L’ultimo lavoro del grande Herb Trimpe

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Herb Trimpe è stato uno dei disegnatori più importanti della Marvel degli anni ’70, famoso soprattutto per la sua lunga run su The Incredible Hulk. Trimpe ci ha lasciato lo scorso 13 aprile, mentre stava ultimando le matite di una storia per una nuova linea di fumetti chiamata All Time Comics, ideata dal newyorkese Josh Bayer, editor dell’antologia autoprodotta Suspect Device e autore di fumetti underground come Raw Power e Theth. Bayer è un grande fan dei fumetti Marvel di trenta o quaranta anni fa e ha ideato tra le altre cose numerosi bootleg di Rom, personaggio che in Italia ben conosciamo per la sua pubblicazione sulla storica antologia All American Comics edita dalla Comic Art. Le sue storie con protagonisti i cartoonist del Marvel Bullpen sono state spesso un’occasione per farci vedere l’uomo dietro l’artista, oltreché per denunciare il modus operandi della Marvel nei confronti di autori come Jack Kirby, Steve Ditko e Steve Gerber. Alcune scene dei suoi fumetti vedono Steve Ditko urlare “La Marvel e la Disney… sono il governo!” e una ragazza circondata da Deathlok, U.S. Agent, Howard The Duck e altri personaggi Marvel minori che dice “Facciamocene una ragione, qui siamo superflue come i disegnatori, gli inchiostratori e gli scrittori che hanno dato vita all’industria della Marvel Comics”.

Bayer di recente ha ricordato così Herb Trimpe sulla sua pagina Tumblr:

“L’anno scorso ho contattato Herb Trimpe e gli ho chiesto di disegnare una storia per una linea di fumetti che sto scrivendo ed editando. Eravamo in grado di offrirgli una tariffa decente e incredibilmente ha detto di sì, così che tra qualche mese pubblicherò quello che, a quanto ne so, è il suo ultimo fumetto. Il lavoro di Trimpe era dappertutto quando ero ragazzo, nei comic-book che uscivano e nelle ristampe, e i suoi personaggi fumettosi, spavaldi, monolitici, fluidi ma anche un po’ traballanti rappresentavano in pieno quella che era la mia idea di fumetto. […] Mentre mi arrivavano le mail con i suoi disegni l’anno scorso, ero rincuorato che a settant’anni stesse facendo uno dei suoi migliori lavori di sempre, pieno dei passaggi, delle luci e dello storytelling per cui era conosciuto. “Te lo devo dire, me la sto spassando… Era da parecchio tempo a questa parte che non facevo qualcosa di così divertente”, mi ha scritto, e io ne ero felicissimo. Ero contento per giorni ogni volta che lo sentivo. Continuavo a guardare il suo lavoro. Le linee erano sicure e potenti, il suo storytelling era ricco di quel tipo di inventiva che è il risultato delle migliaia e migliaia di pagine che aveva disegnato prima che entrassimo in contatto. Per me, avere l’approvazione sua o di altri professionisti come Rick Parker e Al Milgrom, ha significato avere tutto ciò che volevo dai fumetti, un cerchio senza fine tra passato e futuro. Soltanto in un’industria strana come questa qualcuno nella mia posizione, al livello più basso della piramide, può coinvolgere in un suo progetto artisti con anni e anni di esperienza e riconoscimenti alle spalle”.

Per il testo completo vi rimando alla versione inglese di questo post. Tutte le immagini sono tratte da Crime Destroyer Giant Size di Josh Bayer, Herb Trimpe e Benjamin Marra, in uscita a ottobre 2015.

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Una serata con Charles Burns

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Giovedì 19 marzo la Libreria Giufà di Roma ha ospitato un incontro con Charles Burns, cartoonist statunitense che non ha bisogno di presentazioni. Burns, che i più conosceranno per la serie Black Hole, è arrivato a Roma per accompagnare la moglie Susan Moore, artista e insegnante di pittura, proprio come successe negli anni Ottanta, quando la coppia passò un paio di anni in Italia e Burns si unì al gruppo Valvoline. Più che un amarcord, la serata è stata l’occasione per far conoscere l’artista al pubblico romano, approfondendo il suo processo creativo e i temi dei suoi fumetti. A condurre la chiacchierata lo scrittore Francesco Pacifico, che fungeva anche da traduttore, mentre a occuparsi delle domande e delle digressioni sull’arte di Burns erano il critico di fumetti ed editor di Castelvecchi Alessio Trabacchini e il ben noto fumettista italiano Ratigher. Alla fine dell’incontro Burns si è trattenuto per ore a parlare con i lettori firmando dediche e soprattutto disegnando sketch, mostrando una disponibilità e una cordialità esemplari.

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Da sinistra a destra: Trabacchini, Ratigher, Burns e Pacifico

 

Alessio Trabacchini: Charles Burns è importante perché è un autore che sa raccontare la complessità. Ha trovato una forma narrativa e un segno per raccontare le ambivalenze, dei sentimenti, delle cose, del mondo. Vorrei chiedergli come è riuscito a raccontare un aspetto che nei fumetti è molto difficile da rendere, che è quello relativo al sesso, alla sessualità, alla bellezza e al desiderio. Penso che qui quasi tutti conosciamo le opere di Burns e lo associamo a qualcosa di molto estremo, o all’abiezione o a qualcosa di perverso: è vero a metà, perché in realtà Burns ha saputo raccontare benissimo la parte migliore dei sentimenti. Nelle opere di Burns e in particolare in Black Hole ci sono alcune delle rappresentazioni migliori del sesso che si possono trovare nei fumetti. E quindi vorrei domandargli qual è il suo approccio a questo aspetto della vita umana e alla sua rappresentazione.

Charles Burns: Quando sono riuscito a sentirmi a mio agio nell’esprimere qualcosa di veramente personale, ho voluto farlo cercando di essere il più possibile libero e aperto. La sessualità è nella vita di tutti, ma io non volevo fare qualcosa di totalmente gratuito o pornografico. Volevo che il sesso fosse una parte naturale della storia. In Black Hole per esempio ci sono delle scene molto forti ma la storia nel complesso non è gratuita, non è fatta per provocare o titillare il lettore. Mi piace l’idea di mettere in una storia di tre-quattrocento pagine dieci pagine focalizzate su qualcosa di molto forte, ma non di più. Ci sono stati dei momenti, mentre scrivevo, in cui pensavo “non so se la gente vuole vedere questo”. Pensavo che la mia visione delle cose fosse troppo cupa ma volevo allo stesso tempo essere più onesto e aperto possibile. All’inizio non ne ero molto consapevole, ma nelle mie prime opere mi sono abbastanza censurato, avevo delle idee che erano molto forti e forse disturbanti ma mi trattenevo dall’esprimerle. Ho cercato in tutti i modi di superare quel blocco, di fare qualcosa di forte e onesto… Comunque non ho mai incontrato una donna con la coda…

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Ratigher: La mia prima domanda è simile ma su un altro aspetto. Io considero Burns il fumettista che più ha saputo raccontare l’occulto, il bizzarro. Se nel cinema c’è Lynch, nel fumetto c’è Burns, sono loro i custodi del mistero, dell’incubo, di tutto un mondo onirico e oscuro. Io immagino che lui abbia iniziato perché era attratto probabilmente dalle storiacce, dalle situazioni malsane, però visto il livello che ha raggiunto gli voglio chiedere se c’è stata una sorta di evoluzione tipo quella dei giochi di ruolo, cioè se da occultista, da amante delle cose bizzarre e oscure, senta di avere il potere di uno stregone, di poter far paura alle persone, di poter fare dei libri che abbiano delle forze oscure dentro.

Burns: Per qualche ragione le mie storie si muovono verso l’oscurità, ma io non voglio spaventare intenzionalmente qualcuno. Sin da piccolo sono stato attratto da un lato oscuro dell’America, un lato nascosto della cultura americana. C’è una facciata in cui tutto sembra a posto, ma sotto a questa c’è a volte un lato oscuro e nascosto. Sono stato sempre interessato a questa facciata e a ciò che rappresenta. Ed ero interessato anche alla realtà, la realtà in cui sono cresciuto, la realtà che sentivo mia e che non aveva niente a che fare con lo status quo e con la visione normale di una famiglia sicura e felice. Nessuna delle mie storie è molto felice.

Trabacchini: Un’altra cosa che volevo chiedere riguardava la linea. Ovviamente questo c’entra con il modo di raccontare che dicevo prima, perché per un autore di fumetti la prima scelta di stile per decidere come vuole raccontare è decidere il tipo di segno che utilizzerà. Il segno di Burns che conosciamo è netto, molto netto, con contrasti molto forti di bianco e nero, lo è diventato sempre di più nel corso degli anni ma era già abbastanza definito sin dall’inizio. Nonostante ci siano le ombre, questa è in qualche maniera una sua versione della linea chiara francese, un richiamo che nell’ultima trilogia diventa esplicito, perché c’è un mondo onirico in questi tre libri che è una sorta di mash-up fra la Tangeri di William Burroughs e Il Cairo che Hergé racconta ne Il granchio d’oro come scenario delle avventure di Tin Tin. Stavo riguardando poi questa cosa qua (mostra Echo Echo, una raccolta degli schizzi preliminari di Black Hole, ndr), che è interessante perché si capisce qual è il modo di arrivare alla linea chiara, cioè a partire da disegni che sono comunque un groviglio di segni, di incroci di linee, dove tutto è molto forte, molto istintivo, e questi disegni diventano quel segno di Black Hole che è così controllato da rimanere coerente, omogeneo per un’opera che è durata dieci anni. In realtà guardando le matite di Tin Tin sono molto simili, sono piene di segni, di linee incrociate, per arrivare a qualcosa di chiaro e preciso. E quindi è così che penso che la linea riesce a trattenere tante inquietudini, tante tensioni. Mi piacerebbe che ci parlasse di come si arriva a quel segno.

Burns: Credo che lo stile del mio lavoro emuli lo stile americano degli anni Cinquanta e Sessanta. Sin dall’inizio mi sono ispirato a Harvey Kurtzman, a Mad Magazine e a quelle meravigliose linee molto scure che si vedevano all’epoca. D’altro canto mi piacevano le splendide linee chiare di Hergé, il che è piuttosto insolito per un americano della mia generazione. Comunque rispetto alla linea chiara francese, il mio stile è più per una linea scura e spessa ottenuta con l’uso del pennello. Mi è stato fatto notare che anche Hergé quando disegnava aveva una linea molto grezza, molto aperta, che poi veniva distillata e distillata fino a diventare questa linea più specifica. Il libro che hai mostrato è una collezione di disegni preliminari, alcuni sono più puliti, altri più grezzi, molto gestuali. Partono da un’idea molto legata al gesto di disegnare e poi si raffinano via via che lavoro.

Echo EchoRatigher: Anche io rimango su una domanda tecnica, ma che poi tecnica non sarà. Da fumettista in erba la cosa del lavoro di Burns che mi ha cambiato il modo di vedere i fumetti è stato il fatto che il suo disegno molto tecnico, che piace tanto e lo fa amare da un gran numero di persone, sia sempre un disegno in ogni vignetta narrativo. Anche nelle illustrazioni, quando disegna il volto di una persona, tu ti immagini la vita di quella persona, non è mai un disegno fermo e non è mai un disegno fatto per dare sfoggio della sua tecnica. Ogni pagina è molto studiata, con i bianchi e i neri perfetti, però ogni vignetta racconta sempre un pezzo di storia, non c’è un piacere fine a se stesso nel disegno. Quindi volevo chiedere se questa cosa è vera, se lo rispecchia e come ci ha lavorato.

Burns: Per me il fumetto è tutto incentrato sulla storia. So che la gente guarda il mio lavoro e dice “guarda questa linea”, “guarda quanto è bravo a disegnare”, ma dal mio punto di vista la storia è sempre l’elemento più importante. Raccontare la storia è un processo di distillazione continua, si inizia da una bozza e poi le idee e il lavoro vengono pian piano rifiniti. Ci sono momenti in cui voglio disegnare una bella immagine, ma se non è parte della storia non ci entra.

Ratigher: Ma è una cosa innata? Perché vista da fuori, ogni vignetta è disegnata in maniera eccelsa, però continua a essere narrativa, anche nelle sue storie vecchie. Voglio sapere se lui ci ha ragionato, perché l’alchimia è quasi solo sua, qui ci sono un sacco di lettori di fumetti e chiedo anche a loro se ci sono disegnatori così tecnici e al tempo stesso narrativi, a me viene in mente tra i grandi americani soltanto Robert Crumb, che ha un controllo del disegno sempre bello, sempre ricco ma sempre devoto alla storia. Quindi voglio sapere se per lui è stato uno sforzo oppure se ha culo e gli è venuto da quando è nato.

Burns: Io sono nato con… niente (in italiano, ndr). Credo che si siano dei cartoonist che partono da un aspetto visuale e altri che partono dall’aspetto letterario. Io ho cominciato dall’aspetto visuale e poi ho dovuto insegnare a me stesso il linguaggio dei fumetti per poter raccontare una storia. Quest’anno compirò sessant’anni e non ho ancora ben capito come si fa, ma comunque ci provo. Quando le parole e le immagini si combinano perfettamente, le immagini diventano invisibili. Il lettore si trova nel mondo della storia e non pensa più alla tecnica con cui è stata realizzata, non pensa “oh, che splendido disegno”… E’ immerso. E’ la stessa cosa che succede con i bei film o con i bei romanzi, con qualsiasi cosa. La tecnica diventa invisibile.

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Pacifico: A questo punto ti chiedo se puoi darci degli esempi di film e romanzi in cui la tecnica è diventata invisibile. A me per esempio viene in mente l’ultimo film di Paul Thomas Anderson, Inherent Vice, in cui sembra che lui abbia cercato di proposito di cancellare tutta l’idea di un regista che fa le grandi scene per farci sentire solo la storia.

Burns: Per me è sempre impossibile indicare con precisione le cose che mi hanno influenzato. Potrei citare dei fumetti in particolare di cui mi piacciono la tecnica, la linea, l’aspetto, ma in realtà sono stato influenzato un po’ da tutto. Io cerco di fare del mio meglio per raccontare la mia storia, non la storia di Ernest Hemingway o di Nabokov o di Murakami.

Ratigher: Quello che volevo sapere io, riallacciandomi alla domanda di prima, è sapere se Burns a volte si siede e fa un disegno che non sia un fumetto, che non sia narrativo. Se gli capita mai che magari gli piace un fiore e decide di disegnarlo.

Burns: Mi piacerebbe farlo, ma no. Sfortunatamente il mio è un processo lentissimo. Per esempio, il mio amico Chris Ware mi ha raccontato che lui ha questo grande foglio di carta bianca, si mette seduto e inizia a disegnare. Questo per me è impossibile, io ho appunti su appunti e foglietti con piccoli disegni, schizzi, bozze. Il mio processo non è assolutamente naturale, è lento ed elaborato. Penso che la mia vita sarebbe molto più semplice se avessi un approccio più diretto ma non è possibile.

Valerio Bindi (fumettista italiano e curatore del Crack! Festival): Stavo già accennando prima a Burns quello che penso del suo lavoro, cioè che lui è profondo nella struttura della storia, che ha sempre molti livelli – il richiamo agli anni Cinquanta e Sessanta, l’adolescenza, il bosco, le metafore, i luoghi oscuri – e poi è invece quasi superficiale nel disegno e questa superficialità dà a questo mondo uno sguardo molto ampio. C’era questa riflessione che faceva Deleuze su Lewis Carroll, in cui diceva che Lewis Carroll è ampio e non è profondo. Burns usa tutte e due le armi e in questo modo ha un segno molto affascinante. Per la mia generazione lui non è il disegnatore dell’inquieto e dell’oscuro ma il disegnatore che ha portato le tematiche anni Cinquanta verso il mondo dell’underground. Io e il mio gruppo di disegnatori che negli anni Novanta cominciavano a fare fumetti, come il Professor Bad Trip, trovavamo in lui una rilettura dei racconti dell’underground in una chiave fredda, sintetica e chiara che era proprio il nostro sentire degli anni Ottanta e Novanta. Adesso però mi sembra che l’underground si sia spostato, mi sembra che il movimento dell’underground nel fumetto in questo momento parli europeo, mi sembra che l’America sia in qualche modo seguendo le nostre cose. Volevo sapere che cosa ne pensa lui, se vede un underground oggi e se sì dove lo vede.

Burns: L’undergound per me significava avere tredici-quattordici anni e scoprire Robert Crumb e i fumetti che guardavano oltre il mondo commerciale, in cui gli autori cercavano di esprimere se stessi. All’inizio i fumetti underground dovevano essere per forza trasgressivi, perché essere underground voleva dire occuparsi di sesso, droga, politica. Adesso è diverso, perché ormai è dato per scontato che chiunque può scrivere qualcosa di veramente personale senza doversi preoccupare di appartenere a un genere predefinito… Non so se il mondo dei fumetti underground è mai esistito realmente. L’underground sembra un qualcosa di difficilmente accessibile, ma da ragazzino mi bastava semplicemente salire su un autobus e andare in un negozio per comprare Zap, i fumetti di Crumb o qualsiasi fumetto hippy e più tardi punk. Mi piace l’idea che qualche ventenne non sappia chi è Robert Crumb o chi sono io e che guardi a qualcosa di nuovo, muovendosi in altre direzioni. Non c’è nessun bisogno di conoscere i classici. Non sono interessato ai giovani artisti che citano continuamente le loro influenze. E’ un piacere quando le cose vanno avanti, progrediscono. Anni fa ricordo che il mio caro amico Art Spiegelman mi disse che noi dovevamo superare Will Eisner, guardare oltre. L’underground è un ragazzo di diciassette, diciotto, diciannove o anche vent’anni che non ha mai sentito parlare di me.

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“In the Garden of Evil”: un’anteprima

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In the Garden of Evil

Nell’ottavo numero di Mon Lapin, rivista pubblicata dai francesi de L’Association, Patrice Killoffer chiamava a raccolta fumettisti come Philippe Druillet, Ludovic Debeurme e Lorenzo Mattotti, dando vita a collaborazioni a quattro, sei o anche otto mani poi protagoniste di una mostra presso la Galerie Anne Barrault di Parigi. Tema principale dei lavori di Mon Lapin era il bosco e tra gli artisti coinvolti non poteva dunque mancare Charles Burns, che con Killoffer realizzava una serie di disegni ispirati al tema del Giardino dell’Eden e intitolati In the Garden of Evil. Adesso la Pigeon Press di Alvin Buenaventura raccoglie questa collaborazione tra due maestri del fumetto contemporaneo in un art-book rilegato a mano di 28 pagine in formato quadrato (7.25 x 7.25 pollici, ossia 18.42 centimetri per lato). Stampato in 1000 esemplari numerati e firmati dai due autori, il volume conterrà anche un 7″ flexi-disc con una canzone inedita di Will Oldham, cantautore statunitense conosciuto sotto una vasta schiera di pseudonimi (Palace Brothers e Bonnie Prince Billy i più noti). In the Garden of Evil debutterà al Toronto Comics Art Festival del 9 e 10 maggio prossimi, alla presenza dei due autori. Subito dopo verranno messe in vendita on line 200 copie, a un prezzo ancora da definire.

Per ora l’unica immagine ufficiale rilasciata dalla Pigeon Press è quella di apertura, ma suppongo che nel volume ci saranno tutti i disegni visti su Mon Lapin, come quelli che potete vedere nel reportage dalla mostra alla galleria Barrault di Le Blog de Shige e quelli in basso, trovati qua e là sul web.

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Viaggio nel fumetto portoghese – š! #20

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La cover di “š!” #20, a firma Daniel Lima

Dopo l’ottavo numero realizzato esclusivamente da cartoonist finlandesi, l’antologia lettone š! torna a dedicare un’intera uscita ad autori di una sola nazione, mettendo insieme con l’aiuto del guest editor Marcos Farrajota del collettivo Chili Come Carne una serie di fumetti realizzati da autori portoghesi e incentrati sul tema dell’inquietudine, ispirato dal Livro do Desassossego di Fernando Pessoa. L’aderenza al tema e il suo sviluppo sono mutevoli ed eterogenee, ma questa non è certo una novità per š!, pubblicazione che numero dopo numero ci ricorda cosa si può fare con il fumetto, mostrando i tanti approcci possibili al medium e al suo linguaggio. Ci sono così artisti come Amanda Baeza, Filipe Abranches e Paulo Monteiro che lavorano su una griglia prefissata di vignette, altri come Rafael Gouveia e Daniel Lima che adattano rispettivamente i testi letterari di Bernardo Soares e Paul Ableman, mentre Cátia Serrão e João Fazenda giocano con spazio, forma, colori e Bruno Borges crea una storia partendo da una serie di scarabocchi.

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João Fazenda

La vignetta non è la regola nelle pagine di š! e infatti troviamo fumetti costruiti con illustrazioni a tutta pagina o anche con fotografie, come nel caso dei contributi di Tiago Casanova e Joana Estrela. In particolare le sei pagine della venticinquenne Estrela sono una delle cose migliori dell’antologia, dato che combinano brillantemente immagini tratte da un film anni Cinquanta con un testo incentrato sull’inquietudine del giovane cartoonist dei nostri tempi, tra ritratto sociologico e parodia. La Estrela è tra gli autori più giovani della raccolta, mentre il titolo di veterano spetta a Tiago Manuel, autore di una serie di notevoli illustrazioni narrative che ricordano stilisticamente vecchi libri di medicina. Manuel è anche un personaggio tipicamente portoghese, in grado con i suoi oltre 25 progetti eteronimi di poter rivaleggiare con lo stesso Pessoa. L’ombra di Pessoa si avverte in parecchi di questi fumetti e soprattutto in quello di Francisco Sousa Lobo. L’autore della graphic novel The Dying Draughtsman delinea la figura di Fausto M. Fernandes, un misterioso pioniere del fumetto lusitano. Probabilmente è questo il miglior contributo del lotto, dato che centra perfettamente il tema dell’inquietudine ritraendo un protagonista problematico, è poetico senza essere retorico, suscita domande sull’autobiografia e la natura stessa dell’arte.

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Francisco Sousa Lobo

Arrivati alla fine del volumetto abbiamo un’idea più chiara del panorama fumettistico portoghese, o forse non ne abbiamo idea… D’altronde come potrebbero due sorelle cilene che vivono a Lisbona (Amanda e Milena Baeza), una scienziato sociale precario con una linea accattivante (Daniel Lopes), un fotografo (Tiago Casanova) e una studiosa di linguistica (Cátia Serrão) creare uno stile condiviso? Ci sono un sacco di “lupi solitari” da queste parti  – come Marcos Farrajota fa notare nel saggio introduttivo – e forse è questa la bellezza dei fumetti portoghesi e del fumetto indie in generale. Così, più che essere una visione d’insieme di una scena, questo numero di š! è la storia dinamica di un medium in una nazione. O è anche, se preferite, il racconto di una lotta, quella fatta dal fumetto per uscire fuori dalle stanze, dalle case e dagli studi degli autori per arrivare faticosamente ma gioiosamente tra le mani dei lettori.

Uno sguardo a š! #21

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Dietro a una bella cover del belga Brecth Vandenbroucke – conosciuto ai più per il suo White Cube, uscito anche oltreoceano per Drawn and Quarterly – arriva il prossimo primo maggio il 21esimo numero dell’antologia baltica š!. E dato che l’uscita è fissata per la festa dei lavoratori, il tema del volumetto, nel solito formato di 164 pagine in A6, sarà il business. Tra gli artisti coinvolti l’argentino Berliac (già autore dello splendido mini kuš! #19 Inverso), il polacco Maciej Sieńczyk (visto in Italia con Avventure sull’isola deserta pubblicato da Canicola), il canadese Chris Kuzma, il finlandese Roope Eronen, lo spagnolo Sergi Puyol. E poi Ann Pajuväli (Estonia), Anna Haifisch (Germania), Anna Vaivare (Lettonia), Disa Wallander (Svezia), Harukichi (Giappone), Jeroen Funke (Olanda), König Lü.Q. (Svizzera), Lai Tat Tat Wing (Hong Kong), Laura Ķeniņš (Canada/Lettonia), Līva Kandevica (Lettonia), Lote Vilma Vītiņa (Lettonia), Olive Booger (Francia), Rūta Briede (Lettonia) e Zane Zlemeša (Lettonia).

Di seguito alcune immagini da š! #21, che potete già ordinare qui al prezzo di $14 dollari spese di spedizione incluse.

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Berliac

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Chris Kuzma

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Anna Haifisch

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Sergi Puyol

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Anna Vaivare

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Harukichi

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Jeroen Funke

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Lai Tat Tat Wing

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Līva Kandevica

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Olive Booger

Il meglio del Web – 23/4/2015

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Inauguro con questo post un appuntamento dedicato alle segnalazioni dei contenuti più interessanti trovati in giro sul web. Iniziamo ancora una volta da Charles Burns, protagonista assoluto di questa prima serie di articoli. L’immagine che vedete in alto è il manifesto realizzato per la nuova edizione del Toronto Comic Arts Festival, in programma il 9 e 10 maggio, in cui Burns ci fa scoprire che anche gli alieni leggono i romance comics…

Sempre a proposito del cartoonist statunitense, vi segnalo l’articolo Charles Burns: Show, don’t tell dello scrittore Francesco Pacifico, pubblicato sul nuovo magazine on line Prismo.

Passando ad altro, proprio oggi Fumettologica ha pubblicato Fare editoria alternativa di fumetto, oggi: il caso Hollow Press, un’esaustiva intervista di Matteo Stefanelli al mio amico Michele Nitri, in cui si parla di Under Dark Weird Fantasy Grounds, Mat Brinkman, l’underground e… Paolo Bacilieri.

A proposito di festival, il 18 e 19 aprile a Portland nell’Oregon c’è stato il Linework. Gli organizzatori hanno pubblicato sul sito della manifestazione una lunga serie di brevi ma spesso interessanti interviste, tra cui vi segnalo quelle a John Pham, Malachi Ward e Marnie Galloway. Per un mini reportage e qualche foto date un’occhiata invece a quanto raccontato da Tyler Chin-Tanner su Broken Frontier.

Sempre al Linework Fantagraphics ha presentato in anteprima la raccolta extra-lusso dei primi 18 numeri dell’Eightball di Daniel Clowes, ospite del festival. Sul Flickr della casa editrice potete dare un’occhiata più dettagliata a questo prezioso cofanetto. Per due recenti interviste a Clowes vi rimando invece ai siti di The Stranger e The New Yorker.

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Il nuovo numero della rivista americana Juxtapoz sfoggia una copertina di Chris Ware, di cui si parla nella rubrica Beyond the Cover, con tanto di intervista all’autore di Jimmy Corrigan.

Intanto sono state annunciate le nomination agli Eisner Awards 2015, che non brillano certo per originalità.

Per concludere un paio di contenuti critici di qualità, entrambi a firma Rob Clough, rispettivamente su Ur di Eric Haven e Saint Cole di Noah Van Sciver.

 

Il nuovo fumetto di Daniel Clowes… e “The Complete Eightball”

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All’inizio di aprile la Fantagraphics ha annunciato la pubblicazione, prevista per marzo 2016, del nuovo fumetto di Daniel Clowes. Senza dare alcun dettaglio riguardo ai contenuti o al numero di pagine (sembrano numerose, a vedere la pila di originali sul tavolo…), la casa editrice di Seattle ha postato sul suo sito internet e sui vari social network l’immagine qui sopra, accompagnata dalla didascalia “Coming in March 2016. Five years in the making”. Unico altro messaggio, quel “Patience” lì in alto, probabilmente più un invito ai lettori che il titolo del nuovo volume. Da allora è stato possibile vedere in giro sul web una nuova immagine, quella in basso, che aumenta l’attesa per la nuova opera del cartoonist statunitense, autore di Like a Velvet Glove Cast in Iron, Ghost World, David Boring, Ice Haven e tanti altri fumetti che hanno fatto la storia recente di questo medium. Le forme visibili nella prima tavola, i colori psichedelici della seconda e le reminiscenze di Steve Ditko, da sempre un punto di riferimento per Clowes, potrebbero lasciarci pensare a una storia metanarrativa che parla di un artista outsider apparentemente visionario ma che si rivela un profeta quando la terra si trova a fronteggiare un’invasione aliena? Mah, forse no…

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Intanto Clowes continua a girare gli Stati Uniti per presentare il suo The Complete Eightball. La foto in basso è tratta dalla session di autografi presso il Fantagraphics Bookstore and Gallery di Seattle. A seguire una delle immagini di presentazione del cofanetto e una copia autografata.

Daniel Clowes at Fantagraphics

Daniel Clowes The Complete Eightball

Daniel Clowes The Complete Eightball signed

Mentre la raccolta dei primi 18 numeri di Eightball sta per essere distribuita nelle librerie, fioccano le interviste all’autore, come quelle già segnalate nel mio Il meglio del Web del 23/4, rilasciate a The New Yorker e The Stranger. Quest’ultimo è un settimanale gratuito di Seattle che ha anche dedicato la copertina a Clowes, adattando un suo vecchio disegno.

Daniel Clowes The Stranger

E per concludere vi segnalo la riproposta di questa intervista realizzata da Gary Groth e pubblicata nel novembre del 1992 sul Comics Journal dietro a un’ormai storica copertina gialla.

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