“Junction Box” #1

Chi ha letto la newsletter #7 di Just Indie Comics già conosce la storia del pacco inviatomi dagli Stati Uniti da Floyd Tangeman, contenente le uscite del collettivo Deadcrow, noto – o forse ignoto – per le antologie Tinfoil e Cowlick. Ebbene, in quel pacco trovava spazio anche il #1 di una nuova antologia intitolata Junction Box e curata da James Tonra, nuovo volto dell’underground newyorkese che di recente ha realizzato anche un albo, Hot Cake, insieme a Mikael Choukroun per Mystery Mail, il subscription service del negozio Desert Island. Ovviamente in questa antologia ritroviamo sia Tonra che Choukroun, insieme a diversi giovani autori che hanno animato le riviste di Deadcrow e a una manciata di nomi a me ignoti.

Come vedete dalla foto sopra, la mia copia di Junction Box #1 è decisamente rovinata, dato che era contenuta in una busta troppo piccola per lei e che nel suo viaggio da Brooklyn a Roma ha incontrato anche un po’ di pioggia. Il formato è gigante (36 x 28 cm), le pagine sono un centinaio, l’edizione è limitata (120 copie) e la stampa è interamente in serigrafia. Il bianco e nero e la carta di bassa grammatura aggiungono un tocco underground a una rivista che si presenta agile e leggera. Credo che questo primo numero sia stato venduto a 40$ o qualcosa del genere a un paio di eventi, da Desert Island e sul sito di Domino Books, scomparendo dalla circolazione con una certa rapidità.

Passando ai contenuti, Junction Box #1 mette insieme in un unico calderone tavole iperdettagliate e calembour grafici vicini allo scarabocchio, racconti perfettamente compiuti e abbozzi di storie che non vanno a parare da nessuna parte, intere pagine di testo e illustrazioni che sembrano disegnate sotto l’effetto di droghe o alcool. Pagina dopo pagina questa varietà diventa scelta stilistica, direttamente collegata all’urgenza di esprimersi e di mostrare al mondo la propria arte.

“Let’s take a roadtrip – si legge all’inizio del contributo di Sam Seigel – I don’t care where or when, I just need to get out of the house”. Ecco, come già il primo numero di Tinfoil, questo Junction Box #1 sembra riflettere il desiderio di “uscire di casa”, nel senso di fare qualcosa, o di buttare fuori ciò che si ha dentro, senza troppi pensieri o intenzioni. E ancora una volta viene da chiedersi se questa nuova generazione di autori sarà ricordata tra qualche anno come la risposta – o meglio, la reazione – all’establishment del graphic novel. Lo scopriremo (forse) nei prossimi fumetti, perché alcuni di questi lavori sono ancora amatoriali, come lo erano d’altronde tanti dei comix underground degli anni ’60 0 ’70. Ma sempre meglio il dilettantismo underground che il conformismo mainstream.

Just Indie Comics a Lucca (ancora)

Anche quest’anno Just Indie Comics sarà a Lucca Comics & Games. Come lo scorso anno saremo ospiti allo stand di Rulez, al Padiglione Napoleone, dall’1 al 5 novembre con i fumetti dalla distribuzione e tanti nuovi arrivi, selezionati in collaborazione con Risma Bookshop. Al momento in cui scrivo queste righe ho appena finito di impacchettare tutto, quindi invece di fare una foto agli scatoloni utilizzo un’immagine della passata edizione.

Ma vediamo invece un po’ di titoli che troverete quest’anno allo stand, in ordine totalmente casuale:

• Caprice di Charles Burns (Cornélius)
• Plaza di Yuichi Yokoyama (Living The Line) 
• Blammo #10 + As s Cartoonist + Please Don’t Step on My Jnco JeansMy Hot Date di Noah Van Sciver
• King Cat #82 + The Collected Prairie Pothole + South Beloit Journal + altro di John Porcellino
• Pretending is Lying di Dominique Goblet + The Gull Yettin di Joe Kessler (NYRC)
• Clubhouse #20 (Colorama)
• Stripburger Dirty Thirty + Stripburger #80 e #81 
• Hypnotic Midday Movie di Simon Hanselmann + Maniac Army di Johnny Ryan + Hospital Drama Show di Scott Travis + STUM di Yann Taillefer + altro da The Mansion Press
• Pee Pee Poo Poo #69 e #420 di Caroline Cash (Silver Sprocket)
• Wild! or So I Was Born to Be vol. 1 di Cristian Castelo (Oni)
• Tantissimi š!, kuš! e kus! mono
• Alcuni titoli dal catalogo di Ion Editions
• Failure Biographies di Johnny Damm (The Operating System)
• Scoop Scuttle and His Pals: The Crackpot Comics of Basil Wolverton (Fantagraphics)
• Pittsburgh 2: Running Numbers #1-4 pack di Frank Santoro
• Ink Zeitgeist di Ken Landgraf e Kirk Oldford
• Only di Diane Zhou + Cry di Yan Cong (Paradise Systems)
• Heelage #4 + Ode to Godzilla #9 di Ian Sundahl 
• Salome’s Last Dance di Daria Tessler (Fantagraphics)
• Tidens Anleten di Sammy Stein (Lystring Forlag)

Cercateci dunque da Rulez e se vi interessa qualcosa sbrigatevi, che le quantità sono come al solito limitatissime.

Tutti i numeri di “Sunday” ora in pre-order

Solo una breve nota per segnalarvi che da oggi sono disponibili in pre-order nel Big Cartel di Just Indie Comics tutti i numeri di Sunday di Olivier Schrauwen. L’ultima fatica dell’autore di Parallel Lives si è conclusa ad agosto con la pubblicazione dell’ultimo e più corposo albo, sempre per i berlinesi di Colorama. Il mese scorso sono anche tornati disponibili tutti i numeri precedenti, che erano esauriti da tempo.
I fedeli abbonati del Just Indie Comics Buyers Club ricorderanno che proprio Sunday #1 aveva aperto l’edizione del 2020. Se il #2 è stato disponibile nel negozio online per un breve periodo, i due numeri successivi rappresentano invece una novità da queste parti. Certo, potete anche comprarli direttamente da Colorama, che sta a Berlino e non ha spese di spedizioni esagerate, ma se volete risparmiare qualche euro o addirittura evitarvi le spese di spedizione (e per questo vi rimando a Big Cartel, dove troverete tutte le spiegazioni del caso), potete cliccare qui e non pensarci più.
Per chi non è informato, concludo spiegandovi la numerazione della serie. Se il #1 e il #2 non presentano bizzarrie, il terzo albo è invece un unico spillato che raccoglie in un solo colpo il #3 e il #4, mentre il quarto e conclusivo fumetto è numerato 5-6-7-X ed è un volume brossurato di 240 pagine. Non si tratta di raccolte, infatti Sunday è uscito direttamente con queste modalità.

E’ morto Joe Matt

E’ arrivata stamattina la triste notizia della morte di Joe Matt. La causa del decesso sembra essere un infarto, che ha colpito all’improvviso il sessantenne fumettista a Los Angeles, dove si era stabilito da qualche anno. L’annuncio è stato dato su Facebook da Matt Wagner, che dell’autore di Peepshow è stato collaboratore e amico. Come tanti di voi, non conoscevo Matt di persona ma adesso mi sembra che sia morto un amico. Come scrivevo tempo fa in questo speciale a lui dedicato, bastava leggere un fumetto di Joe Matt per avere l’impressione di conoscerlo, perché nelle sue storie si mostrava senza vergogna, raccontando gli aspetti più intimi della sua vita privata. Le sue sono storie che non ci si stanca mai di rileggere per quanto sono autentiche, brillanti, divertenti. E per quanto sono fatte bene. Sì, perché Joe Matt erano un assoluto talento del fumetto, uno che i fumetti ce li aveva nel sangue. Per lui sarebbe stato impossibile fare un brutto fumetto. Ma è stato possibile smettere di disegnarli, principalmente a causa della sua proverbiale pigrizia. Eppure ogni tanto si riaffacciava sui social dicendo che stava lavorando al nuovo numero di Peepshow e io sognavo quel giorno in cui sul Previews della Diamond sarebbe arrivato l’annuncio di un nuovo fumetto di Joe Matt. Probabilmente quell’annuncio non arriverà più ma ora la cosa ha davvero poca importanza. I fumetti di Matt rimarranno quelli che già conosciamo e quelli ci faremo bastare, come con quelle band che hanno fatto due o tre album perfetti e poi si sono sciolte o non hanno più inciso niente per motivi di forza maggiore. Perché qualcuno è morto, per esempio. Quindi sono tristissimo per la morte di Joe Matt ma anche felice perché i fumetti che ha fatto rimangono qui, immutabili e eterni. E pronti per l’ennesima rilettura, che mi farà ridere ancora una volta come uno scemo davanti alle stesse battute ma anche un po’ disperare per il buon vecchio Joe che non c’è più.

Marc Bell e Nina Van Denbempt a Bruxelles

E’ aperta fino al 22 ottobre alla galleria Sterput di Bruxelles una bella mostra dedicata al canadese Marc Bell e alla belga Nina Van Denbempt. L’accoppiata è del tutto inedita e anche insolita, trattandosi di due artisti distanti sia dal punto di vista geografico che anagrafico. Il primo è un affermato fumettista classe 1971, ben noto nel circuito alternativo grazie ai volumi usciti per Drawn & Quarterly in Canada e Cornelius in Francia. Il suo stile giocoso e frammentario procede per associazioni d’idee e giochi di parole ed è caratterizzato da cut-up verbali e grafici che sembrano generati da uno Jacovitti che ha appena letto William Burroughs. La seconda è un’autrice classe 1989 di cui parlavo in questo post. Dopo l’esperienza fumettistica del collettivo Tieten Met Haar, ha esplorato l’arte, la performance e la scultura. Pur non dimenticando a sua volta la dimensione dell’ironia e del paradosso, Van Denbempt utilizza il linguaggio dell’espressionismo per esprimere insicurezza e autocommiserazione, come in un improbabile incrocio tra Peter Saul e Tara Booth.

Marc Bell

Nina Van Denbempt

La mostra mette insieme originali preesistenti e qualche opera realizzata per l’occasione, in alcuni casi nei giorni immediatamente antecedenti l’inaugurazione di giovedì 7 settembre. Oltre alle tavole e ai dipinti, spiccano due sculture di Van Denbempt, raffiguranti un’imponente figura femminile e un capo di vestiario. Personalmente ho avuto la fortuna di visitare la mostra sabato 9, quando ho potuto assistere a una chiacchierata tra Bell e Van Denbempt, moderati dal critico Benoit Crucifix. I due artisti hanno candidamente ammesso di non conoscere l’opera dell’altro fino al momento di essere invitati a esporre insieme. Inoltre, si sono soffermati sulle fasi e le dinamiche del loro processo creativo, con Bell che ha spiegato ai purtroppo pochi presenti il metodo da lui definito “Swedish Death Cleaning”, ossia una tecnica che si propone di dare un senso a tutti i lavori incompiuti che tende ad accumulare. Particolarmente interessante la parte in cui i due hanno parlato del loro rapporto con il mondo delle gallerie d’arte, una dimensione che per Bell rappresenta il passato (ora ha ripreso a dedicarsi soprattutto a fumetto e illustrazione), mentre per Van Denbempt è al momento la via principale per la sua affermazione di artista.

In occasione dell’evento Sterput ha prodotto due albi serigrafati di grandi dimensioni. Cruel Company di Nina Van Denbempt, che per l’occasione si firma Nina Ferrari, è un breve fumetto autobiografico in cui l’autrice si raffigura grossa e decadente mentre aspetta insieme alla figlia neonata la visita del compagno. Indecisa se considerare l’incontro un vero appuntamento, la protagonista/autrice ci racconta con paradossale umorismo la sua discesa nella più totale paranoia. Narrazione autoconclusiva, Cruel Company riflette le tematiche e lo stile dell’autrice ma senza collegarsi direttamente alle opere in mostra. Discorso diverso va fatto per Dear Foghorn of Legs di Marc Bell, albo identico nel formato ma più simile a un catalogo nei contenuti. L’artista canadese racconta per immagini la sua “ongoing war with paper”, in quello che è a tutti gli effetti un nuovo numero di Boutique Mag, l’antologia in cui raccoglie i suoi più recenti lavori.

Vi segnalo infine che, se vi trovaste a passare per Bruxelles, Sterput è un luogo da visitare al di là della mostra attualmente in corso. Si tratta infatti di un’elegante e spaziosa galleria con un programma sempre ricco, oltreché di un negozio tutto dedicato alla piccola editoria, ricco di fumetti, fanzine e albi illustrati per lo più europei, ovviamente con un occhio di riguardo all’area franco-belga.

Nina Van Denbempt

Marc Bell

“You Will Own Nothing…” di Simon Hanselmann

E’ uscito di recente il primo numero di quella che si annuncia come una nuova lunghissima serie per Simon Hanselmann. L’autore di Megahex ha da sempre flirtato con l’idea della serialità, collegando le vicende dei suoi personaggi nelle maniere più varie e spesso stravaganti, ed è quindi arrivato a sviluppare una vera e propria narrazione a puntate prima con Bad Gateway (il cui seguito, Megg’s Coven, è per ora rimandato) e poi con Crisis Zone, pubblicato su Instagram e poi in un volume uscito in Italia per Coconino. You Will Own Nothing and You Will Be Happy è però qualcosa di diverso, dato che nelle note al primo numero Hanselmann presenta la sua nuova creatura come “un lungo e sconclusionato racconto di almeno 20 se non 30 numeri”. L’argomento non è certo nuovo, dato che il nome di produzione della serie era Megg, Mogg & Zombies. L’incipit vede Owl tornare a casa trafelato e accendere di corsa la tv, facendo vedere a Megg e Mogg le ultime notizie. Gli scienziati hanno annunciato la diffusione di un nuovo virus, quello degli zombie appunto, tanto che sullo schermo appaiono già le prime vittime dal corpo tumefatto, il volto sfigurato e il vomito che esce dalla bocca. L’unica soluzione è ancora una volta barricarsi in casa, facendo leva sulle scorte di cibo messe da parte da Owl, che a suo parere  permetteranno ai protagonisti di sopravvivere per tre mesi (“La mia paranoia e il mio odio per i poveri stanno decisamente dando i loro frutti in questo momento”, afferma in un’inscindibile commistione di terrore e compiacimento). Fino a che qualcosa non va storto…

Al di là della trama, ciò che risulta interessante è l’idea di Hanselmann di coinvolgere i suoi personaggi in una storia dal respiro ben diverso rispetto a quanto visto finora, come se fosse un mix tra le solite vicende indotte da droghe, ubriachezza molesta, paranoia e vuoto esistenziale di Megg, Mogg e Owl e l’action alla The Walking Dead. Non a caso l’autore aveva pensato di proporre il fumetto alla Image, decidendo poi di desistere spaventato dall’idea di dover rispondere all’editore a proposito dei contenuti della serie. La scelta dell’autoproduzione è così venuta naturale sia per evitare ogni possibilità di censura che per avere un ritorno economico degno di questo nome. Tutti questi temi sono approfonditi nelle quattro pagine finali dell’albo, che ospitano le note di Hanselmann e una rubrica della posta che servirà nei prossimi numeri per commentare in diretta le vicende dei protagonisti. Sicuramente un elemento in più per seguire You Will Own Nothing and You Will Be Happy, che si rifà in questo senso – come dichiara lo stesso Hanselmann – al modello dell’Hate di Peter Bagge e quindi alle serie anni ’90 con una storia principale, qualche breve fumetto di altri artisti (già in cartellone per i prossimi numeri) e una lunga e spesso delirante pagina delle lettere. E sulla quarta di copertina c’è anche un fumetto intitolato What Would You Do at the End of the World? che omaggia l’Eightball di Daniel Clowes.

You Will Own Nothing and You Will Be Happy #1 è un albo formato comic book di 48 pagine in bianco e nero. E’ stato pubblicato a maggio 2023 in una prima edizione di 2000 copie con ologramma in copertina, al prezzo di 12 dollari. La prima tiratura è andata esaurita ma Hanselmann ha già annunciato una ristampa, senza ologramma e con altri redazionali, stavolta incentrati su fumetti di altri autori e non sulla genesi della serie. I numeri successivi dovrebbero uscire con cadenza quadrimestrale.

“Blah Blah Blah” #3 di Juliette Collet

Il fumetto del Buyers Club di aprile è stato Blah Blah Blah #3 della statunitense Juliette Collet, che qualcuno di voi avrà forse visto e magari addirittura comprato ai banchetti di Just Indie Comics nei più recenti festival. Ora un limitatissimo numero di copie arriva anche nel negozio on line. E sottolineo limitatissimo, quindi se siete interessatevi non tergiversate e agite subito, che del domani non c’è certezza.

Nella prima pagina, in mezzo a collage della sua testa gigante appoggiata su un corpo minuto, l’autrice si presenta così: “Stavolta meno pois e meno fumetti autobiografici, anche perché di recente non mi è successo niente di particolarmente interessante. Se qualcuno vuole farmi un favore e innamorarsi di me e poi spezzarmi il cuore o qualcosa del genere, beh, lo apprezzerei molto. In caso contrario mi ritirerò come al solito nel mio mondo di fantasia supercontrollato e iperestetizzato. Ah, a proposito di novità, ho finalmente degli amici a New York”.

Si prosegue con una storia in cui Juliette va a Santa Barbara a trovare la sua amica del cuore, due pagine di disegni in libertà realizzati insieme a Jasper Krents, un coloratissimo fumetto che mescola collage e illustrazioni intitolato Falena, Farfalla e Procione formano una band insieme, 5 pagine in cui tre personaggi ballano, un altro lavoro mixed media che è pure un ibrido di fumetto e musical al grido di Punkette and Sissyboy Have Superpowers, una storiella in cui ogni vignetta è un quadro con una cornice diversa, le 11 pagine di Double Blindfold che sviluppano “a real story from my very real sex life” interamente con matite pastello, e quindi il gran finale di Mademoiselle Puce et Poulette déjeunent ensemble con foto dei personaggi (la stessa Juliette e una sua amica) sistemate su uno sfondo disegnato mentre il testo riporta una conversazione tra le due. In più all’interno c’è un poster double face che potete attaccarvi in camera.

Blah Blah Blah #3 è davvero un bel fumetto e Juliette oltre ad essere giovanissima è bravissima. Il suo approccio libero e frammentario, la continua giustapposizione tra fantastico e quotidiano e la tendenza a rivolgersi al lettore mi ricordano la Julie Doucet degli esordi. E per me non è un complimento da poco.

Disponibile “Swag” #5 di Cameron Arthur

Stavo appena guardando il mio stesso sito, non per compiacermi ma per controllare una cosa, e scorrendo ho notato che il primo articolo sull’homepage era su Mike Diana e il secondo su Joe Matt, così mi sono detto: ma che anno è? O meglio, sto diventando uno di quelli che si stava meglio quando si stava peggio e i bei vecchi tempi andati ecc. ecc.? Cerchiamo di recuperare e di svecchiare un attimo la faccenda, magari senza ricorrere a un video in cui ballo su Tik Tok ma parlando semplicemente di qualcosa di contemporaneo. E così torno su Cameron Arthur. Sì, lo so che già vi ho parlato più volte dell’autore di Swag, e ancor meglio lo sa chi mi ha visto a qualche festival l’anno scorso. Salvo che in realtà pochi mi hanno dato retta e hanno comprato Swag #4, uno dei fumetti del Buyers Club 2022 e anche uno dei miei 10 fumetti preferiti tra quelli usciti nel 2022. Non sapete nemmeno cos’è? Leggete qui se volete capire perché mi è piaciuto tanto, sempre che sia riuscito a spiegarmi. Nel frattempo è uscito anche Swag #5, sempre autoprodotto e ora disponibile nel Big Cartel di Just Indie Comics.

Swag #5 contiene una storia unica divisa in più capitoli e intitolata Ballad of the Black Sun, doveva uscire nel 2022 e infatti riporta la data dell’anno scorso ma poi le cose sono andate un po’ storte, nel senso che ci si è messa di mezzo la tipografia sbagliando la stampa della copertina. Cameron si è ritrovato con un pacco di copie in cui metà della copertina e metà della quarta si univano sulla facciata dell’albo, lasciando il retro completamente bianco. Quando gli ho scritto per ordinargli un po’ di copie mi ha così offerto due alternative: aspettare che gli arrivasse la versione corretta oppure fare un disegno diverso su ogni copia di Swag #5 che mi stava mandando. Ovviamente non ho resistito e ho optato per la seconda opzione, ribattezzando questa particolare versione la Weird Edition di Swag #5. Avrete così una copertina sicuramente cacofonica ma anche un disegno originale dell’autore su ogni copia.

Per quanto riguarda il contenuto dell’albo, Cameron Arthur si conferma un autore che ha ormai trovato la sua cifra stilistica, allontanandosi dai riferimenti degli esordi e dalla narrativa di genere per raggiungere una dimensione propria, in cui al centro c’è l’individuo e la sua difficoltà di interagire con gli altri e di integrarsi nella società. Se Swag #4 raccontava così le ambiguità e le tensioni di una famiglia texana contemporanea, il nuovo numero si concentra su un solo personaggio, un cavaliere solitario che nel periodo immediatamente successivo alla guerra di secessione si mette in viaggio per l’Ovest in cerca di fortuna ma anche di se stesso. Le cose non andranno proprio per il verso giusto ma al di là dell’avventura pura e semplice ciò che rende questo fumetto unico e ancora una volta potente sono i lunghi flashback che raccontano il passato del protagonista, abilmente collocati da Arthur in un momento topico della vicenda. La suddivisione in capitoli arricchisce il quadro complessivo, rendendo Ballad of the Black Sun una storia articolata e dalle molteplici sfaccettature. Il disegno mostra ancora linee spesse e grezze, che però cominciano ad allontanarsi dall’ovvio riferimento di Paper Rad per utilizzare campi più lunghi e inquadrature originali. Swag #5 è assolutamente consigliato e già uno dei miei fumetti preferiti di questo 2023: fossi in voi non me lo perderei.

“Boiled Angel” di Mike Diana in pre-order

I più attenti tra voi ricorderanno che un paio di anni fa apparve brevemente sul Big Cartel di Just Indie Comics la raccolta dei primi 4 numeri del Boiled Angel di Mike Diana, confezionata in un elegante cartonato celeste edito dai macedoni di Crna Hronika. Ebbene, da qualche mese è finalmente stato pubblicato il secondo e ultimo volume, ancora cartonato e persino più massiccio del precedente (sono più di 400 pagine), ed è così giunto il momento di renderlo disponibile al pubblico italiano. Ma se vi interessa affrettatevi: i volumi sono infatti oggetto di un pre-order limitatissimo, che si chiuderà il 19 marzo o forse anche prima (dipende dalla quantità di ordini che arriveranno), e al termine del quale i due libroni non saranno più disponibili, forse per un bel po’ di tempo o forse per sempre (chissà). Ma cosa ci trovate dentro? Semplicemente alcuni dei fumetti più offensivi, deviati e perversi di sempre, in cui non manca una buona dose di ironia ma che comunque all’epoca – tra il finire degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 – fecero scalpore per oscenità e audacia. E forse già saprete che proprio per Boiled Angel Diana venne processato e infine condannato, dando vita a una lunga causa legale che fu al centro delle cronache fumettistiche dell’epoca (il Comics Journal, allora ovviamente nella sua versione cartacea, la seguì approfonditamente). Ma all’interno di queste raccolte non ci sono soltanto i fumetti di Diana, dato che Boiled Angel era una vera e propria fanzine in cui l’autore raccoglieva racconti, illustrazioni e vignette che collaboratori occasionali, sparsi ai diversi angoli degli Stati Uniti, gli mandavano con il preciso scopo di esagerare e scioccare più degli altri, tra violenze ed efferatezze varie, mutilazioni corporee, insulti contro la religione, dettagliate descrizioni dei modus operandi dei serial killer, ecc. ecc. Niente di politically correct insomma, anzi, siamo dalle parti dell’underground puro e marcio, in cui il fumetto va a braccetto con l’Apocalypse Culture e con quella passione per l’estremo che dominò la controcultura angloamericana di quel periodo. Se siete interessati fatevi un giro sul Big Cartel di Just Indie Comics e approfondite la vicenda, dato che lì ci sono anche una serie di istruzioni e informazioni relative al pre-order. Se invece state leggendo queste righe quando è troppo tardi, beh, peggio (o forse meglio) per voi.

 

De(a)t(h) Grymma Svärdet

Il titolo di questo post sembrerà criptico e illeggibile ma in realtà è un (brillante) gioco di parole per annunciare la chiusura di un’antologia che da un paio d’anni è diventata ospite fissa del Big Cartel e dei banchetti di Just Indie Comics. Ma innanzitutto guardiamo il filmato!

Ovviamente non c’era nessun filmato ma solo questa splendida e coloratissima copertina di Tara Booth tratta da Det Grymma Svärdet #43, un elegantissimo cartonato di 180 pagine rilegato in tela che replica il formato del #40. Anche i contenuti sono sulla stessa falsariga, perché all’interno troviamo un mix di fumetti di autori internazionali con l’aggiunta di qualche articolo: il tutto in svedese ma con un libretto di traduzioni in inglese allegato. Per leggere questo Det Grymma Svärdet #43 ci vuole un po’ di pazienza insomma, ma vi dico che ci si riesce persino da sdraiati, quindi in realtà non è poi così complicato.
Ultimo numero dicevamo, ma perché? La decisione era già stata anticipata dall’editor Fredrik Jonsson nel numero precedente dell’antologia. In sostanza, il motivo è legato all’inevitabile e triste destino delle antologie/riviste, un tipo di prodotto oggi poco premiato dai lettori, soprattutto se paragonato ai graphic novel. Jonsson è infatti il deus ex machina di Lystring Förlag, casa editrice svedese che pubblica in patria autori come Simon Hanselmann, Olivier Schrauwen, Tommi Parrish e tanti altri, trovando un soddisfacente riscontro di vendite. Det Grymma invece, pur beneficiando di finanziamenti statali, a malapena andava in pareggio, non riuscendo a volte nemmeno a recuperare i costi di stampa (i numeri hanno di volta in volta un formato e un concept diverso ma sono sempre ben confezionati) e il pagamento dei diritti agli autori.

Jerome Dubois

In attesa di un prossimo e già annunciato “best of” della serie, godiamoci intanto questo numero finale, disponibile da qualche giorno nel Big Cartel di Just Indie Comics. E vi assicuro che è uno dei migliori Det Grymma di sempre, curatissimo nell’editing e con più di qualche perla. Cito per esempio i contributi di Jerome Dubois, che apre e chiude le danze con due estratti dai suoi due libri gemelli, Citéville e Citéruine, usciti in Francia nel 2020 rispettivamente per Cornélius e Editions Matière, il primo con dialoghi e personaggi rappresentati in bianco e verde e tratti manga, il secondo che mostra le stesse situazioni in bianco e nero ma disegnandone solamente gli sfondi e le ambientazioni. Notevoli le 16 pagine di Louka Butzbach, che racconta la ribellione giovanile con colori tenui e atmosfere favolistiche. I figli di Werewolf Jones, Diesel e Jaxon, sono protagonisti delle due storie realizzate dal duo Simon Hanselmann e Josh Pettinger, che negli USA hanno già trovato spazio in alcune fanzine autoprodotte (occhio al loro Werewolf Jones & Sons Deluxe Summer Fun Annual, in uscita a luglio per Fantagraphics): entrambe divertentissime, con il picco raggiunto da Spit Game, una gara di sputi tra i due ragazzini che a un certo punto diventa una gara di schizzi (vabbè, se conoscete Hanselmann già sapete dove si va a parare). Altri pezzi forti sono le 16 pagine a firma Teddy Goldenberg con atmosfere stranianti degne del suo recente City Crime Comics, Anna Haifisch che in 1992 ricostruisce le visite allo zoo di Lipsia in compagnia della madre con un tratto più spesso rispetto al passato e decisamente interessante (dalle parti del Joe Kessler del bellissimo Le Gull Yettin/Måsvarrelsen), Marko Turunen (ricordate il suo La morte alle calcagna per Canicola?) che in bianco, nero e verde ci regala un pezzo focalizzato più sulle atmosfere che sulla trama, con protagonisti una suora fotografa, un tizio incontrato alla fermata dell’autobus e una specie di robot che officia un funerale. Mancano da citare i contributi di HTMLflowers, Nathan Cowdry, Melek Zertal, Sara Kupari e una pagina a firma Tommi Parrish ma insomma, avete capito che il livello è alto e che questo numero di Det Grymma Svärdet riesce ampiamente nel tentativo di mettere insieme lavori fuori dagli schemi, capaci di restituirci un po’ di fiducia nei confronti del fumetto “alternativo” contemporaneo.

Anna Haifisch

Per quanto riguarda i pezzi scritti, non ha molto senso approfondirli in questa sede, dato che tutti e quattro sono soltanto in svedese, senza traduzione. Peccato soprattutto per l’intervista di Robert Aman a due degli autori di Historieboken, un best seller a fumetti svedese degli anni ’70 che rilegge la storia dell’Occidente in chiave marxista. E’ invece tradotto il testo illustrato di Jaakko Pallasvuo, sullo stile dei contenuti che il fumettista finlandese sta pubblicando di recente su Instagram. Il tema caldo dell’intelligenza artificiale viene usato per tornare sul concetto di automazione e sul ruolo dell’artista nel mondo contemporaneo, con la definizione di arte come “una sorta di sviluppo lineare che segue in parallelo la tecnologia, la politica e la storia” che mi sembra davvero il modo migliore per chiudere un dibattito complesso quanto a volte fine a se stesso. Per leggere il testo completo potete appunto ordinare Det Grymma Svärdet #43 nel Big Cartel di Just Indie Comics, dove trovate anche qualche numero arretrato di una delle più riuscite antologie internazionali degli ultimi anni.

Teddy Goldenberg