzare meno vignette, Matt possa dedicare una quantità di tempo maggiore a ognuna di esse. Le linee sono così spesse e sicure, i contorni dei personaggi marcati, tanto da fargli assumere una nuova solidità, come se ci trovassimo in una sorta di iper-realtà che in qualche modo contribuisce a rendere le vicende più autentiche. Volendo prendere un esempio di questo nuovo approccio di Matt, possiamo guardare al modo in cui disegna le labbra: soprattutto quelle del protagonista non sono la solita linea sottile ma si presentano spesse e pronunciate, a volte esagerate come nella copertina del #2, che gli procurerà un bel po’ di critiche da parte dei lettori. Per quanto riguarda il tono del racconto, il paradosso e la risata sono sempre dietro l’angolo, ma stavolta è come se Matt ci volesse far capire che non siamo davanti a una barzelletta ma ai fatti veri (o quasi) della sua vita. Non ci sono più i pezzetti di realtà sporadici e isolati delle storie precedenti, pensati per essere autoconclusivi e pubblicati su antologie. La serialità porta un approccio tutto nuovo, perché in un serial qual è adesso Peepshow ciò che accade in un numero ha inevitabilmente i suoi effetti sull’uscita successiva.

La copertina del #1 ci mostra Matt da solo in mare, appoggiato su una ciambella, sorridente e con un cocktail in mano. In alto, sotto al titolo della testata, la dicitura Greetings from Ipanema! Ma siamo a Rio de Janeiro dunque? Non di certo, il riferimento è alla nuova fissazione di Joe, con una trama che si riallaccia a quanto raccontato in precedenza. Dopo l’orientale massaggiatrice shiatsu Matt prende di mira un’altra ragazza dai tratti esotici, soprannominata “the girl from Ipanema” perché incontrata in una copisteria mentre in sottofondo suonava il celebre pezzo di bossa nova. Intanto Joe e Trish non fanno altro che litigare, su qualsiasi argomento possibile. Il piantagrane della situazione è ovviamente Matt, sempre nervoso e intrattabile quando sta con la fidanzata, per poi farsi prendere dalla paranoia di essere lasciato quando parla con Seth e Chester Brown. Al culmine di un litigio particolarmente intenso, Matt sbotta e picchia Trish facendole un occhio nero. Il fattaccio non viene mostrato ai lettori, che si limitano ad assistere alla litigata e poi al dialogo con Seth in cui Matt confessa di aver picchiato Trish. E infine nella scena seguente la ragazza mostra i chiari segni del colpo.

Pur raccontata in modo indiretto, la scena contribuisce ancora oggi alla fama di Matt, che oltre a essere ricordato come “il fumettista che si è fatto mollare per aver raccontato tutto di sé nei fumetti” (come vedremo in seguito) è anche “il fumettista misogino e segaiolo che ha fatto un occhio nero alla fidanzata”. Probabilmente oggi un editore come Drawn & Quarterly – lo stesso del caso Berliac, se ricordate – non pubblicherebbe mai un fumetto come Peepshow #1. Ma all’epoca la situazione non si discostava molto da altre già viste nei comix del passato o negli alternative comics contemporanei, basti pensare – senza andare troppo lontano – a Crumb che salta addosso alle donne e a Buddy Bradley che praticamente stupra Lisa o che approfitta della sua posizione di tour manager per andare a letto con una disinteressata fan. E comunque, pur lontani da ciò che sarebbe successo oggi, anche all’epoca Matt non godé certo di ottima fama. Un buon esempio è questo paragrafo che Eric Reynolds dedicava a Matt sul #162 di The Comics Journal. “Un sacco di gente ama i fumetti di Joe Matt, ma nessuno sembra amare Joe Matt (tranne Chester Brown e Seth, forse). Matt sembra determinato a ritrarre ogni riprovevole aspetto della sua personalità, dalle tecniche di masturbazione al suo comportamento anale/ritentivo fino a quando arriva a picchiare la fidanzata. Purtroppo Matt continua a cadere sempre più in basso, per nessun’altra ragione apparente che il sensazionalismo. E arriva al paradosso di far passare l’inferno alle sue fidanzate nei fumetti, per poi lamentarsi quando loro non lo vogliono più (chissà perché). Matt è un eccellente cartoonist, che riesce spesso nell’impresa di far entrare una grandissima quantità di vignette in una sola pagina, ma la sua completa mancanza di autoconsapevolezza e di sensibilità rendono la lettura dei suoi fumetti un’esperienza davvero frustrante”. Che Matt manchi di sensibilità è abbastanza evidente, ma non credo che ciò sia altrettanto vero per l’autoconsapevolezza, perché questi fumetti sono in qualche modo una lunga seduta di analisi in cui l’autore sembra al tempo stesso condannare se stesso e compiacersi. In ogni caso ci pensarono i lettori a metterlo di fronte alla realtà. La pagina delle lettere di Peepshow è una delle più divertenti di sempre, con i fan – se così vogliamo chiamarli – che non si fanno problemi a criticare brutalmente il personaggio Joe Matt, senza paura di risultare troppo franchi. Si usava così all’epoca d’altronde, e basta dare un’occhiata alle missive pubblicate sul #2 per averne conferma, con l’apertura riservata a Mark Daly da Amherst, Massachussets, che osservava con semplicità: “Dear Joe, Peepshow #1 really disturbed me”. Poche righe sotto articolava meglio il concetto Barton Deiters da Williamston, Michigan: “Caro Joe, dopo aver visto che razza di bastardo egoista e sconsiderato sei in Peepshow #1, la mia ragazza pensa  che io sia un principe! Grazie per far sembrare tutti noi altri delle persone in gamba. P.S. Trish ti ha già mollato?”. Non mancano le lettere dei colleghi, tra cui lo stesso Peter Bagge da Seattle: “Joe, ti scrivo per farti sapere che Peepshow #1 mi è piaciuto un sacco. Però devo dirti un’altra cosa: tra questa storia e quel fumetto che Seth ha fatto su di te in D&Q, hai sviluppato un personaggio davvero negativo agli occhi del pubblico. Ma hey, è un problema tuo! Per quanto mi riguarda è divertente da leggere. Buona fortuna”. Da San Francisco arriva invece il parere di Ed Brubaker, all’epoca ancora un fumettista emergente e lontano dal successo di pubblico. “Hey Joe, ti volevo far sapere che Peepshow #1 è il miglior esordio di un fumetto che io ricordi di aver letto. Non ho mai visto una storia in cui il protagonista è così clamorosamente antipatico. E’ una storia molto onesta, non si può leggerla e non pensare ‘che stronzo!’. Ma al tempo stesso ci si può identificare con te. Davvero inquietante. Sei il Robert Crumb degli anni ’90!”. 

Ma torniamo alle vicende del personaggio Joe Matt, che continua a essere insopportabile con la fidanzata e ad evitare persino le avance sessuali di lei. Ormai è concentrato su Frankie, la “ragazza di Ipanema” entrata stabilmente nella sua cerchia di amici dopo essere diventata collega di lavoro di Trish. Matt ne è infatuato al punto che, quando lei gli appare sotto forma di immagine mentale mentre si masturba, lui ne allontana la visione perché troppo “perfetta” per essere degradata a materiale dei suoi solitari orgasmi. A un pranzo in cui sono presenti sia Trish che Frankie – oltre a Seth, Brown e altri amici – ignora la fidanzata e si rivolge all’altra tutto entusiasta parlandole dei suoi View-Master. Tutto ciò è raccontato con dovizia di particolari nelle sue tavole, che Matt realizza quando riesce a vincere la pigrizia e a mettersi a lavoro. Va da sé che quando Trish – e siamo a questo punto a Peepshow #2 – trova in casa le tavole realizzate da Matt va su tutte le furie. L’episodio rimarrà leggendario, tanto che Matt viene  ricordato ancora oggi – lo dicevo poco fa – come il fumettista che si è fatto mollare dalla ragazza per aver raccontato le sue perversioni nei fumetti. Difficile davvero fare più di lui, in questo senso. Ma potremmo anche vedere questi fumetti da un altro punto di vista, ossia come una confessione, o addirittura come il tentativo più o meno inconscio di farsi mollare, non avendo il coraggio di prendere l’iniziativa e mettere fine a una relazione ormai in piena crisi. D’altronde come poteva sperare che Trish rimanesse con lui dopo aver letto le storie pubblicate in questi primi numeri di Peepshow? E infatti la crisi è ormai alle porte: i due nel frattempo sono andati a vivere in case separate (su iniziativa di Joe…) e si allontanano materialmente ed emotivamente l’uno dall’altra ogni giorno che passa. Si vedono poco, e quando si vedono non fanno altro che litigare. Fino al giorno in cui Trish, ormai stufa di stare con un uomo che l’ha picchiata, ha descritto nei fumetti le fantasie erotiche su una sua amica, se n’è andato a vivere per conto suo e non ha fatto altro che criticarla e urlarle contro per mesi, decide di prendere la decisione di lasciarlo. E a quel punto cosa fa Joe “Poor Bastard” Matt? Passa le giornate a disperarsi e ad autocommiserarsi, arrivando persino a implorare Trish di tornare insieme. Peepshow #2 si conclude con un flashback di una sola amarissima pagina in cui vediamo Joe dire per la prima volta “ti amo” a Trish.

Peepshow #3, terzo numero della serie pubblicato durante il 1992, mostra in copertina il protagonista desolato, seduto a guardare il telefono. E’ il Joe Matt single che conosceremo di qui in poi, ancora intento a struggersi per Trish e a ricordare i bei momenti passati insieme, anche se fino a qualche tavola fa non faceva altro che disprezzare l’ormai ex fidanzata e il loro rapporto. Il titolo del comic book, History Lesson, fa riferimento ai continui sfottò rifilati al protagonista da Seth e Chester Brown a causa delle sue scarse conoscenze di cultura generale, ma anche alla “lezione” che Joe ha subito dalla vita. Eppure non se la passa così male, dato che in una delle periodiche puntate al negozio di fumetti The Beguiling conosce Andy, musicista e soprattutto grande fan dei suoi fumetti. Andy si accompagna con Kim, una tipa dal look alternativo e dai capelli corti e neri di cui Joe si invaghisce. E’ lei a fargli dimenticare che intanto la “sua” Trish sta uscendo con un altro, e che la sua vita è misera e disgraziata. Ma potrà provarci o no, visto che di mezzo c’è Andy, che stravede per lui ed è sempre gentilissimo? Forse sì, perché i due sembrano avere un rapporto aperto… Peepshow #4 è invece il primo capitolo di una storyline in tre parti intitolata Binswhacker e concepita per la prima volta da Matt come un unicum, a differenza dei numeri precedenti incentrati rispettivamente sulla cotta per Frankie, l’addio a Trish e la confusione post-rottura. Il tema centrale di questa storyline è uno: Joe Matt è infelice ma non si arrende. Passa le giornate a guardare i porno ma vuole fare di nuovo centro, se capite cosa intendo, e le chance non gli mancano. Oltre alla già citata Kim, c’è la minuta Mary, che gli è stata presentata proprio dalla coppia di amici, e con cui inizia ad uscire. Oppure una nuova coinquilina, l’asiatica Jill, che gli permetterebbe di soddisfare la sua curiosità per le ragazze orientali. E poi c’è Laura, una sua ex di Philadelphia con cui ha riallacciato i rapporti. Non vi dico chi di queste sarà la “fortunata”: la risposta potete trovarla in The Poor Bastard, volume unico pubblicato per la prima volta nel 1997 e contente proprio questa prima sestina di Peepshow. In italiano è uscito come Poor Bastard, senza l’articolo, per Coconino nel 2008 ed è ancora disponibile nelle migliori librerie.

Tra un flirt e l’altro, in Binswhacker seguiamo le vicende quotidiane del nostro in quel di Toronto, tra le periodiche puntate a The Beguiling, con l’allora proprietario Steve Solomos, i monologhi senza sosta a cui lo sottopone Charles, il suo coinquilino sovrappeso, e le sessioni di masturbazione accompagnate da fantasie erotiche che trovano massima espressione nella copertina del #6, con Matt attorniato da un nugolo di avvenenti ragazze. Se è vero che il cardine del lavoro di Matt è l’autobiografia – spesso spietata, come nell’episodio che l’ha portato alla separazione con Trish – bisogna anche dire che in queste pagine le situazioni sono spesso esagerate per dar loro coerenza e per divertire il lettore. Anzi, da quel che ha detto Matt in seguito mi sembra evidente che, se i primi due numeri di Peepshow sono in gran parte autobiografici, nei numeri dal 3 al 6 c’è più di qualche elemento di fiction. Matt non è né Harvey Pekar né Gabrielle Bell, non cerca l’insignificante ma plasma la sua autobiografia per fini narrativi, esagerando le situazioni fino a portarle al grottesco. Spiega l’autore in un’intervista del 1993 pubblicata nel #162 di The Comics Journal: “Non credo che il mio lavoro rispecchi la realtà in tutto e per tutto. I miei fumetti hanno una componente fittizia, nel senso che è normale mettere insieme degli eventi distanti nel tempo o inventarsi qualche particolare per dare un po’ di pepe alla storia. E poi io tendo a drammatizzare le cose (…). E’ normale esagerare per far ridere i lettori”. E di sicuro qui si ride di gusto, anzi, questi primi sei numeri di Peepshow sono a mio parere uno dei fumetti più divertenti di sempre, oltreché un esempio di cartooning d’alta scuola, con una narrazione fluidissima e leggera, dei tempi comici perfetti, dei disegni che nel loro tendere al grottesco – date un’occhiata alla miriade di espressioni facciali che Matt tira fuori mentre si fa le seghe, gioisce e soprattutto si dispera – riescono a far sbellicare il lettore quanto i testi. 

L’intervista appena citata è collocata in un numero speciale del Comics Journal, tutto dedicato al fumetto autobiografico, e in cui Matt viene intervistato insieme a Chester Brown e Seth. I tre formano un trio indivisibile, e questi primi sei numeri di Peepshow ne sono testimonianza evidente, con pagine e pagine di conversazione che alla fine più che commentare i fatti a mo’ di coro greco diventano il vero cuore del racconto. Lo stesso titolo del volume che raccoglierà queste storie è tratto da una frase che Seth rivolge al protagonista, intento – tanto per cambiare – a sbavare mentre guarda una ragazza a un tavolo vicino al loro: “You poor bastard. You really suffer, don’t you?”. Seth da una parte ridicolizza di continuo Matt, deridendolo per le sue scarse conoscenze di cultura generale, per i suoi vizi, le sue ossessioni, i suoi ragionamenti che si accartocciano su se stessi, tanto da paragonare una chiacchierata con l’amico a una corsa su un  tapis roulant che non può essere spento (“I’m on a treadmill!” urla facendo finta di cadere spaventato quando Matt si perde nei suoi ragionamenti paradossali). Dall’altra l’autore di Palookaville ha anche il ruolo di consigliere, di “voce della ragione”. Nel #183 di The Comics Journal Chris Brayshaw dopo aver lungamente conversato con Matt pone qualche domanda proprio a Seth, in un’intervista di quattro pagine che ha come unico argomento l’amico e collega. E Seth a un certo punto dice: “Abbiamo un rapporto davvero strano, soprattutto perché quando sono con lui divento più bacchettone di quanto sono di solito. All’improvviso mi ritrovo a difendere delle idee in cui non credo veramente, e a diventare molto più duro su alcuni argomenti, come il sessismo e la pornografia, su cui in realtà non sono poi così rigido”. Succede per esempio in Peepshow #5, quando Seth perde la pazienza urlando a Matt: “Questa tua stupida fissazione per le asiatiche è la classica fantasia del giovane maschio bianco. Ma non riesci a vedere che è offensivo? Nessuna donna vuole essere vista come un oggetto erotico prima che come una persona! Non riesci a capirlo?”. Diverso è invece il ruolo di Chester Brown, che quando partecipa agli incontri con gli altri due è di poche parole riservando a Joe soprattutto sorrisi sarcastici, tanto da sembrare quasi un cliché. Ma quando un lettore, nella posta di Peepshow #4, chiede se Chester è davvero così tranquillo o se è Matt a tagliare le sue battute, Joe risponde semplicemente: “Yes, he’s that quiet”. E a proposito di questo unitissimo trio di fumettisti, da segnalare che queste dinamiche tornano nei fumetti dei colleghi, in particolare in It’s a Good Life If You Don’t Weaken di Seth (dove però è soltanto Chester Brown a fare da spalla al protagonista) e in Paying for It dello stesso Brown, che riunisce il trio. Oltre a influenzarsi a vicenda (in particolare Matt ammetterà l’impatto che ha avuto su di lui il lavoro di Brown), i tre realizzeranno qualche striscia insieme – per lo più inedite, anche se una traccia la troviamo nel volume Drawn & Quarterly: Twenty-Five Years of Contemporary Cartooning, Comics, and Graphic Novels – e si daranno allo sfottò reciproco, come testimoniano Some Things I Think You Should Know About Joe Matt, la storia di Seth pubblicata sul settimo numero della prima serie dell’antologia Drawn & Quarterly, e Paid for It di Joe Matt, di cui dirò nella prossima e ultima puntata di questo speciale.

Vi presento Joe Matt/1

Era il 1992 quando Drawn & Quarterly iniziò a pubblicare Peepshow, il comic book monografico in cui Joe Matt serializzava le sue disavventure autobiografiche. Io all’epoca avevo 15 anni e mi appassionai alla serie con un po’ di ritardo. Non ricordo bene come ne venni a conoscenza, ma con tutta probabilità tramite qualche numero di The Comics Journal, o nel Previews della Diamond che studiavo attentamente insieme all’Anteprima di Alessandro Distribuzioni per poi chiamare Bologna e piazzare una lunga lista di ordini. O forse in qualche negozio di Roma, come All American Comics o Infinity Shop, specializzati in fumetti in lingua originale e che avevano il coraggio di portare i comic book “indipendenti” di case editrici diverse dalla Marvel e dalla Dc, come la Kitchen Sink, la Tundra, la Slave Labor, la Fantagraphics e appunto la Drawn & Quarterly. Fatto sta che iniziai a seguire Peepshow dal #7, che segnava l’inizio della seconda storyline, poi raccolta in volume con il titolo di Fair Weather e che vedeva protagonista l’autore da giovane. Dovevano essere i primi mesi del 1995, visto che quel numero porta la data di marzo di quell’anno. Qualche tempo dopo riuscii a procurarmi la raccolta in volume dei primi numeri di Peepshow, intitolata The Poor Bastard e pubblicata sempre da D&Q nel 1997, e quindi a recuperare i primi fumetti di Joe Matt, usciti in un volume chiamato ancora Peepshow e pubblicato da Kitchen Sink nel 1991. Se le atmosfere alla Stand by Me di Fair Weather mi aveva già colpito, questi fumetti ambientati “ai giorni nostri” mi conquistarono definitivamente.

Classe 1963, cresciuto a Lansdale, un paesino vicino Philadelphia in Pennsylvania, in tenera età Matt legge tanti fumetti e in particolare i Peanuts, Li’l Abner e i supereroi Marvel e Dc, ma anche Dennis The Menace, Little Lulu, Archie, Donald Duck. Disegnatore sin da ragazzino, dopo il college tenta la strada della scuola d’arte iscrivendosi al Philadelphia College of Art, con l’idea di sfondare come illustratore, sfoggiando uno stile ben diverso da quello che lo distinguerà in seguito. Stroncato da una serie di rifiuti, cambia completamente rotta e si dedica al fumetto. Ma l’idea di provare con i supereroi che tanto ha amato non lo sfiora nemmeno un attimo, un po’ per la sua scarsa confidenza con l’anatomia, e soprattutto perché aveva ormai scoperto Zap Comix e i fumetti di Robert Crumb, insieme a quelli di Harvey Pekar e di Art Spiegelman. Da lì ad arrivare al fumetto autobiografico il passo è breve e così inizia a disegnare le sue vicissitudini quotidiane negli sketchbook e a tentare i primi contatti con le case editrici, incoraggiato da un fumettista già avviato e che sarà famoso, il suo amico e compagno di college Matt Wagner. Per lui Joe farà anche da colorista, un lavoro remunerativo ma che odia profondamente, soprattutto quando le case editrici finiscono per pagarlo in ritardo. Di queste prove rimane traccia in alcuni numeri di Grendel e nella miniserie Batman/Grendel. Ma dicevamo appunto dei contatti con le case editrici, che si sviluppano subito dopo il college, quando il nostro si è trasferito a Philadelphia e ha iniziato a lavorare in un negozio di fumetti, il Fat Jack’s Comic Crypt. Sempre attraverso Wagner entra in contatto con la Comico, per cui il collega pubblicava Mage e Grendel: mostra il suo lavoro a Diana Schutz, che si dimostra interessata ma senza fargli un’offerta concreta. Così l’aspirante cartoonist prende, fotocopia 20 tavole già pronte all’uso e le manda alla Kitchen Sink, una delle case editrici fondamentali per il fumetto alternativo degli anni ‘70 e ‘80. Il gesto è subito ricambiato, dato che Matt viene invitato a bordo di Snarf, antologia spillata fondata nel 1972 da Denis Kitchen e che – dopo una storia fatta di continue riprese e interruzioni, con numeri che escono a distanza di anni l’uno dall’altro – stava per essere rilanciata con ritrovata continuità proprio sul finire degli anni ‘80. Il debutto è nel #11 del febbraio 1989 ed è lì che troviamo, a pagina 25, Some Things You First Need to Know About Joe Matt…, un titolo un programma, dato che la tavola racconta 31 curiosità in 31 vignette su un autore giovane e sconosciuto a chiunque. D’altronde il punto #5 avverte chiaramente che “he’s got a huge ego!!”. Sono cinque le tavole ospitate nell’antologia, tutte autoconclusive. Eppure queste pagine singole sono parte di una storia più grande, quella di Joe Matt ovviamente. Ce lo dice già la seconda pagina tratta da Snarf #11, senza titolo ma che come molte altre piazza una data (26 novembre 1987) in alto a sinistra: “Signore e signori, ve lo devo dire… A questo punto non me ne importa niente! Dopo due anni in cui ho cercato di iniziare un fumetto ricavandone solo frustrazione e angoscia, ho deciso… Al diavolo! Basta con i tentativi di creare dei personaggi! Basta con i tentativi di raccontare una storia! Al diavolo quello che vuole il pubblico! Al diavolo tutte queste porcherie!! Ormai ho deciso di fare quello che mi viene più facile, ossia disegnare dei fumetti su me stesso, con la speranza che forse qualcuno là fuori li possa trovare divertenti! Ma ora vi avverto… Non faccio una vita così entusiasmante… Anzi, probabilmente vi sembrerà noiosa. Ma se non altro potrete sempre tirarvi su pensando di non essere me…”. Insomma, il giovane Matt aveva ormai le idee chiare e queste poche righe suonano come il più onesto dei manifesti programmatici.

Quando debutta su Snarf, Matt si è già trasferito da Philadelphia a Montreal, per seguire la fidanzata di allora, Trish, cognata di Wagner e prima comprimaria dei suoi fumetti. Una decisione che sarà fondamentale per la sua carriera, dato che in Québec conosce Chris Oliveros, che proprio in quegli anni stava per mettere su Drawn & Quarterly. Il neo-editore lo scrittura da subito, offrendogli spazio nella sua prima pubblicazione. Drawn & Quarterly vol.1 #1 è una rivista antologica che esce nell’aprile del 1990 e in cui Matt fa la parte del leone, con ben 8 pagine simili per stile e tematiche a quelle viste su Snarf. Come già si era presentato ai lettori dell’antologia Kitchen Sink con Some Things You First Need to Know About Joe Matt…, il nostro fa gli onori di casa con una pagina simile, intitolata My Life in a Nutshell: 30 minuscole vignette in cui racconta le tappe fondamentali della sua vita, dalla nascita alla scuola fino alle estati passate a lavorare per racimolare qualche soldo e quindi al presente. Matt non si risparmia affatto, anzi, sembra soffrire di horror vacui, mostrando un impellente bisogno di raccontarsi nei minimi dettagli riempiendo la pagina fino all’eccesso. Nell’ultima vignetta si mostra al tavolo da disegno intento a colorare, con il testo che dice: “Grrr… Odio colorare… Sono sottopagato… E non ho tempo per i miei fumetti… Mi sono venduto… Ora sono intrappolato qui a Montreal… I ristoranti fanno schifo… Le librerie pure… Non so nemmeno parlare francese…”. Insomma, si lamenta e si compiange, come succederà molte ma proprio molte altre volte da qui agli anni a venire. E a proposito di Montreal, il tema viene sviluppato in un’altra storia pubblicata in Snarf #13, chiamata semplicemente Why I Hate Living in Montreal. Tanto per essere chiari, insomma.

A proposito di Snarf, Matt compare tra il 1989 e il 1990 in tutti i numeri dell’antologia Kitchen Sink, compreso il #15, che ne segnerà la fine. Ormai è canadese di adozione – e si trasferirà ben presto da Montreal a Toronto – oltreché uno degli artisti di punta di D&Q, tanto da contribuire alle antologie curate da Oliveros anche con qualche pagina che mostra il suo passato da illustratore. Un paio di esempi si trovano sulla quarta di copertina proprio di Drawn & Quarterly vol. 1 #1, oppure sulla copertina del terzo numero: a essere raffigurati con illustrazioni a colori dai toni fotorealistici e tendenti al grottesco sono rispettivamente un “povero” padre con quattro figli e una coppia sposata dal sorriso così smagliante da risultare inquietante. Ma torniamo al Joe Matt che conosciamo tutti, ossia caricaturale, ironico, autobiografico, persino masochista per l’immagine che dà di sé. Il suo contributo alla prima versione di Drawn & Quarterly finisce con il #6, datato ottobre 1991. Qualche mese dopo esce il primo fumetto tutto suo, ossia la raccolta integrale delle storie già viste sulle antologie, con l’aggiunta di qualche inedito. Il volume, tuttora inedito in Italia, è intitolato proprio Peepshow! (con il punto esclamativo in questo caso) e pubblicato da Kitchen Sink, anche se qualche anno dopo verrà ristampato da D&Q. 

I temi di questo densissimo “cartoon diary” – 90 e passa pagine in grande formato piene zeppe di testo – sono quelli tipici di tutti i fumetti di Matt. L’autore saccheggia nei minimi particolari la sua autobiografia, ossia le vicende di un fumettista di educazione cattolica ossessionato dal sesso, dai porno e dalla masturbazione tanto da mettere continuamente a repentaglio la sua stessa vita sentimentale. Insomma, niente di particolarmente nuovo, come commenta Robert Crumb nella quarta di copertina: “Proprio ciò di cui il mondo ha bisogno: un altro fumettista represso, fissato ed ex-cattolico. Non vedo l’ora di vedere che gli succede… Che dio lo aiuti!”. Una citazione sicuramente ironica ma che per lui è una sorta di benedizione: staremo anche leggendo per l’ennesima volta le vicende autobiografiche di un fallito frustrato ex-cattolico ecc. ecc. ma se si è scomodato Crumb in persona per commentarle, beh, vuol dire che queste storie sono almeno raccontate bene. E che fanno ridere, ovviamente. Matt non mostra la minima pietà verso se stesso e si descrive di volta in volta come un misogino, un avido collezionista, un inguaribile tirchio, un maniaco sessuale e chi più ne ha più ne metta. In queste pagine assistiamo anche all’incontro con Chester Brown e Seth, che segna l’inizio di una lunga e duratura amicizia, dato che i tre costituiranno un indissolubile gruppo di fumettisti con base a Toronto. Quando Joe incontra per la prima volta Chester Brown, il collega gli chiede dove possono andare per fare due chiacchiere e lui risponde senza vergogna “a casa tua”. E davanti alla proposta di Brown di prendere la metro risponde: “Are you crazy? That thing costs money! We can walk!”. Poco importa che in realtà le cose non andarono esattamente così e che l’incontro avvenne con tutt’altre modalità: l’episodio è comunque “vero” dato che rappresenta un lato importante della personalità dell’autore. Seth invece partecipa attivamente al volume con le due pagine di Some Things I Think You Should Know About Joe Matt, già viste su Drawn & Quarterly vol. 1 #7 e in cui si diverte a prendere in giro l’amico (“Sapete, prima di incontrare Joe Matt pensavo che stesse esagerando su di sè nelle sue storie – recita l’autore di Palookaville – Ma adesso so che non era così! Anzi, direi che si dipinge migliore di quello che è”).

In molti di questi fumetti l’autore/protagonista è tormentato da un desiderio sessuale irrefrenabile, tanto che a un certo punto decide di seguire un programma di disintossicazione. Ma il tentativo avrà scarso successo, e nel giro di poche pagine tornerà a pensare ossessivamente alle donne e a guardare le sue amate videocassette porno. Qua e là l’evolversi tragicomico delle vicende è interrotto da tavole tematiche, come quella in cui racconta i Tv shows that made me horny as a kid. Quella delle vignette minuscole è una fissazione: in Hell to Pay, pagina del 14 settembre 1989, diventano addirittura 96, tanto che l’autore avverte in apertura che “il microscopio non è incluso”. La tendenza a giocare con la costruzione della tavola è un’altra caratteristica del primo Joe Matt, che di tanto in tanto si diverte anche con soluzioni più ariose, come succede per esempio nella seconda versione di Playtime, dove è raffigurata una struttura verticale degna di un parco giochi in cui il protagonista si muove compiendo le più spericolate acrobazie. Altri argomenti di queste storie sono i capelli dell’autore, un oscuro segreto (guarda caso a sfondo sessuale), la fissazione di parlare come Donald Duck, e poi descrizioni dettagliate dei genitori, dei fratelli, del nonno, delle ex fidanzate, degli amici, degli ex coinquilini. Ogni tanto si guarda al passato, come in Blueberry Fields Forever, dove si racconta l’esperienza estiva in una fattoria nel Maine, o in Fat Jack’s Comic Crypt, sul periodo passato al negozio di fumetti di Philadelphia. Sulla stessa falsariga da citare anche I Was a Teenage Art Student, in cui lo vediamo darsi arie da artista maledetto, vivere storie di una notte, cercare l’ispirazione nei cimiteri, ubriacarsi e via dicendo, per poi specificare che si è inventato un bel po’ di cose. E ci sono anche una serie di guide, come quella su come risparmiare – dall’originale struttura circolare e a colori – o un’altra su come “andare in bagno” senza farsi sentire dagli altri. 

L’ultima parte del volume anticipa gli sviluppi futuri. Con un tratto ormai maturo, che si è fatto via via più rotondo rispetto agli spigolosi esordi, Matt abbandona l’impostazione autoconclusiva delle tavole e inizia ad affrontare una narrazione più strutturata. Siamo a questo punto a Toronto, dove Joe e Trish vivono nel sottoscala di Deb, con la proprietaria di casa, un gatto e tre ragazzini. Ma quando arriva la notizia dell’infarto del padre, Matt deve tornare in Pennsylvania, dove tra una visita e l’altra all’ospedale sfoga lo stress comprando costosi giocattoli come la Pee-Wee’s Playhouse, non senza sensi di colpa (“Ho comprato la Pee-Wee’s Playhouse anche una seconda e una terza volta – confesserà nell’intervista pubblicata in The Comics Journal #183 –  e tutte le volte me ne sono sbarazzato. Al momento non ce l’ho. E non la voglio”). Dopo che il padre si è rimesso, assistiamo al ritorno a Toronto. Qui Chester Brown gli presenta Kris, una massaggiatrice shiatsu dai tratti orientali che gli offre un trattamento gratis. Lui accetta di buon grado scatenando l’ira della fidanzata e una lite furibonda che occuperà le pagine conclusive del volume, prima di una riappacificazione in extremis che ha l’amaro sapore della tregua. Al di là dei contenuti, le storie mostrano che Matt è cresciuto come autore e che i tempi sono maturi per qualcosa di diverso, magari un comic book vero e proprio. Lo sa il diretto interessato e soprattutto lo sa Chris Oliveros, che aveva già capito la necessità di superare il formato antologia per dare uno spazio tutto loro ad altri autori come Julie Doucet e Seth. 

Facciamo il punto su Kevin Huizenga/5

Ultimo post dello speciale Kevin Huizenga, dedicato alle sue opere “minori” e a curiosità varie elencate un po’ a casaccio, proprio come piace a noi. Per i più distratti segnalo le mie precedenti incursioni nel mondo di Huizenga: uno sguardo agli esordi, una guida ai suoi fumetti più importanti, una sintesi dei temi principali della sua opera, un excursus su Il fiume di notte.

Perché Glenn Ganges? – Del buon vecchio Glenn Ganges ho parlato approfonditamente nei precedenti post ma mi accorgo di non aver svelato le origini del suo nome. Ebbene, la spiegazione arriva da una foto pubblicata sulla seconda di copertina di Or Else #4, raffigurante un’uscita dell’autostrada per Glenn e Ganges, due città del Michigan. Il cartello si trova sul tragitto che Huizenga percorreva abitualmente per tornare a casa dai genitori durante il periodo del college a Grand Rapids ed è servito da ispirazione dato che proprio in quel periodo l’autore stava cercando un nome per il protagonista della prima versione di The Wild Kingdom, pubblicata su Supermonster #12. La pubblicazione della foto su Or Else #4 è motivata dal fatto che quel numero della serie di Drawn & Quarterly contiene una nuova versione estesa della stessa The Wild Kingdom.

Huizenga dà i numeri – Da diversi anni a questa parte Huizenga ha cercato di fare ordine in un catalogo sterminato e caotico. E il sistema che ha inventato è ad uso e consumo dei completisti, che grazie a un numero preceduto dalle iniziali KH possono collezionare e dare un senso a tutti i suoi fumetti. O forse è più un vezzo, dato che a volte è difficile trovare in quale parte dei suoi albi – scritti fino all’ultimo angolo secondo la lezione di Chris Ware – questo fantomatico numero di catalogo appare? Si dà anche il caso che di tanto in tanto questa catalogazione venga omessa: se infatti non è prevista per le raccolte in volume che si limitano a ristampare materiale già edito e – soprattutto – già numerato (come per esempio The River at Night), in realtà sembra mancare anche in altre pubblicazioni, come l’albetto della serie Structures pubblicato da Uncivilized Books nel 2015. Insomma, come dice il titolo di questo paragrafo Kevin Huizenga dà i numeri. O forse li sto dando io, chissà. Comunque segnalo, per i più curiosi tra voi, che la numerazione parte con l’autoprodotto Sermons #1, prosegue con il mini – ancora autoprodotto – di note e schizzi su The Feathered Ogre e va a toccare il #3 con il debutto di Or Else. E così via…

Amazing Facts and Beyond – Tra le opere di Huizenga di cui non ho ancora parlato, un posto di rilievo è occupato da Amazing Facts and Beyond, volume uscito per Uncivilized Books nel 2013 e che raccoglie tutte le strip realizzate da Huizenga e Dan Zettwoch per un settimanale di St. Louis, il Riverfront Times. Insieme a loro anche Ted May e Ron Weaver, che contribuiscono con qualche striscia nella fase iniziale della pubblicazione. La serie ha tenuto impegnato Huizenga per diversi anni, tanto da impedirgli di concentrarsi su Ganges. Ma d’altronde i fumettisti hanno le bollette da pagare, e non si può certo rinunciare a un lavoro retribuito per un settimanale a favore di una serie la cui pubblicazione è stata interrotta dall’editore e che va rilanciata a proprie spese… Ma di cosa parla la striscia in questione? Si tratta di un fumetto umoristico pseudo-scientifico, in cui il protagonista Leon Beyond è una sorta di Piero Angela delle fake news, intento a snocciolare fatti improbabili e curiosità del tutto inventate, in una satira divertente e che oggi ha ancora più senso viste le corbellerie che ci dobbiamo sciroppare ogni giorno da amici, parenti, politici, sedicenti giornalisti su pandemia & co. L’esperimento è curioso e merita un’occhiata, anche se il consiglio è di centellinare la lettura del volume, perché lette una dietro l’altra le strisce possono annoiare. Se siete interessati il libro – che a quanto pare non ha avuto molta fortuna commerciale – è in vendita a prezzo scontato sia sul sito di Uncivilized Books che su quello dello stesso Huizenga.

Alla prima – Lo sapevate che un fumetto di Kevin Huizenga è stato realizzato appositamente per l’Italia? Grazie anche alla notorietà arrivatagli dalle strisce pubblicate su Internazionale una decina di anni fa, Huizenga ha infatti realizzato Alla prima, volumetto edito da Comma22 nel 2012. La pubblicazione aveva il compito di accompagnare la mostra Americani a Firenze. Sargent e gli impressionisti del Nuovo Mondo, tenutasi a Palazzo Strozzi dal 3 marzo al 15 luglio dello stesso anno. Protagonista è il solito camaleontico Glenn Ganges, stavolta nelle vesti di un pittore americano che arriva a Firenze nel 1878 insieme a un nutrito gruppo di connazionali. Tra serio e faceto, e tra reale e immaginario, i pittori americani si muovono in una Firenze ottocentesca di grande fascino, con Huizenga che ne restituisce la magia riuscendo a bilanciare fatti storici, invenzione, divulgazione e leggerezza. Da segnalare che le avventure e le vicende artistiche di Glenn e soci sono liberamente ispirate a quelle del pittore Frank Duveneck e dei cosiddetti “Duveneck Boys”.

Internazionale – Alcuni fumetti pubblicati da Huizenga su Internazionale vanno annoverati tra le migliori storie brevi dell’autore. Se non li avete letti vi consiglio di recuperarli, magari procurandovi l’autoprodotto The Body of Work, dove ne trovate un paio. Di recente Huizenga è tornato sul magazine italiano con un’altra delle sue Cartoline da Fielder, pubblicata nel #1414 del 18 giugno 2021. Non è una cartolina molto allegra a dire il vero, dato che in queste due pagine a colori si racconta – sempre attraverso lo “schermo” del protagonista Glenn Ganges – la malattia dell’attuale compagna di Huizenga, che si è trovata a combattere con un cancro proprio nel pieno della pandemia. Per ora la versione originale della storia è uscita in una delle fanzine che ogni mese Huizenga mette a disposizione in formato elettronico per i suoi sostentori su Patreon. Cercatela nella fanzine di maggio, che mostra anche tutto il processo creativo che ha portato alle tavole definitive, e in quella di giugno, dove invece trovate soltanto il risultato finale.

Comix School USA – Ho già accennato nei precedenti post al trasferimento di Huizenga da St. Louis a Minneapolis nel 2014, che lo ha portato a diventare insegnante di fumetto presso il Minneapolis College of Art and Design (MCAD) e a vivere nella casa abitata in precedenza da Anders Nielsen (e dove ora vive Craig Thompson). Detto che di recente il cartoonist si è nuovamente trasferito (tornando vicino ai luoghi della sua gioventù, cioè a Chicago), l’esperienza di insegnante a Minneapolis è testimoniata ampiamente dalla serie di fanzine Comix School USA, in cui Huizenga ha pubblicato appunti utilizzati per le lezioni, consigli agli aspiranti fumettisti, schizzi, disegni e quant’altro. Se siete curiosi vi segnalo che il set completo – per un totale di ben 384 pagine – è disponibile sul sito dell’autore. Personalmente non so dirvi se vale la pena recuperarlo o meno, perché non ho nemmeno uno di questi albetti didattici e perché insomma, va bene il completismo ma c’è un limite a tutto.

Fielder – La nuova serie di Huizenga è iniziata nel 2018 e ha il titolo di Fielder, luogo della mente che serve anche da base per le autoproduzioni dell’autore, visto che l’immaginaria casa editrice che produce l’albo, distribuito nelle fumetterie americane da Drawn & Quarterly, si chiama Fielder Media. Huizenga colloca la sua Fielder in un territorio di confine chiamato Michiana, dunque tra Michigan e Indiana, in modo da sottolineare l’essenza puramente midwestern di questi fumetti. Il numero uno, dallo stesso formato degli ultimi numeri di Ganges ossia 28 x 21.5 cm, consta di 32 pagine e si apre con la terza parte di Bona, il remake del comic book Kona già iniziato su The Half Men, che occupa le pagine 1-6 del comic book. La cosa bizzarra è che la seconda parte di Bona si trova più avanti nello stesso albo, da pag. 21 a pag. 25, con tanto di riassunto di quanto successo finora, come se con questo approccio Huizenga volesse sottolineare l’essenza puramente seriale e tradizionale delle sue storie, in barba alle abitudini odierne del graphic novel autoconclusivo. Il pezzo forte di questo primo numero è però il primo capitolo di Fileder, Michiana, quella che a tutti gli effetti sembra essere la nuova storia lunga di Huizenga e che prosegue le vicissitudini di Glenn Ganges ne Il fiume di notte. Ecco dunque Glenn che si sveglia finalmente dal sonno, anche se poi svegliarsi non è così facile. Seguono elucubrazioni e pensieri che riguardano non più il modo in cui ci addormentiamo ma quello in cui ci svegliamo: come l’altra faccia della medaglia de Il fiume di notte, o il “lato luminoso della luna”. In Fielder #1 troviamo anche un episodio metanarrativo di Fight or Run, che sa tanto di finale, e la riproposizione dell’eccellente G~~~~ G~~~~ in “My Career in Comics”, fumetto originariamente pubblicato sul librone per i venticinque anni di Drawn & Quarterly e che mescola – alla maniera di Huizenga – autobiografia e invenzione. Vi segnalo per concludere che il #2 di Fielder è di prossima pubblicazione (se tutto va bene entro la fine dell’anno) e che se nel frattempo volete curiosare nella vita personale e soprattutto creativa di Kevin Huizenga potete abbonarvi al suo Patreon. The End!

Facciamo il punto su Kevin Huizenga/4

Prosegue il “punto” su Kevin Huizenga con una panoramica su Il fiume di notte, traduzione italiana via Coconino del volume The River at Night pubblicato da Drawn & Quarterly, a sua volta raccolta dei sei numeri della serie Ganges. Questi gli altri post dello speciale Huizenga: il primo sugli esordi dell’autore, il secondo sulle sue principali opere, il terzo sui temi della sua produzione. A risentirci prossimamente per il quinto e conclusivo articolo, che raccoglierà curiosità varie ed eventuali. Buona lettura.

Sabato pomeriggio, viali quasi deserti, tipici sobborghi americani. Un uomo cammina da solo, diretto in biblioteca. Pensa a quante volte ha percorso quella strada e vede se stesso nel passato fare lo stesso tragitto. Riflette sul tempo: il momento presente gli sembra eterno ma anche effimero, perché basta un attimo per farlo svanire. Raccoglie un giornale, ricorda com’era la sua vita un anno fa. Che cosa faceva? Dove andava? A cosa pensava? Alla fine decide di accelerare il passo perché la biblioteca sta per chiudere. Fine della storia. Nelle successive pagine de Il fiume di notte vedremo sempre lo stesso uomo, Glenn Ganges, osservare un ciclista che butta una cartaccia per terra, arrivare finalmente in biblioteca, farsi un caffè, leggere, chiacchierare con la moglie Wendy, andare alla ricerca della cartaccia gettata dal ciclista, riflettere sul significato della canzone She’s Leaving Home dei Beatles. E poi, alla fine del primo capitolo della storia, mettersi a letto accanto alla moglie e osservarla dormire, mentre lui inizia a vagare con la mente perché non riesce a prendere sonno.

Quanti fumetti raccontano eventi così quotidiani e ordinari? Pochi, direi. Siamo da sempre abituati a leggere di avventure straordinarie, esseri superpotenti, e – di recente – di fatti storici, di cronaca, di costume. Certo, c’è l’autobiografia, declinata da molti cartoonist come sguardo al proprio ombelico. Ma c’è spesso un’insistenza sull’autore/personaggio, sulla sua identità e sulle sue disavventure. Qui nemmeno quello, perché Glenn Ganges più che essere un alter ego di Kevin Huizenga è piuttosto un uomo qualunque. Anzi, una persona qualunque, dato che non si parla mai o quasi mai della sua sessualità, altrimenti questo fumetto sarebbe potuto diventare l’ennesima odissea del WASP egocentrico. Le opere di Kevin Huizenga, e Il fiume di notte in particolare, sono i fumetti che ci mostrano tutto ciò che gli altri fumetti abitualmente tralasciano. Gente che prende un caffè, che cerca di dormire, che legge seduta su una poltrona. Un personaggio che cammina per strada, al massimo va al funerale di un familiare e che soprattutto pensa, pensa e pensa, senza mai smettere. Che ha consapevolezza di se stesso. Vengo disegnato, dunque sono. Ma senza diventare il centro della narrazione, anzi: il protagonista qui è solo un mezzo per aprire la strada a riflessioni e digressioni sui massimi sistemi. Non ha una storia, né una personalità definita. Per cercare un’iperbole, potremmo definire Il fiume di notte come il fumetto che ha riservato al graphic novel il trattamento che la Marvel ha offerto al genere supereroistico. Se la Marvel negli anni ’60 aveva rappresentato l’umanità di supereroi con superproblemi, Huizenga qui porta alla luce la quotidianità del protagonista di un graphic novel: il suo dietro le quinte, con tutte le inevitabili derive metanarrative.

“Sono una persona molto razionale, rifletto di continuo e mi preoccupo sempre per tutti gli aspetti della mia vita – tranne che per i fumetti, che lascio che si sviluppino pian piano. Non cerco di indirizzarli verso qualcosa di predefinito, anzi, direi che li lascio andare. Mi sento come se fossi libero nei miei fumetti”. Questa frase di Huizenga è fondamentale per capire in toto la genesi e la natura de Il fiume di notte. Che nasce seriale, al pari di tanti altri fumetti dalla genesi decennale raccolti in volume nel corso di questi ultimi anni: Rusty Brown di Chris Ware, per esempio, o anche Clyde Fans di Seth. D’altronde la storia ha avuto una lunga vita editoriale, in cui l’Italia ha avuto una parte importante. Nata per la serie Ignatz diretta da Igort e coprodotta da Fantagraphics e Coconino, è stata pubblicata in doppia lingua per i primi due numeri, per poi proseguire solo in inglese nei numeri 3 e 4. Rimasta al palo dopo la chiusura di Ignatz, ha subito anche un momento di difficoltà dello stesso autore, che dopo il divorzio con la moglie si è trasferito da St. Louis a Minneapolis nel 2014 per iniziare la carriera di insegnante (di fumetto, ovviamente). I primi quattro numeri sono stati pubblicati tra il 2006 e il 2011, nel giro di cinque anni, cioè nello stesso lasso di tempo che intercorre tra il #4 e il #5, che uscirà soltanto nel 2016, autoprodotto dall’autore anche se distribuito nelle fumetterie da Fantagraphics. Del 2017 è la conclusione della storia con Ganges #6, ancora autoprodotto, mentre la raccolta in volume è uscita nel 2019 per Drawn and Quarterly, seguita dalla recente traduzione italiana per Coconino.

Si tratta dunque di un’opera che ha avuto oltre 10 anni di lavorazione: l’opera della vita, probabilmente, ma che all’inizio Huizenga non aveva concepito come tale, né strutturato per la raccolta in volume. Sono personalmente queste le opere che preferisco: perché non sembrano meccanismi perfetti ma lasciano appesi spunti, ne sviluppano di ulteriori, prendono forma una pagina dopo l’altra. Insomma, mostrano al lettore la loro stessa genesi, come un making of incluso nel prezzo. Il tema di Glenn Ganges che non riesce a dormire, infatti, è accennato alla fine del primo capitolo, ma non è centrale sin dall’inizio. Non ne troviamo traccia nel secondo capitolo, tutto dedicato ai videogiochi e in cui l’autore racconta attraverso il suo personaggio un pezzetto di autobiografia, e cioè di quando lavorava alla Xplane (qui ribattezzata Requestra). Ma dal capitolo 3 viene poi ripreso, fino a diventare il nocciolo della vicenda. Ma cosa passa per la testa di Glenn Ganges mentre cerca di prendere sonno? E di cosa parla Il fiume di notte? Beh, se ciò che ci viene mostrato è del tutto quotidiano e ordinario, i pensieri del protagonista sono tutt’altro. Non riguardano la spesa, il lavoro, o cose banali. Un tema importante è il tempo, che più dello stesso Glenn è il vero protagonista del libro, insieme alla percezione che noi abbiamo di esso: il tempo che ci si mette per prendere sonno, e quanto può sembrare lungo un solo minuto quando non si riesce a dormire, e quanto è invece insignificante in un’ottica universale. Ma di discorsi ce ne sono tanti altri, sul nostro posto nel mondo, sulla morte, sull’origine della terra. Glenn legge saggi filosofici inventati, come Metodo ed essere di Jean-Luc Heilegra (parodia di Essere e tempo di Heidegger), cercato e ritrovato con tanta fatica tra i vecchi libri per provare disperatamente ad annoiarsi e così – finalmente – dormire, e veri trattati di geologia che raccontano le teorie di James Hutton, a cui Huizenga riserva la sua abituale traduzione grafica. Le teorie di Hutton, affrontate nel quinto capitolo, sono centrali per la conclusione della storia: rappresentano quello sguardo all’universale che l’autore non tralascia mai, rapportandolo poi al suo particolare nel sesto capitolo, in cui il tempo è scomposto in “scatole da due minuti” che raccontano passato e presente del protagonista. Accanto a lui, sin dall’inizio, c’è sempre la moglie Wendy, che in questo volume è ben più che un personaggio di contorno o anche un semplice coprotagonista. Potrebbe essere perfino considerata la “vera” autrice de Il fiume di notte, visto che è una fumettista, intenta a disegnare la serie Fight or Run, che nella “nostra realtà” è un fumetto dello stesso Huizenga (pubblicato prima sull’antologia Blood Orange, poi in un albetto autonomo). Un accenno in tal senso c’è all’inizio del quinto capitolo: ma non vi dico altro, leggetelo e traete le vostre conclusioni.

Ricco di spunti e di temi diversi, Il fiume di notte poggia la sua unità non solo sul tema di Glenn Ganges che non riesce a dormire, ma anche sulla forma. Certo, tra un capitolo e l’altro sono passati degli anni a volte, e a livello estetico qualcosa cambia. Ma dal punto di vista formale le soluzioni adottate da Huizenga danno una notevole compattezza all’opera. Lo stesso autore ha spiegato in un’intervista del 2014 pubblicata online da The Comics Journal: “Quest’anno scrivere Ganges #5 è stato davvero strano. L’ho rimandato per anni perché in realtà non sapevo proprio come concludere la serie. Così mi sono seduto e ho riletto Ganges dal #1 al #4 e ho avuto questa curiosa sensazione di trovare nel mio lavoro degli elementi che non avevo mai notato prima. Mi è sembrato di capire delle cose che c’erano in questi fumetti che non sapevo di aver fatto consapevolmente. E così ho concluso che se mi concentravo sugli aspetti formali del mio lavoro potevo capire come portarlo avanti. Affronto i miei fumetti sempre con una sorta di logica in mente – pensando a ciò che ha senso dal punto di vista formale, cercando un equilibrio – e ho scoperto che se guardavo i numeri dall’1 al 4 e cercavo di comprendere cosa succedeva sul piano della forma, mi sembrava subito chiaro cosa dovevo fare dopo. Avevo già un po’ di idee in testa ma in questo modo ho finalmente capito la forma che quelle idee avrebbero dovuto prendere”. Questa dichiarazione è particolarmente importante perché ci permette di vedere l’opera di Huizenga da un punto di vista puramente estetico. Mettiamola insieme con quanto scriveva Sean T. Collins recensendo Ganges #4 sul sito di The Comics Journal: “Kevin Huizenga ha già affrontato l’incapacità di addormentarsi del suo protagonista, l’everyman Glenn Ganges, nel numero 3, riformulando i vagabondaggi della sua mente irrequieta come una serie di avventurose esplorazioni di ambienti – acqua, scarichi, alberi, le bolle e i balloons degli stessi fumetti  – che renderebbe orgoglioso qualsiasi membro di Fort Thunder”. Ecco dunque che Il fiume di notte diventa un fumetto di esplorazione, non di ambienti o di uno spazio fisico appunto, ma dello spazio mentale e vitale del protagonista. Un protagonista che agisce pensando, perché la sua azione è esplorare i dungeon della mente, dove non trova altro che i suoi stessi pensieri. L’immagine ricorrente del corpo di Glenn steso a letto – la testa ovale con il naso a formare una protuberanza – si accompagna a un’altra immagine della sua mente che vaga mentre non riesce a prender sonno, rappresentata graficamente da un altro Glenn più piccolo. Questo Glenn/mente – se così vogliamo chiamarlo in opposizione al Glenn/corpo – si moltiplica all’infinito proprio nel sesto e ultimo capitolo, che inizia con una storia nella storia intitolata La galleria degli specchi della natura in cui i movimenti di questo esercito di Glenn superano ogni barriera formale, uscendo fuori dalle vignette e arrivando fino ai bordi delle pagine, in quella che è una delle sequenze più semplicemente belle – se non LA più bella – disegnata da Huizenga nella sua carriera.

E’ come se alla fine tutta la complessità crescente di questo fumetto venga riportata alla forma pura e semplice. E sulle forme ci sarebbe molto altro da dire, vista la ricorrenza di figure circolari in tutto Il fiume di notte se non in tutta l’opera di Huizenga (guardatevi le diverse copertine di Gloriana, con la rotonda luna rossa che rimanda al pallone da basket della storia in appendice, o anche il fumetto autoprodotto The Body of Work). Sull’argomento si è soffermato il fumettista Andrew White, che ha realizzato una fanzine su Il fiume di notte, poi riprodotta anche on line. Vi suggerisco di darci un’occhiata per ulteriori approfondimenti. E visto che ci siamo vi segnalo anche che nel suo Patreon Huizenga ha messo a disposizione i pdf di due fanzine intitolate Riverside Companion, con note e approfondimenti su Il fiume di notte.

Facciamo il punto su Kevin Huizenga/3

In origine questo “punto” su Kevin Huizenga doveva uscire con pochi giorni di intervallo tra un episodio e l’altro. Poi come al solito la vita ci ha messo lo zampino e quindi eccoci qua che siamo ancora alla terza parte. E chissà quando riuscirò a pubblicare le due restanti. Vabbè, mi accontenterei di riuscire a finire il tutto, prima o poi. In questo post, dopo aver visto gli esordi di Kevin Huizenga e aver fatto una panoramica sulle opere principali della sua produzione (con l’eccezione de Il fiume di notte che sarà argomento della prossima puntata), cercherò adesso di elencare brevemente gli elementi essenziali dei suoi fumetti.

Glenn Ganges – L’alter ego di Huizenga è il protagonista di gran parte dei suoi fumetti. Ispirato nel design alle figure di E.C. Segar e al Flakey Foont di Robert Crumb, è un everyman alla Charlie Brown, un personaggio che non ha un suo reale sviluppo o una biografia, e non è nemmeno sempre uguale a se stesso. Glenn Ganges può vivere da solo o insieme alla moglie, può avere una figlia o anche no, può fare un lavoro piuttosto che un altro, e a volte queste variazioni hanno luogo all’interno dello stesso fumetto, nello spazio di poche pagine o addirittura vignette. Quando gli succede qualcosa, poi, non è detto che questo abbia un effetto sulla sua “vita” futura. Prendiamo per esempio il trittico di storie tratte da Drawn and Quarterly Showcase #1 (2003) e poi ristampate nel volume Maledizioni. Alla fine di 28th Street Glenn e la moglie sono riusciti finalmente ad avere una bambina grazie alla miracolosa piuma dell’orco, e nell’episodio successivo, The Curse, si accenna alla nascita della piccola. Ma nelle storie future dei Ganges non ci sarà alcun riferimento a questa vicenda, né alla bambina stessa. Spiega lo stesso Huizenga in un’intervista del 2018 con Alec Berry pubblicata su The Comics Journal #305 (2020): “Nei fumetti c’è questa fissazione per la continuity, e nella scrittura e in tutta la fiction in genere un personaggio ha una sua vita: un inizio, un periodo intermedio, e una fine. Io ho semplicemente pensato di poter usare Glenn in tanti scenari diversi, e che questa cosa non avrebbe avuto delle conseguenze. Potevo farlo ripartire da capo e basta”. Ma cosa fa Glenn Ganges? Niente di clamoroso, anzi, si potrebbe dire che fa le cose che rendono così ordinaria la nostra vita quotidiana. Per lo più cammina, osserva e soprattutto riflette, lanciandosi in voli pindarici spesso tendenti all’assurdo. Ma forse questa tavola, che è la prima pagina di Or Else #1, spiega più di tante parole l’essenza di Glenn Ganges.

“I’m not primarily interested in drama” – Sono andato a ripescare questa frase da una conversazione pubblicata su The Comics Journal #300 (2009) in cui Gary Groth intervista, o meglio lascia chiacchierare tra loro, Huizenga e Art Spiegelman. A un certo punto Huizenga afferma: “Ciò che mi interessa non è il dramma, la trama o la caratterizzazione dei personaggi, anche se sto comunque provando a concentrarmi di più su questi aspetti, e a imparare a svilupparli. Personalmente tendo più a pensare come un architetto o qualcosa del genere, come se dovessi creare una struttura coerente. O forse come un compositore, anche”. La dichiarazione fa capire chiaramente dove vanno a parare i fumetti di Huizenga, che seguono un intreccio classico soltanto quando adattano racconti e fiabe. Quando le storie le hanno scritte gli altri, insomma. Quando invece il fumetto è tutta farina del suo sacco, Huizenga lo imposta più come un saggio, o come una riflessione legata a un fatto specifico, spesso insignificante, successo ai suoi personaggi. E il fumetto come digressione –  e non come storia – dà all’autore la possibilità di portare all’estremo le sue premesse, qualunque esse siano, raggiungendo livelli di profondità e a volte di assurdità inaccessibili con una trama convenzionale. Fa eccezione ovviamente la fase iniziale della sua produzione (quella di Supermonster), che era per lo più realistica e autobiografica.

La poesia della scienza – Ma non solo autobiografica: il primo Huizenga è in qualche modo anche un poeta, tanto che potremmo inserirlo nella corrente dei comics as poetry. Walkin’ da Supermonster #7, che citavo nel post d’apertura di questa rassegna, è esemplificativa in questo senso, con il protagonista/autore che osserva la natura e grazie ad essa riesce ad accedere ai suoi ricordi, rispecchiandosi in un bambino che gioca in un parco. Dalla poesia Huizenga si sposterà presto verso la scienza, e questo passaggio lo vediamo verificarsi già in Gloriana: se nella parte centrale l’autore traduce le emozioni di Glenn che guarda il tramonto in una serie di disegni in libertà, nella parte finale Glenn è già pronto a spiegare il fenomeno della luna rossa ai suoi vicini di casa, con la rappresentazione che non è più astratta ma comincia ad avvalersi di schemi e diagrammi. La poesia diventa scienza, e lo diventa ancor più in seguito, viste anche le esperienze professionali del nostro, che arrivato a St. Louis lavora per un anno alla Xplane, una “visual thinking company” la cui missione è creare rappresentazioni grafiche di vari prodotti (soprattutto software), e poi al St. Louis Science Center, dove rimane per quasi cinque anni. E anche successivamente, quando si dedica a fare il cartoonist a tempo pieno, Huizenga passa le giornate non tanto a disegnare, quanto a leggere saggi di filosofia, teologia, scienza, storia e quant’altro. E di queste letture si trova ampiamente traccia nei suoi fumetti.

Particolare vs. universale – La scienza, dunque, anzi le scienze naturali potremmo dire. Ci sono l’astronomia e la fisica, così importanti in Gloriana, la zoologia che è centrale in La maledizione e in The Wild Kingdom, la geologia che è alla base di diversi passaggi de Il fiume di notte. Tutte discipline che vengono utilizzate non per semplice sfoggio di erudizione (anche se di tanto in tanto Huizenga si lascia andare a qualche lungaggine di troppo) ma come strumenti per sviscerare determinati aspetti della condizione umana, vista in un dialogo più ampio con ciò che la circonda, e quindi con la natura, il tempo, lo spazio. E questo dialogo spesso diventa scontro, come accade appunto in The Wild Kingdom. Da queste considerazioni fondate su basi scientifiche si arriva a considerazioni filosofiche, in una tradizione che Huizenga riprende dagli antichi greci. In questo senso la metodologia di Huizenga è spesso ripetuta nelle sue opere, perché l’autore ci mostra qualcosa che succede a Glenn Ganges e gli dà significato rapportandolo ai fenomeni naturali. E questa tensione continua tra particolare e universale è un tema centrale: ne è un esempio perfetto, quasi scontato, la tavola gigante pubblicata sull’enorme Kramers Ergot 7 e poi riproposta in versione scomposta all’inizio de Il fiume di notte, in cui osserviamo un “pezzo” di Glenn Ganges che parla dentro il suo appartamento, con l’obiettivo che esce dalla stanza, sale sempre più su fino ad osservare i tetti, le strade e gli alberi e infine arriva addirittura tra le nuvole. Interessante il fatto che se nella versione di Kramers Ergot i dialoghi erano riportati a mo’ di cornice, in quella de Il fiume di notte scompaiono del tutto, dandoci ulteriore prova della loro scarsa importanza: a vederle dal cielo che cosa sono le parole spesso inutili che ci scambiamo ogni giorno?

Il tempo – Il tempo è un altro elemento centrale dell’opera di Huizenga, sia per come è utilizzato sia per come viene trattato. Non a caso una delle principali novità introdotte da Gloriana rispetto alle opere precedenti è l’utilizzo anticonvenzionale della cronologia. L’ho già detto poco fa: Huizenga non è interessato a raccontare una storia dall’inizio alla fine ma ad approfondire un tema. E quindi va avanti e indietro, scarta di lato, ricomincia da capo, come si vede appunto in Gloriana e come succede nel capitolo iniziale de Il fiume di notte, chiamato appunto Time Traveling, dove le vignette diventano tridimensionali mostrandoci Glenn Ganges che grazie alle possibilità offertegli dal fumetto riesce a passare da un anno all’altro con estrema facilità. Il tempo cessa di essere semplicemente un mezzo utilizzato per raggiungere uno scopo, e diventa l’oggetto della diegesi. E sotto un certo punto di vista tutta l’opera di Huizenga può essere letta come una riflessione sul tempo, in quanto relativizza ogni singolo fatto della quotidianità ricollocandolo nella più ampia cornice della storia dell’uomo, se non addirittura del pianeta. Leggiamo ne Il fiume di notte, in un pezzo originariamente pubblicato su Ganges #5: “Visto da questa ottica, un milioni di anni è assai breve. Il ciclo vitale di una persona è un granello di sabbia. La nostra mente, che fatica a collocare la nostra esperienza complessa in una rete già immensa di concetti e contesti (anche loro mai a riposo), non riesce a mutare scala con facilità per assorbire questa immensa vastità dello spazio senza provare vertigine e disorientamento”. E proprio Il fiume di notte è, per stessa ammissione di Huizenga, un’opera che si concentra soprattutto sul tempo, e sui diversi modi di pensarlo e rappresentarlo. Ma di questo parlerò nel prossimo post.

“Now if Jesus does return tonight, I’ll be so embarassed!” – La religione, e di conseguenza la teologia, sono argomenti che il cartoonist sviscera soprattutto nella fase iniziale della sua opera, per poi accantonarli pian piano. L’evoluzione dell’autore è chiara: da cattolico praticante mette sempre più in dubbio la sua fede, per poi sconfessarla fino al punto di disinteressarsene. Ma prima del disinteresse c’è la riflessione. In Gloriana la contrapposizione tra Glenn e i vicini che osservano il fenomeno della luna rossa è piuttosto elementare, con la considerazione finale del protagonista (“Now if Jesus does return tonight, I’ll be so embarassed!”) che è più ironica che dubbiosa. La contrapposizione tra religione e scienza torna anche ne Il fiume di notte. Sul tema da citare anche Jeepers Jacobs, vista su Kramers Ergot #5 e poi ristampata su Maledizioni, un ritratto piuttosto impietoso di un teologo che sviscera il complesso dibattito tra tradizionalisti e annichilazionisti sulle sorti dei peccatori dopo la morte.

Adattamenti, trascrizioni e cover – Altra costante sono le riscritture di materiale altrui. Ne abbiamo già incontrate parecchie a questo punto, dal Green Tea di Le Fanu a L’orco con le penne di Calvino. Per non parlare dei saggi o dei trattati scientifici che Huizenga ha utilizzato nelle sue opere, riportandone interi passi o adattandoli graficamente, come La vita delle api di Maeterlinck in The Wild Kingdom e Theory of the Heart del geologo James Hutton ne Il fiume di notte. Non ho invece ancora parlato delle “cover” di fumetti altrui, altra specialità del nostro, che ha ridisegnato una storia del 1956 tratta dal #8 di Mysteries of Unexplored Worlds (su Kramers Ergot #8, poi ristampata nell’autoprodotto The Half Men) e il #1 della serie anni ’60 Kona pubblicato con il titolo di Bona sullo stesso The Half Men e poi su Fielder #1. Libero dai compiti dello sceneggiatore e dalla necessità di comporre la tavola, Huizenga raggiunge in queste cover risultati eccellenti dal punto di vista del disegno puro e semplice.

Facciamo il punto su Kevin Huizenga/2

Continua il “punto” su Kevin Huizenga con un post che riassume brevemente le opere fondamentali della bibliografia dell’autore. Tralascerò per ora Il fiume di notte, che sarà oggetto di un pezzo tutto suo. Se l’avete persa potete leggere qui la prima parte di questo speciale. Via!

Gloriana – Ci eravamo lasciati qualche giorno fa parlando di Supermonster. Proprio sul quattordicesimo e ultimo numero della serie – datato 2001 – viene pubblicata Gloriana, la prima storia lunga di Huizenga e quella che definisce il suo inconfondibile stile. Sono passati pochi mesi da Supermonster #13 ma tra i due mini-comic c’è un abisso creativo. Se il numero precedente mostrava un autore ancora alla ricerca della sua voce, questo fa conoscere al mondo un cartoonist maturo, capace di arrivare al capolavoro a soli 24 anni. Sicuramente in questo cambiamento hanno avuto una grossa influenza, almeno da un punto di vista estetico, le strip che Huizenga leggeva in quel periodo, da Gasoline Alley a Thimble Theatre passando per Krazy Kat. La linea che prima era grezza e indecisa si è fatta sottile ed elegante. I dialoghi non alternano più balloon classici e totale assenza degli stessi ma vengono rappresentati costantemente con nuvolette rette da una sottile linea tremolante, quasi invisibile (alla Gasoline Alley, appunto). Anche nei contenuti possiamo notare un notevole passo in avanti, sollecitato con tutta probabilità dalla lettura dei fumetti di Chris Ware, già rielaborati in chiave del tutto originale. L’importanza di Gloriana è rafforzata dalla definitiva centralità del personaggio di Glenn Ganges, everyman alla Charlie Brown con una certa somiglianza con il Flakey Foont di Crumb e al tempo stesso alter ego utilizzato da Huizenga per abbandonare l’autobiografia pura e abbracciare una narrazione più complessa. Glenn assomiglia solo in parte al suo creatore, perché se da una parte ne riflette vicende personali, passioni e interessi, dall’altra se ne differenzia in alcuni aspetti fondamentali (non è un fumettista, tanto per fare un esempio). La storia, organizzata in capitoli più o meno lunghi che formano un discorso unico, si sviluppa in modo tutt’altro che lineare, con una scansione che segue un filo logico piuttosto che la mera cronologia. Per lunghi tratti siamo spettatori della vita di un uomo qualunque, che ritorna a casa dopo aver fatto la spesa, parla con la moglie incinta, assiste alla nascita del figlio, vive da solo (è il passato? oppure ha immaginato moglie e figlio?), chiacchiera al telefono, va in biblioteca. Nel frattempo, accanto alle piccole cose quotidiane, si muovono i grandi fenomeni della natura. Mentre è in biblioteca Glenn assiste al tramonto e da lì prendono forma una serie di vignette che rappresentano le sensazioni del protagonista di fronte al calar del sole, con tanto di paginone apribile al centro dell’albo a mostrare questa gigantesca tavola.

Nella parte finale c’è invece il tema della contrapposizione tra religione e scienza, tra irrazionale e razionale. I vicini stanno guardando una strana luna rossa pensando che sia un segno di Dio, e Glenn gli dà la spiegazione scientifica del fenomeno, aprendo la prima delle lunghe digressioni teoriche della bibliografia di Huizenga. Ad accompagnarla non ci sono più disegni in libertà ma veri e propri diagrammi. Si completa così la reazione ai fenomeni della natura – che siano rappresentati dal tramonto o dalla luna rossa – sotto i diversi aspetti dell’esperienza umana: percettivo ed emotivo (Glenn in biblioteca), religioso (i vicini), scientifico (ancora Glenn). Dopo Supermonster #14, questa storia è stata ristampata in una versione leggermente modificata dall’autore in Or Else #2 (2005) e nel volume Gloriana (2012), entrambi pubblicati da Drawn & Quarterly.

Maledizioni – Raccolta uscita nel 2006 sia per Drawn & Quarterly (con il titolo Curses) che per Coconino, Maledizioni mette insieme cinque storie con protagonista Glenn Ganges. La prima è Green Tea (2002), tratta dall’omonimo racconto di Le Fanu e pubblicata originariamente su Orchid, volumetto che conteneva adattamenti a fumetti di storie della letteratura vittoriana, a cura di Ben Catmull e Dylan Williams ed edito da Sparkplug Comics. La vicenda di un prete ossessionato dalla visione di una scimmia viene inserita da Huizenga all’interno di una cornice con protagonista Glenn Ganges. Seguono le tre storie realizzate per Drawn and Quarterly Showcase #1 (2003), tra cui spicca un altro adattamento, ossia 28th Street, una versione della fiaba dell’orco con le penne riletta da Italo Calvino in Fiabe italiane e in cui il protagonista va a caccia della penna “magica” non per guarire qualcuno ma per favorire la fertilità sua e della moglie. Il volume si chiude con l’unica storia a colori del lotto, Jeepers Jacobs, vista su Kramers Ergot #5 (2005) e con protagonista un professore di teologia. Il volume è la summa del fumetto di Huizenga, un flusso di parole e immagini libero da ogni imposizione, in cui si alternano temi, generi, registri, tecniche narrative. Green Tea e 28th Street sono tra gli apici raggiunti dall’autore, due dei suoi pezzi migliori di sempre. Sono invece meno entusiasta di Jeepers Jacobs, che ha delle trovate paradossali divertenti (Glenn Ganges visto come miscredente al pari di Hitler, Bin Laden, Giuda e Bertrand Russel, tanto per dirne una) ma che è più ordinaria ed eccessivamente pedante in alcuni passaggi teologico-filosofici.

The Wild Kingdom – Detto che le TRE opere fondamentali per conoscere Huizenga sono Gloriana, Maledizioni e Il fiume di notte, è impossibile non citare in questa sede anche The Wild Kingdom, forse il suo libro più criptico, quello che più degli altri avanza per suggestioni e spunti, come se stessimo ascoltando una suite o anche un lungo pezzo post-rock, con i suoi momenti di quiete e le esplosioni, i leitmotiv, le pause, le digressioni. Non ci troviamo di fronte a una narrazione tradizionale nel senso del termine, anzi, The Wild Kingdom è a tutti gli effetti un saggio. Lunghe sequenze mute si alternano ad approfondite riflessioni del tutto prive di immagini, come nel caso dei brani tratti da La vita delle api dello scrittore belga Maurice Maeterlinck, premio Nobel per la letteratura nel 1911. Soprattutto nella prima parte Huizenga cerca l’improvvisazione, si lascia andare al flusso dei pensieri e del disegno, all’associazione d’idee. Gli stacchi tra una vignetta e l’altra sono spesso netti, ed è il lettore che ha il compito di riempire gli spazi. In alcune tavole lo stile è meno ricercato del solito, con linee corpose e pochi dettagli. Il tema dei diversi capitoli che compongono The Wild Kingdom è la natura e l’impatto che l’uomo ha su di essa. Ma l’accento non è tanto sull’inquinamento o sulle crudeltà che gli esseri umani infliggono al regno animale (e vegetale), quanto sulla limitatezza dell’uomo stesso. Huizenga sembra ricordarci in queste pagine che se a noi sembrano piccoli e insignificanti gli animali e le piante, ancor più piccoli siamo noi esseri umani davanti al corso della natura e all’immensità del cosmo. E a rimetterci in riga c’è un finale apocalittico, in cui il “regno selvaggio” si prende la sua involontaria ma spietata rivincita. Una prima versione del fumetto è stata pubblicata in Supermonster #12 (2001). La versione estesa, come la conosciamo oggi, è uscita prima su Or Else #4 (2006) e poi nel volume cartonato The Wild Kingdom (2010), entrambi editi da Drawn & Quarterly.

Or Else – Con Supermonster, di cui ho già parlato, e Ganges, di cui parlerò dato che è stata in gran parte raccolta ne Il fiume di notte, Or Else è l’altra serie fondamentale quando parliamo di Kevin Huizenga. Si tratta di cinque comic book di diverso formato pubblicati da Drawn & Quarterly tra il 2004 e il 2008 con l’intento di riproporre alcune storie difficilmente reperibili dell’autore, in buona parte ritoccate e rivisitate, insieme a materiale inedito. Or Else #1 contiene una nuova versione di NST’04 da Supermonster #11, Chan Woo Kim leggermente modificata rispetto a Supermonster #9, l’inedita Jeezoh e una tavola della serie muta Fight Or Run, che aveva debuttato sull’antologia Blood Orange di Fantagraphics. Or Else #2 è la riproposta, con qualche leggera correzione, di Gloriana da Supermonster #14. Il #3 mette insieme March 6, 1999 e Al and Gertrude da Supermonster #12, Phone Story #4 e I Stand Up for Zen da Supermonster #13, più l’inedita A Short Stroll tratta dai diari di Kafka. Come già detto sopra Or Else #4 è la versione estesa di The Wild Kingdom, mentre il #5 è il primo con materiale totalmente inedito, tra cui spicca la prima parte di Rumbling, adattamento di una delle storie di Centuria dell’italiano Giorgio Manganelli. Nonostante i piani ambiziosi di Huizenga (nell’ultima pagina dell’albo c’era il sommario dei successivi numeri di Or Else fino al… 24), il #5 rimarrà l’ultimo. Per gli aficionados segnalo che la prima parte di Rumbling è stata riproposta dall’autore in un albetto autoprodotto stampato su carta verde. La storia ha avuto anche un seguito, prima con Rumbling #2 e poi in appendice a Ganges #6. E per la precisione vi segnalo che Huizenga ha inaugurato nel 2018 una nuova serie spillata e di grande formato, di cui è uscito finora solo il #1. Autoprodotta ma distribuita nel circuito delle fumetterie da Drawn & Quarterly, Fielder è in un colpo solo l’erede di Or Else e Ganges.

Facciamo il punto su Kevin Huizenga/1

La pubblicazione italiana di The River at Night per Coconino Press (Il fiume di notte, 216 pagine, 27€) mi dà l’occasione per fare il punto su Kevin Huizenga. In realtà stavo pensando da un bel po’ di tracciare un profilo di questo autore, a me caro innanzitutto per la qualità dei suoi fumetti, ma anche perché lo seguo praticamente dagli esordi, ossia dai tempi di Supermonster, il suo primo mini-comic autoprodotto. Ma anno dopo anno l’idea di scrivere un articolo approfondito su di lui è sembrata sempre più complessa, vista la mole di lavoro che ha prodotto, le diverse versioni esistenti delle sue storie, le collaborazioni ad antologie e riviste, i numerosi e complessi spunti offerti dalla sua opera. Insomma, se io lavorassi a Just Indie Comics nella vita non avrei problemi a mettermi lì e dedicare mesi all’analisi dei fumetti di Kevin Huizenga, ma dato che non è così che mi guadagno da vivere e che anzi, non solo nessuno mi paga per scrivere questa roba qua, ma sono addirittura io a pagare (il dominio e il server, almeno), e che oltretutto non ho nessuna particolare qualifica per scrivere di fumetti se non il fatto di essermi conferito da solo l’autorità di farlo, insomma, per tutti questi e anche altri motivi facciamo il punto su Huizenga così come viene, un po’ a casaccio. Anche perché per scrivere queste righe nemmeno mi sono riletto tutto tutto, che se mi metto a ripassare tutti i suoi fumetti, tutte le sue interviste, tutte le sue collaborazioni addio, rischio di morire prima. Quindi ok, cerchiamo di inquadrare l’autore senza troppe smancerie citando almeno le sue opere principali. Non mi perderò troppo nelle descrizioni, dandovi piuttosto riferimenti, spunti e qualche opinione. Anche perché le descrizioni hanno rotto, meglio leggersi i fumetti piuttosto che le descrizioni degli altri, che poi il più delle volte si riducono ai soliti dieci aggettivi (delicato, inquietante, bizzarro ecc. ecc.). E io ho da tempo dichiarato guerra agli aggettivi (pur essendone spesso vittima, ahimè).

In questo primo post darò un’occhiata agli inizi della carriera di Huizenga. Nel prossimo cercherò invece di darvi una piccola guida alle sue opere principali. Nel terzo cercherò di sintetizzare – cosa piuttosto complicata – i temi fondamentali dei suoi fumetti. Nel quarto parlerò invece de Il fiume di notte. In un quinto post raccoglierò note e curiosità. Saranno tutti flash, brevi excursus su un autore che meriterebbe un libro piuttosto che le mie poche e scombinate parole. Ma accontentiamoci, su.

Il mio primo fumetto di Kevin Huizenga è Supermonster #10, datato 1999. Ricordo chiaramente di averlo comprato sul sito Uss Catastrophe, lanciato proprio in quell’anno sotto forma di blog da Ted May e Warren Craghead per presentare il loro lavoro e quello di amici e cartoonist affini. Il negozio partirà qualche tempo dopo, curato proprio da Huizenga e successivamente da Dan Zettwoch, e probabilmente anche io ordinai quel Supermonster non al momento dell’uscita ma successivamente, forse nel 2002, dato che mi ritrovo anche Supermonster #13 e Supermonster #14, nonché il #3 dell’antologia autoprodotta Impossible. Tutta roba stampata tra il 1999 e il 2002, appunto. Certo, questo non spiega perché non ho Supermonster #11 e #12. Forse erano esauriti? E chi lo sa. Fatto sta che questi primi numeri di Supermonster sono perfetti per dare qualche cenno biografico sull’autore. Ci aggiungerei anche Walkin’ da Supermonster #7, che si poteva leggere gratis su Uss Catastrophe (insieme ad altre storie più o meno dello stesso periodo) e che con il noto trucchetto di viaggiare nel passato di internet potete riscoprire qui. Vi ritroviamo lo stesso Huizenga che dopo aver trascorso la notte in una nuova casa cammina per i sobborghi. La passione per la natura, che poi diventerà passione per la scienza in grado di spiegare i meccanismi della natura, è già evidente per come il nostro si concentra su piante e giardini. E poi casette, strade, pali e cavi della luce, animali, in un fumetto dominato dalla contemplazione della realtà circostante, in cui succede poco, anzi niente. O forse tutto, dato che nelle ultime tavole il panorama viene disturbato da una sorta di rumore grafico finendo per diventare astratto e alla fine l’autore/protagonista si identifica con un bambino che gioca in un parco, anticipando modalità espressive e temi – soprattutto il dualismo tra particolare e universale – tipici di tutta la sua opera. Se non sbaglio con le date, l’ambientazione dovrebbe essere a Grand Rapids nel Michigan, dove Huizenga, classe 1977, si era trasferito per studiare al college dopo essere cresciuto a South Holland, un sobborgo di Chicago popolato soprattutto dai discendenti degli immigrati olandesi e situato nella zona di confine tra Illinois e Indiana (per gli amici Illiana). Walkin’ è ambientato nella tarda estate del 1997 ed è datato 1998. E non è niente male per un 21 enne, anzi.

A un certo punto di Walkin’ si legge: “Didn’t go to church this morning”. Essì, il giovane Huizenga era religioso e in effetti il college di Grand Rapids dove studiava filosofia e – in un secondo momento – arte era una scuola cristiana. La sua formazione è infatti tutt’altro che alternativa. “Ho iniziato ben lontano dalla cultura DIY o punk – racconta in un’intervista rilasciata a The Comics Journal nel 2014 – in un sobborgo abbastanza tradizionale e cristiano. Ero ancora troppo spaventato e mi sentivo come il tipico bravo ragazzo cristiano, tanto che pensavo di non poter avere a che fare con i tipi punk o con gli artisti. Stavo in un territorio di mezzo, e ancora mi sento così, in un certo senso”. Il retroterra religioso era così importante che Huizenga meditava addirittura di farsi prete. “Penso che mi attirasse l’idea di scrivere prediche ogni settimana – racconta nella stessa intervista – come se fossero una specie di sfogo creativo. Ma poi realizzai che non ero tagliato per quella vita, anche se ero ancora molto serio e convinto a proposito della mia fede cristiana al tempo”. Che questa idea fosse reale nella testa del giovane Kevin e tra i suoi familiari è testimoniato da Supermonster #10, sottotitolato Like Pure Being, che nel suo piccolo formato 14×11 cm scarsi e una copertina che è ancora cartolina dei tipici sobborghi USA adatta una lettera della nonna dell’autore. “Kevin I really think you should go to the Seminary – leggiamo – I think you’d make a good preacher. There is a real shortage of preachers in the denomination. We need them”. Ma, come già sappiamo, i piani della nonna di Kevin verranno rovinati, dato che il nostro dedicherà la sua vita ai fumetti più che a Cristo & Co.

Saltiamo a questo punto a Supermonster #13. All’interno vi troviamo I Stand Up for Zen, in cui l’autore/protagonista è ancora a Grand Rapids, colto subito dopo la fine del college, mentre lavora nel settore marketing di un distributore di oggettistica. E infatti tutta la storia è incentrata sulla sua riluttanza a definire un dozzinale braccialetto con la descrizione fornitagli dai suoi capi, ossia “fashionably zen”. Tra la realizzazione del fumetto e la pubblicazione dell’albo Huizenga lascia Grand Rapids per trasferirsi a St. Louis nel Missouri, dove grazie al collega fumettista Ted May aveva trovato lavoro come designer presso la Xplane, una “visual thinking company” specializzata nel creare rappresentazioni grafiche di vari prodotti (soprattutto software). “I moved to St. Louis this summer and everything was new and blowing my mind” leggiamo infatti a pag. 1 del mini. Siamo nel 2000 per la precisione, e Huizenga si trova molto bene a St. Louis, tanto che ci rimarrà per 15 anni. A lavoro incontra la sua futura (ma ormai ex) moglie, e nel tempo libero inizia la sua prima storia lunga, intitolata Gloriana, che occupa tutto il #14 di Supermonster, l’ultimo della serie, e che ha come protagonista non più lo stesso autore ma il personaggio/alter ego che lo accompagna ancora oggi, Glenn Ganges. Ma di Gloriana, e delle altre opere fondamentali della bibliografia di Kevin Huizenga, parlerò nel prossimo post.

Mettere il corpo sulla pagina/2

Si conclude il saggio di Alessio Trabacchini tratto da Prendere posizione. Il corpo sulla pagina, catalogo del festival BilBOlbul 2020 che è possibile acquistare a questo link. Qui trovate invece la prima parte dell’articolo. Buona lettura.

Phoebe Gloeckner, Autoritratto con pemphigus vulgaris (1987)

 

Costruire, distruggere, sognare

La centralità della presenza corporea, l’utilizzo autoterapeutico della narrazione disegnata e un esempio particolarmente consapevole ed efficace dell’uso della self-deprecation come strumento di affermazione di sé. Queste caratteristiche distinguono l’opera di Kominsky-Crumb da quella di molte tra le iniziali compagne di strada, dove la questione del corpo viene nondimeno consapevolmente affrontata, ma con diversi esiti. Le eroine disegnate da Trina Robbins (analogamente a quelle reali da lei studiate) hanno l’obiettivo di riposizionare le donne sul piano del fumetto. Si tratta per lei di lavorare su figure tipiche, rinnovare i miti. Più che distruggere gli stereotipi, l’intenzione sembra quella di farli slittare verso archetipi utili a un percorso di emancipazione.

Melinda Gebbie (1937-), per fare un altro esempio, condivide alla base il programma di Robbins per un rinnovamento della figura femminile in chiave mitica, ma ne sposta il campo dalla luce piena della collega a un territorio di lampi e tenebre, il campo di un desiderio incontrollato e di un disordine famelico. Il corpo ritorna con prepotenza, mentre in Robbins appare come depurato, ma l’intento dell’apollinea Robbins e della dionisiaca Gebbie rimane la creazione di modelli femminili forti, che attacchino frontalmente la tradizione patriarcale del fumetto. La via di Kominsky-Crumb è inizialmente marginale e marginalizzata – a chi può interessare la vita privata di una ragazza qualsiasi, per di più mostrata in quel modo? – , ma diventerà la strada maestra del graphic novel e, in generale, del fumetto non seriale.

Già nella generazione immediatamente successiva, diverse autrici seguono la direzione tracciata da AKC, come Dori Seda (1951-1988), giunta al fumetto dalla pittura e dalla scultura. Nel suo caso, è il gesticolare ampio e disarmonico della protagonista che scuote uno stile grafico piuttosto tradizionale, con i contorni definiti, le ombre portate e un realismo mimetico solidale con la sintesi del cartoon. Il gesto caricato dona qui la misura emotiva del fumetto, ma diventa anche spesso il principio ordinatore della tavola, che sembra assemblarsi attorno ai movimenti della protagonista, sempre in scena. In altre parole, è il corpo che regola (non subisce) caoticamente lo spazio. Sincera provocazione e divertimento esibizionistico che nelle ultime storie assumeranno una direzione chiaramente politica, dove la sincerità risiede in una disponibilità dialogica verso il lettore, disponibilità che si manifesta nelle parole, ma che comincia proprio nel disegno. Qui, il mimetismo dettagliato di Seda si allontana dalla brutalità grafica di Kominsky-Crumb come dal grottesco armonico e rifinito di Crumb per affidarsi a un gesticolare inquieto, sempre in sovraccarico di energia vitale e autodistruttiva: la conquista dello spazio come guerra e come gioco.

Dori Seda, Cleanliness is next to dogliness!!, Weirdo #18 (1986)

Phoebe Gloeckner (1960-) arriva al fumetto molto presto, negli anni della sua traumatica adolescenza. Contemporaneamente, si dedica all’illustrazione medica, che diventa nelle sue mani un esercizio di crudeltà grafica praticato sulla forma e le funzioni del corpo, specificatamente femminile. Nelle illustrazioni per La mostra delle atrocità di James Ballard (RE/Search, 1990), la presunta asetticità dei corpi in sezione accoglie azioni di natura sessuale: erotismo disturbante e ironia freddissima che si accompagnano bene alle suggestioni ballardiane, ma spingono oltre. L’Autoritratto con pemphigus vulgaris (1987) che apre Vita da bambina, esposizione dei traumi vissuti durante l’infanzia e l’adolescenza, vale come prefazione. Porta in collisione i due sguardi oggettificanti sul corpo femminile – dell’arte e della scienza – dirigendo l’attenzione, con un close-up della pustola, sul disgusto. E, mentre mima gli occhi chiusi, se ne prende gioco con un ambiguo sorriso che confonde il dolore con l’ironia.

La malattia è il mezzo della rivolta, e Phoebe Gloeckner ha definito la pratica autobiografica da lei utilizzata come un processo di autodistruzione, contestando l’identificazione con il suo alter-ego Minnie e descrivendolo piuttosto come un processo di sostituzione: “The process is destructive – I must die so that Minnie can live”. La cura (attraverso l’arte) e il sacrificio (per l’arte?) si trovano così in sovrapposizione, mettendo in dubbio la funzione salvifica del racconto sul piano narrativo, ma soprattutto su quello visuale, dove la deformazione cartoonesca innestata su un illusionismo quasi fotografico, la focalizzazione oscillante e l’alterazione delle proporzioni rendono incerta la mappatura del corpo e disorientano lo sguardo e la lettura. L’autobiografia disegnata prenderà, in generale, altre e più comode direzioni.

Nell’opera della canadese Julie Doucet (1965-), una delle fondamentali figure-ponte tra l’eredità dell’underground e l’attuale dominio dell’autofiction, si fondono suggestioni americane e francofone. Nella serie di albi Dirty Plotte, che raccoglie le sue storie dal 1988 al 1998, Doucet mescola comicità e angoscia, volgarità ostentata e una malinconia sottile che avvolge le cose. Anche in questo caso un’influenza crumbiana può sembrare evidente, tanto da portare la storiografia (che spesso nasconde una sorta di criptomaschilismo dietro il nazionalismo palese) a oscurarne altre non meno limpide e chiarificatrici, come, per citarne una, le visioni della francese Nicole Claveloux. In ogni caso, al di là delle fonti d’ispirazione, il percorso di Doucet dalle prime autoproduzioni fino al proclamato abbandono del fumetto – dunque tra la fine degli anni Ottanta e i primi Duemila – ha portato il linguaggio in territori inesplorati. Il suo approccio al racconto di sé – mosaico di intimismo, provocazione, onirismo e fantasticheria – offre una mappatura del corpo e delle sue opzioni profonda e articolata (per approfondire: Anne Elizabeth Moore, Sweet Little Cunt, Uncivilized Books, 2018).

Generalizzando un po’ brutalmente, l’autobiografia confessionale può essere orientata dalla ricerca dell’identità o dall’affermazione del desiderio: l’una definisce l’altro o viceversa. Doucet sembra scegliere la seconda opzione: Julie attraversa il quotidiano, l’onirico e il simbolico venendo volta per volta ridefinita dal contesto e dalle sue azioni, il genere e il sesso vengono continuamente messi in questione, con l’alter ego disegnato dell’autrice che sperimenta a più riprese l’opportunità di avere un pene, oppure si diverte a scompigliare gli stereotipi della mascolinità. Ma è anche il piano della realtà a essere instabile: uno spazio sporco e rigoglioso, ora confortevole ora carico di minacce inquietanti, brulicante di oggetti pronti a prendere vita.

Julie Doucet, Regret, Dirty Plotte #6 (1991)

L’intimità che nasce dal contatto con la mente della protagonista, illuminata anche negli angoli che di solito si preferisce lasciare in ombra, convive con la cruda rappresentazione di una violenza che aleggia tra le cose e incombe sui corpi, sul suo. Un corpo che, a cominciare dal piacere di disegnarsi, reagisce e desidera. Ma la manifestazione del desiderio non è l’autogratificazione crumbiana, non è un gioco neutro della fantasia: è la battaglia quotidiana per la conquista della propria agentività, è una performance che si mette in scena pagina dopo pagina dentro e contro le condizioni sociali avverse. In questa incarnazione dell’autofiction disegnata, il corpo è un insieme di abilità, non ha confini precisi, è fragile e malleabile allo stesso tempo, e ogni sua parte – come ogni parte dello spazio che lo circonda – è suscettibile di rivolta.

Decorare, curare, mutare

Kominsky-Crumb, qui eletta a ideale capostipite, Gloeckner, Seda e Doucet si sono trovate nella necessità di inventare i modi per rappresentarsi e per rappresentare le donne nei fumetti. Le loro scelte – che comportano anche una ridefinizione dei concetti di bellezza, espressività corporea, presenza nello spazio – risultano ancora vitali e, soprattutto nel caso di Doucet, hanno influenzato generazioni di autrici e autori. Tuttavia, nel recente affermarsi dell’autobiografismo, si è visto con quanta facilità la rappresentazione si ricodifichi e lo stereotipo si riaffacci, così come la narrazione tenda a riadagiarsi nel convenzionale e nel consolatorio.

Ma infrangere le convenzioni e riportare il disegno alla propria originaria corporeità – sia liberandone l’istinto come Kominsky-Crumb o attraverso una più meditata strategia come Gloeckner – non è certo la sola via percorribile. C’è ad esempio quella di Lynda Barry (1956-), che, al pari di Chris Ware per quanto nettamente meno celebrata, esplora le forme e le funzioni della memoria nella narrativa disegnata. Barry ricostruisce il passato attraverso i suoi detriti in un gesto, reale e simbolico, di risarcimento della perdita e del dolore. Nella densità visiva di One! Hundred! Demons!, forse il suo libro più celebre, l’autorappresentazione è estroflessa verso gli oggetti, sparsa tra le cose: non può essere contenuta dal corpo, ma vive nella cura con cui sono dislocate le cose che tocca e ricorda.

O ancora, agli antipodi della brutalità espressiva di Kominsky-Crumb, c’è la tensione decorativa di Geneviève Castrée (1981-2016), disegnatrice e musicista, discendenza diretta della connazionale Julie Doucet. Castrée decora il segno nelle storie brevi – fatte di pause, ellissi, rime visive – e anche nell’autobiografico Susceptible, storia della sua crescita al fianco della madre dipendente dall’alcol e dalle droghe. E “decorazione” sembra il termine più adatto anche se poggia sul gradino più basso nella gerarchia delle arti occidentali, come qualcosa di alieno alla struttura e all’ipotetica essenza di un oggetto. La parola non indica qui l’orpello ornamentale, ma un consapevole e articolato atto di risignificazione del trauma. Anche se si pone il compito di curare le ferite del passato, l’autobiografismo di Castrée è coniugato al presente: privo di nostalgie, condanne o assoluzioni, procede con lo stupore dell’infanzia che racconta e punta a liberarsi del suo peso. Ma è prima il disegno che dà linfa alla storia, con le figure umane racchiuse da una linea netta, i gesti un po’ scomodi, marionette in cerca di una loro armonia. La linea vale come strumento di comprensione, nel senso che racchiude e aspira alla chiarezza, secondo la lezione di Hergé, e a una ricerca di bellezza nuova e da condividere. La stessa volontà coinvolge corpi, spazi e lettering: una calligrafia sottile che, come un parlare sottovoce, costringe il lettore ad avvicinarsi.

Geneviève Castrée, Susceptible (2012)

Ridefinire la bellezza e rivendicare la bellezza appaiono questioni sempre più centrali. Particolarmente emblematico è il caso della statunitense Tara Booth (1988-), artista che spazia dalla pittura al fumetto fino alla creazione di pattern da indossare e che dichiara programmaticamente l’intenzione terapeutica della sua creatività. L’autrice disegna se stessa ostentando una canonica bruttezza: sproporzionate le membra, goffe le posture, deformati i tratti del volto, mentre nelle storie, brevi tranches de vie, intimismo, comico e disagio quotidiano procedono abbracciati. Ma l’effetto è opposto, con la composizione e la vitalità del tratto che, al di là dell’evidente autoironia nel raccontare le angosce personali, comunicano vera gioia visiva e partecipazione. Soprattutto nel colore, Booth esalta le qualità terapeutiche della decorazione, riscontrabili nei risultati come nel processo: pattern costruiti strato dopo strato alla ricerca della giusta, singolarmente armonica, combinazione di forme e di toni.

Tara Booth, How To Be Alive (2017)

Si può andare oltre. Lisa Hanawalt (1983-), autrice celebre se non altro per la collaborazione alla serie Bojack Horseman, ha portato ad un nuovo livello la tradizione zoomorfista del fumetto, facendone il campo di un’incessante oscillazione dell’identità. Nelle sue pagine – che slittano secondo necessità dal fumetto al racconto illustrato, dal fantastico puro al diarismo diretto – la trasmutazione fisica o nei comportamenti dall’umano all’animale si accompagna all’instabilità dello stile, in perenne fibrillazione tra il realismo e l’astratto. Per certi artisti l’ossessione è la sostanza dello stile, qualcosa di stabile che segna i confini della loro lingua e gli dà sapore e direzione. Per Hanawalt, il principio ordinatore è un interesse di tipo feticistico che si concentra sempre sul particolare – si tratti di storie, reportage, divagazioni, illustrazioni – assecondando, per parafrasare il titolo di una sua raccolta, uno sguardo sporco e scemo.

È, alla base, una ricerca del piacere, libera e non per questo meno attenta e politicamente responsabile. E la figura dell’autrice? Quando le capita di disegnare se stessa, Hanawalt lo fa sempre in maniera diversa, senza una sintesi, quasi con informale disinteresse, a meno che non scatti l’identificazione equina, la sua ossessione primaria: “dagli otto ai quattordici anni sono stata un cavallo”, “I cavalli sono il mio interesse principale”. Ma la sua non è una proiezione né una maschera o una metafora. è l’impronta del desiderio, come se Hanawalt volesse essere un cavallo.

Lisa Hanawalt, My Dirty Dumb Eyes (2013)

Nel fumetto contemporaneo, più facilmente al di fuori dell’area del graphic novel, le modalità di rappresentazione del corpo finalmente sono esplose. Cadono, in particolare gli scarni ma rigidi codici che costringevano nello stereotipo i corpi delle donne, ma anche gli schemi di una rappresentazione binaria del sesso/genere. Nell’interzona dove convivono realismo e astrazione, il disegno è lo strumento perfetto per scompaginare i dualismi e, se ogni rottura del codice si presta a essere codificata, si crea lo spazio per nuove rotture.

La carrellata di autrici successive all’esperienza pionieristica di Aline Kominsky-Crumb vuole rendere conto di alcune di queste rotture e di un’epoca in cui ci si interroga in profondità sulle modalità della sua rappresentazione, sulle sue radici culturali e discriminanti, sulle sue conseguenze politiche ed esistenziali. La domanda non dovrebbe però riguardare il modo in cui si “devono” rappresentare i corpi sulla base di nuove e più inclusive categorie, anticamera di nuovi stereotipi, ma i modi in cui si “possono” rappresentare i corpi per impedirne la codifica, per aprire spazi sempre nuovi al nostro sguardo.

Alla domanda sulle influenze nel suo modo di disegnare le donne, Lale Westvind, geniale creatrice di mondi futuri e possibili, risponde: “Disegno le donne nel modo in cui vorrei fossero state disegnate nei fumetti quando ero bambina. Ero così invidiosa del modo in cui erano disegnati gli uomini. […] Soprattutto, forse perché sono più androgini, amavo i personaggi che avevano una testa di animale. Vedi, se hanno una testa di animale non sono ovviamente maschi o femmine” (Brian Nicholson, This Amazing Mechanism She Can Control With Her Mind: An Interview with Lale Westvind, tcj.com, agosto 2020).

Postilla

L’area geografica a cui si è fatto riferimento è limitata, con rare eccezioni, all’America del Nord. È stata certamente la scelta più facile, considerata la ricchezza del materiale disponibile, e forse la più adatta per cominciare a muoversi in un campo ancora poco esplorato. Bisogna nondimeno guardare altrove e, soprattutto con occhi diversi. Anche se autrici e lettrici si sono moltiplicate, il graphic novel “non-maschile” corre più di un rischio di essere ridotto a genere (letterario) a sé stante, confinato nella sua riserva… L’organizzazione della cultura, sovrapposta a quella della produzione, impedisce alle differenze di manifestarsi come dinamica vitale di possibilità volta per volta realizzate, servendosene invece come ulteriore occasione per diversificare i prodotti, costruire schemi, apporre etichette.

Bibliografia

  Tara Booth, How to Be Alive, Retrofit Comics, 2017

  Geneviève Castrée, Susceptible, Drawn & Quarterly, 2012

  Julie Doucet, Dirty Plotte: The Complete Julie Doucet, Drawn & Quarterly, 2018

  Phoebe Gloeckner, A Child’s Life and Other Stories, Frog Books, 1998 (ed. it. Vita da bambina, Topolin Edizioni, 1999 e Fernandel, 2007)

  Lisa Hanawalt, My Dirty Dumb Eyes, Drawn & Quarterly, 2013

  Aline Kominsky-Crumb, Love That Bunch, Fantagraphics, 1990 e Drawn & Quarterly, 2018

  Trina Robbins (a cura di), The Complete Wimmen’s Comix, Fantagraphics, 2016

  Dori Seda, Dori Stories, Last Gasp, 1999

– Lale Westvind, Grip, Perfectly Acceptable, 2020

Mettere il corpo sulla pagina/1

Pubblichiamo in questo e in un successivo post un saggio di Alessio Trabacchini che analizza il lavoro di autrici sicuramente care a chi segue questo sito. L’articolo è tratto da Prendere posizione. Il corpo sulla pagina, catalogo del festival BilBOlbul 2020. Buona lettura. 

Trina Robbins, copertina per It Aint Me Babe (1970)

Premessa teorica

Il foglio bianco è lo spazio, un campo aperto di relazioni possibili limitato da convenzioni, regole, condizionamenti. I segni che tracciamo sul foglio sono l’estensione, la dislocazione, la riorganizzazione di noi stessi nello spazio, ma anche il luogo possibile dove “noi stessi” riconosciamo la perdita del nostro confine. Il disegno, che qui consideriamo nella sua funzione narrativa, è un’opportunità e, dunque, una responsabilità.

Aline Kominsky-Crumb e le altre autrici che incontreremo per riflettere sulla rappresentazione del corpo nel fumetto inscenano modi diversi di cogliere questa opportunità, modi che sono stati scelti più in virtù del loro radicalismo che della capacità di indicare una tendenza. Si parlerà soprattutto di autorappresentazione, di autobiografia disegnata, ma questa deve essere una traccia e non un limite, nel tentativo di rendere più nitida la riflessione. Disegnare se stessi è da una parte un istinto, in qualche misura “naturale”, che va oltre il modo in cui ci vediamo, proprio per una questione di continuità con il corpo; dall’altra, comporta un esercizio di autocoscienza che può condurre chi disegna a mettere in prospettiva tutta la sua strategia espressiva.

Per comprendere la posta in gioco può essere utile, a costo di apparire stucchevoli, chiarire secondo quali relazioni i termini “disegno”, “corpo” e “fumetto” dovrebbero sostenere il discorso.

Le immagini provocano una risposta che è fisica prima che mentale, all’inverso della scrittura. Ed esistono immagini, come quelle disegnate, che sono insieme immagine e gesto: la traccia di un gesto, oppure la sua eco. Il disegno passa dunque attraverso la mano, che possiede una sua indipendenza, un suo “pensiero”.

Quanto alla separazione tra corpo e mente, così come ci è stata inculcata nei secoli, non è certo scrivendo che potremo liberarcene. Ma se ci sforziamo almeno di allentarne la presa, guardando, allora il disegno cessa di essere mera rappresentazione, il più o meno ubbidiente riflesso di noi e di quanto ci circonda, nella incessante ridefinizione del margine tra realismo e astrazione. Disegnando, e soprattutto disegnando noi stessi, possiamo guardarci, sentirci, costruirci, frammentarci, perderci, dissolverci, nasconderci, ibridarci, mutare. Vale per la mano che crea, ma anche per l’occhio che guarda, che nondimeno appartiene al corpo.

Il fumetto, semplicemente, complica le cose: mescola il racconto e l’immagine, traduce il tempo in spazio… E’ un linguaggio confuso, dove confusione è quello stato in cui non è possibile discernere l’uno dall’altro, in maniera certa e definitiva, gli elementi di un insieme. Ma è senza dubbio il disegno – che ora non si riferisce solo al tracciare linee, ma anche all’articolarsi delle figure sulla pagina – che porta nel fumetto il calore e la tensione del corpo, quella parte che può eccedere il progetto, contraddire l’intenzione oppure infonderla di vita e di verità.

Se il disegno produce corpi – ovvero rappresenta la loro produzione –, il disegno narrativo ne mette in questione l’integrità a ogni gesto. O meglio: può compiere con moltiplicata complessità tutte le operazioni sopra elencate – costruire, frammentare, dissolvere… – perché è un’arte di relazioni e di confusioni. Il senso del disegno, in misura della sua potenzialità narrativa, è che non esistono segni o figure autosufficienti. Quando ci disegniamo e/o ci raccontiamo, possiamo confermare la nostra identità oppure disporci a perderla, o quanto meno a metterla in gioco.

Nei paragrafi a seguire si farà riferimento ad alcuni fumetti, in diversa misura autobiografici, realizzati da donne. Come si è detto, le opere non sono state scelte in virtù di una loro rappresentatività delle tendenze trascorse o attuali: si tratta anzi, in più di un caso, di singolarità “eccessive”. Queste singolarità offrono inoltre un campo disponibile per interrogarci sulle differenze, sulle difficoltà e sulle opportunità di un fumetto non-maschile e femminista; dove il femminismo, se non è sempre identificabile con una volontà militante, comporta comunque la coscienza profonda di una condizione. L’obiettivo non è proporre tesi o azzardare sintesi, ma portare l’attenzione su un campo largamente inesplorato, almeno per quanto riguarda il fumetto, una forma espressiva in cui l’egemonia maschile è stata a lungo schiacciante.

Occorre forse ancora ricordare – dopo due secoli di scrittrici e qualche generazione di pittrici e di fotografe impegnate a raccontarsi e ritrarsi – che l’atto autobiografico delle donne non può essere sbrigativamente ridotto allo scambio utilitario tra il narcisismo dell’autore e il voyeurismo di chi legge e guarda. Si tratta sempre di confrontarsi con un disequilibrio millenario nella narrazione e nello sguardo, e poi che il personale sia politico, nonostante l’abuso dell’espressione, è un fatto che non può essere ancora riposto nel cassetto dell’ovvio.

Sul piano del linguaggio, le autrici qui in evidenza sono – a diverso titolo ma almeno in questo piuttosto rappresentative – fumettisticamente impure. Vale a dire, in primo luogo, che per loro il fumetto è un linguaggio artistico possibile, magari d’elezione, ma non il solo che sono interessate a praticare. Un approccio più “laico” e meno maniacale, che non vuol dire meno appassionato, di quello riscontrabile nella media degli autori maschi. Le arti plastiche praticate da Aline Kominsky-Crumb o Dori Seda, quelle applicate di Tara Booth, la musica per Gènevieve Castrée, l’animazione per Lisa Hanawalt non sono attività secondarie. Analogamente, l’abbandono del fumetto da parte di Julie Doucet non è tanto il risultato di una resa creativa quanto una decisione rilevante sul piano della poetica.

In effetti, è l’idea stessa di fumetto che emerge a essere impura, naturalmente disponibile a contaminarsi con tecniche plastiche e narrative (dal collage al racconto epistolare) per produrre oggetti che la norma del fumetto si ostina a identificare, senza ironia, come ibridi o “di confine”.

Trina Robbins, The Dread Platform Shoe Addiction of 1974, Wimmen’s Comix #4 (1974)

Premessa storica

Il fumetto è stato – e in qualche misura è ancora – un’arte marginale, dunque potenzialmente eversiva, se non altro perché ai margini esiste lo spazio utile per l’eversione. Ma, in quanto oggetto culturale storicamente situato, è anche un ingranaggio, oramai piuttosto arrugginito, dell’industria dell’intrattenimento, vale a dire un ricettacolo degli stereotipi e uno specchio – deformato e deformante, a volte, ma sempre specchio – della cultura dominante.

Che la produzione del fumetto sia stata a lungo quasi esclusivamente affidata agli uomini è un dato inequivocabile, mentre lo sviluppo della sua fruizione è stato più articolato e attende uno studio approfondito. Una storia possibile del fumetto sarebbe quella della sempre meno lenta erosione di questo predominio, e c’è chi, come la pioniera dell’underground Trina Robbins (1938-), ha iniziato a raccontarla in un’intensa attività di saggi, recuperi ed eventi. Ma attestare la presenza femminile e testimoniarne la crescita non basta, l’obiettivo dovrebbe essere anche quello, al di fuori di una prospettiva binarista, di evolvere la visione collettiva del fumetto, riconoscere e rivalutare le crepe che in passato sono avvenute nella sua norma, dare valore alla varietà sempre più ampia di possibilità che oggi si sta aprendo.

All’inizio degli anni Settanta, negli Stati Uniti, quella che era stata una storia puntiforme di eccezioni variamente significative assume i contorni della scena controculturale. Le donne che si muovono all’interno degli Underground Comix colgono l’opportunità di una libertà creativa fino a quel momento impensabile e partecipano, pur con diverse intensità di adesione e militanza, dello spazio teorico, esistenziale e operativo del femminismo second wave.

Il primo albo antologico interamente fatto da donne, It Aint Me, Babe Comix, curato da Trina Robbins, esce a San Francisco nel 1970 per Las Gasp, il più importante tra gli editori underground. Nel 1972 cominciano la loro aperiodica pubblicazione le riviste Wimmen’s Comix, opera di un collettivo nel quale emerge per impegno militante la figura di Robbins, e Tits & Clits, diretta da Joyce Farmer e Lyn Chevli.

Melinda Gebbie, copertina per Wimmen’s Comix #7 (1976)

La misura dell’entusiasmo che caratterizza questa fase possono darla, per contrasto, gli ostacoli e le pressioni che le autrici si trovano ad affrontare: praticamente un turbine di processi di marginalizzazione tra loro intrecciati. La consueta marginalizzazione che pesa sul fumetto come linguaggio artistico e oggetto culturale, quella settoriale imposta dall’ambiente del fumetto mainstream sull’allora giovane fenomeno underground e quella operata da molti colleghi maschi che – ironicamente, distrattamente o criticamente misogini – guardavano spesso con sufficienza alle compagne di strada. Su un altro fronte, il movimento femminista aveva più di un motivo per sospettare delle giovani e militanti autrici: i soliti motivi riguardanti la gerarchizzazione delle arti, la potenzialmente ingestibile natura eversiva di cui si è detto, i contenuti che potevano prestare il fianco all’accusa di pornografia (una cosa è scrivere del “personale” e una cosa è mostrarlo a fumetti…) e magari, sul piano teorico, un sospetto generale verso il visivo che ha lungamente caratterizzato molte filosofie femministe e che rimane oggetto di discussione. La crescente temperatura del dibattito all’interno del movimento femminista si rifletteva peraltro sulle discussioni interne alle prime riviste, provocando scissioni e precisando i percorsi delle singole artiste. Non bastasse, una stretta censoria pone fine nel 1973 al periodo classico dell’underground, e le cartoonists ne fanno le spese in maniera speciale.

Melinda Gebbie, Dare You Read On, Wimmen’s Comix #7 (1976)

Disegnare nel sangue

La pubblicazione nel marzo 1972 di Binky Brown Meets the Holy Virgin Mary di Justin Green può essere considerata come data di nascita del fumetto autobiografico. L’evento, che avviene all’interno del circuito underground, segnerà un punto di svolta per molti autori, a cominciare da Robert Crumb, che aveva a sua volta ispirato la conversione al fumetto dello studente di pittura Green.

Green mette in scena i disastri che una rigida educazione cattolica provoca nella psiche del suo alter ego adolescente, una fenomenologia del senso di colpa che adotta le sperimentazioni grafiche e l’estensione dei confini del rappresentabile degli Underground Comix per metterle al servizio di qualcosa che ha il peso e l’urgenza del vissuto.

Nelle poche pagine di Binky Brown emerge quella qualità disforica del fumetto che, per decenni, era rimasta sottotraccia, coperta dalle euforie del comico e dell’avventura. È un fumetto confessionale, per usare l’aggettivo che nei decenni precedenti aveva indicato quella poesia nordamericana caratterizzata dall’esplorazione e dall’esposizione esplicita della realtà interiore e dei traumi personali. Con il termine “confessionale” indichiamo qui un approccio autobiografico nel quale lo scavo e la messa in scena dell’interiorità sono in primo piano rispetto ai fatti e alle relazioni della propria vita, così come alla realtà esterna. È un genere che si farà lentamente strada nel “decennio dell’io” per proseguire e infine esplodere nei successivi e non meno narcisisti decenni, diventando il cardine del futuro graphic novel.

In questa fase, tuttavia, l’introversione ha il potere di rovesciarsi con estrema facilità nella presa di posizione politica. È il caso di Green come di Aline Kominsky (1948-, in seguito Kominsky-Crumb), che in quello stesso 1972, sul primo numero di «Wimmen’s Comix», pubblica Goldie: A Neurotic Woman, inaugurando una serie di storie destinate a superare l’esempio di Green in radicalismo estetico e, forse, in una sua selvaggia maniera, anche politico.

In cinque pagine, AKC riassume la vita della prima delle sue alter-ego. Il punto di vista è frontale, con lo sguardo della protagonista ripetutamente puntato verso il lettore, il narrato in prima persona, la scansione in classiche vignette, che però l’autrice comincia già a mettere in crisi, come a pagina 5, dove il naso caricaturalmente pronunciato della quarta vignetta invade la terza. È il corpo che eccede, sarà un motivo di poetica costante.

Le prime parole sono “In the beginning I feel loved…”, dove la eco biblica appare carica di sarcasmo, anche in relazione alle immagini, già minacciose, che seguono, con i genitori che guardano Goldie di fatto isolata nello spazio, costretta com’è in una vignetta interna alla vignetta principale, dove la sua figura intera entra a fatica. “We made her”, dichiarano. È l’inizio di una catena di traumi, insicurezze, promiscuità e autolesionismo che termina tuttavia con un’affermazione di autostima: “I have a lotta putencial”, e con un proposito: “I set out to live in my own style”. Nel complesso e con il senno di poi, si tratta di un manifesto, il cui programma verrà rispettato con singolare coerenza negli anni successivi.

Aline Kominsky, Goldie: A Neurotic Woman, Wimmen’s Comix #1 (1972)

Il linguaggio visivo è già ricco di soluzioni e sicuro nelle scelte, considerando che si tratta di un esordio e che la competenza da lettrice di AKC è, in questo momento, irrisoria. Alle sue spalle ci sono naturalmente Green e Crumb e gli studi di pittura nell’orizzonte dell’espressionismo astratto, che al tempo era il mainstream dell’arte statunitense e che in tema di espressione frontale della soggettività aveva lasciato un’impronta. Il disegno di AKC è quello che allora poteva essere automaticamente identificato come “brutto”, in rapporto a una norma condivisa di piacevolezza, e anche “sgrammaticato”, in base ai codici settati sull’uso industriale del fumetto. Le proporzioni sono opzionali, mentre i volti, a cominciare da quello sempre in scena della protagonista, cambiano di vignetta in vignetta e l’equilibrio della tavola rimane precario, per quanto evidentemente mai casuale. Soprattutto, ogni sgradevolezza fisica viene amplificata senza per questo essere accolta in una nuova sintesi coerente, e dunque accettabile, come accade solitamente nella caricatura. Per quanto faccia uso della deformazione, la sua è una forma di realismo, che si affida a una linea sottile, tremolante, “tormentata” (tortured), come l’ha definita l’autrice.

In un’intervista concessa a Hillary Chute nel 2009 (Hillary L. Chute, Outside the Box. Interviews with Contemporary Cartoonists, University of Chicago Press, 2014), AKC ammette che tutti i suoi studi artistici e i suoi tentativi di controllare il gesto non sono riusciti a influenzare il modo in cui disegna i fumetti: “Sono così carica emotivamente che non riesco davvero a controllare cosa viene fuori”. Dopo aver sottolineato come la crudezza del segno sia specifica del fumetto (confessionale) e non si manifesti con la stessa violenza nella sua pittura, a una domanda diretta di Chute: “I tuoi fumetti non sono una tortura da disegnare, vero?”, risponde: “Sì. È quasi come se mi stessi disegnando nel sangue”.

Da una parte, dunque, il fare fumetti, prima ancora del risultato, viene qui eletto a strumento ideale per lo scavo interiore, uno strumento tanto forte da richiedere una misura di passività da parte dell’autrice, che si lascia guidare da un istinto specifico. In secondo luogo, è in questione prima di tutto il disegnare (comprese le parole) come parziale automatismo o latente autonomia della mano. La mano è proprio l’elemento di contiguità diretta tra il corpo e il disegno, o più precisamente tra il corpo e la sua rappresentazione, cosa che nell’autoritratto diviene particolarmente evidente ma può valere in generale. Il disegnatore si trova continuamente a dover fare riferimento al proprio corpo – anche solo per correlazione e disponibilità – nel tracciare le figure, usandolo variamente come modello e modulo. Infine, questo processo viene qui descritto con un’immagine drammaticamente carnale, che sarebbe fuorviante interpretare come esclusivamente dolorosa. In questo sangue si mescolano le due facce dell’arte di AKC: disgusto e desiderio. E se il processo può essere doloroso, l’obiettivo è il piacere, attraverso la trasmutazione del trauma coi mezzi del fumetto.

Rimanendo al livello del disegno, c’è senza dubbio un piacere liberatorio – e in qualche misura provocatorio – nella deformazione, ma ancora di più si nota nella meticolosità ossessiva, apparentemente randomica, di certi particolari e certe texture. Ad esempio, nella resa dei capelli, dove la linea sottile si moltiplica laboriosamente per creare una massa ondulata e volumetrica, laddove il resto del corpo si stacca appena dallo sfondo. E poi c’è la dichiarata ricerca del piacere, che in prima istanza è quello erotico e sessuale, che AKC pone come sfondo e obiettivo delle sue storie, dove le fantasie sadomasochistiche strutturano il quotidiano mentre il corpo è insieme origine del disagio e campo da gioco.

AKC sarebbe rimasta per poco sulle pagine di Wimmen’s Comix, vessata dalle critiche di molte compagne di strada e insoddisfatta dell’immagine idealizzata delle donne che ai suoi occhi si stava cristallizzando nella rivista: “Non voglio romanticizzare la vita, e non penso che romanticizzare le donne le faccia sentire meglio”. Soprattutto, il problema era quell’attitudine confessionale così ostinatamente perseguita e, per l’epoca, difficile da accettare. Un confessionalismo, come si è detto, disforico – tutto sbalzi, crudezze, malinconie, risate, aggressività e vergogna – che si poneva agli esatti antipodi delle eroine di Trina Robbins.

Nel corso degli anni, AKC perfezionerà i suoi errori, li renderà più precisi. Un nuovo alter ego, “The Bunch”, assumerà il ruolo di Goldie, e quel primo abbozzo di storia prenderà la forma di una vasta saga biografica che, mentre implacabilmente scava nel passato, racconta il presente, quasi il traguardo di un’educazione sentimentale, dove la rivendicazione del proprio masochismo trionfante viene offerta come un’affermazione di agentività.

Aline Kominsky-Crumb, dall’edizione Drawn & Quarterly di Love That Bunch (2018)

Lo stile grafico evolve in funzione del corpo, sempre instabile e proteiforme nella sua rappresentazione, compresa l’occasionale presenza, all’interno del suo corpo, di un alter ego maschile, che non rovescia la dinamica della degradazione ma ne estende lo spettro. Intanto gli sfondi si riducono spesso a una sorta di sgranato occhio di bue che, cominciando da una cornice nera dai bordi della vignetta, procede verso il centro in un pulviscolo diradante di puntini: il corpo è sempre più in evidenza, quasi una sfida al lettore.

Non si tratta di trasgressione fine a se stessa, che pure è una parte costitutiva degli Underground Comix. Il gusto per la provocazione è anche una maschera, un’esca per il lettore. L’arte di Robert Crumb, compagno e dal 1978 marito di AKC, è interamente devota al suo desiderio e da esso guidata, tutto gli è subordinato. È una poetica tanto potente, e indefinitamente generativa, quanto immediatamente comprensibile. AKC naviga in acque più incerte, nella zona grigia del desiderio, dove il piacere rischia sempre di cozzare con il disgusto, dove la forza ha continuamente bisogno di confrontarsi con la fragilità e dove la vergogna diventa uno strumento di conoscenza. O meglio, non la vergogna in sé, ma l’atto di superarla ogni volta, il mostrarla, il raccontarla e il viverla in un movimento, che ambisce a essere unico, di vita-arte.

Aline Kominsky-Crumb & Robert Crumb, The Complete Dirty Laundry Comics (1993)

Un territorio rischioso, comunque lo si guardi: alle critiche più o meno circostanziate delle femministe si aggiungono gli insulti degli uomini. E non staremo a chiederci se questi fossero più disturbati dall’autonomia estetica del disegno o dall’affermazione perentoria di una soggettività padrona del suo sguardo, anche perché qui le due cose coincidono.

AKC, che pare veramente riuscita a “vivere nel suo stile”, alza le spalle. E il fatto di avere al fianco un gigante del fumetto, per di più accusato di misoginia, non solo non pare essere per lei un problema, ma diventa uno stimolo creativo. Aline e Robert creano insieme Dirty Laundry Comix, progetto aperiodico dove ognuno disegna se stesso e insieme raccontano la loro provocatoria, potenzialmente imbarazzante e in definitiva tenera quotidianità. Ancora, più che le storie, è la strana armonia che si crea tra i due segni teoricamente incompatibili, ognuno un corpo nello stesso spazio condiviso, che stabilisce e racconta la relazione. I due desideri, per via del disegno narrativo, s’intrecciano.

Mettere il corpo sulla pagina, seguendo l’espressione di Hillary Chute (Hillary Chute, Graphic Women. Life Narrative and Contemporary Comics, Columbia University Press, 2010), è per AKC un processo di liberazione orientato verso l’esterno, non una semplice terapia, ma qualcosa che chiede di essere condiviso. Per i lettori di qualunque genere, è un impegno che inizialmente può richiedere fiducia e tempo, ma apre numerose strade. Dove conducono?

Aline Kominsky, copertina per Twisted Sisters (1976)

Speciale “Hate” / “The Complete Hate”

Concludo questo lungo lunghissimo speciale, il più approfondito che la “storia” di Just Indie Comics ricordi, con uno sguardo al cofanetto pubblicato da Fantagraphics all’inizio di dicembre e contenente (quasi) tutto Hate, dal primo numero del comic book del 1990 fino al nono Hate Annual. Innanzitutto mi sembra doveroso premettere che, avendo tutto il materiale contenuto all’interno, non ho comprato The Complete Hate, pertanto non sono in grado di dare giudizio su carta, copertine ecc. ma solo sui contenuti, che ho potuto sfogliare nel freddo formato pdf. E allora vediamo cosa contiene questo cofanetto celebrativo, fatto uscire per il trentennale della serie e lanciato dall’editore come “an archival collection of one of the bestselling alternative comic book series — arguably, the Great American Grunge novel — complete for the first time”. Essì, il grande romanzo americano grunge, avete letto bene!

La raccolta è venduta a un prezzo decisamente importante, dato che per portarsela a casa ci vogliono $119.99, ma mi sembra inevitabile visto che si parla di un totale di quasi 1000 pagine (938 per l’esattezza) di cui buona parte a colori. A rendere sensato il prezzo finale c’è anche la confezione, dato che The Complete Hate si presenta in tre volumi hardcover incastonati in un cofanetto, la cui copertina raffigura Buddy con bottiglia di birra in mano e sigaretta in bocca davanti alla sua “poliomobile”. Il primo volume è dedicato alle storie in bianco e nero di Buddy, tratte da Hate #1 fino a Hate #15. Il secondo raccoglie invece tutte le storie a colori, quelle uscite sui numeri dal 16 al 30 della testata. Il terzo mette insieme tutti i fumetti con protagonista Buddy e soci tratti dagli annual e una serie di contenuti speciali, come le backup story del comic book (Prisoners of Hate Island da Hate #1, Let’s Give Fascism a Chance da Hate #11 e via dicendo), i concorsi, qualche illustrazione e così via.

Il primo volume si apre con un cover che raffigura George chino sulla scrivania circondato da libri, riviste e cartacce, mentre alle spalle arriva Valerie. Entrambi hanno lo sguardo imbarazzato, come se non fossero più abituati a farsi guardare dai lettori. Si girano le pagine e parte un’introduzione di Bagge, piuttosto sintetica a dire il vero. Niente a che vedere con Hate: A Love Story, il lungo articolo che apriva lo special Hate Jamboree del 1998 e che sarebbe stato bello ristampare in questa sede. L’apparato iconografico dell’intro alterna una foto d’epoca con gli uomini della famiglia Bagge al poster dell’HateBall Tour del 1993, un’istantanea raffigurante il cartoonist con la figlia appena nata a un suo ritratto a firma Daniel Clowes. Da segnalare anche copertina e trafiletto di un Entertainment Weekly datato aprile 1991, in cui Bagge era annoverato tra le “fresh faces” della cultura americana. Partono quindi i contenuti, ossia le copertine dei primi 15 numeri della testata e poi ovviamente le storie del periodo in bianco e nero di Hate, quello ambientato a Seattle. Da sottolineare che, se si eccettuano le seconde di copertina del #1 e del #15 del comic book riproposte per dare un contesto ai fumetti, non ci sono i redazionali né la pagina delle lettere. Probabilmente si è deciso in questo senso per non aumentare in maniera eccessiva la foliazione dei volumi (e di conseguenza il costo dell’opera) e anche per non riproporre contenuti datati, che se possono essere succulenti per i fissati come me sarebbero risultati poco interessanti a un pubblico contemporaneo, più abituato alla dimensione del grapic novel che dei comic book. Aggiungo che di recente Bagge si è soffermato su questo argomento in un’intervista video con Noah Van Sciver, pubblicata sul canale YouTube dell’autore di Fante Bukowski (la potete vedere qui), spiegando che la possibilità di inserire la posta è stata scartata anche per via dei contenuti di alcune lettere, che erano piuttosto assurdi e che avrebbero potuto infastidire gli stessi autori, magari diventati nel frattempo rispettabili impiegati di banca, padri di famiglia o fan della Madonna (o magari tutte queste cose insieme). Il primo volume è chiuso dalla famosa vignetta di Hate #8 con la band dei Kurt che urla “I scream, you scream, we all scream for heroin” rivisitata in lingue e modi diversi, e quindi da una quarta di copertina con Stinky nei panni di cantante dei Leonard and the Love Gods.

E siamo al secondo volume, che contiene i restanti numeri della serie regolare, ossia quelli dal 16 al 30, a colori e ambientati nel New Jersey. La copertina raffigura Jimmy Foley, Pencils, Jake The Snake e Joel intenti a fumare, bere e mangiare patatine, mentre dietro Tommy Kaufman, l’ex compagno di scuola di Buddy diventato poliziotto, fa finta di non vedere e non sentire. Dopo un sommario accompagnato da un Buddy fuori dal tempo intento a farsi un selfie, troviamo la galleria di copertine e quindi le storie, fino al gran finale di Hate #30. Non ci sono le collaborazioni di Bagge con altri cartoonist, come Alan Moore, Robert Crumb, Gilbert Hernandez e via dicendo (maggiori dettagli in questo post), ma c’era da aspettarselo, visto che si tratta di storie che non hanno niente a che vedere con le vicende di Buddy Bradley e oltretutto disponibili nella raccolta Other Stuff (fuori catalogo ma di facile reperibilità on line). Il volume è chiuso dalla classica grafica I Like Hate and I Hate Everything Else e da una quarta di copertina con gli altri della famiglia Bradley intenti a fare ciò che sanno fare meglio, ossia bere birra (Butch), dormire sul divano (Brad “Pops” Bradley), litigare (i pestiferi nipotini Alexis e Tyler), incazzarsi con i figli (Babs) e andare fuori di testa (Betty la madre di Buddy).

Volume tre, dunque. Allora, so che c’è gente che magari sta leggendo queste righe e che ha già consumato TUTTO Hate, come so anche che c’è gente che magari sta leggendo quest’articolo ma non leggerà mai Hate, ma poi soprattutto qualcuno sta leggendo?!? Pronto? Mi sentite??? Scherzi a parte, nel dubbio di rovinare la lettura a qualcuno ho evitato di dare fastidiose anticipazioni sugli sviluppi della serie nell’articolo principale e quindi non mi tradirò certo nel post conclusivo di questo speciale. Evito dunque di rivelarvi cosa c’è sulla copertina del terzo volume del lotto, anche se qualcosa avrei da dire sulla discutibile acconciatura del personaggio in questione. All’interno, dopo la quarta di Hate #11 (che in realtà era tutt’uno con la cover vera e propria ma vabbè, facciamo finta di niente) e un autoritratto di Bagge, troviamo l’illustrazione di copertina e il paginone interno di Hate Jamboree, con tanto di identikit di tutti i personaggi pronti a celebrare Buddy. Seguono le cover e le storie di Buddy tratte dagli Annual, con il dittico conclusivo Heaven e Hell pubblicato sul nono Annual del marzo 2011. Manca inspiegabilmente Fuck It, pubblicata in Buddy Buys a Dump nel 2014 e che è almeno per ora l’ultima storia di Buddy Bradley. Peccato, perché tra le storie post-Hate era senz’altro la migliore, ed escluderla ha davvero poco senso in una raccolta che si definisce “completa” sin dal titolo (EDIT: Il lettore Paolo G. mi informa via e-mail che nel cofanetto “in carne e ossa” Fuck It è presente, quindi la sua assenza è limitata al pdf mandatomi da Fantagraphics, che evidentemente non era definitivo. A tal proposito anche l’ordine delle illustrazioni e delle quarte di copertina potrebbe essere diverso. Se state valutando l’acquisto, tenete dunque conto che questa versione di Hate è veramente “complete”, senza assenti ingiustificati).

Il terzo volume fa un buon lavoro nel mettere insieme una serie di contenuti speciali, dalle storie brevi fino a quelle di una pagina pubblicate sulle quarte di Hate, con qualche chicca come Buddy, Buddy, Quite Contrary tratta dalla zine I Like Comics (ne ho parlato qui). Non mancano nemmeno le copertine delle precedenti raccolte di Hate, le illustrazioni per tre cover dell’edizione tedesca della serie e addirittura una copertina per l’Especial Nuevo Comix Underground della rivista spagnola El Vibora. Seguono i materiali dei due concorsi Win a Date with Stinky e Buddy Bradley Look-Alike Contest (maggiori informazioni in questo post), le immagini del merchandising (dai preservativi ai pupazzetti di Buddy) e addirittura un questionario psicologico a cui si sottopose Bagge nel 1993. In chiusura ecco le dettagliate schede dei personaggi, la biografia dell’autore e una quarta di copertina che ci mostra Jay al lavoro nella discarica.

A questo punto vorrete sapere se vale la pena di comprare The Complete Hate. La risposta è semplice: se non avete i comic book e non vi volete lanciare nell’affannosa (ma non impossibile!) ricerca di tutti e 30 i numeri della serie più gli Annual sì, perché con un colpo solo vi potete leggere tutte le avventure di Buddy Bradley e soci; se già ce li avete no, perché il cofanetto poco aggiunge a quanto già noto. E con questo è tutto, lo speciale Hate finisce qui, e arrivederci a questo punto allo speciale Eightball, previsto per la prossima pandemia. ‘Nuff Said…